VinGustandoItalia, Procida capitale della cultura… anche enogastronomica

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I miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato(Elsa Morante)

Ho iniziato questo articolo con i versi della immensa Elsa Morante, perché racchiudono l’essenza di questa isola fatata e meravigliosa… il mare. Elemento che circonda ed avvolge questa isola unica, come un miracolo continuo, raggiunge l’infinito e si unisce all’elemento terra. Grazie alla mia professione sono stato spesso su quest’isola incantevole. Quando scendi dall’aliscafo ti accorgi immediatamente che l’aria è diversa, respiri un’atmosfera silenziosa e rarefatta, percorri la via principale che si snoda in tanti vicoli e comprendi che le persone vivono di autenticità, non esiste la mondanità. Il tempo trascorre lento, la vita scorre avendo come compagni di viaggio il rumore delle onde, l’odore del mare, il sole ed il vento. Bellezze silenziose e quasi malinconiche sono le splendide spiagge, come la famosissima Corricella oppure Pozzo Vecchio ribattezzata del Postino dove si può gustare l’ottima cucina procidana. Io preferisco andare al porto, quel piccolo porticciolo dove sono attraccate soprattutto imbarcazioni da pesca; senti il profumo dei piatti semplici, che pervade i vicoli. Spesso mi fermo a mangiare in un piccolo ristorante, dove il proprietario Vincenzo mi accoglie come se fossimo fratelli e ci conoscessimo da una vita. Appena entro in questo ristorantino, che si affaccia al centro del lungomare del porto, mi viene incontro Camillo, più che il cameriere è il tuttofare, e mi indica dove posso accomodarmi. Poi viene a salutarmi la cuoca Giovanna, una signora schietta e sincera, che mi invita a seguirla in cucina per mostrarmi il pescato del giorno ed i prodotti della terra quali ortaggi e frutta, tutto a km 0. Non ho molta scelta nelle pietanze, Giovanna mi dice” Dotto questo hanno pescato e questo possiamo fare”, alici, luveri cannocchie ed alcuni totani. Mi consiglia gli spaghetti con alici, pomodorino e pecorino…. Una goduria, una delizia senza fine. Poi mi porta una fritturina di luveri e totani con i limoni procidani. Lo so, da sommelier dovrei dirvi che il limone non va messo perché copre i sapori e non è abbinabile ad alcun vino, ma volete mettere il profumo unico, pregno, prepotente che emana un limone procidano appena tagliato? Non ho resistito ed ho premuto! Ogni tanto una trasgressione all’etichetta va fatta… Poi Camillo mi porta un piatto con dentro un’insalata fatta di… limoni, con uno spicchio d’aglio, olio evo, un po’ di peperoncino e qualche fogliolina di menta…l’odore dell’isola nel piatto. Dimenticavo, il vino? Una falanghina  locale, semplice ma sincera ed autentica come il luogo in cui mi trovavo. Nulla di artefatto, niente sofisticazioni, un vino dall’anima cristallina come è cristallina l’anima dei procidani. Poi per finire il dolce tipico del posto ”La lingua di Bue” una pasta sfoglia farcita con crema di limone, un’altra esplosione dei sensi. Ma non poteva mancare il liquorino di fine pasto, fatto da Giovanna, il limoncello. Le mie papille gustative stanno ancora ringraziandomi per il viaggio sensoriale che avevamo fatto. Procida è un’isola che rimane nel cuore e” non può stare tranquillo, mi chiamo mare, ripete battendo su una pietra senza ottenere di convincerla, allora con sette lingue verdi di sette cani verdi, di sette tigri verdi, di sette mari verdi, la percorre, la bacia, la inumidisce e si colpisce il petto ripetendo il suo nome” come citava Pablo Neruda.

(fonte foto: rete internet)