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Nel vicolo delle campane, dove sporge l’abside della maestosa Collegiata, fu collocata, e subito rimossa,  nel 1975, una croce in ferro battuto, per onorare il corpo, miracolosamente intatto, di un sacerdote. Nei prossimi giorni, i governatori della Confraternita di S. M. della Neve riporranno nello stesso posto una croce, stavolta in castagno, per commemorare anche le vittime del coronavirus.

 

 

La confraternita di S. M. della Neve ricorderà in questi giorni le vittime del coronavirus con una croce in castagno che sarà collocata in vico Campane, accanto alla propria cappella cimiteriale.  Per l’occasione si terrà una benedizione solenne alla presenza di Padre Giuseppe d’Agostino, parroco di San Pietro in S. Maria Maggiore e padre spirituale del pio sodalizio. Con la croce – spiega il segretario Fiore Di Palma – si intende ricordare, oltre alle vittime, anche i medici, gli infermieri e i soccorritori che si son prodigati generosamente nell’assistenza sanitaria e sociale ai malati. Abbiamo inteso collocare questo simbolo di pietà cristiana, perché in futuro non vada mai perduta la memoria di quanto accaduto. Spero, inoltre, che il simbolo possa essere da monito a quella marmaglia di ragazzi che a fine settimana affolla questo luogo sacro e magico, creando scompiglio dappertutto.

Alla fine del 1765, la venerabile Confraternita di Santa Maria della Neve, istituita tre anni prima, chiese  ed ottenne dal Capitolo della Collegiata di seppellire i propri consociati nella terra santa, che corrispondeva immediatamente e attualmente a quel succorpo situato sotto l’abside della chiesa: a tal riguardo, il Capitolo accettò e impose di fare una scala di accesso dal vano del campanile alla botola cimiteriale. I canonici, però, non consentirono ai confratelli di accendere alcun lume in chiesa per i propri defunti, ma solo nel vicolo delle campane, cioè in quel luogo che la consuetudine popolare chiamò adderete ‘e campane.

Lo storico Angelo di Mauro cosi scrisse, a riguardo, nel 1986: E’ un piccolo spiazzo, un tempo in terra battuta, subito dietro la Collegiata, in pendio; era l’ideale per il gioco delle trottole. A volte una <<pizzata >> piccava scardandolo un materiale rosa – calcio, oppure un temporale con i suoi lavaroni scavava un rosario d’ossa, la fisarmonica di una cassa toracica. Il luogo, già misterioso per le altissime mura della chiesa, per la presenza di un monaco imbalsamato nelle buie cripte, assumeva un aspetto poco rassicurante con quegli scheletri affioranti dalla terra battuta dalla grandine.

I giochi finivano e cominciavano i racconti sulla terra santa. Così era chiamato, dai vecchi del luogo, l’antico cimitero dei monaci agostiniani, che ressero le sorti della chiesa di S. Maria della Sanità con l’attiguo convento, prima che diventasse insigne Collegiata con Papa Clemente VIII nel 1599.  Inoltre, la fiammella debolissima che illuminava il corpo imbalsamato del monaco nell’interrato cimitero – sede un tempo della rappresentazione della cantata dei pastori – ingigantiva le ombre della fantasia dei ragazzi e dei contadini.

Il monaco, che non si era completamente consunto, fu sistemato e vestito per bene da Alfonso ‘e Pulise  e zia Cuncetta Tiziano nei primi anni ’70 del Novecento, portandolo fuori da un cofano funebre. Con la sua pelle, simile al cartone, era appaiato ad un altro del quale era rimasto solo il cranio. I ragazzini – come raccontava il compianto Alfonso  – gli ruppero il naso, mentre conserva attualmente tutti gli attributi personali intatti. A riguardo, nel 1975, la stessa zia Cuncetta chiese al figlio Ciro di realizzare una croce, in ferro battuto, per onorare il santo monaciello, diventato il suo inseparabile compagno mattutino. A riguardo, ancora oggi, la devota non gli fa mai avvertire l’assenza di fiori, lumini e tante preghiere.

Il figlio Ciro Polise, all’epoca, appena quindicenne, iniziò a guadagnarsi la prima paghetta settimanale da apprendista tornitore presso don Peppe Martinelli e, successivamente, nella ditta di don Luigi D’Avino alias scassaporte. La croce, una volta terminata, per la gioia della devotissima Concetta, fu incastrata dal compianto mastro Tobia de Stefano (1930 – 2020) in un blocco di calcestruzzo, ancora visibile,  a forma di parallelepipedo e posizionata nell’incrocio angolare tra la cappellina e le mura dell’abside.

Le vicende, legate al monaciello, comunque, hanno del miracoloso: il monaco – afferma Di Mauro – venne di notte in sogno ad una donna del posto, avvisandola che di lì a poco alcuni esagitati ragazzi lo avrebbero bruciato: infatti, i balordi gli appoggiarono un lumicino sulla pancia, che, una volta consunto, bruciò tutto il vestito sullo stomaco, senza, però, bruciare la pelle ed i guanti.

La croce di ferro, finemente lavorata, comunque, restò in quel posto solo per brevissimo tempo: fu rimossa perché appariva, agli occhi delle famiglie del posto, dall’ aspetto freddo e lugubre. Il simbolo cristiano fu tagliato con un seghetto di ferro dal cortese mastro Salvatore Dell’Acqua (1947 – 2018) e riportato a casa dal giovane Ciro Polise sulle spalle. A nulla valse la richiesta di Padre Stefano Savanelli (1913 – 1977), superiore del vicino convento trinitario, di poterla collocare nei giardini del suo convento. La croce restò a casa Polise col fine di salvaguardare la camera da letto di zia Cuncetta.