Arti, mestieri e famiglie a Terzigno, nell’Ottocento: Mostra di documenti a cura degli alunni del Liceo.

La Mostra è il primo atto di un complesso progetto che consentirà agli alunni del Liceo di Terzigno di cogliere nel passato le radici del presente. C’è una felice convergenza con l’attività culturale dell’Amministrazione Comunale, impegnata nella tutela e nella promozione dei tesori del Parco Archeologico.   Martedì sera si apre la Mostra di documenti e immagini che gli allievi e i docenti del locale Liceo hanno dedicato alla storia di Terzigno nel sec.XIX, ai mestieri, alle arti, alle famiglie. Carmine Cimmino ha messo a disposizione dell’Istituto libri, qualche indicazione archivistica e bibliografica e copie di immagini: egli ci dice che la documentazione certamente non illustra in modo completo tutti gli aspetti del tema, ma raggiunge il suo obiettivo che è quello di individuare le linee di sviluppo della società di Terzigno nel sec. XIX, e soprattutto nel drammatico “confronto” con il Vesuvio e nei momenti importanti del secolo: l’unità d’Italia, gli anni del brigante Pilone, il consolidamento di un sistema socio- economico costruito intorno al potere di alcune potenti famiglie, i Bifulco, i Menichini, i Gionti. Un Bifulco di Terzigno, don Giuseppe, è considerato dagli studiosi uno dei sindaci più prestigiosi di tutta la storia di Ottajano. I Bifulco amministrano i poderi, i vigneti e i querceti che i principi Medici possiedono a Terzigno, e in questi vigneti Giuseppe IV e il figlio Michele sperimentano le tecniche di “immegliamento” che consentiranno ai vini locali di conquistare diplomi e medaglie nelle Esposizioni italiane ed europee. Non per caso Terzigno diventerà Comune autonomo, quando, estintasi la famiglia dei principi di Ottajano, si dissolveranno i consistenti legami economici e istituzionali che fin dal ‘700 i Medici avevano costruito tra Ottajano e la frazione, tutelando la loro solidità nei momenti più difficili. Il prof. Michele Andonaia, responsabile del Liceo, garantisce che questa Mostra è solo il primo atto di un complesso progetto che consentirà agli alunni di cogliere nel passato le radici del presente. Il sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri, e l’assessore alla Cultura, Genny Falciano, hanno voluto che la Mostra, patrocinata dall’ Amministrazione Comunale, venisse allestita nel Municipio per sottolineare l’importanza del ruolo culturale e sociale del Liceo, e per rendere ancora più evidenti il valore e l’ampiezza di un progetto che l’Amministrazione sta sviluppando proprio in questo momento e che mira a ricostruire l’identità storica della comunità, a partire dalle fondamenta, e cioè dal parco archeologico di Cava Ranieri.

Acerra, dai rubinetti di casa acqua di pozzo abusivo e contaminato: la procura archivia denuncia al sindaco

Su richiesta del pubblico ministero della procura di Nola, Arturo De Stefano, il giudice per le indagini preliminari del tribunale nolano, Giuseppe Sepe, ha archiviato la denuncia per omissione in atti d’ufficio sporta due anni fa dalla signora Claudia Spinuso nei confronti del sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri. La signora Spinuso, sposata e con due bambini, aveva denunciato il primo cittadino “per non aver adottato nessun provvedimento a tutela della salute sua e della sua famiglia”. Questa denuncia fece emergere una vicenda clamorosa. La famiglia Spinuso aveva infatti preso in affitto una casa, in via degli Etruschi, periferia di Acerra, poi risultata in parte abusiva e la cui rete idrica era allacciata, a insaputa della famiglia stessa, a un pozzo artesiano, anche questo abusivo e, per giunta, inquinato. E quando la signora Spinuso, preoccupata dalle condizioni di salute dei suoi figli, decise di far analizzare l’acqua della condotta di casa scopri’ che il prezioso liquido era contaminato. A quel punto Claudia Spinuso, che gia’ si era rivolta alla guardia finanza perche’ il proprietario dell’alloggio non aveva mai registrato il contratto di affitto, segnalo’ questo suo caso al Comune e, in particolare, alla polizia municipale. Un caso che includeva anche il mancato invio presso l’appartamento della tassa di nettezza urbana. Ma durante il controllo della polizia municipale la signora Spinuso fu multata per alcune migliaia di euro, “in solido” con il proprietario, a causa della presenza del pozzo non autorizzato, che durante l’ispezione fu sequestrato dai caschi bianchi. Scatto’ quindi la reazione della multata, che denuncio’ il sindaco di Acerra per non aver fatto nulla fino ad allora su quel pozzo, tra l’altro inquinato. Ma il gip di Nola ha archiviato la denuncia, il 31 maggio. Il giudice sostiene che “anche se con ritardo il sindaco e’ intervenuto a tutela della salute della famiglia Spinuso” e che “la signora Spinuso, siccome aveva stipulato un contratto di affitto con il suo proprietario di un immobile in parte abusivo, e’ anche lei colpevole di cio’ che le e’ successo”. “Non e’ finita qui – commenta pero’ Claudia Spinuso – non ho mai stipulato un contratto di affitto con il mio proprietario e inoltre quando mi sono insediata in quella casa, della quale non conoscevo le magagne, il Comune ha anche riconosciuto la residenza a me e a tutti i miei familiari”.

Dissesto idrogeologico: chi deve fare cosa?

Abbiamo seguito in questi mesi le attività della Rete Civica per il Parco che si è impegnata nel cercare di capire cosa si stesse facendo relativamente al rischio idrogeologico che incombe sulle aree distrutte dagli incendi del luglio 2017. Questo è il nostro resoconto.

Si rimane perplessi, a dieci mesi dal disastro vesuviano, quello che ha mandato letteralmente in fumo tremila ettari di bosco nell’area protetta, di come l’ente parco e i tanti enti preposti, giochino a rimpiattino, rinviandosi le responsabilità per la gestione dell’emergenza e in particolar modo quella legata al dissesto idrogeologico. Nel frattempo, un’altra stagione calda incombe e ci si chiede in cosa sperare: nel caldo o nella pioggia? Poiché nell’uno, come nell’altro caso, ovvero contro gli incendi e contro il dissesto idrogeologico pare, che nulla sia stato fatto ancora.

Non avvezzi quindi a credere nei proclami e negli spot, abbiamo cercato di fare del nostro meglio per capirci qualcosa e sinceramente non è stato facile dirimere la matassa burocratica creata spezzettando le competenze in un nulla istituzionale e siamo arrivati alle seguenti deduzioni.

L’Autorità di bacino. Oltre a redigere e ad aggiornare le carte di rischio, esprime pareri vincolanti ed autorizzazioni su tutte le opere pubbliche e per determinanti interventi di edilizia privata veicolati dagli uffici tecnici dei comuni di riferimento da tutta l’Italia e dove agisce divisa in bacini di rilievo nazionale; bacini di rilievo interregionale; bacini di rilievo regionale. In Campania l’Autorità è suddivisa in Nord; Centro e Sud.

Il Consorzio di Bonifica delle paludi di Napoli e Volla. È quello che opererebbe su una buona parte vedi delle zone interessate dagli incendi vesuviani dello scorso anno e sulle possibili conseguenze idrogeologiche, ma sostanzialmente si occupano solo di opere di manutenzione ordinaria degli alvei di riferimento, con la pulizia superficiale dei canali, in quanto per quella straordinaria possono agire solo con lo stanziamento di fondi e progetti ad hoc. Quindi, nel migliore dei casi, la loro opera si limita alla decespugliazione dei Lagni e nient’altro, rifiuti e sabbia di deposito rimangono tutti là ad accumularsi ed attendere ciò che nessuno vorrebbe che accadesse ma che prima o poi accadrà.

La Direzione Generale del Dipartimento difesa del suolo. Questa non ha competenze in materia di interventi urgenti per il dissesto idrogeologico e la sua competenza invece è quella di valutare le progettazioni esecutive in tal senso e proposte dagli enti locali per inoltrare richieste di finanziamento al Ministero dell’Ambiente nell’ambito di un  programma di interventi mirati.

Il Dipartimento della Direzione Generale della Protezione Civile e Lavori pubblici di cui fa parte il Genio Civile. Questo il genio civile è un organo periferico regionale su base provinciale, che assicura, sotto il controllo dello stesso, tutte le funzioni riguardanti l’esecuzione delle opere pubbliche. Qui ci è stato ribadito di aver effettuato diversi sopraluoghi in area Parco su segnalazione dei comuni, nell’ambito delle attività del famoso tavolo istituzionale convocato dalla Città Metropolitana presso la Prefettura nel settembre 2017 (tavolo di cui si sono perse le tracce), sopraluoghi i cui verbali sono custoditi presso la Città Metropolitana e che contenevano anche delle indicazioni operative per i comuni. Va comunque sottolineato che l’approccio alla questione pare sbagliato, poiché i vari interventi dovrebbero essere preceduti da uno studio idro-orografico per individuare, a distanza di dieci mesi dagli incendi, i movimenti del suolo e quali vie abbiano scavato le acque meteoriche e aggiornare le mappe del rischio idrogeologico per progettare, a monte come a valle, interventi di regimentazione, canalizzazione e drenaggio per rallentare la forza delle acque e ridurre al minimo i danni che potrebbero scaturirne.

Tant’è, come abbiamo chiesto presso il Genio Civile, come mai questa ipotesi di lavoro non sia stata presa in considerazione al tavolo prefettizio. Abbiamo chiesto se fosse possibile convocare un tavolo tecnico o una conferenza di servizi per discutere della questione. È una cosa possibile, ma ovviamente la richiesta deve partire da uno degli enti coinvolti, cosa che ad oggi non è ancora avvenuta.

Gli enti locali. Emerge il dato di fatto che la progettazione deve essere fatta dagli enti locali, quindi spetterebbe a Regione, Citta Metropolitana, Ente Parco ed infine ai comuni di affrontare il problema del dissesto idrogeologico ma risulta evidente che questi enti non abbiano a loro disposizione personale tecnico per progettare ed attuare tali interventi e questo spiega, ma solo in parte, l’utilizzo delle partecipate ministeriali e regionali. Parziale perché, al netto del palese clientelismo di queste partecipate dal passato quanto meno oscuro, il Parco chiama la SOGESID per ragioni di urgenza più che di una competenza che in realtà non ha, infatti, essendo una partecipata del ministero dipende da questi così come il parco e, trovandosi quindi su uno stesso livello, l’Ente può chiamare direttamente la società in house senza gara d’appalto, che sarà invece necessaria solo per la messa in opera degli studi che sta portando avanti dalla data (30/10/2017) di stipula della convenzione. Tale necessaria rapidità viene vanificata nei tempi e nei modi dalla stessa convenzione, là dove la SOGESID studierà per 8 mesi e soli 3 sentieri e non ci vuole un esperto per capire che ormai dalla stipula dell’atto si è arrivati ormai all’estate e dopo di questa si arriverà ad un autunno altrettanto carico di pericoli ed incertezze e che tre sentieri non sono tutto il Parco.

La Regione Campania è il convitato di pietro di tutta questa storia dove, quando interviene, lo fa solo in ritardo e, al momento latita demandando tutto alla Protezione Civile.

La Città Metropolitana. Questa pure è rientrata nella logica dei protocolli e delle convenzioni con competenze sia sui sentieri che su alcuni tratti stradali ma come abbiamo dimostrato i risultati risultano molto scadenti leggi.

I 13 comuni del Parco Nazionale del Vesuvio. Questi, allo stato attuale, non pare abbiano fatto granché se non qualche misura palliativa nei momenti successivi all’incendio e alle prime avvisaglie autunnali e i primi smottamenti sensibilmente visibili perché forieri di detriti a valle come accaduto ad Ottaviano. Altri invece, come il comune di Torre del Greco, hanno intimato ai privati (in questo comune i terreni demaniali sono ridotti al lumicino) di far fronte alle emergenze di tasca propria. Ad ogni modo la maggior parte di questi attende passivamente e fatalisticamente lo scorrere degli eventi e che le eccellenze locali, reali e presunte che siano, allontanino i pericoli a monte del Vulcano.

L’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Abbiamo già altrove leggi segnalato quanto poco abbia fatto e quanto si sia attenuto più alle carte che ai fatti, più ai protocolli e alle convenzioni che ad una reale azione sul territorio; più alle manifestazioni sportive e ai concerti che al ripristino della sentieristica, più al Gran Cono che al resto dell’area protetta. In verità, nella piena continuità delle precedenti gestioni l’ente parco va avanti a suon di spot e di mezze verità e con lo sconcertante scaricabarile che ci spinge a chiederci a cosa serva realmente quest’ente se non nel produrre carte con le quali è risaputo, non si spengono incendi né tanto meno si arrestano le frane.

Da Stendalì al quartiere Zabatta di Ottaviano: il pianto rituale nelle culture orali del sud Italia.

La lamentazione funebre è una pratica antichissima che ritroviamo nei poemi omerici e  nella letteratura latina. Nelle culture orali del mediterraneo, fino agli sessanta del novecento, il canto alla presenza del feretro diventa un modo per affrontare il cordoglio inteso come dolore insanabile che getta l’individuo nel baratro di una consapevolezza: quello della miseria dell’esistenza. La lamentazione diventa un modo per contenere tale dolore e riattivare l’uomo alla vita. Il plactus è praticato, per buona parte del novecento, in diverse zone del sud Italia come attestano gli studi di De Martino e di altri etnografi. Nel 2012, durante una ricerca condotta sul territorio Ottavianese-Sangiuseppese-Terzignese, scopro che nella zona orientale del Vesuvio esistono persone detentrici di tale sapere. Scopro che Ottaviano è stato al centro di un dibattito etnografico importante che ha concentrato l’attenzione su alcuni personaggi ottavianesi, custodi di un sapere preziosissimo. Nel 1865 il ventunenne Friedrich Nietzsche varca la soglia dell’Ateneo di Lipsia per continuare gli studi di filologia classica. La filosofia, per quanto sia una materia affascinante, è ancora una terra straniera nella mente del futuro filosofo.  Questi sono gli anni in cui il giovane Nietzsche si imbatte nell’opera più importante di Artur Schopenauer, Il mondo come volontà e rappresentazione.  Folgorato da questo scritto, decide di approfondire il pensiero del filosofo di Danzica che indica come strada privilegiata per superare lo stato di dolore una forma di arte: La musica. Tale questione diviene sempre di più oggetto di discussione tra Nietzsche e il suo amico Richard Wagner. Il dolore di cui parla Shopenauer nelle culture orali spesso è sinonimo di cordoglio, cioè di una crisi che nasce in seguito ad un accadimento rovinoso come la morte e che è caratterizzata dalla consapevolezza  di miseria, nonché dall’impossibilità di potersi dare delle “motivazioni consolatorie” reali. Le culture arcaiche del mediterraneo hanno risposto, per lungo tempo, in maniera  “Shopenaueriana” al dolore della morte attraverso la musica del lamento funebre. Il canto del planctus è l’unico modo con cui l’uomo impara a difendere la propria precaria esistenza e a controllare il furore distruttivo del dolore, causato dal distacco della morte.  Tutti questi aspetti sono analizzati in un libro del 1958: Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria di Ernesto de Martino. L’antropologo napoletano capisce, osservando i rituali funebri delle “prefiche” lucane, che il canto alla presenza del feretro diventa qualcosa che riabilita l’uomo alla vita salvandolo dagli istinti di annientamento del cordoglio e trasforma la percezione del defunto, che non viene avvertita più come una presenza ossessiva ma come un’entità protettrice. Nel 1960 la fotografa e regista toscana Cecilia Mangini realizza una documentario sulla lamentazione funebre a Martano, un paese della Grecìa salentina, dove riprende la veglia di un gruppo di lamentatrici ad un giovane defunto. Il documentario, facilmente rintracciabile su youtube,  dura undici minuti e si intitola Stendalì che in griko significa Suonano Ancora. L’elemento centrale del cortometraggio è il canto che ha dinamiche sempre più incalzanti man mano che si avvicina il momento in cui la salma dovrà lasciare la casa. Nelle battute finali la lamentazione è così veemente che la bocca e le corde vocali non bastano più e a cantare è anche il corpo di queste donne che, agitano tra le mani un fazzoletto bianco e sollevandosi sui tacchi, cercano quasi di creare  una comunicazione con il feretro. La Mangini affida l’elaborazione dei testi a Pier Paolo Pasolini. Nei titoli Pasolini scrive:  Qualcuno è morto. Lo annuncia il suono delle campane: le vicine di casa vengono a consolare le madri, le spose o le sorelle e a piangere con loro. È la visita funebre.    Poi saranno i soli uomini ad accompagnare il morto nel cimitero.    Intanto le donne nella casa continuano il pianto.    Il pianto, così regolato è rituale, è una sopravvivenza arcaica in una società che infatti è per molti versi arcaica: la società delle aree depresse di quasi tutta l’Italia meridionale.    In una simile società oberata da condizioni economiche a volte disumane la morte sarebbe intollerabile, priva di senso se il suo dolore disgregatore non fosse contenuto dal rozzo istituto del pianto: per cui le informi manifestazioni della disperazione vengono, per così dire, stilizzate.    Alcuni canti funebri –questi per esempio, dei comuni pugliesi di lingua greca- sono tra le più alte forme della poesia popolare. Una sera dell’inverno 2012 faccio visita ad una signora di via Zabatta, Rosa Cutolo detta “a russett”. Accendo il registratore. L’anziana Ottavianese è un fiume in piena: comincia a raccontarmi delle sere di carnevale; mi racconta dei canti in dialetto che alcune signore intonavano, durante la settimana santa, appostandosi sull’uscio delle chiese di Ottaviano. Zia Rosa prende il tamburo appeso alla parete e comincia a suonare; il suo volto è solcato dalla commozione dei ricordi soprattutto quando dice: “……sonavm che tiest…nun tenevem manc e sord pe’ accattà no tammurr….”. Prima ancora che qualche pseudo etnomusicologo della metropoli si divertisse a fare l’intellettuale, la signora Rosa era stata gia’ visitata dai decani dell’etnografia Italiana. Continua a raccontarmi di un gruppo di ricerca che era stato a casa sua con un interesse particolare: “………maronn voleven che cantav e muort…..Maritem me ricett che nun era cos…..”. La signora Rosa conosce l’ istituto della lamentazione; lo ha praticato. Lo confessa nel nostro incontro. L’antropologia Italiana è passata da via Zabatta andandosene a mani vuote. Il lamento funebre di Rosa Cutolo non è mai stato registrato da nessuno. Le chiedo di intonarlo, anche per pochi minuti. Zia Rosa mi guarda negli occhi, chiude i suoi e canta sotto lo sguardo attento dei nipoti e dei figli.  In quel momento si chiude un cerchio; dopo anni di ricerca sul territorio, una ricerca difficile e silente, entro in possesso di un documento sonoro importantissimo forse il più importante. Sono d’accordo con lo Storico Carmine Cimmino quando dice che la storia del nostro territorio ancora deve essere scritta. Un’affermazione che ha ancora più valore se si pensa che veramente non conosciamo nulla di quella cultura contadina che ha rappresentato per lungo tempo l’identità delle comunità che abitano la zona orientale del vesuvio.            

Pasta alle Nerano, un piatto che rimanda ai profumi della Costiera

Ingredienti per 4 persone
  • 400 grammi di spaghetti o mezzi vermicelli (io ho usato le bavette)
  • 700 grammi di zucchine, diciamo una piccola a testa
  • Olio extravergine d’oliva
  • Aglio
  • Sale
  • Pepe nero
  • 200 grammi di provolone del Monaco grattugiato grossolanamente
  • Quattro o cinque foglie di basilico tagliate a mano
Tagliete le zucchine a fette sottili,  friggetele in olio extravergine d’oliva e asciugatele su carta assorbente. Nel frattempo avrete messo a cuocere la pasta e preparato una base nel tegame di mantecatura facendo rosolare, sudarei, un paio di spicchi d’aglio in sei cucchiai d’olio d’oliva, stando bene attenti a non raggiungere mai il punto di fumo, sino a quando gli umori non saranno stati scaricati per bene. Togliete dal fuoco. A questo punto immergete per qualche secondo le zucchine in acqua bollente, passatene un terzo, per avere il gioco della doppia consistenza aggiungendo un pizzico di sale e un filo d’olio crudo e versate il contenuto nel tegame dal quale avrete tolto l’aglio (per me lo passo comunque insieme alle zucchine perché non ci rinuncio mai). Scolate la pasta al dente, rimettete il tegame con le zucchine passate e a tondelle sul fuoco lento, aggiungete gli spaghetti e mantecate un poco ravvivando la fiamma. Togliete dal fuoco, aggiungete il provolone del Monaco e fatelo assorbire dalla pasta. Impiattate aggiungendo pochissimo pepe e il basilico.  

Chiacchiere e tabbacchere e’ lignamme, o’Banco e’ Napule nunn’e mpegne!

Le parole e le tabacchiere* di legno (non d’oro o d’argento) il Monte di Pietà (Banco di Napoli) non li impegna.

Sono convinto che uno dei problemi della nostra consumistica civiltà sia quello che fa riferimento alla parola “immagine”. Si è, addirittura, inventato un “mestiere”, il: Curatore d’immagine, costituito da veri e propri professionisti il cui oggetto di lavoro è impiantato proprio nel curare l’immagine (dei Vip, gli attori, i politici ecc), ossia il loro modo di apparire agli altri. Apparire, appunto; niente di reale. Infatti, la parola immagine deriva dal latino “imitaginem” (imitazione). Sui dizionari, poi, la parola viene proposta in due principali significati:

1) forma esteriore di oggetti corporei, percepita con la vista, riflessa in uno specchio, ecc. 2) rappresentazione alla mente di cosa vera o fittizia per mezzo della memoria o della fantasia; simbolo di idea astratta; ombra, fantasma.

Entrambi i significati, come si può notare, sono riferiti non già alla “sostanza” delle cose, ma al loro modo di apparire, di essere presentate. Il discorso si applica con facilità alla cucina: ma se è vero che “l’occhio vuole la sua parte”, lo è ancor di più che l’organo deputato al cibo è il gusto, e, perché no, lo stomaco. Anche a casa, oltre che in molti ristoranti, siamo alla continua ricerca delle apparenze. Tutti sono convinti che basti usare prodotti D.O.P., I.G.P., S.T.G. o, per i vini, D.O.C., D.O.C.G.; basti ciò, dicevo, per ottenere i complimenti dei convitati. Ma il lardo di Torrecuso (BN) è saporito quanto quello di Colonnata, e non vi è formaggio migliore di quello prodotto da un pastore sardo o da un caciottaro di Velletri.

In molti ristoranti, poi, la “tendenza” diviene “business”, sicuramente priva di reale sostanza, ma ben remunerativa. Maggiore attenzione alle signore, in cucina, e meno apparenze, signori ristoratori; un consiglio valido per entrambi: più sostanza, nei sapori e nelle quantità. Naturalmente, il servizio (tovagliato e stoviglie comprese) non appartiene all’immagine: a tavola dovremo stare bene, sempre; e da sempre, una tavola ben imbandita contribuisce a far trascorrere lietamente il tempo dedicato al pranzo. Il servizio, pertanto, non dovrà mai essere meno che buono.

Un’ultima esortazione: per favore,  noi che amiamo la cucina, adoperiamoci per privilegiare la qualità, e sforziamoci di sganciarci dal fumo negli occhi che anche i nostri ristoratori cercano di buttarci. In altre parole,  come il Banco di Napoli, noi non accettaremo chiacchiere, o tabacchiere di legno!

* la tabacchiera era una scatolina (d’oro o d’argento e, nella versione povera, di legno) dove era contenuto il tabacco da fiuto, in uso fino a metà del secolo scorso.

  • Insalata di pasta contadina
  • Petti di pollo alla piastra in salsa caramellata di mele
  • Clafoutis di ciliegie con gelato al fiordilatte

Insalata di pasta contadina

Ingredienti per 6 persone

  • 200 grammi di melanzane sott’olio (quelle fatte in casa)
  • Un barattolo di sott’olio da 200 grammi (niente di quelli per condire pasta o riso)
  • 5-6 (o più, a gusto) acciughe sott’olio
  • 30 grammi di olive nere snocciolate
  • 100 grammi di olive bianche (snocciolate)
  • 150 grammi di funghi freschi (champignon o, molto meglio, porcini)
  • Il succo di mezzo limone medio
  • 5-600 grammi di fusilli corti

Tagliare piccolissime le melanzane. Fare lo stesso con i funghi. Tagliate a striscioline le acciughe. Anche i sott’olio dovranno essere tagliati, volendo, ma non piccolissimi. Mettete a soffriggere aglio, olio e peperoncino. Cuocete la pasta, colate, ponetela in una insalatiera non di plastica; versatevi sopra l’olio ancora bollente; aggiungete i sott’oli, i funghi, le melanzane, le olive e, per ultimo, le acciughe. Lasciate in frigo e servite fredda.

Petti di pollo alla piastra in salsa caramellata di mele

Ingredienti per 6 persone

  • Sei petti di pollo adeguatamente grandi
  • Olio extravergine 2 dl
  • Aglio, uno spicchio
  • 6-7 foglie ti salvia
  • una cipolla (50 grammi)
  • 30 grammi di zucchero
  • 20 grammi di burro
  • Sedano, un gambetto
  • Tre foglioline di menta
  • Una mela renette
  • una carota grande
  • noce moscata
  • Succo di limone, un bicchiere
  • Vino bianco secco, un bicchiere
  • Sale q.b.

Ponete il pollo in una terrina dove aggiungerete la salvia, il limone, il sale. Lasciate marinare 2 ore, rigirando ogni tanto

In un pentolino basso mettete lo zucchero, 50 di acqua, il burro, sale quanto basta per salare, la cipolla, lo spicchio di aglio, il sedano, la carota, la mela, tutto tagliato piccolo; infine, la noce moscata e la menta. Fate cuocere a fuoco molto lento fino a quando lo zucchero non inizia a scurire e caramellare (si deve assorbire l’acqua). Se  vedete che il tutto non si è completamente “sciolto”, aggiungete acqua e fate cuocere ancora. Cuocete velocemente  alla piastra i petti di pollo, che avrete tolto dal sugo di marinatura. A questo punto, passateli nel sughetto caramellato, a fiamma vivace, aggiungendo spruzzi di vino ad evitare che caramelli troppo. Servite caldo.

Clafoutis di ciliegie con gelato al fiordilatte

Ingredienti per 6-8 persone

  • 1 chilo di ciliege; se vi secca snocciolarle, usate albicocche o pesche
  • 4 uova
  • 200 grammi di zucchero
  • Latte ½ litro
  • 189 grammi di farina
  • Una bustina di vanillina

Montate a neve dura gli albumi. Imburrate una teglia; ponetevi la frutta tagliata piccola; a parte mescolate il latte, la farina, le uova, lo zucchero, la bustina di vaniglia e, per ultimo, gli albumi. Ponete in forno preriscaldato a 170-180 gradi, per una quarantina di minuti. Servite con gelato fiordilatte.

Buon appetito

Somma Vesuviana, controversie storiche sulla processione del Corpus Domini

Prima del 1708 a Somma la processione del Corpus Domini iniziava dalla parrocchia di San Michele Arcangelo: un patto stabilito, durante il periodo aragonese, tra i quartieri di Somma offriva al Casamale la possibilità di costruire la cinta muraria e al quartiere Margarita, territorio ricadente nella giurisdizione parrocchiale di San Michele Arcangelo, la ricompensa di istituire la processione del Corpus Domini. Ai nobili di Somma, inoltre, la Regina Giovanna III aveva già concesso nel 1493 il privilegio di reggere le mazze del Pallio sotto il quale era collocata la teca del Santissimo. Il 19 settembre 1600, il Vescovo di Nola, Fabrizio Gallo, istituì con suo decreto l’Insigne Collegiata nella preesistente Chiesa di Santa Maria della Sanità. La costituzione della Collegiata doveva comportare, come per altri paesi, uno spostamento della solenne processione dalla Parrocchia di San Michele Arcangelo nel quartiere Prigliano alla neo Collegiata nel quartiere Casamale. Tale trasferimento, però, non solo rompeva gli equilibri stabiliti ab antiquo dai precedenti Vescovi, che nelle loro Visite pastorali avevano sempre considerato la chiesa di San Michele Arcangelo idonea ai riti che officia, ma anche il sopra citato patto.  Il provvedimento, tanto sostenuto dal procuratore del Regno in Roma Marc’Antonio Grasso e dall’Università (governo locale), fu più volte revocato in pubblico Parlamento. Agli inizi del XVIII secolo la questione diventò spinosa e arrivò a Roma all’attenzione della Congregazione dei Sacri Riti, che aveva competenze riguardanti le questioni di cerimoniale. Stavolta alla richiesta della Collegiata si opponeva fermamente il parroco di San Michele Arcangelo Sac. D. Michele Cirillo, fresco di nomina, che adduceva al fatto che la Collegiata non aveva il beneficio parrocchiale. Il primo settembre 1708, dopo molte polemiche e dubbi, il Cardinale Gaspare Carpineus (1625-1714) decretò che la Processio in Festo Sanctissimi Corporis Christi incipere, & terminare habeat in Ecclesia Collegiata. Tale decreto fu confermato il 18 settembre 1709 con una Breve di Papa Clemente XI. La calma cessò e gli animi si accesero. Il giorno della festa del Corpus Domini alla prima uscita dalla Collegiata – come riferisce lo studioso Angelo Di Mauro – la processione fu interrotta nel quartiere Margarita, con lancio di pietre e acqua bollente dai balconi, dai giardini e con le animose donne del quartiere che si opponevano al passaggio del corteo. L’arciprete Andrea Castelli fu addirittura malmenato. Il Vescovo di Nola, Francesco Maria Carafa (1704-1737), informato dell’accaduto, scomunicò ventinove persone. L’anno seguente il corteo tentò un nuovo percorso: questa volta per la località detta Le Selici, ma ritornarono gli incidenti con altre scomuniche.  Nel 1713 il procuratore del Capitolo della Collegiata, Tommaso Sanseverino, ricevette addirittura intimazione a non svolgere la processione per Margarita, pena 50 ducati di multa.  La processione, allora, per motivi di irreverentia, fu sospesa definitivamente. Il 9 luglio 1718, però, il Cardinale Giuseppe Vallemani (1648-1725) autorizzò nuovamente la processione che tentò di disciplinarsi negli anni. Oggi, con le nuove direttive imposte dalla Curia nolana, la solenne Processione si è riorganizzata nel suo svolgimento: i nuovi provvedimenti hanno stabilito, infatti, che ogni anno il principio del corteo abbia una sede diversa per permettere così ai tutti fedeli sommesi di poter vivere e contemplare quest’ atteso momento annuale. Alessandro Masulli  

Sant’Anastasia, questa sera al London Park, Erminio Sinni e il violinista Alessandro Golini

Due artisti di pregio, entrambi toscani (ma Sinni ha origini calabresi) questa sera al London Park di via Libero Grassi, rinnovato e con un menu curatissimo. «E tu davanti a me» è di sicuro il brano di Ermini Sinni che tutti ricordano, ma il cantautore di Grosseto – al quale è stato conferito il Premio Mia Martini, il premio Volare, che ha cantato per Frank Sinatra, scritto per Cocciante e tanto altro – ha scritto numerosi testi di rara poesia.
Alessandro Golini
Questa sera sarà al London Park in duo con un altro artista – già violinista di Massimo Ranieri – anche lui toscano: Alessandro Golini che collabora con Sinni e Gianni Togni e che- con il grande Giorgio Albertazzi e l’attrice Mariangela D’Abbraccio, è stato a lungo in tournée nei teatri italiani con uno spettacolo «colorato» di tango: Borges/Piazzolla.      

“Il Vesuvio come risorsa”: un tema illustrato splendidamente dagli alunni e dai docenti del 2° I.C.  di Sant’ Anastasia.

“Il Vesuvio da rischio a risorsa”: questo il titolo del progetto. Martedì i ragazzi della Scuola Secondaria  hanno spiegato al pubblico i risultati della seconda parte del piano di lavoro, “Il Vesuvio come risorsa”. Il Vesuvio è risorsa non solo per i vini, per i frutti, per il turismo, ma anche per i modi di vedere la vita che fornisce ai Vesuviani. I risultati del lavoro di alunni e docenti del 2° I.C. smentiscono gli scettici che non credono nell’importanza dei “progetti” scolastici. Nella manifestazione che si è tenuta martedì scorso nell’auditorium del plesso “Elsa Morante” alunni e docenti della Scuola Secondaria del 2° Istituto Comprensivo di Sant’Anastasia hanno sviluppato la seconda parte del progetto “Il Vesuvio da rischio a risorsa”, e dunque hanno illuminato il pubblico sulle ragioni che fanno del Vesuvio una risorsa. Hanno fornito un prezioso contributo al dibattito il sindaco di Sant’ Anastasia, Lello Abete, Antonella Marciano, funzionario della Direzione generale dell’Assessorato regionale per il Turismo, la prof.ssa Gelsomina Maiello, della Pro Loco di Sant’ Anastasia – con lei ci siamo impegnati a organizzare, insieme, una mostra sulle masserie storiche del territorio anastasiano  – e il prof. Sebastiano Martelli, dell’Università di Salerno. Anche io ho detto qualcosa sull’influenza che le eruzioni hanno esercitato sui modi di pensare e di “sentire” dei Vesuviani, e ho ringraziato la prof.ssa Maddalena De Masi, Dirigente dell’Istituto, per l’importanza che lei e i docenti attribuiscono alla conoscenza della storia “vera” del territorio, vera della verità che si manifesta nella vita quotidiana, nelle vicende degli umili, nelle attività produttive. I ragazzi sono stati brillanti protagonisti dell’evento, perché hanno dimostrato di aver partecipato al progetto non  come se fosse un compito che si deve svolgere solo perché lo dice la Scuola, ma con una motivazione che riscaldava l’interesse con il fuoco dell’emozione. E i “colori” di questa emozione sono stati espressi ai presenti dai ragazzi che hanno recitato, con intensità e competenza, i passi dedicati al Vesuvio da poeti e prosatori, da Marziale, da Leopardi, da Curzio Malaparte.  L’attenzione e la commozione del pubblico sono state sollecitate dalle immagini del video in cui i ragazzi intervistano gli anziani ospiti di una Casa di Riposo di Sant’ Anastasia e ne registrano il vivo ricordo dell’ultima eruzione, quella del 1944.Uno dei momenti più significativi è stato quello in cui gli alunni della scuola hanno interpretato “’O Vesuvio” del gruppo “E’ Zezi”. Accompagnati da Gianluca Mirra, da Clara Fuggi, da Gennaro Marrazzo e da Mariantonina Stillitano i giovanissimi cantori e suonatori hanno “recitato” con una sorprendente freschezza di toni soprattutto un passaggio della canzone: “sul’ ‘o ricordo ‘e te ce fa paura / chi campa ‘nsieme’ a te, te pare ‘niente / si jesce pazz’, è pazz’ overamente/ l’unica verità pe’ tutti quante/ sarria chell’e fui’/ ma po’ addò jamm’…” Dovremmo fuggire tutti, ma fuggire dove? Era giusto che questo splendido saggio di canto e di musica concludesse la manifestazione. I ragazzi e i docenti hanno voluto comunicarci, in questo modo, che il Vesuvio può essere una risorsa non solo per i suoi vini, per i suoi frutti, per il suo fascino che attrae turisti e visitatori da sempre, e da ogni parte del mondo, ma perché “la Montagna” è la metafora “leopardiana” della Natura ambigua, della potenza del Caso, di una filosofia di vita che ci prepara ad affrontare ogni ostacolo, a rialzarci dopo le sconfitte e i disastri, a ricominciare daccapo, che ci convince che la Natura può strapparci i beni materiali, ma non il patrimonio delle idee e degli affetti. E non a caso la locandina della manifestazione è illustrata con il ritratto di Goethe, viaggiatore del “Grand Tour”, fatto dal suo amico pittore J. H. Tischbein .Nella seconda metà del sec.XVIII  Goethe gettò le basi per una nuova percezione del Vesuvio: nel maggio del1787 egli cercò di costringere Tischbein, che il neoclassicismo aveva abituato ad avere occhi solo per i valori e le forme dell’armonia e della serenità, a  confrontarsi con le immagini del caos infernale prodotto dal vulcano, a salire verso il cratere. Il pittore si arrese quasi subito e tornò indietro. Ma le pagine di Goethe fondarono i nuovi generi della letteratura “vesuviana”, il pittoresco, l’orrido, il sublime, lo scenografico, e costruirono l’idea meravigliosa del Vesuvio come centro di un mondo allo stesso tempo fantastico e reale, in cui ogni abitante ha una sua specifica identità storica ed è contemporaneamente un modello e un interprete delle innumerevoli forme dell’ “humanitas”. Agli scettici che vedono nella “progettite” una delle malattie della nostra Scuola, una micidiale infezione capace di illudere docenti e famiglie e di distrarre energie e risorse di ogni genere dall’obiettivo fondamentale della ricerca di “strade” e di metodi che portano al sapere autentico, a questi scettici i ragazzi e i docenti del 2° Istituto Comprensivo di Sant’ Anastasia hanno dimostrato che non bisogna mai generalizzare, che ci sono argomenti e modi di ricerca, interessi e sensibilità culturali che possono fare di un “progetto” un’ esperienza di vitale importanza per ragazzi, per genitori, per quegli insegnanti che vogliono provare  la lucida emozione di capire  e di “sentire”,  di scoprire per via di ragione le radici di valori su cui è incardinata la nostra soggettività.                                

San Sebastiano, sapori e motori antichi

Siamo arrivati all’ottava edizione del Memorial Nocerino Calviati e anche quest’anno l’evento è da non perdere con un connubio dei più accattivanti.

L’Evento Sapori e Motori Antichi, prende spunto dal Raduno di auto e moto d’epoca del 2 giugno che è partito da un’idea proposta dai fratelli Nocerino (Agostino e Giovanni) e Calviati (Pasquale e Luigi) che nel 2010 decidono di organizzare un raduno di auto e moto storiche dedicato ai rispettivi papà, Raffaele Nocerino e Giuseppe Calviati, storici commercianti legati al mondo dei motori attivi fin dagli anni 50, rispettivamente nella distribuzione di carburanti, lubrificanti e nella vendita di ricambi ed accessori auto, e scomparsi entrambi nel 2008.

Così è stato creato il “Memorial Raffaele Nocerino & Giuseppe Calviati”, che quest’anno raggiunge  l’ottava edizione.

Con gli anni si sono aggregati un gruppo di amici attivi in diversi settori (produzione enogastronomica e artistica, operatori culturali e tecnici dei motori),  ed è stata così costituita l’apposita Associazione “VESEVO in MOVEMENT” e contestualmente all’evento originario è stata abbinata anche la degustazione gratuita e la diffusione dei prodotti tipici della rinomata panificazione locale e della ristorazione artigianale tradizionale del territorio Vesuviano.

L’evento si tiene ogni anno sempre il 2 giugno in modo da far ricordare facilmente la data e renderla unica nel settore di riferimento ed è riservato ai veicoli di elevato interesse storico e collezionistico.

L’epicentro della manifestazione è in via Plinio, al centro del comune di San Sebastiano al Vesuvio che per l’occasione diventa isola pedonale, dove sostano e sono esposte le vetture e le moto partecipanti.  A seguire si svolge sempre una caratteristica sfilata per le principali strade cittadine e dei comuni limitrofi (Massa di Somma ) con l’arrivo e sosta all’interno del Parco Urbano di San Sebastiano al Vesuvio dove si svolgono le premiazioni e vengono allestiti diversi Stand gastronomici per le degustazioni e assaggi di prelibatezze culinarie artigianali per i partecipanti e per tutti i visitatori.

All’interno del Parco Urbano e ad integrazione dell’evento sarà creata un apposita area riservata ai bambini con campetti professionali di Minibasket e Calcio a 5 per promuovere la cultura dello sport abbinata ad una sana alimentazione.

La prima edizione si è svolta il 2 Giugno 2010; e nell’ultima manifestazione ci sono stati più di 250 iscritti e moltissimi visitatori e appassionati. Ogni anno la manifestazione è cresciuta sempre di più numericamente e qualitativamente ed ha acquisito sempre maggior valore attraendo i migliori collezionisti ed appassionati di tutta la Campania e anche di altre Regioni. Tra le auto esposte nel corso degli anni, ci sono stati modelli che hanno segnato la storia automobilistica mondiale, alcuni veri e propri pezzi unici o quasi. Per esempio: un’antica Fiat Torpedo 501 del 1919 la rarissima ARO 2 tempi a miscela prodotta in Cecoslovacchia nel 1932 in pochi esemplari, la Ford A del 1930, la Fiat mod. A del 1936 con i segni distintivi del Fascismo, la Fiat “Topolino” degli anni 40, la prima Fiat 1100 A e l’accattivante Musone degli inizi degli anni 50, la mitica Mercedes SL cabrio prima serie e la prima 190 degli anni 50, le splendide Jaguar E-type e XK del 1959, l’Alfa Romeo 6c Torpedo del 1945,  l’introvabile Alfa Romeo Spider Bertone, la prima Giulietta, il mitico duetto Alfa Romeo “coda di seppia”. Inoltre non sono mancate Triumph degli anni 60, MG, Austin MK II, le Lancia: Ardea, Appia, Flavia carrozzata Zagato, e tra le fiat 500 la bellissima Cabrio Vignale e la 500 Cassonata Giannini, Ferrari Mondial e 308 Tra le due ruote sono da menzionare la Lambretta del 1948 con cambio a Barchetta, la bellissima Vespa Calessino (in tutto il mondo ne sono rimasti pochissimi esemplari), la Lambretta sidecar dei primi anni 50, MV Augusta del 1950, la splendida Moto Guzzi Falcone del 1954, una particolarissima moto inglese Enfield con cambio invertito.

A tutti i partecipanti iscritti sono distribuiti oggetti ricordo prodotti esclusivamente a mano da artigiani locali, confezioni personalizzate di prodotti da forno e gadget offerti dagli sponsor e partner tecnici che si alternano nelle varie edizioni, oltre a premi e trofei per i veicoli più interessanti e di alto valore collezionistico.