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Il viaggio nella storia dei nostri territori ci ricorda da dove veniamo e cosa eravamo. In attesa di capire perchè siamo diventati quello che siamo.
Di Carmine Cimmino

Tra il 1848 e il 1860 Sant” Anastasia fu senza dubbio il paese più ricco ad est del Vesuvio: il più ricco di capitali, il più ricco di commerci. Il Santuario di Madonna dell” Arco fu un motore importante della solida economia anastasiana, ma un contributo notevole allo sviluppo venne dall”agricoltura, dalla lavorazione dei salumi e dei salami, dai primi progetti dell”industria olearia e dalla intensa attività delle officine meccaniche e dei telai domestici.

Nel 1840 Giovanni Maione, proponendosi di istituire una società industriale per l”allevamento delle api, aveva chiesto al Ministero delle Finanze l”autorizzazione a vendere azioni per 1650 ducati: quanti ne erano necessari per la formazione di 1000 sciami. La rapidità con cui fu concessa l”autorizzazione confermò il sospetto di alcuni anastasiani che il Maione fosse un prestanome dei Muscettola, proprietari, tra Sant” Anastasia e Pollena, di una villa e di tre masserie.

Nella relazione sull”eruzione del dicembre 1631 Giulio Cesare Braccini, “dottore di leggi e protonotario apostolico”, racconta che la lava, scendendo da Pollena a Sant” Anastasia, risparmiò, tra le molte greggi che svernavano tra i valloni, solo le pecore dei Domenicani. A partire dalla seconda metà del Seicento Sant”Anastasia fu la meta della transumanza annuale dei pecorai avellinesi. I quali abbandonavano, nel tardo autunno, le balze già innevate dell” Appennino irpino e menavano le loro greggi al Monte Somma. Il viaggio durava circa tre settimane: uomini e animali trovavano ristoro, lungo il cammino, a Tufino, a Visciano, a Cimitile, ospitati nei vasti nocelleti che pecore e capre fecondavano con i loro escrementi.

Si tenevano lontano dai territori di Ottajano e di Somma, coltivati a vigneti, e quindi protetti, contro le greggi devastatrici, dalla polizia rurale e dagli schioppi dei proprietari, e puntavano su Pomigliano. Da Pomigliano salivano a Sant” Anastasia e a Madonna dell” Arco, lungo gli alvei Santo Spirito e Leone ancora coperti di morbidi tappeti di erbe, e ricchi d”acqua. Lì venivano ospitati negli stazzi e nei recinti predisposti dai Domenicani e da altri proprietari all”Olivella e in cima agli alvei Murillo, Purgatorio e Sorbo. I pastori irpini prendevano la via del ritorno all”inizio della primavera, dopo la Pasqua, e dopo la grande fiera che si teneva a Madonna dell” Arco per tutta la settimana successiva al Lunedì d”Albis.

Per comprendere quale fosse la misura del flusso di visitatori, e quanto grande il consumo di carne, di stocco e di vino, basta dire che nel 1863, lungo la strada che da Sant” Anastasia porta, attraverso Guindazzi, a San Sebastiano, “tenevano frasca”, cioè fornivano vini e cibi cotti, 11 osterie. Sotto Carlo III, a metà del sec.XVIII, gli anastasiani incominciarono a intessere, intorno al fenomeno della transumanza, una fitta rete di relazioni commerciali che in poco tempo avrebbe messo nelle loro mani il controllo del mercato di agnelli e capretti.
I Domenicani diffusero, tra Ottajano e Sant” Anastasia, anche la cucina dello stocco e del baccalà, alimento “magro” e penitenziale, che si sposava splendidamente con altri prodotti vesuviani, l”olio, le erbe, il vino, i pomodorini e il pane.

Il fetore che si sprigionava dall”ammollo dei “mussilli” costrinse gli anastasiani a costruire le vasche per la lavorazione ai Romani e a Mercato Vecchio, lontano dall”abitato: quando Sant” Anastasia conquistò l”autonomia da Somma, le vasche vennero a trovarsi in territorio sommese e incrementarono un”attività in cui gli amministratori e gli imprenditori locali avevano già investito cospicui capitali.
Ma il mercato vesuviano delle carni “fresche” e dei salumi e dei salami rimase saldamente in mano ai grossisti e ai “dettaglieri” di Sant” Anastasia.

Dedicheremo un articolo alla famiglia dei Borrelli, che almeno fino al 1875 controllò le vie legali e illegali attraverso le quali arrivava a Napoli l”approvvigionamento di carni “fresche” macellate. Qui basta dire che una quota notevole della ricchezza di Sant” Anastasia proveniva dall”attività dei baccalajuoli e dei buccieri, i venditori al minuto di carne vaccina e di agnello e di capretto, che ogni giorno andavano a montare banco nei mercati del territorio. Sul finire del 1859 i due “partiti” arrivarono allo scontro frontale perchè il Decurionato aveva deciso di abolire il dazio sulle carni e di coprire la riduzione del gettito fiscale con i 300 ducati che erano un residuo attivo del bilancio.

I baccalajuoli, guidati dagli Scafuto, dai Carotenuto e dai Piccolo, fecero ricorso all”Intendente della Provincia, Giuseppe IV Principe di Ottajano, e dichiarandosi certi che “la Vergine dell”Arco avrebbe messo in testa all” Eccellenza buoni propositi”, prima ricordarono che “stocco, baccalà e salacche si consumano dalla classe infelice del popolo” e che molti baccalajuoli di Sant” Anastasia, non potendo pagare il pesante dazio, erano stati costretti a trasferirsi a Somma; poi, con molti giri di parole, accusarono i capi dei buccieri, Marino Paparo e Domenico Liguori, di aver spinto Raffaele De Luca, onnipotente barbiere, a corrompere con 30 ducati un funzionario dell”Intendenza. L” Intendente fece il Ponzio Pilato e destinò il residuo attivo “agli accomodi della Chiesa di San Francesco, indecentissima e cadente”.

Ma i Borbone andarono via. Nel marzo del 1861 i baccalajuoli tornarono alla carica. Le loro donne “istigate dalla pessima genia dei contrabbandieri” e “portando in mano il salame” circondarono il nuovo sindaco, che si chiamava Sanseverino, e gli chiesero minacciosamente di abolire il dazio. Il nuovo sindaco prima mandò a chiamare 50 soldati del distaccamento di Somma, e poi, quando gli confermarono che i soldati erano già entrati in Sant” Anastasia, propose ai baccalajuoli di mantenere il dazio sulle carni insaccate e di abolirlo sullo stocco e sul baccalà, cibo dei poveri. I baccalajuoli si dichiararono d” accordo.
(Fonte foto: wikipedia.org)

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