Somma Vesuviana, consegnate la chiave della gentilezza a due bimbi nati nel primo anno della pandemia
Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Somma Vesuviana
Camilla è la prima femminuccia nata nel 2020, Giuseppe è l’ultimo maschietto nato sempre nel 2020 ed a loro, oggi, il sindaco di Somma Vesuviana e gli assessori hanno voluto consegnare la Chiave della Gentilezza. I due piccoli erano in rappresentanza di tutti i nati nel primo anno di pandemia.
Di Sarno: “Tutti i nati nel 2020 riceveranno a casa una pergamena con una lettera scritta da me. Sarà un qualcosa che resterà! Durante la pandemia, durante il 2020, abbiamo registrato a Somma Vesuviana ben 271 nascite. Purtroppo la pandemia c’è e in queste ore registriamo il venticinquesimo decesso a Somma Vesuviana”.
Perna (Ass. alla Cultura): “A Camilla e a Giuseppe abbiamo consegnato chiavi in ceramica realizzate da un artigiano e con una massima di Martin Luther King. Papa Francesco chiede costantemente di ricordare: grazie, permesso, prego, scusa. Essere gentili significa porsi nei confronti dell’altro in modo aperto”.
D’Avino (Ass. Politiche Giovanili): “E’ un periodo difficile ma i giovani non perdono la luce. Tante le coppie che proprio durante questa pandemia stanno dando vita ad una famiglia. Questo è un segnale di vita!”.
“In questo periodo della nostra vita festeggiare i nati è un momento di felicità e condivisione ancora più forte. Farlo nel giorno della Primavera e della Gentilezza è un simbolo di rinascita e voglia di superare la pandemia. Sono certo che questi genitori stiano donando amore ai propri figli con intensità con autorevolezza ed unità. Durante la pandemia, durante il 2020, abbiamo registrato a Somma Vesuviana ben 271 nascite. Certo non dimentichiamo l’emergenza sanitaria che in queste ore a Somma Vesuviana ha registrato la venticinquesima vittima ma la nascita di una nuova vita è amore, primavera di un nuovo giorno. La famiglia è un valore eterno!”. Lo ha dichiarato Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana, comune del napoletano.
Oggi, nel cortile del Comune di Somma Vesuviana, presenti i genitori, la piccola Camilla, nata nel Gennaio del 2020 proprio nel periodo in cui si facevano sempre più insistenti le notizie preoccupanti dalla Cina, e del piccolo Giuseppe, nato invece a Dicembre con in corso la seconda ondata e l’Italia che si apprestava a vivere un Natale diverso, forse il primo Natale “triste” dal secondo dopo guerra, hanno ricevuto dal sindaco Salvatore Di Sarno, dagli assessori Rosalinda Perna e Sergio D’Avino, le Chiavi della Gentilezza.
E sono stati proprio i genitori, i papà e le mamme, dei due piccoli a raccontare la loro esperienza di genitori vissuta in un periodo di grande incertezza. Le loro sono state parole di vita, di luce piena!!”.
“Grazie, prego, permesso, scusa sono le parole che Papa Francesco chiede sempre e ricorda sempre per indicare un modo gentile di vivere nella società. Noi avremmo voluto abbracciare, incontrare tutti i nati del 2020, ben 271 con i loro genitori. Abbiamo incontrato Camilla, la prima femminuccia nata nel 2020 e Giuseppe, l’ultimo maschietto nato nel 2020. Loro rappresentano tutti i bambini nati nel 2020 ai quali giungerà a casa, a domicilio, una lettera scritta dal sindaco della loro città. Non dimenticheremo nessuno. Siamo contenti comunque – ha affermato Rosalinda Perna, Assessore alla Cultura del Comune di Somma Vesuviana – perché abbiamo trasmesso un messaggio chiaro, trasparente: con la gentilezza si aprono tutte le porte, anche quelle della nostra comunità. Essere gentili significa porsi nei confronti dell’altro in modo aperto. Oggi a Camilla e a Giuseppe abbiamo consegnato una chiave in ceramica lavorata da un artigiano ed una massima di Martin Luther King che disse anche : “Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma sii la migliore, piccola saggina sulla sponda del ruscello. Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio. Se non puoi essere un’autostrada, sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Sii sempre il meglio di ciò che sei. Cerca di scoprire il disegno che sei”. Oggi c’è una luce nuova e dobbiamo seguirla nell’unità della famiglia”.
“Spesso diciamo male dei giovani – ha dichiarato Sergio D’Avino, Assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Somma Vesuviana – e mettiamo in evidenza il fatto che non rispettano le regole. Nel corso del 2020, di un anno molto impegnativo, ed anche adesso, stiamo assistendo alla voglia di famiglia che i giovani hanno. E’ un segnale di luce vedere le tante giovani coppie che si uniscono, danno vita ad una famiglia anche in questo periodo difficile dal punto di vista sanitario ed economico, credono in questi valori e scelgono di diventare genitori, di diventare papà, mamma, di essere famiglia”.
Somma Vesuviana, una croce per commemorare le vittime della pandemia
Nel vicolo delle campane, dove sporge l’abside della maestosa Collegiata, fu collocata, e subito rimossa, nel 1975, una croce in ferro battuto, per onorare il corpo, miracolosamente intatto, di un sacerdote. Nei prossimi giorni, i governatori della Confraternita di S. M. della Neve riporranno nello stesso posto una croce, stavolta in castagno, per commemorare anche le vittime del coronavirus.
La confraternita di S. M. della Neve ricorderà in questi giorni le vittime del coronavirus con una croce in castagno che sarà collocata in vico Campane, accanto alla propria cappella cimiteriale. Per l’occasione si terrà una benedizione solenne alla presenza di Padre Giuseppe d’Agostino, parroco di San Pietro in S. Maria Maggiore e padre spirituale del pio sodalizio. Con la croce – spiega il segretario Fiore Di Palma – si intende ricordare, oltre alle vittime, anche i medici, gli infermieri e i soccorritori che si son prodigati generosamente nell’assistenza sanitaria e sociale ai malati. Abbiamo inteso collocare questo simbolo di pietà cristiana, perché in futuro non vada mai perduta la memoria di quanto accaduto. Spero, inoltre, che il simbolo possa essere da monito a quella marmaglia di ragazzi che a fine settimana affolla questo luogo sacro e magico, creando scompiglio dappertutto.
Alla fine del 1765, la venerabile Confraternita di Santa Maria della Neve, istituita tre anni prima, chiese ed ottenne dal Capitolo della Collegiata di seppellire i propri consociati nella terra santa, che corrispondeva immediatamente e attualmente a quel succorpo situato sotto l’abside della chiesa: a tal riguardo, il Capitolo accettò e impose di fare una scala di accesso dal vano del campanile alla botola cimiteriale. I canonici, però, non consentirono ai confratelli di accendere alcun lume in chiesa per i propri defunti, ma solo nel vicolo delle campane, cioè in quel luogo che la consuetudine popolare chiamò adderete ‘e campane.
Lo storico Angelo di Mauro cosi scrisse, a riguardo, nel 1986: E’ un piccolo spiazzo, un tempo in terra battuta, subito dietro la Collegiata, in pendio; era l’ideale per il gioco delle trottole. A volte una <<pizzata >> piccava scardandolo un materiale rosa – calcio, oppure un temporale con i suoi lavaroni scavava un rosario d’ossa, la fisarmonica di una cassa toracica. Il luogo, già misterioso per le altissime mura della chiesa, per la presenza di un monaco imbalsamato nelle buie cripte, assumeva un aspetto poco rassicurante con quegli scheletri affioranti dalla terra battuta dalla grandine.
I giochi finivano e cominciavano i racconti sulla terra santa. Così era chiamato, dai vecchi del luogo, l’antico cimitero dei monaci agostiniani, che ressero le sorti della chiesa di S. Maria della Sanità con l’attiguo convento, prima che diventasse insigne Collegiata con Papa Clemente VIII nel 1599. Inoltre, la fiammella debolissima che illuminava il corpo imbalsamato del monaco nell’interrato cimitero – sede un tempo della rappresentazione della cantata dei pastori – ingigantiva le ombre della fantasia dei ragazzi e dei contadini.
Il monaco, che non si era completamente consunto, fu sistemato e vestito per bene da Alfonso ‘e Pulise e zia Cuncetta Tiziano nei primi anni ’70 del Novecento, portandolo fuori da un cofano funebre. Con la sua pelle, simile al cartone, era appaiato ad un altro del quale era rimasto solo il cranio. I ragazzini – come raccontava il compianto Alfonso – gli ruppero il naso, mentre conserva attualmente tutti gli attributi personali intatti. A riguardo, nel 1975, la stessa zia Cuncetta chiese al figlio Ciro di realizzare una croce, in ferro battuto, per onorare il santo monaciello, diventato il suo inseparabile compagno mattutino. A riguardo, ancora oggi, la devota non gli fa mai avvertire l’assenza di fiori, lumini e tante preghiere.
Il figlio Ciro Polise, all’epoca, appena quindicenne, iniziò a guadagnarsi la prima paghetta settimanale da apprendista tornitore presso don Peppe Martinelli e, successivamente, nella ditta di don Luigi D’Avino alias scassaporte. La croce, una volta terminata, per la gioia della devotissima Concetta, fu incastrata dal compianto mastro Tobia de Stefano (1930 – 2020) in un blocco di calcestruzzo, ancora visibile, a forma di parallelepipedo e posizionata nell’incrocio angolare tra la cappellina e le mura dell’abside.
Le vicende, legate al monaciello, comunque, hanno del miracoloso: il monaco – afferma Di Mauro – venne di notte in sogno ad una donna del posto, avvisandola che di lì a poco alcuni esagitati ragazzi lo avrebbero bruciato: infatti, i balordi gli appoggiarono un lumicino sulla pancia, che, una volta consunto, bruciò tutto il vestito sullo stomaco, senza, però, bruciare la pelle ed i guanti.
La croce di ferro, finemente lavorata, comunque, restò in quel posto solo per brevissimo tempo: fu rimossa perché appariva, agli occhi delle famiglie del posto, dall’ aspetto freddo e lugubre. Il simbolo cristiano fu tagliato con un seghetto di ferro dal cortese mastro Salvatore Dell’Acqua (1947 – 2018) e riportato a casa dal giovane Ciro Polise sulle spalle. A nulla valse la richiesta di Padre Stefano Savanelli (1913 – 1977), superiore del vicino convento trinitario, di poterla collocare nei giardini del suo convento. La croce restò a casa Polise col fine di salvaguardare la camera da letto di zia Cuncetta.
Lo storico Angelo di Mauro cosi scrisse, a riguardo, nel 1986: E’ un piccolo spiazzo, un tempo in terra battuta, subito dietro la Collegiata, in pendio; era l’ideale per il gioco delle trottole. A volte una <<pizzata >> piccava scardandolo un materiale rosa – calcio, oppure un temporale con i suoi lavaroni scavava un rosario d’ossa, la fisarmonica di una cassa toracica. Il luogo, già misterioso per le altissime mura della chiesa, per la presenza di un monaco imbalsamato nelle buie cripte, assumeva un aspetto poco rassicurante con quegli scheletri affioranti dalla terra battuta dalla grandine.
I giochi finivano e cominciavano i racconti sulla terra santa. Così era chiamato, dai vecchi del luogo, l’antico cimitero dei monaci agostiniani, che ressero le sorti della chiesa di S. Maria della Sanità con l’attiguo convento, prima che diventasse insigne Collegiata con Papa Clemente VIII nel 1599. Inoltre, la fiammella debolissima che illuminava il corpo imbalsamato del monaco nell’interrato cimitero – sede un tempo della rappresentazione della cantata dei pastori – ingigantiva le ombre della fantasia dei ragazzi e dei contadini.
Il monaco, che non si era completamente consunto, fu sistemato e vestito per bene da Alfonso ‘e Pulise e zia Cuncetta Tiziano nei primi anni ’70 del Novecento, portandolo fuori da un cofano funebre. Con la sua pelle, simile al cartone, era appaiato ad un altro del quale era rimasto solo il cranio. I ragazzini – come raccontava il compianto Alfonso – gli ruppero il naso, mentre conserva attualmente tutti gli attributi personali intatti. A riguardo, nel 1975, la stessa zia Cuncetta chiese al figlio Ciro di realizzare una croce, in ferro battuto, per onorare il santo monaciello, diventato il suo inseparabile compagno mattutino. A riguardo, ancora oggi, la devota non gli fa mai avvertire l’assenza di fiori, lumini e tante preghiere.
Il figlio Ciro Polise, all’epoca, appena quindicenne, iniziò a guadagnarsi la prima paghetta settimanale da apprendista tornitore presso don Peppe Martinelli e, successivamente, nella ditta di don Luigi D’Avino alias scassaporte. La croce, una volta terminata, per la gioia della devotissima Concetta, fu incastrata dal compianto mastro Tobia de Stefano (1930 – 2020) in un blocco di calcestruzzo, ancora visibile, a forma di parallelepipedo e posizionata nell’incrocio angolare tra la cappellina e le mura dell’abside.
Le vicende, legate al monaciello, comunque, hanno del miracoloso: il monaco – afferma Di Mauro – venne di notte in sogno ad una donna del posto, avvisandola che di lì a poco alcuni esagitati ragazzi lo avrebbero bruciato: infatti, i balordi gli appoggiarono un lumicino sulla pancia, che, una volta consunto, bruciò tutto il vestito sullo stomaco, senza, però, bruciare la pelle ed i guanti.
La croce di ferro, finemente lavorata, comunque, restò in quel posto solo per brevissimo tempo: fu rimossa perché appariva, agli occhi delle famiglie del posto, dall’ aspetto freddo e lugubre. Il simbolo cristiano fu tagliato con un seghetto di ferro dal cortese mastro Salvatore Dell’Acqua (1947 – 2018) e riportato a casa dal giovane Ciro Polise sulle spalle. A nulla valse la richiesta di Padre Stefano Savanelli (1913 – 1977), superiore del vicino convento trinitario, di poterla collocare nei giardini del suo convento. La croce restò a casa Polise col fine di salvaguardare la camera da letto di zia Cuncetta.
L’atteggiamento censorio dell’Eurofestival e la posizione dei Maneskin
Lazzarella, La pansè, Tu vuò fa l’americano, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, Dio è morto, Mi sono innamorato di te, Bocca di rosa, 4/3/1943, Dio mio no, Il gigante e la bambina, La guerra di Piero, Luci a San Siro, Questo piccolo grande amore, Padre davvero, Bella senz’anima, Je so’ pazzo, Se telefonando, Ragazzo triste, Ancora ancora ancora, L’importante è finire, Sei bellissima.
Sono pagine splendide e intense della nostra canzone, entrate di diritto nella storia della cultura popolare del nostro Paese, brani che hanno segnato un’epoca e divenuti poi intergenerazionali, sempre attuali, al punto da sembrare incisi ieri; ma sono anche canzoni accomunate per la censura e l’ostracismo che hanno subito prima di potersi affermare presso il grande pubblico.
Sembrava che lo spettro della censura fosse una cosa vecchia, datata, una roba da antiquariato, eppure, proprio in queste ultime ore, il regolamento dell’Eurovision Song Contest ha obbligato i Maneskin a mettere mano al testo di Zitti e buoni, il brano vincitore di Sanremo 2021 con cui la band romana rappresenterà l’Italia alla kermesse europea.
Se da un lato i fan del gruppo non l’hanno presa bene, sull’altro fronte è lo stesso Damiano David, cantante e frontman della formazione, a commentare l’accaduto: “Non ci ha fatto piacere, l’abbiamo fatto perché altrimenti ci avrebbero squalificato”.
“Abbiamo tolto una parolaccia, è stata una scelta di buon senso. Bisogna anche rendersi conto della realtà dei fatti, siamo ribelli, ma non scemi” ha esordito il cantante. “Non ci ha fatto piacere cambiare il testo, ma c’è un discorso di buonsenso nelle cose. Noi diciamo che non ci facciamo cambiare, ma il regolamento è così”.
“Abbiamo pensato fosse più importante partecipare che tenere una parolaccia nel testo che lascia il tempo che trova” conclude Damiano, spiegando quindi che i Maneskin hanno scelto di cogliere una grande opportunità in cambio di un piccolo compromesso.
Anche per i brani citati all’inizio i loro grandi autori e interpreti dovettero “rivedere” il testo per poter prendere parte a delle manifestazioni ufficiali o per avere dei passaggi in radio o in televisione, ma la validità del loro contenuto testuale e musicale e il potere della loro bellezza hanno sfidato censura e tempo e ancora oggi sono brani conosciuti e cantati da tutti nelle loro versioni originali.
Auguriamo la stessa sorte ai nostri giovani e bravi rappresentanti all’Eurofestival, auspicando che il regolamento cambi in vista della prossima edizione.
La ricetta di Biagio: la braciola di cotica. E poi la zeppola, per salutare la primavera della speranza
La braciola di cotica è piatto invernale. Ne pubblichiamo la ricetta solo per sottolineare il “contrasto” con la “protagonista” dell’articolo, la “zeppola”, sacra a San Giuseppe perché annuncia l’arrivo della primavera, che quest’anno inizia il 20 marzo. E quest’anno la zeppola ha anche il sapore della speranza.. Le pagine della Serao e di Emmanuele Rocco spiegano che il mangiar zeppole il 19 marzo era un rito a cui nessun Napoletano si sottraeva. Cosa accadeva davanti alla bottega di Pintauro, il Maestro “dolciere” della zeppola.
Ingredienti ( per 5 persone): 5 rettangoli di cotica di maiale; 5 fette di prosciutto crudo; gr. 100 di uva passa e pinoli; pane casereccio sbriciolato finemente; passato di pomodoro e un cucchiaio di conserva di pomodoro; un bicchiere di vino rosso; una cipolla; basilico, prezzemolo, peperoncino, olio di oliva, sale. Preparate una farcia con pane, prezzemolo, uva passa e pinoli, bagnatela con un velo d’olio, amalgamate, distribuite l’amalgama sulla fetta di prosciutto crudo già stesa su ogni rettangolo di cotica, che arrotolerete in un involtino. Legate con un filo gli involtini e rosolateli nell’olio con il trito di cipolla e di peperoncino. Bagnate con il vino, aggiungete passato e conserva di pomodoro, il basilico, un bicchiere abbondante d’acqua, la punta di sale. Fate cuocere a fuoco lento, finché le cotiche non diventino tenere al punto giusto. A tavola ogni fetta dell’involtino dovrà essere consumata in compagnia del pane.
Non parleremo della braciola di cotica. L’abbiamo scelta solo perché essa è, nella forma, nei colori, nella densità sostanziosa, l’immagine della “tavola” invernale. E dunque si crea un bel contrasto con la zeppola, che è sacra a San Giuseppe, e anche perché quest’anno il 19 marzo chiude l’inverno e apre la primavera. Una primavera come tutti noi la vogliamo: le strade affollate, gli incontri, la festa delle luci e dei colori. E dunque mangiare le zeppole è un gesto che soddisfa la gola, e nello stesso tempo esprime il nostro augurio, mai così intenso, così urlato come quest’anno, che la primavera ci riporti la vita e un po’ di serenità. Scrive la Serao che il 19 gennaio ogni innamorato regalava zeppole alla sua donna: e se era povero, “vi aggiungeva un cespo di viole rosse di Pasqua; chi ha denari vi unisce un dono, un anellino, un paio di orecchini, e tutta questa roba, insieme, si chiama la zeppola”. Il racconto della Serao mi induce ad accettare la proposta di chi fa venire la parola “zeppola” dal tardo latino “cymbula”, “barchetta”, perché il dolce è, nella forma e nel simbolo, la “barca” che ci porta verso la primavera. Non crediate che la primavera sappia essere solo profumata, delicata e gentile: la stagione sa essere anche forte e vigorosa quando è impegnata a dissolvere gli ultimi rigori dell’inverno, e a riportare all’equilibrio e alla moderazione la pazzia di Marzo. “Oggi la primavera /è un vino effervescente/…Scossa da un fiato immenso /la città vive un giorno /d’umori campestri/ Ebbra la primavera corre nel sangue/”. Così cantava la primavera il poeta Vincenzo Cardarelli. E così la “zeppola” non è solo la dolcezza avvolgente della crema, è anche la croccante densità della ciambella che prepara il nostro palato a “sentire” per gradi il sapore della “cupola” profumata. Racconta la Serao che quando si avvicinavano la festa di San Giuseppe e l’avvio della primavera, allora Pintauro esponeva il cartello fatale “Zeppole” e in fondo alla bottega di via Toledo “al cantone di vico Afflitto” – la bottega “che ha resistito a tutti i cambiamenti delle altre botteghe”- si accendeva “un gran fuoco, come di un cratere in eruzione. E’ il fornello acceso sotto la padella delle zeppole.
“ La festa di San Giuseppe si fa di giorno in giorno più vicina e “centinaia di zeppole – scrive la Serao – partono per tutti i posti della città, mentre tutti gli altri dolcieri ne vendono anche essi, strabocchevolmente, di zeppole democratiche e di zeppole aristocratiche, tanto che pare non resti nessun Napoletano, senza aver mangiato la leggera ciambella spolverata di zucchero e cannella”. Dunque, non era solo una questione di “gola”: mangiare la zeppola era un rito, e capitava ogni anno che davanti alla bottega di Pintauro la folla si contendesse il posto nella fila “con tremendi sgrugnoni e colpi di pugni e di gomiti e pestate di piedi”: uno spettacolo che a Emmanuele Rocco ricordava “l’affollarsi dei pensionati nei giorni che si pagano le pensioni”. Insomma, quello che capita di questi tempi davanti ai nostri uffici postali. E’ probabile che proprio lo “spettacolo” che andava in scena nel giorno di San Giuseppe davanti alla bottega di Pintauro abbia indotto i Napoletani a dare alla parola “zeppola” anche il significato rumorosamente ironico di “schiaffo, papagno, bastonata”. La cotica può aspettare: la zeppola ha quest’anno un profumo in più, quello della speranza.
“ La festa di San Giuseppe si fa di giorno in giorno più vicina e “centinaia di zeppole – scrive la Serao – partono per tutti i posti della città, mentre tutti gli altri dolcieri ne vendono anche essi, strabocchevolmente, di zeppole democratiche e di zeppole aristocratiche, tanto che pare non resti nessun Napoletano, senza aver mangiato la leggera ciambella spolverata di zucchero e cannella”. Dunque, non era solo una questione di “gola”: mangiare la zeppola era un rito, e capitava ogni anno che davanti alla bottega di Pintauro la folla si contendesse il posto nella fila “con tremendi sgrugnoni e colpi di pugni e di gomiti e pestate di piedi”: uno spettacolo che a Emmanuele Rocco ricordava “l’affollarsi dei pensionati nei giorni che si pagano le pensioni”. Insomma, quello che capita di questi tempi davanti ai nostri uffici postali. E’ probabile che proprio lo “spettacolo” che andava in scena nel giorno di San Giuseppe davanti alla bottega di Pintauro abbia indotto i Napoletani a dare alla parola “zeppola” anche il significato rumorosamente ironico di “schiaffo, papagno, bastonata”. La cotica può aspettare: la zeppola ha quest’anno un profumo in più, quello della speranza.
Nola, giornalista minacciato da un consigliere comunale. La solidarietà di Borrelli
Riceviamo e pubblichiamo dal consigliere regionale Borrelli.
“Solidarietà al giornalista Pasquale Napolitano, minacciato a Nola da un consigliere comunale. Dal suo racconto l’uomo gli avrebbe intimato di ‘dimenticare il suo nome o lo avrebbe massacrato di botte’. So bene cosa si prova, in questi casi è fondamentale andare avanti e continuare il proprio lavoro a testa alta. Si indaghi su questa vergognosa vicenda e sulle presunte parole proferite dal consigliere comunale che, se confermate, sarebbero terribili”. Lo ha detto Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale di Europa Verde.
Solidarietà a Napolitano anche dall’Ordine dei Giornalisti della Campania.
Somma Vesuviana, la città nel mirino dei carabinieri : controlli, denunce e un arresto
A somma vesuviana – durante le operazioni partite questa mattina relative al servizio straordinario del territorio disposto dal Comando Provinciale Carabinieri di Napoli – i militari della Compagnia di Castello di Cisterna hanno setacciato varie zone della città.
Arrestato – in forza a un provvedimento emesso dal Tribunale di Nola – Francesco Ioia, 47enne del posto già noto alle forze dell’ordine . L’uomo dovrà scontare la pena di 8 anni e 8 mesi di reclusione per i reati favoreggiamento, rapina, evasione, furto aggravato e spaccio di sostanze stupefacenti con l’aggravante del metodo mafioso. Ioia è ritenuto personaggio attiguo al clan D’Avinio gravitante nella città di somma vesuviana.
Nel corso del servizio i Carabinieri hanno identificato 61 persone e controllato 57 veicoli. Denunciato anche un 27enne del posto perché trovato in possesso di un coltello a serramanico.
I servizi continueranno senza sosta anche nei prossimi giorni.
Paesi Vesuviani, covid-19: sale il numero dei contagi, aumentano anche i decessi
I Paesi Vesuviani non hanno un attimo di tregua. La lotta al covid-19 continua da un anno ormai, dopo quasi una settimana di zona rossa però la situazione non sembra migliorare. Al contrario, i contagi sono in forte aumento e di conseguenza anche il numero di ospedalizzati e di decessi non accenna a diminuire.
Ad Ottaviano la situazione è a dir poco drammatica. Il bollettino epidemiologico per il 15, 16 e 17 marzo ha evidenziato 102 nuovi contagiati con 356 persone attualmente positive al covid-19. Numeri elevatissimi che sono sintomo di un comportamento errato da parte dei cittadini. Camminando per le strade di Ottaviano si vedono ancora gruppetti di persone che sostano al di fuori dei bar, nelle piazzette, o anche sui marciapiedi pur di parlare e scambiare quattro chiacchiere. Ovviamente con la mascherina abbassata sotto il mento e senza rispettare la canonica distanza di sicurezza. E parliamo di persone adulte, non di ragazzini incoscienti, come molti credono. Per non parlare dei continui assembramenti all’interno dei supermercati in cui si creano file con decine e decine di persone in attesa del proprio turno.
A San Giuseppe Vesuviano, invece, attualmente ci sono 238 positivi. Secondo il bollettino epidemiologico che va dal 13 al 18 marzo sono stati effettuati 613 tamponi di cui 109 sono risultati positivi. Numeri sicuramente preoccupanti soprattutto se si considera che, nonostante i continui controlli delle forze dell’ordine e la zona rossa, ci sono ancora troppe persone che continuano a non rispettare le norme da seguire.
A Terzigno, il Sindaco Francesco Ranieri tramite social ha appena informato i cittadini delle morte di due persone per covid. Sale a 22 il numero delle vittime dall’inizio della pandemia, con 251 positivi attivi secondo il bollettino della giornata di ieri.
I sindaci purtroppo possono fare ben poco se non appellarsi al buon senso dei cittadini, incitarli a non mollare e a continuare ad essere coscienziosi.
Basterebbe davvero poco per migliorare la situazione che stiamo vivendo nell’attesa del vaccino, basterebbe poco ma soprattutto ci vorrebbe il giusto rispetto.
Marigliano, diritti e doveri degli eletti: rischio multe e decadenza per alcuni consiglieri comunali
Hanno di tempo fino al prossimo 25 marzo gli esponenti politici che non hanno ancora provveduto a dichiarare le spese elettorali relative alle consultazioni per il rinnovo degli organi comunali avvenute nel settembre 2020: lo fa sapere l’ente comunale mariglianese con un avviso pubblicato anche sul sito istituzionale.
A quanto pare diversi consiglieri comunali, di quasi tutte le liste partecipanti alle ultime elezioni amministrative, non hanno provveduto, entro il termine di tre mesi dalla loro proclamazione, all’invio della dichiarazione e del rendiconto delle spese elettorali al Collegio di Garanzia Elettorale presso la Corte di Appello del competente distretto, nonché al Presidente del Consiglio comunale, come previsto dalla legge n. 6/2021 N. 96.
“L’inadempimento accertato – si legge nell’avviso comunale firmato dal nuovo segretario Gianluca Pisano – espone ciascun candidato all’esborso di una rilevante sanzione pecuniaria (da euro 25.822,84 a euro 103.291,38) e comporta l’ineleggibilità e la decadenza del candidato eventualmente eletto”.
Urge, dunque, procedere a regolarizzare ciascuna posizione omessa. A tutti i rappresentanti delle liste interessate sono stati inviati gli elenchi dei candidati inadempienti, e copia è anche visionabile presso l’Ufficio Elettorale del Comune di Marigliano.
La riflessione, che può valere anche come tiratina d’orecchi, riguarda il fatto che già si parla di avvicendamenti e poltrone che rischiano di saltare per interessi e intrighi di sorta, e intanto molti eletti, da circa sei mesi in sella, non hanno nemmeno espletato i loro obblighi istituzionali. Un’attenzione in più ai propri doveri, prima ancora che ai propri diritti, potrebbe portare a un maggiore rispetto per la comunità, orientando il nobile lavoro di rappresentanza politica a obiettivi e traguardi sempre più virtuosi.
Marigliano, Saiello (M5S): “No ai fanghi nell’impianto di compostaggio, la Regione riconsideri la scelta”
Si torna a parlare del centro di compostaggio in arrivo a Marigliano, uno di quelli previsti dalle nuove strategie per la filiera dello smaltimento dei rifiuti da parte della Regione Campania, tese a valorizzare la raccolta differenziata.
Nel corso del recente question time in consiglio regionale, il consigliere Gennaro Saiello del Movimento 5 Stelle è intervenuto per ribadire l’ok al compostaggio quale processo virtuoso di trattamento dell’organico, ma nello stesso tempo ha espresso contrarietà alla decisione di individuare proprio a Marigliano uno dei quattro siti che presto si concentreranno in una specifica area geografica, sostanzialmente tra Napoli Est e Tufino, passando per Pomigliano d’Arco e quindi toccando anche la famigerata zona del cosiddetto “Triangolo della Morte”. Proprio su questo punto si fondano le perplessità del consigliere pentastellato, preoccupato – come tanti cittadini – dal fatto che si rischia di sottoporre a uno stress supplementare un territorio già martoriato.
“Il compostaggio come superamento della strategia inceneritorista è una battaglia che, come Movimento 5 Stelle, portiamo avanti da anni – ha affermato Saiello – Una visione che deve però coniugarsi con una equa distribuzione degli impianti su un dato territorio. Oggi ho voluto interrogare in aula l’assessore regionale all’Ambiente (Bonavitacola, ndr) sull’opportunità della previsione di un impianto di compostaggio nell’area del comune di Marigliano, in località Boscofangone. Alla Regione ho chiesto di valutare tale scelta in considerazione dell’elevata presenza sul territorio di siti di trattamento. Così come ho chiesto di considerare che l’impianto in questione è previsto in un’area in cui sono state stoccate ecoballe per dieci anni e il cui suolo è in attesa del piano di caratterizzazione, per procedere alla successiva bonifica. Preoccupa, inoltre, che il progetto preveda la possibilità che nel sito di Boscofangone, oltre al compost, siano destinati anche fanghi, che andrebbe a compromettere la qualità del prodotto e ad incidere diversamente sull’ambiente circostante”.
“Di cattivo gusto – secondo il consigliere M5S – l’ironia dell’assessore all’Ambiente nella risposta a un tema che preoccupa non pochi diverse comunità di cittadini e che l’esponente di giunta ha bollato come insalata mista. Sulla salute dei cittadini non è ammissibile alcuno scherno, ma pretendiamo che la giunta dia risposte puntuali, a noi come agli amministratori dei comuni coinvolti. Ho chiesto di riconsiderare la scelta di Marigliano, valutando la sospensione procedura autorizzativa, in attesa degli esiti della caratterizzazione e della eventuale bonifica del sito. E che, soprattutto, si riparta dalla valutazione di impatto ambientale, di cui allo stato non c’è alcuna traccia”, ha poi concluso Saiello nella replica concessa dal vicepresidente del consiglio regionale Valeria Ciarambino.
Pomigliano D’Arco, l’associazione “Fare Ambiente”organizza la festa dell’albero nel rispetto della normativa anti covid
Riceviamo e pubblichiamo
Abbiamo scelto due zone simboliche dove piantumare due alberi per sensibilizzare l’opinione pubblica ed istituzionale a tutti i livelli su una cultura per la centralità della natura, per accrescere la sensibilità e le scelte coerenti per il verde.
Come scrive il Presidente nazionale occorre aumentare la capacita del polmone verde della nostra Terra per promuovere la vita e la transizione ecologica del pianeta attraverso iniziative virtuose e partecipate dei territori. Le aree interessate sono la rotonda di Masseria Ciccarelli e l’Area antistante la 219 all’altezza dell’ASL in Via Nilde Iotti.
Vi rassicuriamo che Il tutto sarà fatto con una piccola partecipazione di cittadini pomiglianesi rispettando le norme di distanziamento anti covid. La prima manifestazione si terra’ alle ore 11 e la seconda alle ore 12. Una manifestazione civica e culturale alla presenza del Comandante dei Carabinieri Forestale Alessandro Cavallo.
Siamo sicuri di avere una Vostra partecipazione fattiva, come è già stato l’anno scorso nel piantare gli alberi nel giardino del nostro socio Mattiello, in segno della sensibilità di questa amministrazione alla campagna green , da continuare e sviluppare sul territorio a partire dalle scuole, oggi purtroppo chiuse.
(fonte foto: rete internet)
Anna Rea
Presidente Laboratorio area Nolana FARE AMBIENTE

