L’UNDICESIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

L”ultimo sentiero ufficiale del parco Nazionale del Vesuvio. Un compendio della natura Vesuviana ma anche dei suoi mali.

Terminiamo, si spera temporaneamente, il nostro viaggio lungo gli undici sentieri del Vesuvio; abbiamo seguito la sentieristica ufficiale con l”intenzione di avvicinare le persone a un escursionismo attivo e consapevole. Lo scenario che abbiamo trovato è stato sempre dei più entusiasmanti soprattutto quando ci siamo inoltrati in alto tra le nuvole del cratere o tra i boschi del Somma. Purtroppo a quote più basse (ma non solo) lo scempio delle pinete raggiunge livelli intollerabili e spesso ci ha lasciato sgomenti lo spettacolo delle discariche legali e abusive trovate lungo il nostro tragitto.

Per questo motivo l”intenzione di limitarmi alla semplice guida è spesso sfociata nella denuncia delle brutture che attanagliano il Vulcano, di questo me ne scuso chiamando in causa l”amore per i miei luoghi e il diritto di cronaca, che mai come in questo caso risulta oltremodo un dovere.

Il sentiero numero 11 denominato la Pineta di Terzigno è facilmente raggiungibile per chi si muovesse in auto (ma non mancano collegamenti con la Circumvesuviana), si userà ancora la SS268 che ad anello percorre tutto il Vesuviano fino ad Angri; usciamo anche stavolta a Ottaviano seguendo la stessa strada che ci ha condotti al vallone della Pròfica a San Giuseppe (si segue la via principale di Ottaviano Via Seggiari/Roma). Giunti a Santa Maria alla Scala quindi si prosegue ancora in rettilineo lungo via Zabatta fino a Terzigno in località Campitelli Nuovi. All”altezza di un bar tabacchi (sinistra) s”imbocca sulla destra via vecchia Campitelli che in salita arriverà, dopo poche centinaia di metri, all”imbocco del sentiero, riconoscibile per segnaletica del Parco e per alcune istallazioni di giochi per bambini ad esso adiacenti.

La particolarità del numero undici sta nel fatto che è stato immaginato a completa fruizione dei portatori di handicapp, questo grazie a un percorso su pedana, un passamano e una cartellonistica in Braille per i non vedenti. Il percorso si inoltra brevemente (1,5 km circa) nella splendida pineta di Terzigno e prevedeva anche, almeno sulla carta, una sorta di orto botanico delle essenze vesuviane battezzato Il Giardino dei colori e dei profumi, dei quali però, se si escludono quelli dei sacchetti e i miasmi della discarica di Pozzelle, non se n”è avuto sentore alcuno.

Quest”articolo ha stavolta, oltre che il valore del commiato, anche quello del beneficio dell”inventario, ci risulta in effetti difficile consigliare senza remore d”affrontare un itinerario completamente in balia del teppismo e la non curanza. La summenzionata pedana in legno versa in condizioni pietose e risulta pericolosa per chiunque la percorra. La spazzatura regna poi sovrana, buste e bottiglie di plastica, residui di gaudenti scampagnate, monitor di computer e pezzi di carrozzeria decorano l”ambiente circostante, mentre le famigliole s”intrattengono nei vicini giochi e mentre, come se niente fosse, c”è chi si allena correndo e facendo slalom tra il pattume e le coppiette.

È un peccato chiudere in questo modo la nostra avventura vesuviana ma si spera che le cose cambino prima o poi e soprattutto che cambino taluni atteggiamenti da parte della gente e soprattutto delle autorità, piuttosto inerti davanti al lordume che invade il territorio da loro amministrato. Non resta che salutarvi, sperando d”aver fatto un utile servizio e rimandandovi a settembre per la scoperta di nuovi e in parte sconosciuti itinerari vesuviani.

LA GIUSTIZIA SOCIALE NASCE DALLA DIVISIONE

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È curioso, ma oggi in TV si assiste ad una strana gara tra chi più si vanta di essere andato male in matematica durante la frequenza scolastica. Fa tendenza, come la erre moscia.
Di Luigi Jovino

La matematica fa sempre discutere. All”attenzione della cronaca nazionale ci sono oggi Quiz e Quizzoni ministeriali, proposti negli esami di Stato di medie e superiori, che semmai ce ne fosse bisogno, hanno ancora una volta dimostrato l”ignoranza dei nostri studenti in matematica. Eppure non dovremmo meravigliarci più di tanto. Nel talk show, in politica e in tante situazioni ufficiali, famosi testimonial non si fanno scrupolo di denunciare pubblicamente la loro ignoranza in matematica. Sembra uno sport nazionale. Dire che a scuola si andava male in matematica oggi fa tendenza. E come avere la erre moscia o un fazzoletto verde che fa pendant. L”espediente dialettico è chiaro. Si ammette di avere una lacuna per rafforzare negli interlocutori l”immagine di sè come essere pensante e acculturato.

Peccato che a nessuno sia mai venuto in mente di replicare: “Una persona che non capisce niente in matematica è poco più di un vegetale. Anche le piante respirano. Rispondono agli stimoli ed hanno sensibilità”. La dissacrazione pubblica della matematica, che è il campo di applicazione più stringente dell”indagine speculativa, nasce da cause culturali e da una formazione scolastica che ha privilegiato enormemente l”aspetto umanistico. Ci vuole poco a capire che il metodo di indagine scientifico porta la gente a riflettere e a trarre solo deduzioni logiche. Meglio rimanere nel vago, proponendo programmi e applicazioni matematiche che hanno funzione di orpello e alla fine fanno media con le altre discipline.

Dovremmo, invece, rifondare l”insegnamento della matematica, partendo dalla considerazione che la gente ha delle quattro operazioni. La somma (o addizione che dir si voglia), per esempio, sembra un dato accertato. Oggi tutti sono impegnati a sommare le proprie finanze, la cultura e le proprie esperienze di vita. L”addizione, insomma, gode di ottima salute anche in periodi di crisi come questo. La sottrazione, invece, è un”operazione sottaciuta. Molti politici sono impegnati in questa pratica che trova proseliti anche tra i grandi manager dell”industria e dell”imprenditoria pubblica che applicano alla lettera grandi sottrazioni. Basta che non si sappia in giro. Anche le persone normali, sottraggono a piacimento numeri dal curriculum personale, specialmente dopo aver compiuto sessant”anni. Peggio di tutti sta la divisione che è un metodo razionale di distribuzione dell”equità. Se ci sono dieci caramelle e cinque bambini, non c”è niente da fare. La divisione impone che siano date due a testa. Non ci sono scappatoie.

La giustizia sociale nasce dalla divisione. Eppure questa pratica fondamentale è oggi in gran disuso al punto che molti ragazzi non sanno fare l”operazione della divisione e per supplire alla carenza imparano strani metodi che considerano prima una moltiplicazione, poi una sottrazione. A pensarci bene anche il miracolo dei pani e dei pesci, compiuto da Gesù Cristo in un deserto è passato alla storia come una moltiplicazione e non come una grande divisione di massa. Migliaia di fedeli ricevettero a testa un pane e due pesci. La storia, però, ricorda una grande moltiplicazione che, tra l”altro è stata propedeutica per eseguire l”operazione della divisione. Ci sarebbe da riflettere sul perchè la religione cattolica, che pure si è servita della parabola, forma dialettica di comunicazione sofisticata, abbia compiuto questo errore. Molti creativi, interrogati sull”argomento, potrebbero rispondere che quel giorno nel deserto Gesù abbia lanciato il marketing promozionale.

I politici, più che dissertare sulle quattro operazioni, oggi preferiscono la statistica, facendo grande sfoggio di percentuali. All”ordine del giorno sono gli indici di gradimento. L”operazione è chiara. I dati statistici si prestano ad essere interpretati e vanno letti nel complesso delle azioni di raccolta, elaborazione, discussione e di rappresentazione. Con la statistica, insomma, si può barare, specialmente se si confida sull”ignoranza proclamata da tanti italiani. Quando Berlusconi afferma di essere il leader con il più alto indice di gradimento in Europa, in pratica afferma la sua debolezza. Ma come si fa a spiegare agli Italiani che il Pdl raccoglie solo il 26 per cento dei consensi degli elettori che sono il 60 per cento della popolazione, avente diritto?

Con una semplice operazione matematica sarebbe facile dimostrare che questi stessi numeri annunciati con enfasi, dimostrano che più dell”80 per cento degli italiani non vota Berlusconi perchè non lo conosce, non condivide oppure addirittura perchè contrasta duramente le sue posizioni. Fare chiarezza sui numeri è però obiettivamente difficile, specialmente in una nazione che denuncia crisi di identità solo per un Quiz o un Quizzone. Un”ultima considerazione andrebbe sottolineata e spero che qualche bravo conduttore televisivo, ricompensato con fior di milioni di euro, tenga in considerazione il suggerimento.

Ai politici che fanno sfoggio di dati bisognerebbe chiedere se conoscono il Chì quadrato (per esigenza di scrittura non viene segnato il simbolo matematico) che è una semplice formula, atta a definire i termini di validità di una indagine statistica. Sono convinto che nessun politico italiano (a parte qualche cattedratico) risponderebbe affermativamente, dimostrando quanto aleatori sono i giudizi, le posizioni e le formule proposte.

(Fonte foto: Rete Internet)

CI PUÃ’ ESSERE DIGNITÁ SENZA LAVORO?

La vertenza Fiat e il dibattito che imperversa. Approfondiamo l”analisi dal punto di vista della teoria economica e sul ruolo che ha avuto la Chiesa.
Di Don Aniello Tortora e Sergio Beraldo

La riflessione di questa settimana è, ancora una volta, congiunta. Sergio Beraldo ( Docente di economia – Università di Napoli, Federico II) analizzerà la questione dal punto di vista della teoria economica, ed io rifletterò sul ruolo che la Chiesa ha avuto in questa vertenza, sollecitato anche dalle osservazioni di politici ed intellettuali relative al mio precedente intervento.

Intervento di Sergio Beraldo
Una delle questioni maggiormente studiate nell”ambito della Teoria dell”organizzazione, è relativa al problema degli “investimenti specifici”, quel tipo di investimenti che avendo valore solo all”interno di una particolare relazione, espongono la parte che li pone in essere ad opportunismo. Nel caso in questione, una volta effettuato l”investimento previsto per consentire l”adeguamento degli impianti, la FIAT sarebbe vincolata ad effettuare a Pomigliano la produzione.
Questo vincolo aprirebbe notevoli spazi di opportunismo, nel senso che l”azienda, una volta effettuato l”investimento, potrebbe trovarsi a concedere ciò che in altre occasioni non concederebbe.

La teoria del comportamento strategico (teoria dei giochi) insegna che in casi come questo, per consentire che l”investimento abbia luogo, la parte che potrebbe opportunisticamente trarre vantaggio, deve, in qualche modo, legarsi le mani. Questo è il motivo per cui la dirigenza dell”azienda insiste tanto – e legittimamente dal suo punto di vista – sull”accordo, desiderando, per le ragioni su esposte, che il consenso sia il più ampio possibile.
La parte di sindacato che si oppone, solleva – ancora: legittimamente dal suo punto di vista – una questione di principio: se passa l”idea che gli investimenti vengono effettuati solo accettando condizioni di lavoro generalmente più gravose, Pomigliano diverrà un importante precedente. La funzione stessa del Sindacato verrebbe ad esser messa fortemente in discussione.

Nel caso in questione: si arriverà all”accordo? Cosa ci insegna la teoria del comportamento strategico? Magari sbaglio, ma io credo che si addiverrà ad un accordo. Perchè penso questo?
Un altro risultato non ho molto tempo per soffermarmi è il seguente: in una contrattazione ottiene i maggiori vantaggi chi ha meno timore che la contrattazione fallisca. Ora, in altre circostanze, il Sindacato sarebbe stato meno riottoso ad accettare le condizioni imposte dall”azienda. In questa circostanza, invece, esso valuta, a mio parere correttamente, che la minaccia dell”azienda di continuare in Polonia la produzione non è credibile, per il semplice motivo che dopo aver chiuso Termini Imerese, il Governo non potrebbe consentire che si chiuda anche Pomigliano. Questo il Sindacato lo sa, e si comporta di conseguenza.

A mio parere il problema è di comunicazione. Forse, se l”accordo non fosse stato presentato come una “take it or leave it offer” (un”offerta prendere o lasciare), sarebbe stato tutto molto più semplice.
In sintesi: gli spazi di trattativa ci sono. Io credo che per gli incentivi che guidano la condotta delle parti, alla fine la ragionevolezza si imporrà.

Intervento di Don Aniello
Sulla base di queste analisi, porrò in rilievo alcune considerazioni, stimolato anche dagli interventi di politici ed intellettuali, che hanno evidenziato un eccessivo coinvolgimento della chiesa, anche sul piano delle proposte.
Nell”articolo precedente, sulla vertenza Fiat, la mia sola preoccupazione, senza entrare nelle soluzioni tecniche (che spettano solo agli “addetti ai lavori”) è stata quella di “gridare” la centralità del lavoro a Pomigliano e la relativa necessità di non lasciare nulla di intentato al fine di non far chiudere lo Stabilimento Fiat. Il tono di tutto il mio articolo, letto bene e senza pregiudizi, andava nella direzione della inscindibilità del binomio LAVORO-DIGN ITÁ. Perchè se è vero che vi può essere lavoro senza dignità, è altrettanto vero che senza lavoro non vi può essere mai dignità.

Tenendo presente ciò, la mia unica preoccupazione, è stata ed è, quella di salvaguardare il lavoro, muovendo dalla consapevolezza che la ragionevolezza delle parti, scevra da irrigidimenti ideologici da ambo le parti, avrebbe potuto, e può ancora, consentire il raggiungimento di un accordo, ispirato dal bene comune, che potesse salvaguardare sia il lavoro che la dignità.
La mia storia personale e quella della chiesa locale non ha bisogno di giustificare queste riflessioni.
Parla la vita, vissuta a servizio della gente, spesso indifesa e calpestata nei suoi giusti diritti.

L”amico Tommaso Sodano ricorda benissimo le tantissime lotte fatte insieme sul nostro territorio, per affermare con forza che prima del lavoro e dello stesso capitale viene l”uomo, come insegna la Laborem exercens di Giovanni Paolo II. Ultimamente ho scritto (e tutti lo sanno) una lettera aperta a Marchionne, che fuga ogni dubbio sulle mie posizioni e quelle della Chiesa, spesso l”unica àncora di salvezza per la nostra gente.
Agli amici intellettuali, poi, vorrei dire che la Chiesa opera da sempre nel vissuto quotidiano e si è sempre fatta carico delle angosce e delle speranze degli uomini, senza parole mielose e non rinunciando a tenere la schiena diritta, indegnamente seguendo l”esempio del Maestro.

Come parroco e come responsabile della pastorale del lavoro diocesana, ho cercato sempre di operare nella direzione opposta a quanto sostenuto nelle critiche sollevate dagli amici intellettuali, che hanno il sapore di un “laicismo fondamentalista”. Sono sempre stato dalla parte dei deboli, dei poveri, dei senza-voce. Non so gli altri!

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LA FIAT INSEGNA: É FINITA UN”EPOCA

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È finita l”epoca della spesa pubblica senza freni, dell”assistenza, dell”impiego pubblico, delle pensioni di invalidità. Ora, va governato il cambiamento. Ma su questo punto nascono i dubbi.
Di Amato Lamberti

Come ho scritto nell’intervento sul dibattito, sollevato dalla Chiesa, tra lavoro e dignità, Pomigliano è diventato il luogo in cui si sta combattendo una battaglia per la ridefinizione dei rapporti industriali tra lavoratori, sindacati e aziende. La tesi di Marchionne è molto chiara: così, con gli attuali rapporti industriali, non si può andare avanti. È l’azienda che deve dettare le regole, perchè è l’azienda che deve fare i conti con i mercati nell’epoca della globalizzazione. Sindacati e lavoratori devono accettare le nuove regole, i nuovi tempi, i nuovi orari, perchè l’azienda decide, sulla base delle sue convenienze, anche la sua localizzazione in un paese piuttosto che in un altro (VEDI)

Praticamente non c’è scelta: se si vuole che lo stabilimento resti a Pomigliano, oggi, perchè del domani non c’è più certezza, la proposta Fiat non è negoziabile. Bere o affogare. A Termini Imerese è andata ancora peggio. Non c’è stata nessuna possibilità di scelta per i lavoratori. Costruire automobili in Sicilia non era conveniente per l’azienda e l’unica soluzione era la chiusura. A nulla sono valse le proteste dei lavoratori, delle loro famiglie, degli amministratori locali, dei politici nazionali. Con la chiusura della fabbrica si è segnato il presente, ma soprattutto, il futuro del territorio. Cancellata per tutti la possibilità di trovare lavoro in una fabbrica automobilistica, anche se catapultata dall’esterno e incapace di creare sviluppo industriale del territorio.

Ma le colpe sono della fabbrica o del territorio? L’impressione è che nel Mezzogiorno si trascina un problema che nessuno sembra aver voglia di affrontare: quello di interventi industriali, più di tipo assistenziale che produttivo, del tutto slegati dalle logiche del mercato come dalle compatibilità economiche e fiscali.

Basta guardare cosa sta succedendo in Campania e nelle altre regioni meridionali per quanto riguarda la Sanità. Per esigenze di bilancio regionale e nazionale è necessario chiudere un certo numero di ospedali. La popolazione si ribella non perchè vengono messi in crisi i livelli di assistenza ma perchè si perdono posti di lavoro oggi ma anche nel futuro. L’azienda ospedaliera viene da tutti i cittadini del territorio considerata una certezza di presente e di futuro che orienta anche le aspettative dei giovani e delle loro famiglie.

In pratica, una fabbrica o un ospedale, nel Sud, sono percepiti come delle pubbliche amministrazioni che mettono a disposizione per l’eternità dei posti di lavoro per i padri come per i figli e tutte le generazioni a venire. Al Comune di Napoli ho trovato dipendenti comunali figli, nipoti, bisnipoti di dipendenti comunali. Ora neppure le pubbliche amministrazioni sono più in grado di assicurare per sempre posti di lavoro anche in sovrannumero rispetto alle esigenze dell’amministrazione.

Il tema ormai ricorrente dell’eliminazione delle province riguarda sì l’utilità o meno di questa articolazione di governo del territorio, ma, soprattutto, le macchine amministrative spesso pletoriche rispetto alle funzioni dell’Ente provincia: si calcolano in 250mila i dipendenti delle amministrazioni provinciali, oltre a diverse migliaia di consiglieri, assessori, presidenti, con il loro contorno di portaborse e consulenti. Con l’attuazione del federalismo fiscale questa possibilità si ridurrà ulteriormente perchè è dalle tasche dei cittadini che dovranno uscire le retribuzioni dei dipendenti pubblici. Si dirà che anche oggi è così ma su un piano nazionale perchè è lo Stato che assicura oggi le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

Quando il cittadino della Campania si troverà scaricato sul prelievo fiscale che direttamente riguarda le sue tasche i costi delle amministrazioni pubbliche, sarà molto difficile fargli digerire piante organiche spropositate rispetto alle esigenze reali. Nè si potrà sperare nella perequazione nazionale se non all’interno dei limiti dei costi standard. Quando Marchionne denuncia la situazione limite dello sciopero o delle malattie per poter restare a casa a vedere la partita della nazionale di calcio, sposta pretestuosamente l’oggetto del dibattito, ma dice anche una verità che è quella che troppo spesso la fabbrica viene confusa dai lavoratori con una pubblica amministrazione dove certi comportamenti sono la regola perchè non si devono fare i conti con i risultati produttivi, con la competitività e con il mercato.

Fermo restando che i diritti dei lavoratori sono sacri e sono tutelati dalla Costituzione, le fabbriche, le aziende ospedaliere, le pubbliche amministrazioni, da oggi in poi, dovranno fare i conti con la produttività, il mercato, la fiscalità, le risorse a disposizione.
Bisogna prendere atto che l’epoca della spesa pubblica senza freni, perchè tanto c’era sempre pronto lo Stato a ripianare i debiti e ad evitare il fallimento degli Enti locali, è finita. Per il Mezzogiorno è la fine di un’epoca: quella dell’assistenza, dell’impiego pubblico, delle pensioni di invalidità.

Il problema vero è che per governare il cambiamento sarà necessario un ceto dirigente e una classe politica del tutto nuovi e diversi. Ma quanto tempo ancora dovranno ancora aspettare i meridionali per vedere questo necessario rinnovamento amministrativo e politico? Sono quasi 150 anni che aspettano i “cento uomini di ferro” che secondo Guido Dorso sarebbero stati sufficienti per cambiare il Mezzogiorno e allinearlo al resto dell’Italia.

LA RUBRICA

QUANDO SANT”ANASTASIA ERA RICCA, FECONDA E PRODUTTIVA

Il viaggio nella storia dei nostri territori ci ricorda da dove veniamo e cosa eravamo. In attesa di capire perchè siamo diventati quello che siamo.
Di Carmine Cimmino

Tra il 1848 e il 1860 Sant” Anastasia fu senza dubbio il paese più ricco ad est del Vesuvio: il più ricco di capitali, il più ricco di commerci. Il Santuario di Madonna dell” Arco fu un motore importante della solida economia anastasiana, ma un contributo notevole allo sviluppo venne dall”agricoltura, dalla lavorazione dei salumi e dei salami, dai primi progetti dell”industria olearia e dalla intensa attività delle officine meccaniche e dei telai domestici.

Nel 1840 Giovanni Maione, proponendosi di istituire una società industriale per l”allevamento delle api, aveva chiesto al Ministero delle Finanze l”autorizzazione a vendere azioni per 1650 ducati: quanti ne erano necessari per la formazione di 1000 sciami. La rapidità con cui fu concessa l”autorizzazione confermò il sospetto di alcuni anastasiani che il Maione fosse un prestanome dei Muscettola, proprietari, tra Sant” Anastasia e Pollena, di una villa e di tre masserie.

Nella relazione sull”eruzione del dicembre 1631 Giulio Cesare Braccini, “dottore di leggi e protonotario apostolico”, racconta che la lava, scendendo da Pollena a Sant” Anastasia, risparmiò, tra le molte greggi che svernavano tra i valloni, solo le pecore dei Domenicani. A partire dalla seconda metà del Seicento Sant”Anastasia fu la meta della transumanza annuale dei pecorai avellinesi. I quali abbandonavano, nel tardo autunno, le balze già innevate dell” Appennino irpino e menavano le loro greggi al Monte Somma. Il viaggio durava circa tre settimane: uomini e animali trovavano ristoro, lungo il cammino, a Tufino, a Visciano, a Cimitile, ospitati nei vasti nocelleti che pecore e capre fecondavano con i loro escrementi.

Si tenevano lontano dai territori di Ottajano e di Somma, coltivati a vigneti, e quindi protetti, contro le greggi devastatrici, dalla polizia rurale e dagli schioppi dei proprietari, e puntavano su Pomigliano. Da Pomigliano salivano a Sant” Anastasia e a Madonna dell” Arco, lungo gli alvei Santo Spirito e Leone ancora coperti di morbidi tappeti di erbe, e ricchi d”acqua. Lì venivano ospitati negli stazzi e nei recinti predisposti dai Domenicani e da altri proprietari all”Olivella e in cima agli alvei Murillo, Purgatorio e Sorbo. I pastori irpini prendevano la via del ritorno all”inizio della primavera, dopo la Pasqua, e dopo la grande fiera che si teneva a Madonna dell” Arco per tutta la settimana successiva al Lunedì d”Albis.

Per comprendere quale fosse la misura del flusso di visitatori, e quanto grande il consumo di carne, di stocco e di vino, basta dire che nel 1863, lungo la strada che da Sant” Anastasia porta, attraverso Guindazzi, a San Sebastiano, “tenevano frasca”, cioè fornivano vini e cibi cotti, 11 osterie. Sotto Carlo III, a metà del sec.XVIII, gli anastasiani incominciarono a intessere, intorno al fenomeno della transumanza, una fitta rete di relazioni commerciali che in poco tempo avrebbe messo nelle loro mani il controllo del mercato di agnelli e capretti.
I Domenicani diffusero, tra Ottajano e Sant” Anastasia, anche la cucina dello stocco e del baccalà, alimento “magro” e penitenziale, che si sposava splendidamente con altri prodotti vesuviani, l”olio, le erbe, il vino, i pomodorini e il pane.

Il fetore che si sprigionava dall”ammollo dei “mussilli” costrinse gli anastasiani a costruire le vasche per la lavorazione ai Romani e a Mercato Vecchio, lontano dall”abitato: quando Sant” Anastasia conquistò l”autonomia da Somma, le vasche vennero a trovarsi in territorio sommese e incrementarono un”attività in cui gli amministratori e gli imprenditori locali avevano già investito cospicui capitali.
Ma il mercato vesuviano delle carni “fresche” e dei salumi e dei salami rimase saldamente in mano ai grossisti e ai “dettaglieri” di Sant” Anastasia.

Dedicheremo un articolo alla famiglia dei Borrelli, che almeno fino al 1875 controllò le vie legali e illegali attraverso le quali arrivava a Napoli l”approvvigionamento di carni “fresche” macellate. Qui basta dire che una quota notevole della ricchezza di Sant” Anastasia proveniva dall”attività dei baccalajuoli e dei buccieri, i venditori al minuto di carne vaccina e di agnello e di capretto, che ogni giorno andavano a montare banco nei mercati del territorio. Sul finire del 1859 i due “partiti” arrivarono allo scontro frontale perchè il Decurionato aveva deciso di abolire il dazio sulle carni e di coprire la riduzione del gettito fiscale con i 300 ducati che erano un residuo attivo del bilancio.

I baccalajuoli, guidati dagli Scafuto, dai Carotenuto e dai Piccolo, fecero ricorso all”Intendente della Provincia, Giuseppe IV Principe di Ottajano, e dichiarandosi certi che “la Vergine dell”Arco avrebbe messo in testa all” Eccellenza buoni propositi”, prima ricordarono che “stocco, baccalà e salacche si consumano dalla classe infelice del popolo” e che molti baccalajuoli di Sant” Anastasia, non potendo pagare il pesante dazio, erano stati costretti a trasferirsi a Somma; poi, con molti giri di parole, accusarono i capi dei buccieri, Marino Paparo e Domenico Liguori, di aver spinto Raffaele De Luca, onnipotente barbiere, a corrompere con 30 ducati un funzionario dell”Intendenza. L” Intendente fece il Ponzio Pilato e destinò il residuo attivo “agli accomodi della Chiesa di San Francesco, indecentissima e cadente”.

Ma i Borbone andarono via. Nel marzo del 1861 i baccalajuoli tornarono alla carica. Le loro donne “istigate dalla pessima genia dei contrabbandieri” e “portando in mano il salame” circondarono il nuovo sindaco, che si chiamava Sanseverino, e gli chiesero minacciosamente di abolire il dazio. Il nuovo sindaco prima mandò a chiamare 50 soldati del distaccamento di Somma, e poi, quando gli confermarono che i soldati erano già entrati in Sant” Anastasia, propose ai baccalajuoli di mantenere il dazio sulle carni insaccate e di abolirlo sullo stocco e sul baccalà, cibo dei poveri. I baccalajuoli si dichiararono d” accordo.
(Fonte foto: wikipedia.org)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA VIOLENZA SESSUALE DA MINORE SU MINORE

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Quando cӏ violenza sessuale da minore a minore, ruota un dubbio angosciante: tutela della vittima o del carnefice? Senza dimenticare mai che il processo penale minorile risponde a logiche rieducative.
Di Simona Carandente

Non si può negare come l”ordinamento positivo, e non solo per quel che concerne il diritto penale, sia costellato da numerose contraddizioni, che risultano incomprensibili persino ai cosiddetti “addetti ai lavori”, suscitando spesso lo sdegno dell”opinione pubblica.
D”altro canto è innegabile come alcuni istituti, quale lo stesso processo penale minorile, del quale si è già ampiamente discusso in questa sede, rispondano a logiche prevalentemente rieducative, talvolta così pregnanti da apparire prioritarie rispetto ad ogni altro scopo.

Pre-adolescenza: tempo di primi amori, di primi approcci, di voglia di scoprire l”altro, con tempi che tendono a restringersi a dismisura, posto che giovani e giovanissimi cominciano ad affacciarsi alle prime esperienze sessuali in età sempre più precoce.
E. è un ragazzino ambito, anche se ha solo quattordici anni: è carino, sveglio, pratica sport e nella cerchia dei suoi amici è un vero e proprio mito. Forse proprio per questo M. , 13 anni, accetta il suo invito a farsi un giro sul motorino.
Tuttavia, quel pomeriggio succede qualcosa di irreparabile: E., nonostante i reiterati rifiuti di M., vuole a tutti i costi “andare oltre”, non accontentandosi di qualche bacio e qualche carezza.

Tra le grida di M., si consumerà sul motorino di E. una bruttissima violenza sessuale, da definire addirittura squallida per le modalità con cui è stata posta in essere.
Tempo dopo, il minore E. viene rinviato a giudizio per violenza sessuale aggravata, posto che la giovane M. all”epoca dei fatti non aveva neanche compiuto 14 anni. Inutile dire che, per le modalità del fatto e per la giovane età della vittima e del carnefice, il processo scuote gli animi di tutti, magistrati, avvocati e forze dell”ordine.

Quello che subito balza all”occhio è che E. non mostra il minimo pentimento: non ha capito quello che ha fatto, non ha compreso di aver danneggiato per sempre M., e non solo dal punto di vista fisico. In poche parole, non sembra aver capito il significato grave del suo gesto, pur se pungolato dal proprio difensore a mostrare cenni di ravvedimento.
Alla luce di tale comportamento, al minore viene negata anche la cosiddetta messa alla prova, ovvero la possibilità che il procedimento penale venga sospeso, affidando il minore stesso ai servizi sociali, affinchè compia delle attività, quali ad esempio il volontariato, che lo riabilitino nel sociale. Al suo difensore, pertanto, non rimane che procedere nelle forme del rito abbreviato.

Il finale di questa storia ha quasi del grottesco: al ragazzo viene inflitta una condanna a tre anni con pena sospesa, viene immediatamente rimesso in libertà e non dovrà in alcun modo riparare il danno alla persona offesa, posto che l”istituto del risarcimento non trova ingresso nel processo minorile.

E M.?
Oltre a non beneficiare di alcun ristoro economico (almeno in sede penale), porterà nel cuore delle ferite che difficilmente si rimargineranno. Forse, per lei rimarrà la magra consolazione di aver fatto il proprio dovere, denunciando un fatto gravissimo destinato altrimenti a cadere nell”oblio, vincendo l”omertà di chi sa e finge di non sapere, con l”avallo di un giudice che comunque ha inflitto ad un quattordicenne una condanna per violenza sessuale. Una macchia che sarà difficile da lavare, anche se da grande E. dovesse comprendere, finalmente, le conseguenze del suo grave gesto. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL DECIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Facciamo cifra tonda con il sentiero n°10 ovvero quello de “L”olivella” un breve ma singolare tragitto rurale che ci conduce a una delle due sorgenti vesuviane.

Il nostro viaggio fa stavolta tappa a Sant”Anastasia uno dei comuni più grandi e vitali del Vesuviano. Per raggiungere l”importante centro agricolo e turistico basta seguire le indicazioni della SS268 e una volta entrati nel centro cittadino, raggiungere il rione di Sant”Antonio. Per prendere invece il sentiero sono possibili più opzioni. La prima, la più comune, è quella di imboccare proprio dal suddetto rione, sede di un interessante presepe vivente, via Garibaldi che ci porterà a incrociare via Nicola Amore e che a sua volta sale lungo via Olivella, verso le sorgenti meta del nostro itinerario. Un altro accesso potrebbe essere anche quello che sale verso la stessa via Nicola Amore seguendo però via Donna Regina.

Per partire alla scoperta di queste rare e mistiche acque, uniche in un territorio che, per la sua natura vulcanica le vede assorbite in gran parte dalla falda freatica, ho deciso di seguire invece un altro cammino, più inusuale ma a mio parere più interessante, utile per apprezzare la rusticità di un mondo che tende gradualmente a scomparire sotto il peso di una modernità che tutto appiattisce.
Si partirà dunque dalle cosiddette “Murelle “e Trocchia” ovvero dalla parte terminale di via Trinchera (medico della corte borbonica a suo tempo proprietario di vasti appezzamenti in zona) che dal comune di Pollena Trocchia giunge ai confini della città del santuario. All”altezza di un piccolo giardinetto triangolare (m156 slm), approntato per un sacello a S.Pio da Pietrelcina, s”imbocca, sulla destra, l”omonima via, all”entrata della quale v”è un utile fontana.

La strada prosegue tra anonimi fabbricati moderni fino all”incrocio con via Zazzera (toponimo che caratterizza l”intera zona) dopo 390 m di passeggiata, si prende dunque la via in salita (a sinistra) e ci si inoltra in un paesaggio decisamente più agreste. A questo punto ci si renderà conto, strada facendo, che appena le abitazioni si diradano ogni luogo è buono per scaricare il proprio pattume, e anche in questo caso come per il vallone di Profica (e purtroppo non solo!), gli incontri con le discariche saranno tutt”altro che occasionali. Dopo circa 820 m di cammino giungiamo a un incrocio, noi andremo a sinistra incamminandoci lungo via N. Amore il cui palazzo diroccato ci attende da lontano; questo tratto è per me tra i più belli dal punto di vista rurale, dove l”albicocca e il pomodorino, senza dimenticare l”uva catalanesca, la fanno ancora da padrone.

Superato l”imponente e pericolante edificio, antica dimora del politico napoletano, si prosegue sempre dritto senza svoltare a sinistra (via Donna Regina) fino all”incrocio con via Garibaldi dove svolteremo a destra e inizieremo il percorso di via Olivella, scandito dalle stazioni della via crucis e dalle ormai altrettanto statutarie discariche abusive. Poco prima del confluire di questa via a valle, verso il centro abitato, passeremo sotto una sorta di ponticello che altro non è che il vestigio delle antiche strutture idrauliche che convogliavano le acque vesuviane verso la reggia borbonica di Portici.
La stradina s”inerpica finalmente verso il Somma (che poi raggiungerà superate le sorgenti) e incomincia ad essere meno esposta e resa più piacevole dall”ombra della fitta boscaglia. Dopo 2 km, a 460 m di quota, all”altezza della VIII stazione della via crucis, incomincia a sostituirsi al tedioso e malandato asfalto un ben più piacevole e utile lastricato in basalto. Dopo circa tre chilometri giungiamo a quota 343, nelle vicinanze dell”area dedicata alle sorgenti. Al bivio infatti si scende a destra superando una sbarra e si giunge in un piccolo avvallamento, mantenendo la sinistra (a destra si prende un piacevole stradello che sale gradualmente verso il Somma) raggiungiamo, dopo la XIV stazione della via crucis, la sorgente inferiore, seminascosta dalla vegetazione. Si scorgerà solo se si fa attenzione all”appena riconoscibile e breve viuzza che, a destra, porta a un arco di pietra lavica, che custodisce l”entrata delle opere idrauliche di origine borbonica.

Pur non esistendo, in questo caso, alcuno sbarramento all”accesso, va detto che l”entrata è angusta e ovviamente c”è presenza d”acqua, è opportuno quindi, per apprezzarne le caratteristiche, munirsi di strumenti e abiti adatti e soprattutto farsi accompagnare da un conoscitore del luogo, le strutture infatti, oltre ad essere antiche, sono in uno stato di totale abbandono, quindi, come sempre, prudenza!
Va inoltre detto, che come è accaduto per gran parte della sentieristica vesuviana, anche per l”Olivella non sono valsi a nulla gli sforzi delle associazioni locali per elevare a rango di patrimonio comune il proprio territorio, a niente è servito lo scontrarsi contro il muro insormontabile degli egoismi personali e delle difficoltà burocratiche. Al momento restano vane le speranze di restituire al luogo interesse e dignità che gli spettano.

Riguadagnando il sentiero principale che, se si esclude il cartellone all”imbocco delle sorgenti, non ha alcun punto di riferimento, arriviamo a una sorta di anfiteatro a monte del quale si trova la sorgente cosiddetta superiore. Giungervi non sarà facile poichè la stradina che vi sale, oltre a essere malandata, è anche bloccata da un grosso albero caduto. Se siete comunque disposti a vederla e a camminare carponi nel fango non vi sarà impossibile raggiungere la polla, che però troverete serrata da una cancellata, ben chiusa da un catenaccio.

Vi consolerà il rigagnolo che dal piccolo tunnel sgorga fresco creando un piacevole effetto esotico più in basso, presso la madonnina, dove sarà realmente possibile rinfrescarsi sotto una piacevole, anche se non abbondante, doccia d”acqua fresca circondata da capelvenere e felci di vario genere. Per i più avvezzi a questi spettacoli della natura sarà ben poca cosa e magari risulterà uno spettacolo, per quanto pittoresco, scontato ma, come s”è detto, l”acqua qui non è merce comune e qualcosa di simile, anche se di ben più ridotta portata, lo si potrà apprezzare soltanto all”altra sorgente, quella delle Chianatelle, in territorio di Pollena Trocchia.

Dopo essersi rinfrescati si potrà ritornare indietro lungo lo stesso percorso dell”andata e, magari, strada facendo, attaccare bottone con qualche anziano contadino, al quale non dispiacerà certo intessere le lodi della sua campagna dopo aver prima indagato con diffidenza, poi con curiosità e finalmente con simpatia sulle generalità di chi s”avventura ancora lungo i sentieri da Muntagna. Magari in questo modo si rinsalderà quel legame vitale tra noi e il nostro territorio che sembra tanto più lontano quanto sconosciuto.

I NOSTRI BRAVI “SORBETTIERI…

Cibi e riti vesuviani” questa settimana ci porta a conoscere il lavoro che si svolgeva nei mercati alimentari del nostro territorio prima dell”Unità d”Italia. La curiosità: anche in quel periodo l”acqua (la neve), “mancava” spesso…

I mercati alimentari di Nola e di Castellammare, in cui andavano a rifornirsi i “dettaglieri” della provincia, dettavano i prezzi per i “salami”. Nel giugno del 1854 il primo Eletto del Comune di Nola, che si firma con un geroglifico indecifrabile ( forse un R. Spena) invia ai sindaci dei comuni vesuviani la consueta relazione con l” “assisa de” salami”: la sua penna, nel tracciare sulla carta spessa del Fibreno i nomi dei caci e delle ricotte e delle alici salate, non corre, si sofferma, indugia sulla rotondità delle “a”, traccia con cura gli apici e le lunghe code a pavone della “f”.

I sensi dell” Eletto, incantati dalla memoria degli odori e dei sapori, trasmettono alla mano un piacere particolare, quello di elencare le cose indicandole con il loro nome: è un piacere di cui hanno parlato Walter Benjamin e Umberto Eco, ma che ho trovato espresso al massimo grado di intensità negli epigrammi di Marziale e nelle straordinarie pagine in cui Emile Zola descrive i suoi notturni pellegrinaggi tra i banchi dei mercati generali di Parigi e tra le lunghe carovane dei carri che ogni notte portavano dalla campagna il cibo per la capitale di Francia.

Sui banchi del mercato nolano i compratori trovavano vari tipi di “nzogna: “pani” di sugna fresca e di sugna “vecchia”, dell”anno precedente; sugna nelle “pignatte”, sugna nelle “vesciche”. Ricordo la concentrazione con cui mia madre tagliava il grasso del maiale in “dadi” di misura uguale, che poi venivano cotti in una pentola su fuoco a legna, in un rimescolio continuo di odori densi e di sfrigolii. Noi ragazzi aspettavamo pazientemente una prelibatezza, che alcune vicine chiamavano i “ciculi”, e altre “le cicole”: insomma, i ciccioli, densi, saporosi, che si squagliavano in bocca: un”ebbrezza, uno schiaffo in faccia al colesterolo, un”illusione di abbondanza.

La sugna liquida veniva versata in vasetti grigi, in cui si sarebbe compiuto, lentamente, il processo di consolidamento, sotto la protezione di un cerchio di legno poggiato sulla bocca del recipiente in modo da farvi entrare l”aria, e solo l”aria. Il macellaio, invece, versava il liquido in vesciche di maiale, che aveva a lungo lavato con una mistura di acqua, di aceto, di succhi di limone e di scorze d”arancia.

I venditori di cacio più importanti avevano magazzino in Castellammare, presso il porto. I banchi, che allestivano nei mercati, erano uno spettacolo di forme sapientemente ordinate in piramidi, protette, contro le mosche, da ampie cortine di strisce di carta colorata. I ragazzi di bottega agitavano incessantemente i ventagli dal manico lungo e “gridavano” nomi e virtù dei vari tipi di cacio: cacio vecchio e fresco di Puglia, cacio di capra di Altomonte, cacio “muscio pecorino stagionato e fresco”, cacio di Castello “nuovo e vecchio”, cacio di Moliterno, cacio di Crotone ( ma allora i napoletani dicevano Cotrone ).

A Nola e a Castellammare si trovava anche cacio d”Olanda, che costava, al chilo, 39 grana: ricordiamo che a metà del secolo la “giornata” di un muratore era di 15-18 grana. E poi provole di bufala, caciocavalli caprini, costosissimi caciocavalli stravecchi, capocolli, “prosciutti coll”osso e senz” osso”, “ventresche vecchie e nuove”, “ricotte perute di Montella”, che erano famose in tutto il regno. Da Sarno arrivavano i gamberetti di fiume. In prossimità delle feste, al mercato di Nola si potevano trovare, a buon prezzo, le anguille del Garigliano, mentre a Castellammare arrivavano quelle di Comacchio.

Il commercio dello stocco e dei “baccalari” era tutto nelle mani dei grossisti di Somma e di Sant”Anastasia, che avrebbero potuto costituire una lobby e dettar legge: ma il prezzo era sottoposto a calmiere, e perciò un chilo di “stocco verace” costava circa 7 grana, e 9 grana un chilo di “scelle nuove” o di “mossilli nuovi di baccalari”. Le alici meritano un discorso a parte, per il ruolo che hanno svolto nella storia sociale di Napoli.

A Napoli i “pizzicagnoli” di via Toledo importavano, già dopo il 1821, zamponi di Modena e di Bologna e formaggi di Sardegna, e dopo i moti del “48 la polizia mise sotto controllo – un controllo discreto –, il negoziante di salumi Giovanni Biagio Jaselli, che aveva bottega al largo Grande Dogana, e il collega Luigi Ielpo, che teneva banco in una via dal nome beneaugurante, Conservazione de” grani. I due avevano stretto relazioni commerciali con l” “estero”, importando parmigiano da Parma e da Lodi, e stracchino da Milano.
I “sorbettieri” dei paesi in cui si tenevano mercati importanti, o c”erano santuari di gran nome – Castellammare, Nola, Somma, Ottajano, Sant”Anastasia, – non potevano che essere bravi.

La “neve”, materia prima della loro arte, essendo considerata un genere di prima necessità, cadeva sotto il regime della “privativa”, e intorno a questo appalto si costruirono solide fortune. Gli appaltatori andavano a procurarsi la “neve” a Monteforte, dove veniva conservata in capaci vasche: da qui la trasportavano nei paesi, la ammassavano in buche profonde o, come a Ottajano, in grotte, e la coprivano con strati di terra e con tela grezza, che veniva continuamente impregnata con quantità misurate di acqua. La” neve” era un genere di prima necessità, non solo per chi vendeva carni, pesce, vino e acqua fresca e per i “sorbettieri”, ma soprattutto perchè svolgeva un ruolo essenziale nella medicina dei poveri: i medici la usavano per combattere le febbri, la dissenteria, gli sbalzi di pressione e le emorragie.

Non c”era comune del territorio in cui, incominciata l”estate, non si levassero proteste vivaci contro gli appaltatori, accusati di negare la neve ai poveri per venderla a macellai e a sorbettieri; e non c”era appaltatore che non rispondesse che l”inverno, a Monteforte o a Laceno, non era stato il solito inverno, ma un”estate africana: non era caduto un fiocco di neve. Nei contratti d”appalto erano previste multe salate per chi facesse mancare il prezioso “elemento”.

Credo di aver letto tutti i contratti stipulati a Ottajano tra il 1820 e il 1872: non si contano le multe inflitte dagli amministratori ai signori della “neve”. Ma le multe vennero pagate solo in quattro, cinque casi. Non di più. No, non c”è nulla di nuovo sotto il sole: anzi, non c”è nulla di nuovo nel mercato dell” acqua. Dell” acqua ghiacciata. Dell”acqua corrente. Dell”acqua che non corre.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI

A POMIGLIANO, FIAT, VIENE PRIMA IL LAVORO. LA DIGNITÁ POI

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Bisogna fare di tutto per salvare il lavoro degli operai e garantire la permanenza della fiat in città. Lavorare, lavorare, lavorare!
Di Don Aniello Tortora

La città di Pomigliano d”Arco e il suo stabilimento Fiat G.B.Vico hanno attirato da qualche giorno l”attenzione dell”intero Paese.
Mi par di capire che la vertenza tra l”Azienda e i sindacati sia emblematica e faccia da apripista per il futuro, nel rapporto tra capitale e lavoro, nell”era della globalizzazione e della flessibilità.
Tutti guardano a Pomigliano, a quanto accadrà dopo il 22 giugno, giorno del referendum tra gli stessi lavoratori.

Mi sento di condividere in pieno il comunicato-stampa della Diocesi di Nola, che riporta il pensiero ufficiale del vescovo Beniamino Depalma, sempre attento e vicino ai lavoratori della Fiat.
Il vescovo inizia dicendo che “quanto sta accadendo in questi giorni a Pomigliano d”Arco è straziante. Migliaia di famiglie e tantissimi giovani sono in balia di notizie e di scontri che si svolgono letteralmente sopra la loro testa e al di fuori della loro volontà”.

E, dopo aver affermato che “come pastore di questa diocesi non ho soluzioni tecniche nè posso entrare nei dettagli dell”accordo” il Vescovo rinnova “l”invito a tutte le parti a guardare unicamente ai due obiettivi fondamentali che in questo momento si pongono innanzi a noi:
– salvare il lavoro delle migliaia di persone impiegate al Vico di Pomigliano, con il relativo indotto regionale
– assicurare la permanenza nella città di Pomigliano del grande stabilimento Fiat.

Chiede, inoltre,” all”azienda e ai sindacati l”utilizzo della ragione e del buon senso. Ai primi chiedo che la riorganizzazione della produzione sia sempre equilibrata da dignitose condizioni di lavoro, e di fare, se possibile, ulteriori sforzi in questa direzione. Ai secondi chiedo di ritrovare subito l”unità, e di sintonizzarsi immediatamente e pienamente con i bisogni e le richieste degli operai, che chiedono un”unica cosa: lavorare, lavorare, lavorare, senza il timore di finire in strada da un momento all”altro”.

Continua, poi, dicendo: “Si cerchino, se possibile, ancora margini per migliorare l”accordo, ci si attivi con coscienza per una vigilanza serrata sulle condizioni di lavoro degli operai, ma non si blocchi per nessun motivo il piano che porta a Pomigliano una vettura di largo consumo come la Panda”.

Infine l”ultimo invito alla responsabilità e alla speranza: “Ai responsabili di tale situazione, mi limito a ricordare la posta in gioco: migliaia di posti di lavoro in terra di camorra, in città dove la malavita non attende occasione migliore per girare e rigirare nelle ferite personali e collettive il proprio coltello insanguinato.
Come pastore sono chiamato a indicare sentieri di speranza. Ma la speranza non è disincarnata, la speranza si compie anche costruendo dignitose condizioni sociali ed economiche. Io ho fiducia che i posti di lavoro saranno salvi. E che la soluzione positiva della vertenza porterà speranza a Pomigliano e in tutta la regione”.

A me pare che il Vescovo colga i due elementi-chiave della difficile vertenza: Lavoro e Dignità.
La dignità non va mai svenduta e deve essere sempre rivendicata. Ma prima della dignità, oggi, a Pomigliano viene il lavoro. Non sono un tecnico di vertenze sindacali, ma a me sembra che le questioni poste da qualche sindacato pur valide e condivisibili, non siano insormontabili. Sono convinto che, strada facendo, come è già accaduto altre volte, le cose si aggiusteranno in meglio. Parafrasando il grande Aristotele che diceva: “Primum vivere, deinde philosophare”, oserei dire: “Primum lavorare, deinde cogitare”.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LE VUVUZELA CONTRO IL BAVAGLIO ALLA LIBERTÁ DI STAMPA

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Con questo articolo, il prof. Scarpone si congeda dalla rubrica per la pausa estiva. Ma non esita a lanciare nuove e condivisibili provocazioni.

Caro Direttore,
con oggi ti saluto, vado in vacanza. Ti riscriverò, se ancora ti farà piacere, a fine agosto. “Ma come”, -certamente dirai- “ne hai dette di cotte e di crude sul conto del Paese vacanziero e, poi, sei il primo a lasciare il campo”? Vedi, Direttore, sono costretto a prendermi una vacanza dalla rubrica, perchè, a complicare la già precaria attenzione dei miei pochi lettori, è sopraggiunto il campionato mondiale di calcio. Finalmente! Una manifestazione capace di risvegliare lo spirito nazionale (o nazionalistico?) e di giustificare le prese di distanza da ogni altro problema.

Fosse anche un problema di sopravvivenza legato al lavoro o alla difficoltà di pagare il fitto mensile o di onorare i debiti contratti dal salumiere. È stato commovente l”attesa della prima partita dell”Italia. Il mio vicino di casa ha imbandierato tutta la terrazza; dai balconi e dalle finestre garrivano tricolori infiniti; uno sventolio simile non l”avevo notato nemmeno per la festa dei battenti del lunedì in albis. E, poi, quel riunirsi attorno a una tavola imbandita, brindare insieme, bestemmiare per un gol mancato o subìto, correggere animatamente gli schemi di gioco, è proprio esaltante.

Pensa che una mia carissima amica, amante delle conversazioni telefoniche, poche ore prima della partita col Paraguay, mi ha velocemente liquidato, perchè doveva preparare la cena in vista della diretta televisiva. C”erano, oltre al nucleo familiare, i fidanzati delle due figlie, la signora del piano di sotto col nipote seminarista, Carmine il bidello e la signora Cascetta, una collega pensionata.
Ma è proprio importante parlare di Marchisio e Pepe? Ebbene, sì! Almeno non ci si perde nelle stupide beghe della politica, della società che va all”incontrario, del sistema marcio. Un guaio grosso sarebbe stato (ma nel nostro Paese non sarebbe mai potuto accadere) se, per esempio, avesse giocato uno di nome Paolo Sollier. Crisi, profonda crisi! Quello là avrebbe fatto meglio a fare i gol, piuttosto che ad aprire la bocca!

“Triste come un Consiglio di fabbrica/ in un pomeriggio d”inverno,/ tra un palleggio e un collettivo politico/, sogni dittature proletarie e coi gol/ richiami alla lotta di classe./ Sotto le curve dei popolari/ composto esulti e nelle domeniche/ di pioggia è più efficace/ il tuo pugno chiuso.” (Fernando Acitelli, “La solitudine dell”ala destra”, Einaudi, 1998).

E, poi, Direttore, devo anche confessarti che avevo immaginato di scriverti una lettera su una pagina completamente bianca; scriverti senza veramente scriverti. Insomma, una lettera vuota. Voleva essere il mio personale contributo alla lotta per l”informazione libera, la mia protesta contro il bavaglio alla libertà di stampa. Ho pensato che mi avresti censurato (e, dentro di te, anche chiamato scemo). Se muore un attore, lo spettacolo ha l”obbligo di continuare. Figurati se uno ti manda un pezzo senza parole! Il giornale ha l”obbligo di essere riempito di parole.

Allora, lasciami almeno riproporre alcuni versi di Martin Niemolver, già citati tempo fa: “Quando i nazisti hanno portato via i comunisti,/ ho taciuto,/ perchè io non ero comunista./ Quando hanno messo in galera i socialdemocratici/ ho taciuto,/ perchè io non ero socialdemocratico./ Quando hanno portato via me/ non c”era più nessuno che potesse protestare”.

Come dici? Non ti va di far polemiche? Sono pesante?.. non ho capito bene. Mi stai consigliando, per il futuro, di essere meno incazzato e più incline ai piaceri della vita, meno criticone e più maneggione: Non replico. Per rispetto, si intende. Ma anche perchè sta per cominciare una bella (si spera) partita e devo provare se funzionano le vuvuzela!