Impianti green a Palma Campania: le indicazioni della commissione

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Palma Campania

Istituita una commissione consiliare a Palma Campania per la realizzazione degli impianti destinati alla valorizzazione della frazione organica per la produzione di biometano, di compost e lavorazione di multimateriale.

La commissione consiliare istituita a Palma Campania per la redazione di una relazione finalizzata all’acquisizione delle competenze relative alla realizzazione degli impianti destinati alla valorizzazione della frazione organica per la produzione di biometano, di compost e lavorazione di multimateriale, ha concluso i suoi lavori e consegnato all’amministrazione comunale il documento finale. Composta dagli esperti Massimo Ferraro, Carmine Lauri, Giuseppe Rodolfo Nunziata, Umberto Vincenti, Elena Peluso, Marc Jospeh Donnarumma Carrella, Claudio Testera (poi prematuramente scomparso) e Giuseppe Nunziata, la commissione è stata nominata dal consiglio comunale a luglio del 2020 ed ha prodotto uno studio approfondito e dettagliato della questione.

Ha espresso un parere positivo per l’impianto di compostaggio con delle prescrizioni legate ad una “barriera” verde intorno all’impianto, ad una viabilità dedicata e ad un comitato di controllo da costituirsi, in maniera permanente, e nominato dal consiglio comunale, sad e associazioni di categoria, che possa entrare in ogni momento all’interno dell’impianto, oltre a tutta un’altra serie di raccomandazioni minori. Ha invece dato parere negativo per la realizzazione dell’impianto per il multimateriale.

Sono stati esclusi tutti i dubbi sulla pericolosità per la salute pubblica. 

Ringrazio di cuore la commissione che ha lavorato in questi mesi con attenzione e professionalità. Copia della relazione sarà pubblicata sul sito istituzionale del Comune per far sì che tutti possano consultarla”, dichiara il sindaco Nello Donnarumma

Il presidente Nazionale Archeoclub d’Italia: “Zuchtriegel saprà operare nel migliore dei modi a Pompei”

Riceviamo e pubblichiamo

Nominato il nuovo direttore del Parco Archeologico di Pompei, dopo i sette densi anni di Massimo Osanna, è l’attuale responsabile del Parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel.

Rosario Santanastasio, presidente Nazionale Archeoclub d’Italia,: “Siamo convinti che anche Zuchtriegel, già direttore del Parco Archeologico di Paestum, saprà operare nel migliore dei modi a Pompei. Siamo dinanzi ad un territorio dalle notevoli potenzialità. Ad esempio non distante da Pompei c’è la Costiera Amalfitana con altri siti archeologici, o ancora abbiamo Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Ercolano, Somma Vesuviana con la Villa Augustea. C’è tanto da fare e da pianificare”.

Pompei è uno dei più noti ed importanti parchi archeologici del mondo dove da tempo è in corso una costante attività di scavo e di ripristino dei luoghi laddove, negli anni passati, si erano verificati fenomeni di dissesto e di incuria portando il caso all’attenzione dei mass media internazionale e della cronaca. Il direttore Massimo Osanna, oggi dirigente del Ministero, in questi anni è riuscito a riportare alla ribalta le bellezze di Pompei e come ultimo atto da direttore ha lasciato in eredità un museo, da poco inaugurato, ed una struttura emersa dalle ceneri vesuviane, il Termopolio. In definitiva ciò che il neo direttore eredita è un lavoro immenso ed immane prodotto e sviluppato con competenza e saggezza dal prof. Osanna, ma siamo convinti e certi che anche Zuchtriegel saprà continuare in quella direzione. Archeclub d’Italia conferma la sua disponibilità a dare un contributo concreto nella valorizzazione di Pompei e del patrimonio archeologico dell’intera area. Siamo dinanzi ad un territorio dalle notevoli potenzialità. Ad esempio non distante da Pompei c’è la Costiera Amalfitana con altri siti archeologici, o ancora abbiamo Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Ercolano, Somma Vesuviana con la Villa Augustea. C’è tanto da fare e da pianificare”.

Somma Vesuviana, la straziante lettera di un lavoratore alla direzione Mibex

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Riceviamo e pubblichiamo da un lavoratore della MIbex Spett.le Mibex s.r.l., chi scrive è un lavoratore che con l’emergenza Covid sta vivendo il più terribile degli incubi, il dolore più grande per un padre di famiglia. Lavoro da alcuni anni alle vostre dipendenze, con il vanto di aver fatto sempre il mio dovere, con rispetto e senso di appartenenza alla Mibex, anche tramandato da mio padre. Eppure, dopo che a gennaio ho ricevuto la brutta notizia del prossimo licenziamento, non mi sono sentito più trattato come una persona, ma come un oggetto da mettere in un mobile, senza sentimenti, senza bisogni. Non mi spiego il perché di tutto questo, non credendo di meritarlo, come non lo merita la mia famiglia. Da aprile ad oggi sono stato sempre in Cassa Integrazione, anche se prima di ora ho sempre coperto più mansioni e quindi la mia attività vi poteva essere utile. Sono stato sempre in cassa integrazione, senza rotazione, anche se mi dicono che per fortuna il lavoro c’è e gli altri colleghi e amici fanno lo straordinario. Voi sapete certamente che la Cassa Integrazione non solo è un sacrificio economico, ma non arriva neanche puntuale. Tarda, tarda sempre, ma la spesa, le bollette, le rate, quelle no. Quando a gennaio mi avete inviato quel preavviso mia moglie era incinta del nostro terzo figlio. Il bambino è nato in questo periodo da incubo. Ho ricevuto gli auguri da qualcuno, ma nessun appoggio. In dieci mesi così si perde tutto quello che si ha. Mi sono dovuto rivolgere alla Croce Rossa italiana per un aiuto, per la spesa. Non me ne vergogno, perché la mia famiglia, i miei bambini, valgono tutto questo. Ma non è giusto. Io ho ancora un lavoro. Io ho ancora un’azienda dove tornare. Io ho ancora un datore e dei responsabili che secondo la legge non mi dovrebbero discriminare rispetto a nessuno. Io non vi chiedo aiuto, vi chiedo di fare il mio dovere, di essere utile all’azienda, di avere di nuovo la dignità del lavoro che mi è stata tolta e che è un diritto. Questa sofferenza non è più sopportabile, non posso più vedere star male la mia famiglia. Antonio Russo (FONTE FOTO:RETE INTERNET)

Cemento e regole: a Casalnuovo un piano regolatore trent’anni dopo

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Un nuovo piano regolatore per Casalnuovo trent’anni dopo l’approvazione di quello vigente, che risale al 1992 e che qui riuscì a portare solo un commissario ad acta nominato dalla Provincia.   Un nuovo piano regolatore per una delle città dell’area metropolitana di Napoli più densamente popolate del mondo e più violentate dal cemento selvaggio. Se poi si aggiunge che questa sfida urbanistica capita ai tempi del Covid, cioè nell’epoca in cui c’è bisogno vitale di spazi liberi per evitare sovraffollamenti, si può ben capire quanto sia importante questo momento per Casalnuovo. Qui oggi, a mezzanotte, scade il termine per presentare al Comune le osservazioni che cittadini, categorie e associazioni possono avanzare allo scopo di partecipare alla stesura nel nuovo strumento edilizio, il cosiddetto PUC, il Piano Urbanistico Comunale, acronimo che da tempo ha sostituito quello del PRG, il Piano Regolatore Generale. Stesura del PUC che il sindaco Massimo Pelliccia ha affidato all’architetto Dario Bigliardo, nipote di Roberto Bigliardo, l’europarlamentare di Alleanza Nazionale nonché leader storico della destra nella vicina Acerra scomparso nel 2006. Ma che città disegnerà il nuovo PUC, il piano urbanistico comunale ? Dal canto suo il sindaco ha più volte risposto scrivendo che “ l’obiettivo è invertire la rotta: zero consumo di suolo, sì alla riqualificazione di quanto si è già costruito incentivando il recupero del tessuto edilizio esistente”. “Puntiamo – ha detto il primo cittadino durante l’approvazione del preliminare di piano – alla creazione di infrastrutture, standard e servizi grazie alle possibilità di sviluppo offerte dalla stazione Porta Alta velocità”. Del resto il preliminare di piano approvato due anni fa prevede entro il 2027 meno abitanti: 47mila al posto degli attuali 50mila. Aumenta infatti il differenziale tra natalità e mortalità: 688 nuovi nati e 169 morti nel 2001 contro, rispettivamente, i 428 e i 345 del 2018. Ma l’invecchiamento progressivo non ha impedito il primato negativo della densità di popolazione, che si attesta intorno ai 6400 abitanti per chilometro quadrato: quanto la cinese Hong Kong e più della tailandese Bangkok. Cifre che ora, ai tempi della pandemia, fanno più paura. Nel frattempo, nonostante le rassicurazioni sulle intenzioni del Comune, rimangono i punti interrogativi. Una delle preoccupazioni punta sulle zone F, le aree per i servizi di pubblica utilità, per le quali ci sarebbe bisogno di una conferma totale e, anzi, di un loro marcato potenziamento. Ma ci sono altre questioni: i condoni degli immobili abusivi e il piano casa. Per i condoni due anni fa è stata istituita al Comune una “task force” con il compito di smaltirne il più grande numero possibile. Sul fronte della legge piano casa da diversi mesi è stato invece dato il via all’abbattimento di vari edifici del centro e di altre aree al cui posto stanno sorgendo grossi condomini. Condono e piano casa stanno appesantendo il tessuto urbanistico napoletano. Necessario dunque porre subito rimedio. (fonte foto: rete internet)

La filosofia napoletana dei maccheroni: da Parmenide a Totonno ’e Quagliarella

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Un piatto di maccheroni è un invito alla riflessione sul tema più importante e più suggestivo della filosofia: il rapporto tra “essere” e “tempo”. Il cuoco che si illude di aver portato un piatto di maccheroni o di pasta corta alla perfezione ultima è ridicolo, direbbe Umberto Eco, come chi propone di completare la Venere di Milo appiccicando alle braccia le parti mancanti. Se i Greci avessero conosciuto i maccheroni, li avrebbero raffigurati nel tempio di Delfi, accanto al “Conosci te stesso” e al posto del “Niente di troppo”.   Scrisse Leopardi che la “filosofia dei maccheroni” impediva ai Napoletani di studiare e di capire la filosofia vera. Dunque, anche Leopardi  si fermò alla superficie delle cose. Non volle vedere che l’ozio che si accompagna alla cultura dei maccheroni è l’ otium di Cicerone e di Seneca, la pausa che il saggio si ritaglia nel corpo massiccio del tempo degli affari, degli intrighi e delle quotidiane malizie. In quella pausa i Napoletani si sottraggono, kantiani prima di Kant, ai lacci meccanici del tempo e dello spazio, alla sprezzante ironia del caso e all’ottusa violenza del determinismo: i maccheroni, dopo aver reso autentici i Napoletani, li rendono anche liberi. Nemici della ragione i Napoletani apparvero a Leopardi, e ignoranti. Ma non può essere ignorante un popolo che dice: aggi furtuna e duorme,  nun è mo’, è po’, facesse ‘na culata e ascesse ‘o sole. Questa è piuttosto una filosofia del sospetto: derridiani prima di Derrida, i Napoletani-Vesuviani smascherano immediatamente i furbi, e anche se per un certo periodo si lasciano incantare – sembra che si lascino incantare – dalle loro chiacchiere, viene sempre il momento in cui si scopre che era una finzione, un  teatro : e infatti le gerarchie fissate dai furbi vengono in un attimo abbattute e frantumate. La decostruzione è sempre un atto violento: e i Napoletani sanno, meglio di ogni altro popolo,  che  la soluzione di ogni problema porta in sé, sempre, una punta di violenza. Queste categorie culturali potremmo dire che formano la filosofia della simplicitas, dell’essenzialità: il Napoletano che vuole essere  autentico  e  libero, che vuole confrontarsi con le forme del tempo e smontare le macchine concettuali del potere dei furbi, diventa simplex, riscopre il valore dell’essenzialità, recita sul palcoscenico la parte di chi mette a nudo le cose e la vita, la parte di Totonno ‘e Quagliarella: cuffeo pure ‘a morte, e ‘a piglio a risa…che brutta cosa ch’è a tira’ ‘a carretta, quanno nisciuna mano votta ‘a rota..quanno è fernuta l’opera / pezzente o milionario ,/ s’adda calà ‘o sipario / e s’adda arricettà. Non c’è scrittore di cose gastronomiche  che, quando parla di spaghetti al pomodoro, non richiami, in un modo o nell’altro, i valori del rigore e della essenzialità. Hanno ragione, ma molti di loro non sanno perché. Non hanno letto Paolo Monelli: altrimenti saprebbero che maccheroni, spaghetti, pasta lunga e pasta corta, sono i signori del piatto, sono tiranni solari. Gli altri ingredienti, il pomodoro, i pomodorini, i sughi, il pesto, i frutti di terra e di mare entrano nel connubio a testa china, ammettono umilmente che la loro presenza viene percepita solo grazie al sapore pieno della pasta: sapore di terra, di fuoco, di mare e di aria, sapore cosmico: essi sanno di essere solo accidenti. Perciò i cuochi, anche quelli di gran nome – perfino Alain Ducasse -, che ritengono che il destino di un piatto di spaghetti al pomodoro possa dipendere dal basilico a foglia piccola o dal basilico tagliato alla julienne fanno la figura di un qualsiasi sofista a cui Platone sia costretto a ricordare, con un sorriso di compatimento, che la pasta è pasta sempre, anche quando nel piatto sta da sola: come l’essere di Parmenide, di cui solo si può dire che è: l’essere è. E questa è il fondamento primo della filosofia dei maccheroni. Il secondo fondamento è la vocazione della pasta a rappresentare il valore della misura, del  modus : valore stoico, ma anche epicureo, e anche scettico. Se i Greci avessero conosciuto i maccheroni, li avrebbero raffigurati nel tempio di Delfi, accanto al Conosci te stesso e al posto del Niente di troppo. Questa dignità filosofica spiega anche perché la pasta sia diventata un cibo universale proprio in tempi come questi in cui noi, poveri postumani, schiavi delle nuove libertà – è lo sferzante giudizio di Remo Bodei –  siamo cittadini di un mondo che ha cancellato tutti i limiti, ha smarrito il senso della tragicità delle scelte, e illudendosi di redimere la vita a scapito della morte, si macchia di un sacrilegio spaventoso: costringe la morte a incarnare l’osceno. Il terzo fondamento della filosofia dei maccheroni  sta nella perfezione imperfetta di un piatto di pasta: è quello che accade allo Spirito di Hegel che, in ogni momento della sua storia, prefigura quell’ Assoluto a cui tende, in un infinito processo. I cuochi non dovrebbero dimenticare che un piatto di maccheroni è arte, e che sollecita il giudizio delle emozioni: l’emozione di chi lo prepara, l’emozione di chi lo mangia. Dovremmo dire, a questo punto, che il filosofo della pasta è Schelling, ma il nostro discorso risulterebbe pesante e indigesto, come una lasagna che abbia oltraggiato il principio della misura. L’emozione, disse Gualtiero Marchesi, richiede intemperanza e slancio, perciò l’eccesso di tecnica finisce con lo sciupare tutto. Il cuoco che si illude di aver portato un piatto di maccheroni o di pasta corta alla perfezione ultima è ridicolo, direbbe Umberto Eco, come chi propone di completare la Venere di Milo appiccicando alle braccia le parti mancanti. La perfezione imperfetta della pasta sta nel fatto che il suo essere al dente è minacciato costantemente dall’orologio: un piatto di maccheroni è un invito alla riflessione sul tema più importante e più suggestivo della filosofia: il rapporto tra essere e tempo.  Le forme della pasta lunga e di quella corta, che siano già cotte o ancora chiuse nell’involucro, richiamano le forme in cui i filosofi hanno pensato e immaginato il tempo: e questo è l’ultimo e più significativo arcano della filosofia dei maccheroni.

Italo Lombardi, il pittore che amò Somma Vesuviana

Italo Lombardi fu un artista impressionista dalla pennellata larga e moderna. I suoi quadri sono presenti in tutta Europa e anche in America, oltre su più siti di aste online. Tra le opere più rappresentative della sua produzione spiccano le due tele a olio della Chiesa di San Domenico.     Italo Lombardi nacque a Pozzuoli nel 1917. Fu uno dei maggiori artisti puteolani del XX secolo, esponente di quel movimento artistico d’avanguardia chiamato surrealismo, le cui idee furono non solo acquisite dai principali artisti, ma incorporate nelle loro filosofie politiche radicali, creando un nuovo tipo di realismo magico. Lombardi, comunque, fu in gran parte influenzato in modo creativo dalla crescita degli anni’30. Era l’epoca delle numerose ideologie politiche come il socialismo marxista, la democrazia capitalista e il totalitarismo sia del comunismo che del fascismo. Della sua stessa generazione furono Aristodemo Capecchi (1917 – 2017), Traian Goga (1917 – 1989), Imre Domonkos (1917 – 1995), Jules Glaser (1917 – 2010) ed Ernesto Gomez Gallardo (1917 – 2012). Lombardi lavorò per trent’ anni come restauratore presso il Museo di Capodimonte per la Soprintendenza di Napoli. Il Dott. Gaetano Maria Russo – in suo articolo apparso sulla rivista Summae Civitas n°74 – non solo tratteggia alcuni momenti salienti del suo periodo sommese, ma ne apprezza le linee e i colori della sua pittura, tipica della scuola napoletana e ancora legata ai canoni tradizionali. L’artista puteolano soggiornò per tanti anni a Somma Vesuviana nella masseria Giova in località Macedonia in cerca d’ispirazione. Somma Vesuviana – continua Gaetano M. Russo –  ha avuto una lunga tradizione di ospitalità per i pittori napoletani tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Oltre a vari artisti della scuola di Posillipo, ricordiamo Ferruccio Torraca (nato nel 1907) ed il famoso Arnaldo De Lisio (1869-1949). Quest’ultimo, assiduo frequentatore di Picasso a Parigi, convolò addirittura a nozze con una cittadina sommese della famiglia Di Mauro alias ‘e capenapoli. I sommesi conobbero Italo Lombardi nella sua piccola bottega – studio in un cortile di via Macedonia. Conoscevo bene il suo studio – riferisce la prof.ssa Milena Di Vicino – in quanto era ubicato nello stesso cortile dove abitavo. Appena quattordicenne, gli feci da modella per ben diciotto ritratti, di cui conservo solo uno nel mio salotto. Ho ancora altre cose sue: qualche piccola tela e dei disegni del nostro cortile, fatti coi pastelli. Era un uomo mite, buono, un po’ grassottello e con un baffo che gli contornava e definiva le labbra. A Somma dipinse con toni caldi e teneri la pace di angoli poetici del paese. Sulle sue tele – afferma il Dott. Angelo Di Mauro – compaiono di volta in volta un cavaliere, una madonna, acque che sgorgano da atmosfere quattrocentesche. Per queste opere fu allestita nel mese di settembre 1974 una mostra presso il locale circolo sociale, dove alcuni suoi quadri – conclude Russo – furono messi in vendita e acquistati dall’elite borghese della città. A ricordo di tale evento, fu pubblicato un opuscoletto delle sue opere in collaborazione con il compianto prof. R. D’Avino dal titolo Pitture e Impressioni. Lo stesso Circolo sociale che, precedentemente, nel gennaio del 1974, contestò la frettolosa iniziativa del Rettore Don Franco Massa (1928 – 1977) di commissionare al Lombardi due grossi dipinti per la Chiesa di San Domenico. A riguardo fu istituito un comitato per la raccolta delle offerte. Le tele, cm 333 x 165, dovevano riempire due spazi murali nella navata centrale. Si tratta di San Gennaro con le braccia alzate e di San Domenico, che in questi giorni, grazie al parroco Don Nicola De Sena, hanno ritrovato la luce dopo tanti anni di polveroso abbandono. Urge, a tal riguardo, una spolveratura immediata ed un aiuto economico. La polemica del circolo sociale, all’epoca, fu riportata sul proprio periodico locale La Striscia n°2/1974:…Si discute negli ambienti artistici di Somma sul modo con cui si sta cercando di dotare la Chiesa di San Domenico di due grossi dipinti (…). La somma di Lire 500.000 sarebbe il prezzo delle opere. Non basta la possibilità di vedere la propria opera tramandata ai posteri. Non basta la pubblicità ed il lustro che deriva dalla esposizione in un luogo sacro e pubblico, da cui consegue fama e propaganda per l’autore. Mancando anche qualsiasi fine di lucro del committente, riteniamo che pretendere un compenso sia del tutto indecoroso. (…) Ci consta che altri artisti di chiara fama sarebbero orgogliosi di lavorare con maggiore disinteresse. Il Collettivo (il circolo sociale) si schiera apertamente contro il metodo dell’iniziativa. La risposta di Lombardi, comunque, non si fece attendere: arrivò puntualmente il mese successivo sul periodico n°3/1974 dello stesso anno. Fu un chiarimento necessario da parte del maestro, in quanto la somma stabilita per le due opere scaturì dal conteggio delle spese effettive e, oltretutto, si trattò di un rimborso spese e non di compenso. Il lavoro dell’ artista, tuttavia, rimase un’ offerta alla cittadinanza ed alla chiesa, in quanto il valente pittore, all’epoca, avvertì tutta la responsabilità del grande onore ricevuto. Morì a Napoli nel 1985.  

Somma Vesuviana, all’Istituto Montessori premiata la più bella “mascherina del benessere”

Il primo classificato al concorso di Carnevale è il piccolo Nicoló Russo, della scuola dell’Infanzia. Premiati in tutto 13 bambini che hanno realizzato le mascherine più originali per questo Carnevale 2021. È ormai terminato il Carnevale 2021 che per la prima volta ha dovuto fare i conti con le restrizioni previste a causa dell’emergenza sanitaria che ci attanaglia da ormai un anno. C’è chi non ha rinunciato a rispettare e portare avanti le tradizioni tipiche del martedì grasso, nonostante tutto. L’Istituto Scolastico “Maria Montessori” lavora molto in questo senso, puntando tutte le energie non solo per garantire la migliore formazione dei propri alunni ma anche per il rilancio ed il recupero delle tradizioni nostrane. Quest’anno, infatti, l’istituto scolastico di via Marigliano ha abbinato la manifestazione di carnevale alla mostra-concorso “La mascherina …del benessere più bella” dove per l’occasione gli studenti hanno avuto la possibilità di modificare, abbellire, colorare e personalizzare le mascherine chirurgiche a proprio piacimento. Il concorso si è svolto sulla piattaforma social di Facebook dove, tra il 12 ed il 19 febbraio, sono state pubblicate e votate le foto delle mascherine ideate dagli scolari. Ad ottenere il maggior numero di like è stato il lavoro del piccolo Nicolò Russo (foto), Nido d’Infanzia, con una singolare mascherina che rimanda ai colori del tricolore italiano. La manifestazione da poco conclusa possiamo considerarla come prologo e speranza di un ritorno alla normalità in tempi brevi; una sorta di prova generale in attesa di organizzare un evento del genere in presenza, dove finalmente si potranno sentire di nuovo il vociare delle persone, le grida festanti dei bimbi, la felicità del confronto, della vicinanza e dei saluti.

Il nostro incontro con Giuseppe D’Angelo

Siamo lieti di ospitare un giovane talento del nostro territorio che ci parla delle sue esperienze artistiche e della sua formazione. Giuseppe benvenuto nella nostra rubrica Frazioni musicali. Ci racconti della tua formazione e delle tue primissime esperienze legate alla musica? “Ringraziandovi per l’invito, con molto piacere, vi parlo della mia formazione. Mi sono laureato in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Napoli L’Orientale, scrivendo una tesi in Letteratura Spagnola su un’opera di Federico García Lorca, El Retablillo de Don Cristóbal, analizzando le analogie e le differenze tra i personaggi di Don Cristóbal e Pulcinella, unendo in tal modo la tradizione andalusa con quella partenopea”. “Il mio percorso artistico, invece, è iniziato sin dalla tenera età di sei anni grazie alla partecipazione allo Zecchino d’Oro nel 1994, vincendo le selezioni regionali della Campania e giungendo alla prima fase all’Antoniano di Bologna. Successivamente mi sono iscritto alla Catullo di Pomigliano D’Arco, dove ho scelto una sezione a sperimentazione musicale, studiando la chitarra classica sotto la guida del M° Piero Viti“. “Tra il 2008 e il 2012, in veste di Tenore del Coro Polifonico Hyppokrim dell’Università L’Orientale di Napoli, mi sono esibito in numerosi concerti diretti dai Maestri Natalino Palena, Rosario Peluso e Biagio Terracciano“. Nella tua formazione artistica chi o cosa ha rappresentato la tua stella polare? “La mia stella polare, i miei fari guida sono stati i miei maestri, la mia famiglia, gli incontri e le esperienze artistiche fatte in tutti questi anni che mi hanno spronato sempre di più a coltivare lo studio grazie alla passione per la musica e per il teatro”. Tra le tue esperienze formative, appunto, figura anche il teatro che hai cominciato a respirare fin da piccolo grazie a tuo padre Alberto. In che misura la musica e il teatro hanno contribuito alla tua crescita? “La musica e il teatro sono state le vere palestre della mia vita. Bisogna allenarsi giorno dopo giorno per poter raggiungere grandi obiettivi. Come diceva il grande Federico García Lorca in un suo celebre aforisma: “Il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana”. Queste parole hanno accompagnato il mio percorso, in ogni prova, in ogni esibizione. È davvero incredibile e unica la magia che si viene a creare tra me, le tavole del palcoscenico e l’emozione che riesco a trasmettere al pubblico”. Quali sono le esperienze teatrali e musicali che hanno contribuito in maniera più significativa alla tua crescita artistica? “Ho interpretato lo Scugnizzo in Cupido scherza e spazza di De Filippo al Teatro Sannazaro con la Compagnia Artisti Distratti. Il ruolo di Peppeniello in Miseria e Nobiltà di Scarpetta al Teatro Politeama. Il Lazzaro Giovanni, nel Masaniello carnefice e vittima adattato da mio padre, in Piazza Mercato a Napoli durante il Maggio dei Monumenti nel 2002. I ruoli del Pazzariello e di Benino e Sarchiapone tratti dalla Cantata dei Pastori di Perrucci. Ho anche partecipato come ospite al 400° anniversario della maschera di Pulcinella presso il Circolo degli Ufficiali dell’Esercito Italiano, interpretando (nelle vesti di Pulcinella) la Serenata di Pulcinella di Cimarosa. Dal 2015 sono figurante e attore per video e spot pubblicitari con la The Jackal“. Nel tuo curriculum figurano importanti e incoraggianti riconoscimenti. Quale o quali ti hanno più gratificato? “Tra i riconoscimenti più importanti che ho ricevuto, oltre a numerose targhe di merito, ricordo con immensa gioia il premio Matt…attori al IV Festival di Baiano nel 2013, il Disco Martini al Mia Martini Festival nel 2016 e il premio Mario Abbate al V Festival di Napoli nel 2019″. Ci parli delle tue produzioni musicali più significative che spesso hai accompagnato anche con video molto interessanti e seguiti sul web? “Le più significative sono senz’altro quelle legate alla mia esperienza artistica con la band Light Sounds. Un percorso durato dieci anni in cui ho realizzato un E.P. dal titolo Asha che sarà disponibile su tutti gli store digitali grazie all’etichetta Sound Management Corporation di Brescia. Al momento, dal 2020 a oggi, sono stati pubblicati tre singoli: Changeless, Future e Vivo e Muoio. Ho realizzato anche tre videoclip con le regie di Enzo Morzillo e Sebastiano Covone che hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni”. “Changeless è il brano che mi sta dando più soddisfazioni visto che ha raggiunto ben 16000 visualizzazioni. Lo trovo innovativo nel sound che riporta un po’ agli anni ’90, sullo stile di Robert Miles, ma la versatilità ritmica lo rende contemporaneo. Il titolo significa immutabile ma l’intero testo è un invito ad avere il coraggio di cambiare la propria vita, la mentalità e il proprio spirito. I messaggi contenuti sono importanti soprattutto per i più giovani: la libertà di espressione, la voglia di migliorare sé stessi e il mondo che ci circonda. Il motto è: “Come back to dream, come back to life”, che invita a guardare con speranza e fiducia alla vita per poter tornare a sognare. Ho preso come riferimento linguistico l’espressione “Make it new!”, utilizzata da Ezra Pound nella corrente letteraria dell’Imagismo”. Quali sono i tuoi progetti futuri? “Attualmente sono impegnato nella realizzazione di un mio spettacolo teatrale, fatto di prosa e musica e dedicato alla storia di Pulcinella e alla nostra tradizione. Sono sempre attivo nella scrittura di nuovi brani e mi auguro di poterli realizzare al più presto”. Cosa consigli a chi giovanissimo si affaccia al mondo della musica e dell’arte in generale? “Di studiare, sperimentare, approfondire e soprattutto di coltivare le proprie passioni nel migliore dei modi, con occhi curiosi e attenti verso il futuro. Si potrà anche cadere durante il cammino, ma bisogna avere sempre la forza di rialzarsi e non esiste cura migliore dell’arte. Mi piace salutarvi con le parole del grande Oscar Wilde: L’arte è la sola cosa seria al mondo e l’artista è la sola persona che non è mai seria“.

VinGustandoItalia, Procida capitale della cultura… anche enogastronomica

  I miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato(Elsa Morante) Ho iniziato questo articolo con i versi della immensa Elsa Morante, perché racchiudono l’essenza di questa isola fatata e meravigliosa… il mare. Elemento che circonda ed avvolge questa isola unica, come un miracolo continuo, raggiunge l’infinito e si unisce all’elemento terra. Grazie alla mia professione sono stato spesso su quest’isola incantevole. Quando scendi dall’aliscafo ti accorgi immediatamente che l’aria è diversa, respiri un’atmosfera silenziosa e rarefatta, percorri la via principale che si snoda in tanti vicoli e comprendi che le persone vivono di autenticità, non esiste la mondanità. Il tempo trascorre lento, la vita scorre avendo come compagni di viaggio il rumore delle onde, l’odore del mare, il sole ed il vento. Bellezze silenziose e quasi malinconiche sono le splendide spiagge, come la famosissima Corricella oppure Pozzo Vecchio ribattezzata del Postino dove si può gustare l’ottima cucina procidana. Io preferisco andare al porto, quel piccolo porticciolo dove sono attraccate soprattutto imbarcazioni da pesca; senti il profumo dei piatti semplici, che pervade i vicoli. Spesso mi fermo a mangiare in un piccolo ristorante, dove il proprietario Vincenzo mi accoglie come se fossimo fratelli e ci conoscessimo da una vita. Appena entro in questo ristorantino, che si affaccia al centro del lungomare del porto, mi viene incontro Camillo, più che il cameriere è il tuttofare, e mi indica dove posso accomodarmi. Poi viene a salutarmi la cuoca Giovanna, una signora schietta e sincera, che mi invita a seguirla in cucina per mostrarmi il pescato del giorno ed i prodotti della terra quali ortaggi e frutta, tutto a km 0. Non ho molta scelta nelle pietanze, Giovanna mi dice” Dotto questo hanno pescato e questo possiamo fare”, alici, luveri cannocchie ed alcuni totani. Mi consiglia gli spaghetti con alici, pomodorino e pecorino…. Una goduria, una delizia senza fine. Poi mi porta una fritturina di luveri e totani con i limoni procidani. Lo so, da sommelier dovrei dirvi che il limone non va messo perché copre i sapori e non è abbinabile ad alcun vino, ma volete mettere il profumo unico, pregno, prepotente che emana un limone procidano appena tagliato? Non ho resistito ed ho premuto! Ogni tanto una trasgressione all’etichetta va fatta… Poi Camillo mi porta un piatto con dentro un’insalata fatta di… limoni, con uno spicchio d’aglio, olio evo, un po’ di peperoncino e qualche fogliolina di menta…l’odore dell’isola nel piatto. Dimenticavo, il vino? Una falanghina  locale, semplice ma sincera ed autentica come il luogo in cui mi trovavo. Nulla di artefatto, niente sofisticazioni, un vino dall’anima cristallina come è cristallina l’anima dei procidani. Poi per finire il dolce tipico del posto ”La lingua di Bue” una pasta sfoglia farcita con crema di limone, un’altra esplosione dei sensi. Ma non poteva mancare il liquorino di fine pasto, fatto da Giovanna, il limoncello. Le mie papille gustative stanno ancora ringraziandomi per il viaggio sensoriale che avevamo fatto. Procida è un’isola che rimane nel cuore e” non può stare tranquillo, mi chiamo mare, ripete battendo su una pietra senza ottenere di convincerla, allora con sette lingue verdi di sette cani verdi, di sette tigri verdi, di sette mari verdi, la percorre, la bacia, la inumidisce e si colpisce il petto ripetendo il suo nome” come citava Pablo Neruda. (fonte foto: rete internet)

Somma Vesuviana ,covid, 5 bambini positivi. Di Sarno chiude anche le scuole dell’infanzia

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Somma Vesuviana

Di Sarno: “Purtroppo 5 bambini della platea scolastica dell’infanzia hanno avuto la conferma di tampone positivo. Dunque, dopo il colloquio di questa mattina con l’Asl ho deciso la proroga della chiusura anche delle scuole d’Infanzia fino al 27 Febbraio. Dai dati della Regione abbiamo avuto una flessione dell’incidenza dei nuovi positivi in città, ma è sotto osservazione l’analisi dei dati epidemiologici per setting di interesse pandemico su scuole e luoghi chiusi”.

 Lo ha annunciato ora Salvatore Di Sarno, sindaco del Comune di Somma Vesuviana, nel napoletano.

“Da dati della Regione Campania  l’incidenza dei nuovi positivi è scesa di quasi tre punti di percentuale passando dal 10,82% all’ 8,05% ma ora è sotto osservazione l’analisi dei dati epidemiologici per setting di interesse pandemico. Da questa analisi è emerso che la percentuale dei setting analizzati è superiore alle percentuali comunali  – ha proseguito Di Sarno – e che la gravità dell’estensione del fenomeno nell’ambito del setting è da considerarsi in FASCIA ROSSA.  Dunque questo significa che attualmente a livello cittadino abbiamo un dato sotto il livello regionale ma da tenere in una situazione di controllo.

Alla luce di questa novità di non poco conto, ordino, a decorrere dal 22/02/2021 e fino al 27/02/2021 salvo proroghe e ss.mm.ii., legate all’andamento epidemiologico: la sospensione delle attività didattiche in presenza per tutte le scuole di ogni ordine e grado (sia pubbliche che private) presenti sul territorio comunale; per lo stesso periodo è attivata la didattica a distanza, nei modi e nei termini disciplinati dalla normativa vigente; fatta eccezione per lo svolgimento delle attività destinate agli alunni affetti da disturbi dello spettro autistico e\o diversamente abili, il cui svolgimento in presenza  è consentito previa valutazione, da parte dell’ Istituto scolastico, delle specifiche condizioni di contesto”.

L’appello del sindaco rivolto alla città: “Le prospettive potrebbero non essere molto positive. Dunque faccio appello al senso di responsabilità di tutti i cittadini – ha concluso Di Sarno – affinché assumano spontaneamente comportamenti improntati alla massima prudenza evitando occasioni di contatti interpersonali non strettamente necessari, significando che la diffusione dell’ epidemia non è altrimenti gestibile e controllabile. Intensificheremo i controlli presso le attività ed i luoghi di assembramento”.