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I centri abitati della periferia della città nascevano storicamente con caratteristiche uniche e con numerose famiglie residenti da oltre quattro generazioni. In questi luoghi erano interrate le radici della nostra vera identità, dove si mescolavano fatica, gioia e serenità del vivere.

Nella prima metà del Novecento, i piccoli abitati – normalmente estese masserie ubicate alla periferia della città – non offrivano tanto. I tempi, all’epoca, erano piuttosto duri e magri. Il lavoro era l’unica fonte per la sussistenza. Braccianti e contadini non mancavano, ma c’erano anche muratori, ciabattini, sarti, bottari, barbieri e maniscalchi. Il Municipio di Somma Vesuviana aveva ancora il suo medico condotto, la levatrice e i pochi maestri di scuola. Si camminava tanto, solo pochi possedevano il biroccino. Il trasporto delle merci avveniva con carri trainati da cavalli, asini e buoi, ma anche sulle spalle o addirittura in testa. Gli attrezzi più comuni erano la zappa, l’aratro e l’ascia. Tutto si basava sulla forza. Per brevi distanze vi era l’utilizzo di macchine e strumenti elementari, come il ceviere: una sorta di portantina costituita da due legni lunghi paralleli e posti a distanza di circa 60 centimetri con impugnature nelle parti terminali. Collegati tra di loro per mezzo di traversi, il dispositivo era diretto da due persone. Più tardi, fu sostituito dalla carriola. Le persone più abbienti, per gli spostamenti, possedevano il calesse; qualcun altro, l’automobile condotta dallo chauffeur. Gli abitanti delle periferie si recavano solo di rado o per necessità al centro della città. Ciò nonostante si conoscevano tutti. Gli incontri, spesso, erano motivo di inciucio: si parlava di tutto. La vita scorreva lentamente. Oltre al lavoro quotidiano, spiccavano le donne, angeli del focolare, tanto dedite ai lavori di casa, alla crescita dei figli, alla filatura, al ricamo e all’allevamento di cortile. Vi era la consuetudine del rispetto tra le massaie che si tramutava in un aiuto reciproco sia nei momenti di gioia che di sconforto. Difficilmente ci si sentiva soli. Nei cortili, accanto ai lavatoi, si ascoltavano gioiosi canti paesani. La partecipazione, insomma, era sentita e gradita. Non mancavano festicciole di famiglia in occasione di nascite, compleanni, matrimoni e ricorrenze liturgiche. In particolare, il Carnevale, vera festa contadina, era vissuto nei cortili con i profumi di migliacci e chiacchiere fritte.

I bambini la facevano da padroni. L’aia, sopratutto, era l’altro luogo di aggregazione in occasione della raccolta e dell’essiccatura delle noci, delle nocciole, dei fagioli, del granturco e del pomodoro. In primavera fino all’autunno vi era, infatti, la semina di patate, pomodori, granoturco e tabacco, mentre in estate si lavorava per la mietitura. In ordine, venivano raccolte prima le patate, i pomodori, e poi, in contemporanea il tabacco, il granturco e gli arachidi. C’era anche, la raccolta delle nocciole. Le patate e gli arachidi venivano depositati in appositi sacchi e trasportati a destinazione con un carro.

I pomodori venivano selezionati con accuratezza: i più rossi venivano depositati in cassette di legno. Per il granturco, la procedura era profondamente diversa: dopo lo sfoglio delle spighe, si consentiva ai propri grani di raggiungere una buona maturazione al sole. I prodotti – come i piselli da semina, i fagioli e il grano – venivano battuti dopo l’essicazione con un arnese volgarmente denominato vavillo, costituito da due batacchi in legno, di cui uno lungo circa un metro e mezzo, e l’altro di un metro, entrambi legati da due cinghie di cuoio.

Una volta sbucciati, i semi venivano separati dalla pula tramite l’uso manuale del crivello: era un grande retino con adeguate forature, inserito in una cornice di legno e con due manici ai bordi. Quanto al tabacco, la procedura del raccolto era rigorosamente a mano. Le foglie delle piante venivano raccolte in mazzetti più o meno consistenti e trasportati in stoccaggio. Esposti all’essiccazione su appositi telai fino alla maturità del prodotto, venivano forniti all’azienda produttrice dei sigari.

Per i contadini l’attività era rappresentata dall’utilizzo di scaletti, che svettavano con la loro altezza sugli alberi profumati. Anche qui non mancavano canti popolari, che si diffondevano per i fruttuosi campi, infondendo un clima di gioiosità generale. Le ciliegie, una volta raccolte, venivano selezionate dalle donne e deposte in grandi ceste per essere avviate al mercato.

Seguiva, in ordine, la raccolta delle albicocche e delle prugne. La raccolta dei pomodori, ad agosto, procedeva, inoltre, con la tradizionale formazione delle conserve, che prevedeva pomodori tagliati a pacche e una lunga essiccazione al sole. Una volta passate al setaccio, i succhi cremosi venivano raccolti e depositati in grandi piatti e di nuovo esposti al sole per l’essiccatura finale. La conserva ottenuta veniva messa in grossi vasi e deposta nelle dispense. I pomodori freschi trovavano, invece, la loro collocazione in bottiglie di vetro, che debitamente tappate con sughero, ricevevano la bollitura in grossi pentoloni.

La vendemmia chiudeva il ciclo stagionale. La raccolta dell’uva, la pigiatura con il calpestio, la deposizione del mosto e la fermentazione in appositi tini, era la procedura per eccellenza. Il tutto si concludeva con la torchiatura e la deposizione nelle botti. Erano operazioni, queste, che tenevano impegnata l’intera comunità. Terminato il periodo autunnale, il focolare la faceva da padrone. E qui che i vecchi trasmettevano ricordi di vita e insegnamenti preziosi. Le donne, intanto, si dedicavano al ricamo, al lavoro a maglia e alla cucitura.  Ogni cosa veniva sapientemente recuperata, e, possibilmente, riutilizzata. Un’attività abbastanza praticata, all’epoca, era l’aggiusto dei piatti rotti: un intervento delicato e di pazienza. Venivano raccolti i cocci e ricomposti con un trapano artigianale, detto a corda, costituito da un’asta verticale in legno lunga circa 40 centimetri, alla cui base era fissata una punta metallica e alla sommità un foro, in cui scorreva una cordicella fissata ai due estremi di un’asta orizzontale in legno, posizionata quasi alla base di quella verticale, di cui quest’ultima formava la mezzeria di un triangolo. Facendo muovere, in senso verticale, l’asta orizzontale con un sorta di avvitamento e con la conseguente rotazione di quella verticale, ruotando anche la punta metallica, si veniva a praticare il foro nella terraglia del coccio. I cocci alla fine venivano assemblati e nei fori inserito del fil di ferro, opportunamente legato tra di loro, e di conseguenza la realizzazione del prodotto finale, pronto per l’utilizzo.

Un’altra attività, ancora, era quella dell’ombrellaio, che provvedeva ad aggiustare gli ombrelli danneggiati dal vento. L’attività del ramaio e dello stagnino, inoltre, erano abbastanza in voga, considerato che le pentole, oltre a quelle di coccio, erano in rame, e quindi tossiche alla prima rottura. Vi era, quindi, la necessità del processo della stagnatura. Molto richiesta, inoltre, era l’attività del maniscalco, molto necessaria per le riparazione dei carretti e per la realizzazione dei ferrosi zoccoli. Vi era pure l’attività dei seggiari, che si occupavano della costruzione e dell’aggiusto delle sedie. Infine, concludo, con l’attività del lustrascarpe, che si occupava della lucidità e della manutenzione delle scarpe. Tutte queste attività, oggi, sono del tutto scomparse, ma per anni hanno sfamato generazioni intere di famiglie.