Circa 1.120 kg di pomodorini qualità «principe borghese» dissequestrata e poi distribuita in beneficenza. Il notevole quantitativo di pomodori era stato sequestrato il 20 luglio scorso nell’ambito di un’operazione partita dal comando carabinieri per la tutela agroalimentare di Salerno, indagine arrivata poi al mercato ortofrutticolo di Sant’Anastasia. Da allora sono stati conservati correttamente e ieri, constatata l’idoneità al consumo, sono stati affidati alla Protezione Civile di Sant’Anastasia che ha provveduto a consegnarne una parte alla Caritas e il resto alle famiglie già assistite.
Oltre una tonnellata i pomodorini sequestrati giorni fa dai Nas di Salerno, non perché non fossero commestibili o, peggio, trattati con pesticidi bensì perché sarebbero stati messi in commercio spacciati quali pomodorini del piennolo vesuviani. La qualità «principe borghese» è ibrida, della tipologia fragolino, dal peso variabile tra i 20 e i 40 grammi, i pomodorini tipici della zona vesuviana e conservati al «piennolo» hanno invece forma ovale, apice appuntito e buccia spessa di colore rosso vermiglio, mai superiori ai 25 grammi. Dunque la materia prima sequestrata, sia pure di buona qualità e assolutamente commestibile, era semplicemente spacciata per altro, una frode alimentare.
Una volta dissequestrati i pomodorini ritirati a Sant’Anastasia, è stato il coordinatore della protezione civile Raffaele Maione a prenderli in consegna. Dopo i contatti tra il comandante della polizia locale Pasquale Maione e l’Asl Na 3, ci si è coordinati con l’assessore alla salute pubblica Veria Giordano e con la protezione civile, disponendo la consegna di tutta la derrata alimentare a chi ne aveva necessità.
«Ringrazio i volontari che ogni giorno compiono un lavoro importantissimo per la comunità – dice il sindaco Carmine Esposito, il quale ha tenuto per sé, tra le deleghe, quella alla protezione civile – anche stavolta hanno mostrato efficienza e abnegazione».
L’idea suscitò l’entusiasmo del compianto Gaetano Capasso, nostro concittadino, geniale fondatore dell’archeologia virtuale, progettista, tra l’altro, del “Mav” di Ercolano e consulente di Piero e di Alberto Angela. L’idea è piaciuta al prof. Felice Casucci, assessore al turismo della Regione Campania. Un Museo “reale” e virtuale, dedicato alla storia, all’economia, ai mestieri della nostra città e ai personaggi che vennero ospitati dai Medici e dalle famiglie importanti. L’immagine di apertura è la copertina della “brochure” che nel 1907 la Bertarelli di Milano stampò per la pubblicità dei liquori “Galliano”.
Non mi permetterò di dire che Ottaviano merita di ospitare un Museo del Vesuvio più di altri Comuni vesuviani, e non sopporterò in silenzio che qualcuno sentenzi che lo merita di meno. Ogni città vesuviana ha una sua storia di relazioni con il vulcano. In questo Museo,“reale” – ma a me piace di più l’aggettivo “tangibile” – e virtuale, potrebbero trovare spazio i numerosi documenti d’archivio, in gran parte conservati a Ottaviano, in cui vengono descritte le eruzioni, a partire da quella del 1631, e la faticosa ricostruzione della città. E poi la galleria “virtuale” dei quadri “vesuviani” che facevano parte della collezione dei principi Medici, i quadri di Luca Giordano, di Fabris, di Volaire, dei Palizzi, di Smargiassi, dei pittori che i principi ospitarono nel palazzo di Ottajano. Una sala potrebbe essere riservata alla storia dei personaggi che hanno visitato la nostra città e sono saliti fino al cratere attraverso quella trama di sentieri che oggi costituiscono il “sentiero n.1” del Parco Nazionale del Vesuvio (e vedrete quanti soldi tra poco l’Ente Parco spenderà per aprirlo a tutti, questo sentiero). Non mi riferisco solo ai personaggi ospitati nel Palazzo, ma anche a quelli che vennero invitati a Ottajano dal clero, dai Rizzi, dai Bifulco, dagli Scudieri, dai Galliano e dai Pisanti: la storia “vesuviana” della nostra città è stata scritta non solo da Murat, da Bellini, da D’ Annunzio, dalla Serao e da Viviani, ma anche da E.A. Mario,da Gilda Mignonette e dai grafici della Bertarelli di Milano che curavano i manifesti e la pubblicità a stampa della “Galliano”. Uno spazio importante dovrebbe essere riservato all’economia e ai mestieri “vesuviani” della nostra città: i vignaioli, i “basolari”, i vetrai, i distillatori di spirito, i “liquoristi”, i bottai: ancora nei primi anni del Novecento uno dei più importanti costruttori di botti del Sud era un Saggese di Ottajano. Gli archivi napoletani e i “depositi” ottavianesi sono ricchi di documenti sulle radicali innovazioni che Giuseppe IV Medici introdusse, a metà dell’Ottocento, nella coltivazione della vite e dell’olivo vesuviani, e nella produzione del vino e dell’olio. Per non parlare delle “inchieste” sulla vita quotidiana degli umili e degli atti notarili in cui sono analiticamente descritti gli arredi dei palazzi dei “signori” ottajanesi, le loro proprietà, i loro matrimoni. Virtuale dovrebbe essere, nella sua interezza, la sezione archeologica: qualche reperto trovato a Ottajano è ancora conservato a Ercolano e a Pompei, ma il prezioso tesoro di “antichità” raccolto dai Medici “scomparve” dopo la morte dell’ultimo principe: è la maledizione del “munaciello” che appare in quasi tutti i capitoli della nostra storia: un “munaciello” a cui piace far scomparire le cose. Il sindaco di Ottaviano, l’avv. Luca Capasso,si è dichiarato favorevole al progetto; e al prof. Felice Casucci, assessore al turismo della Regione Campania, che “sente” per la nostra città un affetto particolare, è stata già trasmessa una relazione sull’argomento. E l’assessora Virginia Nappo e il consigliere Vincenzo Caldarelli, che parteciparono all’incontro con il prof. Casucci, contribuiranno alla realizzazione del progetto con la chiarezza, la concretezza e la lealtà che sono tratti distintivi della loro persona. So bene che i piani dei politici spesso sono bloccati dall’intreccio di casi e di situazioni imprevedibili: io, deis iuvantibus, continuerò a combattere per questo progetto, che può essere importante per la nostra città e per la sua vocazione turistica. Mi piace ricordare che un paio di anni fa tutte le scuole di Ottaviano furono impegnate in un “Pon” (si chiamano così?) che aveva per tema la storia “vesuviana” della nostra città, e mi pare che i risultati siano stati notevoli. Sono certo che tutti quei politici ottavianesi che amano i fatti e non le chiacchiere, che rispettano la comunità e non osano illudersi di poterla prendere in giro, cercheranno di aprirlo, questo Museo del Vesuvio a Ottaviano. Dobbiamo ripartire dalla nostra storia.
I centri abitati della periferia della città nascevano storicamente con caratteristiche uniche e con numerose famiglie residenti da oltre quattro generazioni. In questi luoghi erano interrate le radici della nostra vera identità, dove si mescolavano fatica, gioia e serenità del vivere.
Nella prima metà del Novecento, i piccoli abitati – normalmente estese masserie ubicate alla periferia della città – non offrivano tanto. I tempi, all’epoca, erano piuttosto duri e magri. Il lavoro era l’unica fonte per la sussistenza. Braccianti e contadini non mancavano, ma c’erano anche muratori, ciabattini, sarti, bottari, barbieri e maniscalchi. Il Municipio di Somma Vesuviana aveva ancora il suo medico condotto, la levatrice e i pochi maestri di scuola. Si camminava tanto, solo pochi possedevano il biroccino. Il trasporto delle merci avveniva con carri trainati da cavalli, asini e buoi, ma anche sulle spalle o addirittura in testa. Gli attrezzi più comuni erano la zappa, l’aratro e l’ascia. Tutto si basava sulla forza. Per brevi distanze vi era l’utilizzo di macchine e strumenti elementari, come il ceviere: una sorta di portantina costituita da due legni lunghi paralleli e posti a distanza di circa 60 centimetri con impugnature nelle parti terminali. Collegati tra di loro per mezzo di traversi, il dispositivo era diretto da due persone. Più tardi, fu sostituito dalla carriola. Le persone più abbienti, per gli spostamenti, possedevano il calesse; qualcun altro, l’automobile condotta dallo chauffeur. Gli abitanti delle periferie si recavano solo di rado o per necessità al centro della città. Ciò nonostante si conoscevano tutti. Gli incontri, spesso, erano motivo di inciucio: si parlava di tutto. La vita scorreva lentamente. Oltre al lavoro quotidiano, spiccavano le donne, angeli del focolare, tanto dedite ai lavori di casa, alla crescita dei figli, alla filatura, al ricamo e all’allevamento di cortile. Vi era la consuetudine del rispetto tra le massaie che si tramutava in un aiuto reciproco sia nei momenti di gioia che di sconforto. Difficilmente ci si sentiva soli. Nei cortili, accanto ai lavatoi, si ascoltavano gioiosi canti paesani. La partecipazione, insomma, era sentita e gradita. Non mancavano festicciole di famiglia in occasione di nascite, compleanni, matrimoni e ricorrenze liturgiche. In particolare, il Carnevale, vera festa contadina, era vissuto nei cortili con i profumi di migliacci e chiacchiere fritte.
I bambini la facevano da padroni. L’aia, sopratutto, era l’altro luogo di aggregazione in occasione della raccolta e dell’essiccatura delle noci, delle nocciole, dei fagioli, del granturco e del pomodoro. In primavera fino all’autunno vi era, infatti, la semina di patate, pomodori, granoturco e tabacco, mentre in estate si lavorava per la mietitura. In ordine, venivano raccolte prima le patate, i pomodori, e poi, in contemporanea il tabacco, il granturco e gli arachidi. C’era anche, la raccolta delle nocciole. Le patate e gli arachidi venivano depositati in appositi sacchi e trasportati a destinazione con un carro.
I pomodori venivano selezionati con accuratezza: i più rossi venivano depositati in cassette di legno. Per il granturco, la procedura era profondamente diversa: dopo lo sfoglio delle spighe, si consentiva ai propri grani di raggiungere una buona maturazione al sole. I prodotti – come i piselli da semina, i fagioli e il grano – venivano battuti dopo l’essicazione con un arnese volgarmente denominato vavillo, costituito da due batacchi in legno, di cui uno lungo circa un metro e mezzo, e l’altro di un metro, entrambi legati da due cinghie di cuoio.
Una volta sbucciati, i semi venivano separati dalla pula tramite l’uso manuale del crivello: era un grande retino con adeguate forature, inserito in una cornice di legno e con due manici ai bordi. Quanto al tabacco, la procedura del raccolto era rigorosamente a mano. Le foglie delle piante venivano raccolte in mazzetti più o meno consistenti e trasportati in stoccaggio. Esposti all’essiccazione su appositi telai fino alla maturità del prodotto, venivano forniti all’azienda produttrice dei sigari.
Per i contadini l’attività era rappresentata dall’utilizzo di scaletti, che svettavano con la loro altezza sugli alberi profumati. Anche qui non mancavano canti popolari, che si diffondevano per i fruttuosi campi, infondendo un clima di gioiosità generale. Le ciliegie, una volta raccolte, venivano selezionate dalle donne e deposte in grandi ceste per essere avviate al mercato.
Seguiva, in ordine, la raccolta delle albicocche e delle prugne. La raccolta dei pomodori, ad agosto, procedeva, inoltre, con la tradizionale formazione delle conserve, che prevedeva pomodori tagliati a pacche e una lunga essiccazione al sole. Una volta passate al setaccio, i succhi cremosi venivano raccolti e depositati in grandi piatti e di nuovo esposti al sole per l’essiccatura finale. La conserva ottenuta veniva messa in grossi vasi e deposta nelle dispense. I pomodori freschi trovavano, invece, la loro collocazione in bottiglie di vetro, che debitamente tappate con sughero, ricevevano la bollitura in grossi pentoloni.
La vendemmia chiudeva il ciclo stagionale. La raccolta dell’uva, la pigiatura con il calpestio, la deposizione del mosto e la fermentazione in appositi tini, era la procedura per eccellenza. Il tutto si concludeva con la torchiatura e la deposizione nelle botti. Erano operazioni, queste, che tenevano impegnata l’intera comunità. Terminato il periodo autunnale, il focolare la faceva da padrone. E qui che i vecchi trasmettevano ricordi di vita e insegnamenti preziosi. Le donne, intanto, si dedicavano al ricamo, al lavoro a maglia e alla cucitura. Ogni cosa veniva sapientemente recuperata, e, possibilmente, riutilizzata. Un’attività abbastanza praticata, all’epoca, era l’aggiusto dei piatti rotti: un intervento delicato e di pazienza. Venivano raccolti i cocci e ricomposti con un trapano artigianale, detto a corda, costituito da un’asta verticale in legno lunga circa 40 centimetri, alla cui base era fissata una punta metallica e alla sommità un foro, in cui scorreva una cordicella fissata ai due estremi di un’asta orizzontale in legno, posizionata quasi alla base di quella verticale, di cui quest’ultima formava la mezzeria di un triangolo. Facendo muovere, in senso verticale, l’asta orizzontale con un sorta di avvitamento e con la conseguente rotazione di quella verticale, ruotando anche la punta metallica, si veniva a praticare il foro nella terraglia del coccio. I cocci alla fine venivano assemblati e nei fori inserito del fil di ferro, opportunamente legato tra di loro, e di conseguenza la realizzazione del prodotto finale, pronto per l’utilizzo.
Un’altra attività, ancora, era quella dell’ombrellaio, che provvedeva ad aggiustare gli ombrelli danneggiati dal vento. L’attività del ramaio e dello stagnino, inoltre, erano abbastanza in voga, considerato che le pentole, oltre a quelle di coccio, erano in rame, e quindi tossiche alla prima rottura. Vi era, quindi, la necessità del processo della stagnatura. Molto richiesta, inoltre, era l’attività del maniscalco, molto necessaria per le riparazione dei carretti e per la realizzazione dei ferrosi zoccoli. Vi era pure l’attività dei seggiari, che si occupavano della costruzione e dell’aggiusto delle sedie. Infine, concludo, con l’attività del lustrascarpe, che si occupava della lucidità e della manutenzione delle scarpe. Tutte queste attività, oggi, sono del tutto scomparse, ma per anni hanno sfamato generazioni intere di famiglie.
Grazie ad un lavoro congiunto del Vicesindaco Mario Trimarco e del consigliere comunale Mario Gifuni, sono stati recuperati, qualche giorno fa, tutti i canoni di locazione che la Vodafone, multinazionale di telefonia cellulare e fissa, non aveva versato al Comune di Sant’Anastasia fin dal 2015. L’azienda non aveva mai pagato il canone di installazione per le antenne stazioni base di telefonia mobile, limitandosi a versare ogni mese poco più di mille euro per l’occupazione di suolo pubblico, mentre gli altri gestori telefonici rispettavano invece i contratti.Mario GifuniIl vicesindaco Mario Trimarco
“Ci siamo resi conto subito del problema – spiegano il Vicesindaco Trimarco e il consigliere Mario Gifuni – ma solo pochi giorni fa, dopo una lunga e difficile contrattazione, sono stati versati al Comune di Sant’Anastasia, i 60mila euro che inspiegabilmente, dal 2015, non erano mai stati reclamati, anche dopo una nota stilata dall’allora responsabile della ragioneria Rossella Romano, e diremmo che ci siamo riusciti per il rotto della cuffia”. Rimane ancora una questione pendente e riguarda l’incasso di altri 60mila euro che la Vodafone dovrebbe al Comune. “Restano ancora due anni da recuperare perché nel frattempo la Vodafone, come hanno fatto anche altre società, ha trasferito alla Inwit la gestione dei rapporti per contratti e forniture”.
Dice il vicesindaco Trimarco: “Sarà più difficile ed è ancora in corso la contrattazione, ma questa è solo una delle dimostrazione che non si può amministrare facendo solo i ragionieri bensì andare a fondo sui problemi, ricordando sempre che il denaro non incassato dal comune è denaro in meno per i servizi ai cittadini”.
Aggiunge il consigliere Gifuni: “Se non dovesse andare a buon fine è bene dire che le antenne “morose” saranno rimosse dal territorio” – aggiunge Gifuni.
“Sarà nostra cura investire la somma in opere o servizi ai cittadini, come avverrà per tutto ciò che non rinunceremo a recuperare” – dice il sindaco Carmine Esposito.
Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Somma Vesuviana.
Salvatore Di Sarno (sindaco Somma Vesuviana): “Rientrata la situazione incendi”.
“Sembrerebbe rientrata la situazione incendi, la situazione è tranquilla. Nella tarda serata di ieri un incendio si era sviluppato anche in località Starza Regina. Quella di ieri è stata una giornata molto impegnativa con molteplici zone del paese che sono state interessate come lo Zingariello, San Sossio dove abbiamo evacuato un’azienda ma anche Via Marigliano e quasi in contemporanea abbiamo avuto un altro incendio in località Rione Trieste che ha costeggiato un tratto della linea ferroviaria Napoli – Sarno, mentre la superstrada 268 è stata chiusa nel tratto Santa Maria del Pozzo – Cupa di Nola ed stato momentaneamente sospeso il collegamento ferroviario da e per Napoli. Tre giorni fa un vasto incendio nella zona alta del paese, sul Monte Somma, a Cupa Maresca che aveva richiesto l’intervento dell’elicottero e nei giorni precedenti abbiamo registrato altri incendi. A quanto pare sarebbero andati in fumo anche rifiuti di vario genere. E’ una casualità avere numerosi incendi in pochi giorni ed alcuni di questi in contemporanea? Questa è la domanda che personalmente mi pongo nell’interesse della comunità. In questi giorni ci siamo sentiti sotto attacco perché impegnati su vari fronti con l’impiego e l’impegno di Vigili Urbani, Vigili del Fuoco, Carabinieri, SMA Campania, Città Metropolitana di Napoli operai forestali di Ottaviano e li ringrazio davvero tutti come ringrazio quei vigili urbani che pur avendo finito il turno si sono proposti per dare supporto ai colleghi. Ringrazio i miei cittadini perché con grande sensibilità hanno dimostrato disponibilità , ma gli incendi non sono stati pochi e dunque gli uomini erano impegnati su più fronti. Credo che Somma Vesuviana abbia invece dato dimostrazione di un buon modello di protezione civile partecipata, condivisa che ha visto insieme istituzioni e cittadino. Ricordo che a Somma Vesuviana c’è ordinanza sindacale che prevede l’obbligo di pulizia delle terre”. Lo ha affermato Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana nel napoletano.
Riceviamo e pubblichiamo
Dopo Sant’Anastasia, è presente anche nella stazione di Madonna dell’arco, con le relative mappe tattili utilizzabili da non vedenti e ipovedenti.
Il sistema LOGES-VET-EVOLUTION nasce per consentire, a non vedenti e ipovedenti, l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo.
Dal punto di vista pratico consiste in una pavimentazione costituita da una serie di superfici dotate di rilievi, studiate per essere percepite durante la camminata e cromaticamente contrastanti con la pavimentazione esistente usando il bastone per ciechi.
Anche la stazione di Madonna dell’arco è stata resa accessibile in quanto luogo di interesse e culturale, quale il santuario e luogo di aggregazione per la presenza della nostra associazione.
Il percorso infatti permette al non vedente di muoversi tranquillamente dall’entrata, alla biglietteria fino al treno. Inoltre per dare completezza al sistema e garantire al meglio l’orientamento sono state installate mappe tattili, ossia mappe a rilievo con scrittura Braille.
La nostra associazione UICI ha contribuito e collaborato nella realizzazione del progetto, conferendo consigli, esperienza e strategie per meglio capire e soddisfare le esigenze relative alla disabilità visiva.
Si ringraziano inoltre tutti coloro che hanno partecipato e che con il loro contributo hanno realizzato tale progetto: l’importante presenza di Umberto De Gregorio, Presidente dell’EAV, l’assessore alle politiche sociali Cettina Giliberti del Comune di Sant’Anastasia, Giuseppe Fornaro consigliere nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, il disability manager Anna Sammarruco di EAV; Ferdinando Caprino che ha curato l’opera, il lavoro encomiabile di ingegneri e tecnici dell’EAV che sono stati figure importanti per questo ammodernamento e per rendere fruibile le stazioni ai non vedenti; la presenza dei soci e dei volontari UICI.
I ringraziamenti vanno anche al nostro amico Raffaele Coccia che ha partecipato attivamente alla realizzazione dei percorsi di Sant’Anastasia e Madonna dell’arco.
Fiore all’occhiello dell’imprenditoria nolana, Nusco Spa, società attiva nella produzione di porte per interni e infissi, debutta su AIM Italia, il sistema di negoziazione delle azioni gestito da Borsa Italiana.
Da Nola a Piazza Affari, per Nusco Spa, società impegnata nella produzione di porte per interni e infissi, è arrivato il salto di qualità con la tanto ambita quotazione in Borsa. Non sarà stata di certo una passeggiata. Anni di sacrifici che dalla provincia di Napoli hanno portato a nuovi successi, coronati con l’inaugurazione di showroom e franchising in tutta Italia, garanzia di una copertura capillare da Nord a Sud. E poi il traguardo, o per meglio dire, il nuovo punto di partenza con il debutto su AIM Italiana, il sistema di negoziazione delle azioni gestito da Borsa Italiana. Un esempio, questo, di “orgoglio nolano”, come direbbe qualcuno, che apre la società alle porte del futuro, fatte di legno, ovviamente, ma anche di tante aspettative.
“Per noi è stato importante questo percorso, soprattutto perché abbiamo iniziato nel 2019 e ci siamo ritrovati a fronteggiare un anno molto difficile. Il percorso verso la quotazione è partito nel 2020. Questo è un prestigioso traguardo che ci rende orgogliosi del lavoro svolto in questi difficili anni. Ma soprattutto è un punto di partenza importante che ci darà l’energia necessaria per raggiungere i nostri obiettivi futuri” spiega Luigi Nusco, presidente e amministratore delegato della società.
Dal lontano 1968 la lunga eredità familiare nella lavorazione del legno avviata dal Sig. Mario Nusco, dopo oltre cinquant’anni ha raggiunto importanti traguardi con un’ascesa che neanche la pandemia è riuscita a fermare. Un modello di imprenditoria italiana, campana, ma soprattutto nolana. Una realtà provinciale dalle idee nazionali che ha risposto all’emergenza sanitaria con consapevolezza e coraggio.
“Destineremo i nostri investimenti alla rete commerciale, in primis con nuove aperture in franchising che ci consentono di avere copertura su tutto il territorio e continueremo a investire in tecnologia per fortificare i nostri stabilimenti. Senza dimenticare che sul mercato italiano ci sono anche importanti possibilità di acquisizioni” aggiunge l’Ad di Nusco.
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Riceviamo e pubblichiamo una nota del consigliere Giuseppe Nocerino al comunicato stampa del Comune di Somma Vesuviana riguardo gli incendi che nelle ultime ore hanno interessato il territorio.
“Ho letto un comunicato (leggi qui) del Comune di Somma Vesuviana, immagino stilato dall’addetto stampa. La lettura del testo mi ha messo in un grosso allarme, tant’è che sono fuori zona e sto valutando se rientrare o meno. Vi si afferma che “Somma Vesuviana è sotto attacco” e che dobbiamo difenderci da una guerra. Ovviamente, molti sono in vacanza e si sono allarmati. Ho ricevuto anche telefonate di amici che mi chiedevano cosa stesse succedendo, perché dalla nota emergono toni da vera guerriglia, ma così non è. Per fortuna, almeno fino a questo momento, ho delle notizie rassicuranti, perché ho chiamato il comandante della polizia locale che mi ha spiegato che gli incendi siano da ricondursi a sterpaglie. Alle 20 di ieri sera ho provveduto anche a chiamare i carabinieri per rasserenare la mia famiglia e i cittadini, anche loro mi hanno rassicurato sul fatto che non vi sia alcun allarme. Certo è che questo episodio non passerà nell’indifferenza, sto valutando con il mio avvocato se denunciare il Sindaco e l’addetto stampa per aver procurato allarme e per aver gettato fango su Somma Vesuviana che, come gli altri paesi, ieri è stata colpita da un caldo torrido che purtroppo ha provocato degli incendi. Dire che possa essersi trattato di atto doloso e che possa esserci addirittura un attacco, una regia così come si legge dal comunicato, è inquietante e credo che ci siano tutti gli estremi per una denuncia per procurato allarme”.
Il consigliere comunale Giuseppe Nocerino
Usando in modo armonioso e suggestivo registri e stili diversi – il saggio storico, il teatro, il “cunto” popolare e il “lamento” – la prof.ssa Angela Rosauro racconta aspetti significativi della storia di Vincenzo Barone, il brigante “vesuviano”.
La scrittrice ricorda che nelle pagine “tenebrose” della storia degli anni in cui cadde la dinastia dei Borbone e si creò l’unità dell’Italia ci sono le radici di problemi ancora attuali. La splendida esortazione alle ragazze e ai ragazzi a non dimenticare mai che “la conoscenza è libertà”.
Le trame della politica e le azioni militari che portarono alla caduta della dinastia dei Borbone e all’Unità d’Italia sotto un solo re, Vittorio Emanuele II, sono un complicato capitolo di storia in cui si addensano molte ombre e anche qualche tenebra. Uno dei passaggi più oscuri di questo “capitolo” è l’insieme delle vicende che la storiografia riassume sotto il nome di “brigantaggio postunitario”. Importante è dunque il libro che la prof.ssa Angela Rosauro ha dedicato al brigante Vincenzo Barone, il quale, nella prima metà del 1861, “agitò” con la sua “comitiva” il territorio vesuviano tra Somma e Pollena.
Osserva la prof.ssa Rosauro che le fonti ufficiali – gli atti processuali e le relazioni degli ufficiali della Guardia Nazionale di Somma e dei bersaglieri – descrissero Barone come un delinquente comune a cui non era possibile attribuire la condivisione piena dei progetti politici del partito filoborbonico. E tuttavia la notte tra il 27 e il 28 agosto 1861 i carabinieri, i soldati e le guardie nazionali uccisero, nella casa dei Palamolla, a Trocchia, il brigante che si era nascosto in un armadio: avrebbero potuto catturarlo senza problemi. Ma nessuno voleva che Barone fosse portato in un’aula di tribunale, dove avrebbe potuto svelare la “doppiezza” di molte famiglie importanti del territorio che ufficialmente si dichiaravano favorevoli all’Unità d’Italia, ma che di nascosto rifornivano i briganti di armi, di cibo e di danaro, e speravano che i Borbone tornassero sul trono.
Nelle pagine oscure della storia dell’Unità d’Italia ci sono le radici di molti problemi attuali, e dunque ha ragione la prof.ssa Rosauro quando,nella dedica, esorta i “le ragazze e i ragazzi” a non lasciare mai “che la vita scelga in loro vece dimenticando che la conoscenza è libertà”. Il libro si divide in due parti: la prima ha la struttura di un saggio, la seconda rappresenta nella forma dell’azione scenica una seduta del tribunale che giudica nell’agosto del ’61, dopo la morte di Barone, la sua donna, Luisa Mollo, e altri componenti della “comitiva”. Splendida, da molti punti di vista, appare l’idea della prof.ssa Rosauro di trasformare i racconti dei giudicati in scene teatrali, come se i loro ricordi avessero questa struttura, e come se di Barone essi non solo sentissero ancora la voce, ma “vedessero” con immutata chiarezza gesti e espressioni. Questa idea, magnificamente realizzata anche attraverso l’uso della lingua napoletana, consente alla scrittrice di conferire alla storia i caratteri di quei racconti popolari che sono eterni, perché esprimono i valori di una sapienza senza tempo: e così il racconto della storia di Barone diventa un “cuntu”.
Un personaggio di G.B. Basile sembra la madre del brigante, quando, essendosi accorta del fatto che i “signori” stanno trascinando il figlio in una pericolosa avventura, lo esorta a riflettere: Stamme a sentere… e signure nun so cumma a nuje… è un’altra razza… diceva a nonna mia tenene ’o core ’mpastate ca farenella… ma ‘na cosa ta voglio dicere: scetate, Viciè, ‘o munno sta in mano ai signure… firmate stai ancora a tempo. Due degli ufficiali che entrarono nella casa Palamolla – il Negri che sarebbe diventato sindaco di Milano, e il Calcagnini- scrissero, il primo nelle sue lettere, l’altro nella relazione ufficiale, che fu proprio Luisa Mollo, la “druda” di Barone, a indicare, con uno sguardo, l’armadio in cui il brigante si era nascosto, e dunque a “venderlo” ai piemontesi.
La prof.ssa Rosauro “sfrutta” in modo originale l’episodio creando un “lamento”, intenso e profondo, in cui il brigante esprime sorpresa e sconforto, e, ricorda, pochi momenti prima di essere ucciso, i momenti belli della sua “storia” con Luisa che ora lo tradisce: Che hai fatto? Comme hai fatto? Te si scurdato overo tutte cose… Ammore grande dicive, ammore grande cchiù do sole, amore che con ‘nu suspiro se piglia ‘a fatica di tutti i giorni… Ma nun è overo, la fatica se magna o core! Comme hai fatto? Ccà, ‘nta sta casa, addò me hai vasato, addò m’hai stregnuto, nun ce credo, lo capisci? Nun ce pozzo credere! Se fosse overamente… allora vulesse dicere che niente è overo, niente! (Si ferma a riflettere) E invece pure mò ma ricordo di quanno scurnosa me guardave dal balcone ammore mio! Come era bello l’ammore mio! Mi facevi tremmà ‘e vene si solo te vedevo a luntano miezo a via… Ammore, ammore mio che ti giurai, che mi giuraste… ‘int’a sta casa per sempre diciste… pe’ sempe! E nun era overo, ammore Che ti hanno fatto? Che ti hanno detto?
Aspetto assai significativo di questo libro è l’armoniosa varietà dei livelli e degli stili.
Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Somma VesuvianaSalvatore Di Sarno (sindaco Somma Vesuviana): “In poche ore 3 incendi in tre punti diversi del paese. Non può essere una casualità. C’è una regia occulta che vuole distruggere il patrimonio naturalistico del paese. In questo momento incendi nella zona dello Zingariello, incendi nella zona di Via San Sossio che è anche zona industriale e in località Rione Trieste dove il fuoco ha costeggiato la linea ferroviaria della Circumvesuviana. Chiedo ai cittadini di restare con le finestre chiuse almeno per qualche ora. E’ il momento dell’unità dinanzi a questo attacco”.
“Siamo sotto attacco. Quasi in contemporanea incendi in zona Zingariello, poi San Sossio nei pressi dell’area industriale, poi a seguire in località Rione Trieste lungo la linea ferroviaria della Circumvesuviana della Napoli – Sarno. Siamo a ben 13 incendi in una settimana. Somma è presa d’assalto da piromani perché non credo sia normale quanto sta accadendo. Dobbiamo tenere gli occhi aperti perché c’è una regia occulta che sta cercando di distruggere il patrimonio boschivo di Somma Vesuviana e non escluso che possano esserci rifiuti bruciati come la plastica. L’appello ai cittadini è quello di chiudere le finestre almeno per alcune ore. Stiamo facendo tutti i sopralluoghi ed abbiamo dovuto evacuare anche due aziende che erano in possesso di bombole di ossigeno nei pressi delle aree colpite da incendi. Le fiamme in alcuni casi sono arrivate sulla strada e non distanti dalle abitazioni. A Rione Trieste la parte colpita era proprio nella zona centrale del quartiere. In questo momento sono in corso ancora incendi. Chiediamo la piena collaborazione dei cittadini e dunque di evitare Via Allocca, Via Zingariello, Via San Sossio, parte di Via Marigliano. Per quanto riguarda la superstrada 268, coloro i quali giungono da Angri devono uscire a Somma – Cupa di Nola, mentre coloro i quali arrivano da Napoli devono uscire a Somma Vesuviana – Via Pomigliano. Sui luoghi ci sono Vigili del Fuoco, Vigili Urbani, Protezione Civile, SMA. In alcuni casi è stato evitato il peggio. Il fuoco dallo Zingariello si è spostato rapidamente nella zona di San Sossio e sono stati momenti davvero di timore. Sono al fianco dei cittadini. Non abbasseremo la guardia e individueremo i responsabili di questo attacco. Ringrazio anche quei Vigili Urbani che pur avendo finito il turno si sono recati sui posti a supporto dei colleghi”. Lo ha affermato Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana nel napoletano.
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