“Lu cuntu de lu brigante Barone” di Angela Rosauro: un libro dalla struttura originale

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 Usando in modo armonioso e suggestivo registri e stili diversi – il saggio storico, il teatro, il “cunto” popolare e il “lamento” – la prof.ssa Angela Rosauro racconta aspetti significativi della storia di Vincenzo Barone, il brigante “vesuviano”.

La scrittrice ricorda che nelle pagine “tenebrose” della storia degli anni in cui cadde la dinastia dei Borbone e si creò l’unità dell’Italia ci sono le radici di problemi ancora attuali. La splendida esortazione alle ragazze e ai ragazzi a non dimenticare mai che “la conoscenza è libertà”.

Le trame della politica e le azioni militari che portarono alla caduta della dinastia dei Borbone e all’Unità d’Italia sotto un solo re, Vittorio Emanuele II, sono un complicato capitolo di storia in cui si addensano molte ombre e anche qualche tenebra. Uno dei passaggi più oscuri di questo “capitolo” è l’insieme delle vicende che la storiografia riassume sotto il nome di “brigantaggio postunitario”. Importante è dunque il libro che la prof.ssa Angela Rosauro ha dedicato al brigante Vincenzo Barone, il quale, nella prima metà del 1861, “agitò” con la sua “comitiva” il territorio vesuviano tra Somma e Pollena.

Osserva la prof.ssa Rosauro che le fonti ufficiali – gli atti processuali e le relazioni degli ufficiali della Guardia Nazionale di Somma e dei bersaglieri – descrissero Barone come un delinquente comune a cui non era possibile attribuire la condivisione piena dei progetti politici del partito filoborbonico. E tuttavia la notte tra il 27 e il 28 agosto 1861 i carabinieri, i soldati e le guardie nazionali uccisero, nella casa dei Palamolla, a Trocchia, il brigante che si era nascosto in un armadio: avrebbero potuto catturarlo senza problemi. Ma nessuno voleva che Barone fosse portato in un’aula di tribunale, dove avrebbe potuto svelare la “doppiezza” di molte famiglie importanti del territorio che ufficialmente si dichiaravano favorevoli all’Unità d’Italia, ma che di nascosto rifornivano i briganti di armi, di cibo e di danaro, e speravano che i Borbone tornassero sul trono.

Nelle pagine oscure della storia dell’Unità d’Italia ci sono le radici di molti problemi attuali, e dunque ha ragione la prof.ssa Rosauro quando,nella dedica, esorta i “le ragazze e i ragazzi” a non lasciare mai “che la vita scelga in loro vece dimenticando che la conoscenza è libertà”. Il libro si divide in due parti: la prima ha la struttura di un saggio, la seconda rappresenta nella forma dell’azione scenica una seduta del tribunale che giudica nell’agosto del ’61, dopo la morte di Barone, la sua donna, Luisa Mollo, e altri componenti della “comitiva”. Splendida, da molti punti di vista, appare l’idea della prof.ssa Rosauro di trasformare i racconti dei giudicati in scene teatrali, come se i loro ricordi avessero questa struttura, e come se di  Barone essi  non solo sentissero ancora la voce, ma “vedessero” con immutata chiarezza gesti e espressioni. Questa idea, magnificamente realizzata anche attraverso l’uso della lingua napoletana, consente alla scrittrice di conferire alla storia i caratteri di quei racconti popolari che sono eterni, perché esprimono i valori di una sapienza senza tempo: e così il racconto della storia di Barone diventa un “cuntu”.

Un personaggio di G.B. Basile sembra la madre del brigante, quando, essendosi accorta del fatto che i “signori” stanno trascinando il figlio in una pericolosa avventura, lo esorta a riflettere: Stamme a sentere…  e signure nun so cumma a nuje… è un’altra razza… diceva a nonna mia tenene ’o core ’mpastate ca farenella… ma ‘na cosa ta voglio dicere: scetate, Viciè, ‘o munno sta in mano ai signure… firmate stai ancora a tempo. Due degli ufficiali che entrarono nella casa Palamolla – il Negri che sarebbe diventato sindaco di Milano, e il Calcagnini-  scrissero, il primo nelle sue lettere, l’altro nella relazione ufficiale, che fu proprio Luisa Mollo, la “druda” di Barone, a indicare, con uno sguardo, l’armadio in cui il brigante si era nascosto, e dunque a “venderlo” ai piemontesi.

La prof.ssa Rosauro “sfrutta” in modo originale l’episodio creando un “lamento”, intenso e profondo, in cui il brigante esprime sorpresa e sconforto, e, ricorda, pochi momenti prima di essere ucciso, i momenti belli della sua “storia” con Luisa che ora lo tradisce: Che hai fatto? Comme hai fatto? Te si scurdato overo tutte cose… Ammore grande dicive, ammore grande cchiù do sole, amore che con ‘nu suspiro se piglia   ‘a fatica di tutti i giorni… Ma nun è overo, la fatica se magna o core! Comme hai fatto? Ccà, ‘nta sta casa, addò me hai vasato, addò m’hai stregnuto, nun ce credo, lo capisci? Nun ce pozzo credere! Se fosse overamente… allora vulesse dicere che niente è overo, niente! (Si ferma a riflettere) E invece pure mò ma ricordo di quanno scurnosa me guardave dal balcone ammore mio! Come era bello l’ammore mio! Mi facevi tremmà ‘e vene si solo te vedevo a luntano miezo a via… Ammore, ammore mio che ti giurai,   che mi giuraste… ‘int’a sta casa per sempre diciste… pe’ sempe! E nun era overo, ammore Che ti hanno fatto? Che ti hanno detto? 

Aspetto assai significativo di questo libro è l’armoniosa varietà dei livelli e degli stili.