LA BREVE STAGIONE DI VINCENZO BARONE, BRIGANTE DI SANT” ANASTASIA. PRIMA PARTE

Il brigantaggio vesuviano fu un fenomeno molto importante nelle vicende post-unitarie perchè intrecciò gli interessi della camorra e del nuovo sistema politico, aprendo la strada all”inquinamento della società civile.
Di Carmine Cimmino

Vincenzo Barone visse una breve stagione da ribelle. Tentò di restare un ribelle politico, ma non ci riuscì. Non potè evitare che nel suo gruppo, insieme con gli “sbandati” dell”esercito borbonico, entrassero anche delinquenti comuni e picciotti di camorra, fuggiti dalle carceri del Granatello e di Barra. Mise insieme una cinquantina di “soldati”, gente di Somma, di Sant”Anastasia, di Pollena, di Ponticelli, reclutata dai suoi luogotenenti Vincenzo Terracciano, Gennaro Mauro, Filippo Rega, di Pomigliano, che portava un cappello di paglia ornato di una penna di pavone, Alfonso Aliperta il Malacciso, Alfonso Sessa, Gennaro Maione e Giovannangelo Sodano.

Gli ufficiali del 7° fanteria già nel maggio del “61 dicevano che dietro Barone c”era un comitato filoborbonico, composto da “galantuomini” di Somma e di Cercola, soprattutto, e dai nobili e dai funzionari “della passata tirannia” che possedevano ville, “casini” e masserie nel territorio. Questo comitato, se mai esistette, cessò di funzionare già nel giugno, quando Silvio Spaventa dispose che le Guardie Nazionali dei Comuni ad est del Vesuvio venissero sostituite, nel controllo dell”ordine pubblico, da fanti e da bersaglieri.

Per procurarsi il danaro necessario a mantenere la banda, Barone fu costretto a inviare “biglietti” estorsivi ai più facoltosi proprietari del territorio, senza far distinzione tra liberali e borbonici. Contemporaneamente si infiltrarono nel suo gruppo spie e doppiogiochisti, al soldo non solo dei “piemontesi”, ma anche della camorra, diciamo così, ufficiale, che non sopportava l”ingombrante concorrente, ritenendolo, tra l”altro, responsabile primo della massiccia militarizzazione del territorio.

Il brigantaggio vesuviano fu un fenomeno di cruciale importanza nelle vicende post-unitarie, perchè strinse in un viscido intreccio gli interessi della camorra e del nuovo sistema politico, e aprì la strada a quell”inquinamento della società civile, che è, a parer mio, il problema vero della nostra storia. Penso che sia venuto il momento di scrivere, dopo tante storie più o meno folcloristiche della camorra, una storia vera e cruda della società civile napoletana.

Il 19 agosto del “61 Barone entrò nel territorio di Ottajano per consegnare “un biglietto estorsivo” con la richiesta di 2000 ducati a Raffaele Saggese Matafone, ricchissimo costruttore di botti e sensale onnipotente di “partite” di uva. Ma il colpo fallì. Cavalcava al fianco del brigante la sua donna, Luisa Mollo, “vestita alla maschile” – lo scrivano della Guardia Nazionale ottajanese sentì il bisogno di sottolineare con un grosso tratto le tre parole – e con due pistole infilate nella cintola: una pittoresca Bonnie vesuviana. Il giorno dopo, Barone scese a Pollena, dal suo rifugio in montagna, e penetrò, con quattro dei suoi, nella casa dell”ottantenne Felice Miceli, che era stato, sotto i Borbone, importante funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia.

Mentre i suoi tenevano fermi la moglie del Miceli, che si chiamava Teresa Buonincontri, la cameriera e un ospite, Antonio Filosa, Barone, bestemmiando come un ossesso, puntò il pugnale sul petto del vecchio e gli intimò di consegnare i 30000 ducati che, secondo le spie della banda, conservava in un cofanetto. Miceli stava per rispondere, probabilmente, che gli informatori lo informavano male, ma non gli fu dato nemmeno il tempo di aprir bocca: il più giovane del gruppo, Modestino Martinelli, di Ponticelli, lo “crivellò” con otto pugnalate: e quando il vecchio cadde supino nel suo sangue, il giovanotto si fece passare “tra le labbra” “il filo del pugnale insanguinato”: secondo Vincenzo Vecchione detto il Foriere, di Pollena, “per acquistar coraggio”, ma, secondo Raffaele Di Marzo detto Canesca, “in atto di bravura, per aguzzar la punta” che negli otto colpi si era smussata.

I briganti portarono via “un abito completamente scuro, biancheria, un orologio da tavolo, un cannocchiale, due papare, alcuni pezzi di baccalà e di lardo”, e pantaloni e mutande, che Modestino tenne per sè. Il Foriere permise al compaesano Filosa, che piangeva e tremava, di andar via, mentre la moglie di Miceli e la cameriera vennero costrette a seguire il gruppo. Poi, quando la strada incominciò a salire, alle due donne venne consentito di tornare indietro. Il comandante della compagnia di fanti che era di stanza a Sant” Anastasia scrisse, nella sua relazione, che la moglie del Miceli trovò la casa piena di persone che si erano precipitate a saccheggiare il palazzo incustodito: intorno al cadavere del vecchio, immerso nel sangue, si disputavano le ultime spoglie.

Intanto, alcuni briganti festeggiavano l”impresa a casa di un “manutengolo” di Pollena, che già nel pomeriggio aveva fatto provvista di pasta e pane. Il resto della banda salì con Barone in località Sant”Angelo. Qui, mentre si esaminava il bottino, uno dei suoi gli domandò che fine avessero fatto gli orecchini di brillanti che egli aveva strappato dalle orecchie della moglie di Miceli. Barone rispose che li aveva persi lungo la salita. Egli capì che il suo prestigio si stava dissolvendo: e per misurare quanto gliene restasse, ordinò di giustiziare i 4 sommesi che si erano rifiutati di partecipare alla spedizione in casa del funzionario borbonico.

Protestò uno dei condannati, Arcangelo Parisi, una guardia campestre che si era dato alla macchia dopo aver ucciso un proprietario terriero di Somma, Alfonso Di Madero: ma il sommese Alfonso Sessa, offrendosi “spontaneo ai bisogni” del capo, appoggiò la pistola sulla tempia del suo concittadino e sparò. Venne ricompensato con l”abito scuro di Miceli. Quella notte di sanguinaria follia mise fine alla storia di Barone. Pochi giorni dopo il capo-brigante venne ucciso dai soldati: e i modi, i tempi e i meccanismi di questa “esecuzione” di Stato prefigurano altre oscure vicende di morte, di cui è disseminata la storia italiana: la storia di una democrazia imperfetta.

LA STORIA MAGRA

DEL COME SI É BLOCCATA L’APERTURA DELLA DISCARICA DI TERZIGNO

Il secondo approfondimento sulle vicissitudini delle cave vesuviane trasformate malgrado tutto e tutti in discariche. All”interno la fotogallery

Eccoci a discorrere con l”Avvocato Perna, inusuale figura di legale ecologista. Persona a dir poco appassionata del suo Vulcano, uno che ama, oltre che discorrere, toccare con mano la realtà vesuviana. Entriamo, con quest”intervista in un aspetto più tecnico che apre spiragli sconosciuti e interessanti sull”aspra vicenda.

Avvocato Perna, lei è stato parte in causa nel blocco dell”apertura della discarica in località Pozzelle può raccontarci com”è andata?
“In località Pozzelle a Terzigno ci sono due cave, la SARI e la Vitiello, in merito a queste cave ci sono state tre conferenze dei servizi. Sulla base della legge speciale, la 90 del 2008, i due siti sono stati individuati in zona di interesse strategico nazionale, quindi una normativa che dava pieni poteri a causa dell”emergenza e abrogava tutte le norme ordinarie. Si attribuiscono quindi poteri straordinari alla protezione civile, superando tutte quelle difficoltà che scaturivano nell”aprire questi siti.

Ma cosa è successo, si è tenuta una prima conferenza dei servizi, per la cava SARI dove sulla problematica del superamento dei problemi concernenti l”impatto ambientale a maggioranza si è decisa l”apertura della discarica. Dopo di che si sono resi conto, la presidenza del consiglio e il sottosegretariato, che la viabilità esterna non era sufficiente per poter raggiungere le cave, per cui è stata necessaria un”ulteriore conferenza dei servizi. Il problema però sta nel fatto che queste aree previste per la viabilità sono all”esterno del perimetro ad interesse strategico nazionale, quindi noi come Ente Parco e Comune di Boscoreale abbiamo ritenuto che non s”applicasse la normativa, la 90 del 2008, ma bisognava applicare tutte le procedure normali e ordinarie previste dalla legge. E quindi abbiamo impugnato i risultati di questa conferenza.

Tra l”altro nella conferenza non era stata messa preventivamente a disposizione del Parco lo studio d”incidenza, il TAR ha quindi sospeso inizialmente l”esito del confronto. L”Ente Parco è un ente di gestione, trattandosi poi di zona ZPS, Zona a Protezione Speciale, si applicano anche le direttive comunitarie e l”ente di gestione deve essere informato preventivamente su ogni intervento fatto in quella determinata zona. Il sottosegretariato a indetto una terza conferenza dei servizi, il 31 dicembre, ottenendo nuovamente la maggioranza. Noi abbiamo impugnato nuovamente la cosa per una serie di irregolarità formali.”

Chi componeva questa maggioranza, oltre al sottosegretario, il Parco Nazionale e i comuni interessati?
“In effetti noi abbiamo proprio contestato il fatto che non erano stati convocati tutti i comuni interessati, molti soggetti chiamati a intervenire erano poi ininfluenti come Telecom, Gori, Corpo Forestale dello Stato che, per la stessa legge 90 del 2008, in loro assenza o con il mancato pronunciamento questa valeva come voto favorevole. Quindi chiamando alla conferenza soggetti totalmente disinteressati questi non si presentavano e automaticamente la maggioranza era assicurata e anche questo è stato impugnato con ricorso al TAR.

Cosa più importante per quanto riguarda la conferenza relativa a cava Vitiello, tenutasi a fine dicembre, ultimi giorni utili prima che intervenisse la legge 195 del 2009, che sanciva la fine dell”emergenza appunto al 31 dicembre, demandando le competenze a provincia e regione. Si indice dunque la conferenza con argomento anche la cava Vitiello, una megadiscarica che a regime avrebbe potuto contenere tre milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti talquale. Una delle discariche più grandi d”Europa. Basti pensare che la discussa discarica di Chiaiano dovrebbe contenerne cinquecentomila.

In tutta la regione è previsto uno smaltimento di 5 milioni di tonnellate di rifiuti, di questi cinque milioni, nel piano elaborato sulla base delle indicazioni commissariali tre milioni e mezzo devono andare nella cava di Terzigno, i due terzi di tutti i rifiuti campani devono andare nel Parco Nazionale del Vesuvio.”

È specificato quanti di questi rifiuti sono prodotti nella provincia di Napoli e quanti nelle altre province?
“No! Posso darti però tutti i dati per singola provincia. Nella provincia di Avellino, a Savignano Irpino è prevista una discarica da 300.000 tonnellate, per Benevento a Sant”Arcangelo Trimonte 165.000 tonnellate, Caserta San Tammaro 800.000 tonnellate, Napoli Chiaiano 500.000 tonnellate, Napoli/Terzigno (Sari/Vitiello) 3.500.000 tonnellate, Salerno 150.000 tonnellate, per un totale di 5.415.000 tonnellate di rifiuti.”

I due terzi nel Parco Nazionale. E si sa almeno il perchè?
“Sono i rifiuti che vengono da Napoli e che è comodo buttare lì. Ma tornando alla conferenza dei servizi, il commissariato di governo è andato sotto, c”è stato voto negativo.”

Come mai quest”inversione di tendenza?
“Perchè evidentemente è cambiata la sensibilità del territorio, alcuni che non s”erano presentati sono intervenuti, la Provincia di Napoli a votato negativamente alla realizzazione della discarica. Andando sotto, come previsto dalla 90 del 2008, la competenza passava al consiglio dei ministri che esprimeva il suo parere il 28 gennaio: “valutato prevalente l”interesse pubblico e per riavviare l”esecuzione dei lavori in un sito considerato di valenza strategica per il superamento del contesto di emergenza dei rifiuti nella regione Campania”.

Il governo ha dato parere favorevole.
Noi l”abbiamo impugnato al TAR perchè il 28 gennaio erano scaduti i termini del decreto e quindi c”è un profilo d”incompetenza per il consiglio dei ministri nel pronunciarsi in questo senso ma anche sotto il profilo motivazionale v”è una motivazione contraddittoria, perchè se tu emani un decreto legge, poi convertito (il195 del 2009), dove mi dici che il 31 dicembre è finita l”emergenza non puoi dire il 28 gennaio del 2010, quando l”emergenza rifiuti è cessata, che devi realizzare quella discarica per superare il contesto dell”emergenza dei rifiuti della regione Campania. Se tu, per legge, hai dichiarato che è stato superato non mi puoi poi emettere un provvedimento in contraddizione col decreto legge che tu stesso hai emanato.

Cosa ha fatto poi il TAR? Ha chiesto con un”ordinanza istruttoria al consiglio dei ministri una relazione dove si dicesse che cosa si stava facendo. L”ultima nota del consiglio demanda tutto alla competenza ordinaria, quindi anche un eventuale appalto dei lavori rientra nelle competenze ordinarie, risulta evidente che in tal caso subentrerebbero difficoltà per la Legge dell”Ente Parco (la 394 del 1991), che vieta la realizzazione della discarica e poi tutte le direttive comunitarie in materia che sono di rango costituzionale, e la conseguente possibilità di incostituzionalità della legge 90/08.”

GLI “EROI” D”ITALIA (UTINAM!)

0
I protagonisti dei nostri dialoghi itineranti, il prof. Eligio, il prof. Carlo e il dottorino Michele, questa settimana discutono dell”Italia calcistica ma anche della necessità di rispettare la lingua. I libri consigliati.
Di Giovanni Ariola

IL DIALOGO PRECEDENTE

Ancora un mese di giugno all”insegna di condizioni meteorologiche instabili, mutevoli: si è passato dal caldo estivo dei primi giorni a temperature autunnali della seconda quindicina con piogge anche violente, ingrossamento di fiumi, talvolta accompagnato da esondazioni disastrose, e nevicate sulle Alpi a quote medioalte.
– Ogni anno che passa è sempre peggio – commenta il prof. Eligio – Son dovuto andare d”urgenza a Roccaraso per far riparare un paio di finestre del mio appartamento completamente divelte dal vento durante il temporale della settimana scorsa:

– Sì, il processo di reazione della natura – osserva il prof. Carlo – all”aggressione dell”uomo sta subendo una continua accelerazione. La cosa grave è che non si manifesta nessun segnale di una controreazione positiva e significativa da parte dell”uomo che faccia prevedere un miglioramento futuro. Colgo invece in giro una inerzia generale in concomitanza di un isterilirsi crescente dei messaggi verbali.
– Se posso osare – prosegue il prof. Eligio con amarezza – un paragone con il mondo calcistico:la nostra nazionale a Johannesburg: in campo undici uomini che si muovevano come automi, non solo senza entusiasmo ma, cosa ancora più grave, disorientati, pervasi come da una sorta di stordimento, quasi di terrore paralizzante: non è così l”Italia di oggi?

– Sì, – concorda il prof. Carlo – i nostri “campioni del mondo” son partiti avvolti in un alone di gloria e sprizzanti promesse di altri splendidi allori, accompagnati da così tante parole elogiative che hanno creato nei connazionali aspettative di un successo sicuro; tutti si aspettavano “eroi” e invece si son dovuti ingoiare “maccheroni scotti” come è stato scritto con una bella e significativa metafora:.(“Il Manifesto”, 26 giugno 2010).
È entrato intanto il dottorino Michele con sul volto un”espressione non si sa se più preoccupata o più mesta. Viene a salutare. No, non parte per le vacanze, bensì per la Germania, per raggiungere un cugino che vive da qualche anno a Monaco con la prospettiva di un dottorato in Filologia classica in quella Università. Ormai ha perso ogni speranza di poter fare la stessa cosa in Italia e alla fine ha ceduto ai pressanti inviti del cugino.

– Sono tuttavia molto preoccupato – confessa con la sua voce tremolante – soprattutto per la lingua:Conosco bene e parlo correntemente la lingua francese. Dell”inglese so molto poco, e quel poco in modo piuttosto superficiale:quanto al tedesco, zero assoluto:
– Potrai sempre utilizzare, – interviene il prof. Eligio – in ambito accademico dico, il latino..
Utinam id sit! (Voglia il cielo che ciò sia! O più semplicemente, con una parola moderna, Magari!)
– Per le relazioni ordinarie – osserva alquanto sornione il prof. Carlo – ti basterà il globish:
– :il globish? Che lingua è? – chiedono contemporaneamente il prof.Eligio e il dottorino.

– È un termine coniato da Jean-Paul Nerriere, un ingegnere informatico della IBM, per indicare il “global english“, ossia una sorta di lingua inglese ridotta all”osso, al minimo di lessico indispensabile (si parla di circa 1500 parole del milione di cui si compone la lingua di Shakespeare nella sua interezza) e che viene usata da circa quattro miliardi di persone in tutto il mondo per poter comunicare tra di loro. Per illustrare questa sua tesi il Nerriere ha anche scritto e pubblicato un libro e aperto un sito su Internet.
– Cercherò di procurarmi questo libro – dice il dottorino – augurandomi che mi sia d”aiuto nell”appropriarmi di questo globish:

– Sono sicuro – lo interrompe il prof Eligio – che il collega non diceva seriamente:ha parlato più per celia:Credo che come me sia convinto che vada condannato qualsiasi tentativo di storpiatura della lingua, di qualsiasi lingua. Le lingue invece vanno rispettate e soprattutto si deve fare di tutto per farle vivere quanto più a lungo possibile:
– Non posso che essere d”accordo, – ribatte serio il prof. Carlo – L”uso la fa da padrone si sa e bisogna rassegnarsi a processi irreversibili di obsolescenza e cadute in disuso. Per non parlare della erosione da parte dei dialetti e dei gerghi. Ma le persone colte devono impegnarsi nella conservazione della lingua, sforzandosi di pronunciare le parole in modo corretto, utilizzando anche nel parlare quotidiano tutta la gamma di costrutti morfologici e sintattici e una tastiera lessicale ricca e varia:

So che spesso è impresa ardua quanto vana ma, ecco, bisogna esercitare tutta la resistenza di cui si è capaci:.. Ma basta, il nostro caro Michele ha premura di andare e a noi il compito di augurargli buon viaggio e buona fortuna
– Bona verba dicamus – augura il prof. Eligio.
– Gratias maximas vobis
– Ecco, porta con te – continua il prof. Carlo – questi due libri che avevo acquistato per me. A ricordo di noi e del nostro laboratorio:Il primo “Dove lei non è” (Einaudi, 2010) è il diario che Roland Barthes compone giorno dopo giorno nei mesi successivi alla morte della madre.

“Questo libro – si legge nella quarta di copertina – finora inedito, parla:di un dolore assoluto e di un amore senza fine. Ci dice l”amore per la madre e il dolore per la sua perdita. Un dolore e un amore fatti di frammenti e di illuminazioni, di pensieri e di poesia. È un libro che aiuta a vivere:”. Insomma Barthes fa come Leopardi, ti mette in contatto con il dolore della vita, ma, attraverso le vie misteriose e prodigiose della poesia, ti fa amare e gustare, come ebbe già a notare il De Sanctis, per il poeta recanatese, la vita stessa nella sua essenza più peculiare che è l”amore.

Il secondo libro è di Franco Marcoaldi, che già conoscevo come poeta (“Animali in versi”), “Viaggio al centro della provincia” (Einaudi, 2009). Si può considerare come una continuazione, in forma ridotta, del “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, “È così che ho stretto con Piovene – si legge nell”Avvio introduttivo – un”amicizia fiduciosa, e quel libro l”ho portato con me come un viatico, quando ho deciso che avrei fatto anch”io un viaggio in Italia. Molto più limitato nel tempo, molto più circoscritto nello spazio. Senza alcuna ambizione da inventario generale, animato piuttosto dal semplice desiderio di osservare da vicino le parti più periferiche di un paese “confuso, inconsapevole”; un “paese attivo, la cui azione rimane buia”.” (pp.VII – VIII) Ti sia “viatico” questo libro e ti aiuti a superare i momenti di nostalgite acuta. In particolare ti segnalo il capitolo dedicato a “Benevento tra janare e high-tech”:

– :le janare? – interviene il prof. Eligio – quelle della leggenda? Delle streghe che “sotto all” acqua sotto a “o viento/ sotto “o noce e Beneviento“?
– Sì, proprio quelle. Il Marcoaldi ha raccolto una testimonianza in proposito. “Ho sentito:contadini sostenere di aver trovato al mattino con le criniere intrecciate a tre fili, prova provata che la strega nel corso della notte aveva utilizzato gli animali per qualche malefica scorribanda”(p. 46).
– Lo stesso racconto che ho udito da mia madre:pare che si trovassero i cavalli tutti sudati:e soprattutto si constatava che erano usciti, pur essendo le porte delle stalle chiuse, anzi sbarrate dall”interno:

Anch”io voglio farti dono di un libro:questo “Amor fati” di Marcello Veneziani (Mondadori, 2010). Permettimi di indicarti un passo sul quale ti invito a riflettere: “Caso, anagramma filiale del Caos. Il destino ha due possibilità, dar senso al mondo e alla vita o non darlo. Il caso ne ha una sola. Chi ritiene che l”avvento del caso incrementi le chance di libertà non ha che da valutarne l”impoverimento:Il caso è il dio del relativismo, la sua fonte primaria:Preferendo la spiegazione senza spiegazione del caso rispetto al destino abbiamo forse guadagnato qualcosa sulla via della verità?….” (pp. 46-47).

– Allora, di nuovo, – il prof. Carlo abbraccia il dottorino visibilmente commosso – buon viaggio e facci avere buone notizie di te:
– Ad maiora! – augura il prof. Eligio stringendo il giovane collega in un abbraccio altrettanto caloroso.
– Semper, semper! Conserverò nel cuore e nella mente, con affetto e gratitudine, la vostra “cara e buona immagine paterna“.

LA RUBRICA

A CENA DA UN CAFONE ARRICCHITO

Questa settimana “Cibi e riti Vesuviani”, la nostra officina dei sensi, ci parla della volgarità del denaro ostentato dal cafone arricchito. E dove dà il “meglio” di sè? Ma in un banchetto, ovviamente.
Di Carmine CimminoPetronio, l”arbitro dell”eleganza, il Lord Brummel della corte di Nerone, conosceva bene Napoli. Mi piace immaginarlo mentre, affacciato al balcone di una villa, là in cima a San Martino, ascolta, come farà mille ottocento anni dopo Ferdinand Gregorovius, le voci che vengono da giù: l”armonia rumorosa, il caos ordinato dell”ultima città greca. A Napoli egli vide il trionfo di un nuovo ceto sociale, i liberti, gli schiavi liberati, che avevano messo le mani sul mercato dell”olio, del vino, della lana, e muovevano navi colme di merci da un porto all”altro del Mediterraneo.

Petronio, che dormiva di giorno e consumava la notte nel lavoro e nei piaceri, notò che da quella varia umanità era nato uno straordinario modello umano: il cafone arricchito, il pidocchio infarinato. E l”aristocratico provò, per il tipo, ripugnanza e attrazione, nello stesso tempo: osservò, notò, raccolse immagini di forme e memorie di parole, e poi disegnò Trimalchione: ed è il disegno perfetto di una figura immortale, come immortale è la volgarità del danaro ostentato. Petronio intuì che il banchetto era il “luogo” in cui l”uomo avrebbe sciorinato tutto sè stesso: e in un banchetto affollato di liberti lo fa esibire, sotto lo sguardo curioso e ironico dei protagonisti del Satyricon.

Trimalchione non entra in scena subito: ma già parlano di lui le “cose”. L”antipasto rivela la stoffa del padrone di casa: ghiri glassati di miele e di papavero, e salsicce che sfrigolano su una graticola: la graticola è d”argento, e il fuoco si alimenta di susine di Siria e di chicchi di melagrana. Poi compare Trimalchione, trasportato a spalla, a suon di musica. È un fagotto di panni, avvolto da un mantello rosso: dal fagotto vengono fuori la testa rasata e il collo, stretto in un tovagliolo listato di porpora e ornato di frange. Ma Petronio cerca il gesto, la nota visiva, che fissi per sempre nella nostra memoria il personaggio: e finalmente lo pesca mentre fa la pulizia dei denti con uno stecchino inevitabilmente d”argento: no, non fa la pulizia dei denti, “dentes perfodit”, i denti, li scava, ne scandaglia a bocca aperta la carie.

E dopo i gesti, le parole. L”ex schiavo Trimalchione fa notare che ogni ospite dispone di un tavolino per le stoviglie: così “la folla dei servi ci tormenterà di meno, con il suo fetore”. Poi fa servire un vino Falerno di cento anni, e dopo aver filosoficamente notato che un vino vive più di un uomo, conferma ai presenti che è Opimiano garantito: il Falerno fu, diciamo così, imbottigliato sotto il consolato di Opimio: e, a rigor di numeri, ha non cento, ma quasi duecento anni. “Sappiate che ieri avevo a cena persone molto più importanti di voi, eppure ho fatto servire un vino inferiore a questo”. Un ospite, il liberto Seleuco, racconta ai suoi vicini che non si lava ogni giorno: “l”acqua ha i denti, e il nostro cuore vi si scioglie giorno dopo giorno. Non potevo lavarmi proprio oggi: vengo da un funerale”.

L”immagine dell”acqua con i canini è di una potenza ineguagliabile. La battuta di Seleuco prepara un assolo spettacolare del padrone di casa: egli autorizza i presenti a scoreggiare come e quando vogliono, senza muoversi dal loro posto: “io non proibisco a nessuno di fare i suoi comodi, poichè anche i medici proibiscono di trattenersi”. A ogni battuta, la cafonaggine dell”uomo si espande, si gonfia come una bolla, si fa epica: Petronio si diverte, ma la sua invenzione, prima ancora che altissima letteratura, è scoperta antropologica: un uomo così, lui l”ha veramente incontrato, da qualche parte, e studiato. Le parole si alternano con le “cose”, e si accordano con luminosa coerenza.

Petronio, che dava alla sua eleganza la forma della naturalezza, trova la nota più alta della cafonaggine del liberto nelle portate. Una gallina di legno cova, in una cesta, uova di pavone rivestite di pasta frolla. Rotto il guscio, i commensali trovano immerso nel tuorlo pepato un beccafico, “ficedulam, “a fucetola”, bello grasso. Poi arriva in tavola la femmina di un cinghiale che porta appesi alle mammelle cinghialetti di pasta dura. Lo scalco immerge il pugnale da caccia nel fianco dell”enorme animale e dal taglio escono in volo dei tordi: ma sono già pronti gli uccellatori che li catturano con le canne. Infine i servi portano, su un”alzata, uno smisurato maiale.

Il cuoco finge di aver dimenticato di sventrarlo: e c”è tutta una pantomima tra Trimalchione e gli ospiti che chiedono il perdono per il finto smemorato. Infine, il cuoco, ottenuto il perdono, afferra il coltello e incide in più punti il ventre del porco: e dai tagli che a poco a poco si allargano vengono fuori salsicce e ventresche. Qui sta il “centro” del ritratto: il cafone è un plateale che non ha senso della misura: esiste per sorprendere e meravigliare: è un niente, e vuole apparire un tutto. Non ha rispetto nè di sè nè degli altri: manipola perfino gli odori e i sapori della natura, non rispetta i nomi delle cose.

“Il mio cuoco di una vulva ti fa un pesce, di un pezzo di lardo un colombo, di uno zampone una gallina”. Chi vive per ostentare il suo danaro si porta appresso una puzza di morte. I cafoni borghesi cercano di occultare il tanfo: con creme, profumi e sorrisi. Il borghese cafone arricchito, che è stato meravigliosamente ritratto da Gogol, da Balzac, da Simenon e da Philip Roth, proprio perchè è uno sterpo arido, crede di essere eterno. Trimalchione chiude il banchetto parlando della sua morte e piangendo. Ubertim: copiosamente. Fecondamente. È un pianto vitale, è uno scongiuro contro l”invidia. Con questa geniale intuizione Petronio evita che il suo personaggio si riduca, infine, a un manichino di legno, e ne fa, grazie a quel pianto, un uomo vivo. Cafone sì, ma ancora ruspante.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UNO SPIRAGLIO DI LEGALITÁ PER IL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

Un appro-
fondimento sullo sblocco della questione delle discariche vesuviane. Una speranza concreta per un lento e graduale ritorno alla normalità.

Sembra che qualcosa si sia smosso nelle coscienze all”ombra del Vesuvio, finalmente con un atto di buon senso le amministrazioni locali tentano di attuare un”inversione di tendenza che voleva il Parco Nazionale del Vesuvio quale pattumiera regionale. Dopo le prime notizie abbiamo contattato il Direttore dell”Ente Parco, Matteo Rinaldi e l”avvocato Daniele Perna, parte in causa per l”azione legale che ha permesso l”esito positivo della questione di cava Vitiello, da loro un quadro più preciso della situazione concernente il blocco della discarica in località Pozzelle a Terzigno.
Iniziamo quest”approfondimento col chiedere ragguagli al Direttore dell”Ente.

Direttore sembra che la questione della seconda discarica di Terzigno sia a un punto di svolta, cosa può dirci a riguardo?
“Sull”argomento della discarica in località Pozzelle 5, la Vitiello, agli inizi di giugno s”è tenuta un”ulteriore seduta del TAR Lazio e le cui conclusioni provvisorie sono le seguenti (che dette così sembrano negative ma in realtà non lo sono): non si concede la sospensiva all”Ente Parco perchè la presidenza del consiglio dei ministri ha fatto arrivare la propria documentazione, nella quale si dichiara non più competente, poichè l”emergenza rifiuti è cessata il 31 dicembre 2009. Quindi, la Presidenza, anche a seguito del decreto legge convertito in legge, è priva di competenze e il TAR non può concedere una sospensiva a un atto che non ha fondamento.

Nei fatti cosa significa? Se pure il T.A.R. Lazio non è entrato ancora nel merito e si riserva d”entrarvi nel gennaio, febbraio 2011, quella conferenza (l”ultima conferenza dei servizi, dicembre 2009 nda) che ha dato il parere sul V.I.A. (Valutazione d”Impatto Ambientale nda) non può avere un successivo sviluppo: la discarica non si può realizzare se non viene prodotto il progetto, che ora non c”è. Oggi, la competenza è della regione Campania e della provincia di Napoli. Le quali, in questo momento, non hanno un progetto esecutivo approvato da mandare in appalto, hanno un parere, per il quale aspettiamo anche d”avere ragione presso il T.A.R. Però, essendo chiusa la fase della emergenza, l”Ente Parco è tornato ad avere competenza sul proprio territorio (il decreto Bertolaso ci portava fuori da ogni competenza nel Parco). Noi, ora, ritorniamo nel merito, il nostro parere non può più essere superato e di conseguenza ci esprimeremo in merito. Nel frattempo ci sono stati due fatti che stanno cambiando lo scenario e per i quali noi giudichiamo il problema amministrativamente chiuso, almeno allo stato degli atti. La commissione europea, che è venuta a fare un sopralluogo, si è recata sul posto ed i suoi componenti sono rimasti perplessi.”

Hanno toccato letteralmente con mano :
“Sì, meravigliati hanno prodotto delle osservazioni che hanno poi contribuito in buona parte a tenere sospesi i fondi europei da erogare alla regione Campania, che ammontano a una “sciocchezza” di 500 milioni di euro. Il secondo fatto nuovo è legato al cambio di amministrazione in regione Campania. Il nuovo assessore, Giovanni Romano, s”è recato personalmente a Bruxelles a discutere di questo problema e per sbloccare questi fondi, dichiarando in quel contesto e poi negli incontri successivi tenutisi sul territorio che la regione Campania non ha interesse ad aprire quella discarica. Troverà modi e forme per superare questa eventualità.”

Si parla anche di un miglioramento della raccolta differenziata.
“Della raccolta differenziata e di una serie di altri provvedimenti che dovranno evitare l”apertura della discarica ne parleremo appresso; lo smaltimento dei rifiuti, del resto, esiste ancora. La stessa dichiarazione, per tornare alla discarica, è stata fatta dal presidente della giunta provinciale. In questo momento quindi pur non dovendo abbassare la guardia, il problema, dal punto di vista amministrativo, può considerarsi chiuso. Siamo tutti d”accordo che non s”aprirà la cava Vitiello a Terzigno.

Bisognerà adesso affrontare con maggiore spirito propositivo il problema dei rifiuti. Noi siamo disposti a dire e a fare la nostra parte, ma, ovviamente, tenendo presente che si è in un area protetta nazionale e considerando il fatto che, se pure se in minima parte, i rifiuti si producono anche nell”area del Parco. I comuni del territorio che si sono lanciati nell”avventura della differenziata (che la discarica contribuiva a non far partire realmente – se posso portare il “talquale” in discarica perchè devo affrontare i costi aggiuntivi e tutto un meccanismo complesso da gestire e sicuramente più oneroso per il cittadino? -) comunque pagano un qualcosa in più per lo smaltimento, talvolta fuori regione, della frazione umida. Trovando assieme le soluzioni opportune qualcosa del genere si potrà fare anche sul posto, ma questo presuppone anche la volontà di far partire degli inceneritori.”

Anche se le ceneri di risulta vanno a finire sempre in discarica :
“Sì ma non si tratterebbe in questo caso del talquale, di quello che si raccoglie per strada.”

Dovrebbe essere così ma spesso in discarica e negli inceneritori ci va di tutto :
“Nessuno di noi deve sottrarsi al problema, tuttavia, cominciando un buon lavoro d”informazione e di sensibilizzazione, si può produrre meno rifiuti.” Vi rimandiamo al prossimo articolo per conoscere gli aspetti tecnici del blocco della discarica Vitiello con l”intervista all”avvocato dell”Ente Parco Daniele Perna.

LA CORTESIA. UN”ARMA PER LA RIVOLUZIONE GENTILE

0
La nostra epoca, scandita dai social-network, ma anche dal pensiero urlato e cafone, dovrebbe riprendere i significati più profondi dell”arte nobile di essere cortesi.
Di Luigi Jovino


Nell”epoca del pensiero urlato, del trionfo dei cafonal e di Dagospia si perde il senso profondo di termini antichi. La parola cortesia, per esempio, scade di giorno in giorno. Diventa sempre più confusa, sempre più sfumata. Alcune volte anche contraddittoria. Si potrebbe pensare che dopo i fasti celebrati nelle “corti” nobiliari, il termine improvvisamente sia caduto rovinosamente fino a diventare sinonimo dell”abusato “per favore”. Nel senso comune e nella parlata ufficiale, oggi, “Mi fai una cortesia” e “Mi fai un favore” sono frasi che si equivalgono. Non c”è nessuna differenza.

C”è probabilmente una leggera sfumatura nei toni che non cambia la sostanza. Nelle regioni del centro Italia è consuetudine fare a fine vendemmia la Festa della cortesia. I mezzadri ringraziano le donne e i ragazzi che hanno riempito i tini, offrendo un pranzo luculliano. Le donne rispondono, cospargendo di grappoli appena raccolti le scarpe del padrone. La decadenza del termine, forse, è iniziata proprio sulle aie dei vigneti spogli in autunno inoltrato. Eppure la cortesia non dovrebbe essere considerata un regalo. Dante Alighieri, a cui si riferiscono i puristi per “ripulire ad Arno” il lessico italiano, in un canto del Purgatorio ha avuto modo di dire “Cortesia e nobiltà dell”animo sono tutt”uno”. A rigor di logica dunque, cortesia dovrebbe rappresentare uno stato d”animo, un modo di essere. Una libera espressione dello spirito gentile.

Un atteggiamento spontaneo; forse il più elegante del modo di porgersi nel confronto con gli altri. La cortesia, poi, è sempre per gli altri. Non esistono persone cortesi verso se stessi. I politici, maestri di persuasioni, usano il termine come un grimaldello. La celebre frase “Mi consenta”, abusata dal nostro Presidente del Consiglio come un intercalare, in pratica è un “piede di porco” brandito per scassinare la psicologia anche dei più esperti interlocutori. Si comincia con il “Mi consenta” e seguono considerazioni varie, finalizzate al disprezzo totale per l”interlocutore e tendenti quasi sempre ad affermare verità parziali.

Senza possibilità di confronto alcuno. Fedeli agli insegnamenti dei vecchi commercianti borghesi per i quali “La cortesia non costa niente, ma rende parecchio”, molti epigoni del Presidente del Consiglio, usano questo espediente dialettico per costruirsi una immagine politica. Credo che il caso del ministro Bondi, cortese e poetico, sia da manuale e sarà studiato dai nostri pronipoti nelle università informatiche future.

Pur confusa nell”accezione lessicale, quando è richiesta, una cortesia non si nega a nessuno. Vi sono, però, alcuni casi in cui potrebbe palesarsi il diritto di essere scortesi. Una cortesia si nega a persone di cui non ci interessa praticamente niente oppure in situazione in cui l”atteggiamento di disponibilità potrebbe essere frainteso. Una bella donna, cui uno sconosciuto si rivolge con un sorriso, potrebbe avere il diritto di non rispondere. Ci sono atteggiamenti e posture, codificati nel linguaggio dei gesti, che rendono più di un intero discorso.

Nell”epoca dei social-network qualche riflessione sarebbe opportuna farla sulla cortesia informatica che dovrebbe essere ancora più accentuata proprio perchè si gioca solo sulle parole, mancando il gesto, il sorriso, gli odori. Ma per essere esperti di cortesie informatiche occorre una buona dose di intelligenza e una sensibilità che salga sopra ogni riga. Non serve imparare a memoria poesie, ingentilite da disegni di tramonti lontani. Vale di più una virgola ben posizionata. E non bisogna per forza essere letterati. Riprendiamo, dunque, i significati più profondi dell”arte nobile di essere cortesi. Potrebbe essere l”inizio della nostra rivoluzione gentile.

LA RUBRICA

LA CRISI DELLA CHIESA É PIÙ MEDIATICA CHE DI SOSTANZA

0
La Chiesa accoglie la sfida a trovare mezzi adeguati per continuare a mettere l”uomo al centro delle preoccupazioni politico-sociali. Il nuovo dicastero vaticano.
Di Don Aniello Tortora

Il Papa ha annunciato, nella festa dei Santi Pietro e Paolo, l”istituzione di un nuovo dicastero vaticano, “nella forma del Pontificio Consiglio”, con il compito di “promuovere una rinnovata evangelizzazione” nei Paesi dell”Occidente “che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di eclissi del senso di Dio”. Tutto ciò costituisce dunque “una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo”.

Benedetto XVI ha incentrato proprio sulla missionarietà il suo discorso. “Non c”era e non c”è solo la fame di cibo materiale – ha fatto notare il Pontefice –. C”è una fame più profonda, che solo Dio può saziare. Anche l”uomo del terzo millennio desidera una vita autentica e piena, ha bisogno di verità, di libertà profonda, di amore gratuito. Anche nei deserti del mondo secolarizzato, l”anima dell”uomo ha sete di Dio, del Dio vivente”.

Vi sono regioni del mondo, ha quindi aggiunto papa Ratzinger, “che ancora attendono una prima evangelizzazione; altre che l”hanno ricevuta, ma necessitano di un lavoro più approfondito; altre ancora in cui il Vangelo ha messo da lungo tempo radici, dando luogo ad una vera tradizione cristiana, ma dove negli ultimi secoli – con dinamiche complesse – il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell”appartenenza alla Chiesa”. Ecco perciò l”idea del nuovo dicastero.
Si tratta, come si evince dalle stesse parole del Papa, di un segno di speranza.

È vero che “le sfide dell”epoca attuale sono certamente al di sopra delle capacità umane: lo sono le sfide storiche e sociali, e a maggior ragione quelle spirituali”. Ma è altrettanto vero che proprio Gesù, ha fatto notare il Pontefice, “aveva loro dimostrato che con la fede in Dio nulla è impossibile, e che pochi pani e pesci, benedetti e condivisi, potevano sfamare tutti”.

Benedetto XVI ha quindi fatto riferimento, nel suo discorso del 29 giugno, ai due Papi grandi missionari che lo hanno preceduto. Paolo VI raccolse “il grande anelito conciliare all”evangelizzazione del mondo contemporaneo”. Giovanni Paolo II “ha rappresentato “al vivo” la natura missionaria della Chiesa, con i viaggi apostolici e con l”insistenza del suo Magistero sull”urgenza di una nuova evangelizzazione”.

A me sembra che Benedetto XVI abbia proprio colpito nel segno: l”Occidente, il Primo mondo, opulento e “ricco di sè”, ha bisogno di essere evangelizzato. Giovanni Paolo II parlava di “nuova evangelizzazione”. L” “uomo occidentale”, “gonfio” di tante cose materiali, ma “vuoto” di felicità, ha bisogno di ri-scoprire il senso della vita e di dare risposte a quelle famose domande che nessun uomo può eludere dalla sua seria riflessione: Chi sono, da dove vengo, dove vado, perchè vivo, cosa c”è dopo la morte. Anche il nostro Sud, un tempo legatissimo alla chiesa, risente di questa cultura edonista, secolarista, laicista, relativista. La fede non è un fatto culturale, nè sociale: è una scelta e va riscoperta giorno dopo giorno. “Non si nasce cristiani, si diventa”, diceva Tertulliano.

Mi auguro che la Chiesa futura, superando l”attuale momento di crisi (più mediatico che di sostanza, a mio avviso) possa continuare a dare il suo contributo per far mettere sempre l”uomo al centro di tutte le preoccupazioni politico-sociali e perchè questo uomo possa essere felice di vivere, nonostante tutto.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

I SAPERI DI STRADA: TRAME DI PENSIERO E STRUTTURE PER LA PROMOZIONE DI ALLEANZE EDUCATIVE

Per non disperdere il metodo di lavoro dei “Maestri di strada”, si provano alleanze educative con esperti e portatori di altre esperienze.
Di Annamaria Franzoni

Durante la prima giornata di studi, svoltasi il 18 giugno presso l”Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano, Cesare Moreno è riuscito a mettere insieme intorno allo stesso tavolo di lavoro professionisti diversi per provenienza geografica, culturale e professionale, chiamati a “pensare insieme” su come gestire il complesso ambito della promozione della cittadinanza giovanile, alla luce delle proprie esperienze e delle proprie competenze.

Ciascuno dei presenti, in questa sessione preliminare, ha offerto un contributo attraverso “riflessioni” e “produzioni di senso” a partire da interazioni sperimentate nell”ambito del Progetto Chance o in altri progetti, ancora in corso, con ambienti deprivati e complessi.

L”obiettivo di questa e delle future giornate di studio consiste nel non disperdere il metodo “Maestri di strada”, valorizzandolo con nuovi apporti ed integrazioni provenienti da operatori ed esperti che dentro e fuori la scuola, dentro e fuori le agenzie educative tradizionalmente deputate all”apprendimento e alla formazione giovanile esprimono e sperimentano la loro professionalità: pedagogisti, psicologi, psico-pedagogisti, educatori, mamme sociali, filosofi, economisti, storici, giuristi e tutti quelli che intendano co-riflettere e co-costruire un progetto di promozione sociale per chi è escluso o chi rischia di esserlo.

La prima giornata è stata introdotta dalla dott.ssa Santa Parrello, ricercatrice di Psicologia dello sviluppo e dell”educazione, Dipartimento di Scienze Relazionali e dalla dott.ssa Palma Menna, dottore di Ricerca, Dipartimento di Scienze Relazionali, presso l”Università degli Studi di Napoli Federico II, che hanno invitato i presenti ad una riflessione comune su quanto sia complesso gestire la precarietà e l”incertezza che solo se condivisa diviene gestibile, anzi diviene motivo di crescita e di sperimentazione del sè, laddove il setting di professionisti funge da struttura contenitiva.

L”intervento di Cesare Moreno ha, poi, ancor di più contribuito a dare un senso alla presenza della varietà professionale come elemento costitutivo di una superprofessionalità complessa per l”elaborazione di un ambiente di apprendimento in cui ciascuno sia messo in condizione di collegare la trama del proprio pensiero con quello altrui.
Il prof. Guelfo Margherita, professore di Psichiatria, psicoanalista IPA, Istituto Italiano Psicoanalisi di Gruppo, ha fatto riferimento al Progetto Chance come un “sogno in una città disastrata” ed ha posto ai presenti il seguente interrogativo: “Quale nuovo mito è possibile?”

Numerosi interventi tra cui quello di Paolo Landri, ricercatore CRN e Spada Mario, Architetto e Urbanista, esperto di progettazione partecipata, Scuola e spazio pubblico: conoscenze dal basso di luoghi e modi d”uso della città, Valentina Ghione, dottore di ricerca, Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione, Università degli Studi di Roma la Sapienza, insieme a tanti altri hanno consentito una riflessione di alto livello, collettiva e circolare, sui capisaldi teorici legati al complesso ambito della promozione giovanile in contesti complessi.

I prossimi appuntamenti il 2 luglio dalle 14.00 alle 18.30 e il 3 luglio dalle 9.00 alle 14.00. Presso la Sala Consiliare dell”Università Parthenope per i soli addetti ai lavori e in teleconferenza presso il Centro SINaPsi della Federico II, presso il Centro Ricerche ENEA di Portici e ancora presso la Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione di Firenze, di Bologna presso l”UPTER, Università popolare di Roma.

(Fonte foto: Rete Internet)

I COMUNI SANNO COME SI FA SICUREZZA URBANA?

0
Spesso il problema della sicurezza si limita a richiedere più forze dell”ordine o a lamentarsi dei pochi vigili. Altri rimedi sono possibili, più concreti e duraturi. Per sconfiggere la paura.
Di Amato Lamberti

La sicurezza è diventata il maggior problema anche degli italiani, sia che abitino in grandi città come in piccoli Comuni. Per chi abita in villette isolate, la sicurezza è addirittura diventata una ossessione che impone l’investimento di significative risorse per blindature, impianti d’allarme, guardie giurate, cani da guardia, armamenti vari, oltre a polizze assicurative per ogni tipo di rischio, sia dentro che fuori casa. Si è sviluppata una vera e propria “industria della sicurezza” con centinaia di imprese e migliaia di lavoratori che vede crescere ogni anno il proprio fatturato.

Il fenomeno delle “ronde”, presente soprattutto nel Nord Italia, si spiega proprio con la paura dilagante e la richiesta di sempre maggiore sicurezza. Sono i dati forniti dal Censis, ma anche da altri Istituti di ricerca demoscopica, ma sono ormai accertabili dall’ascolto diretto dei cittadini in qualsiasi situazione di incontro. Si sta addirittura invertendo la tendenza ad abbandonare i palazzi condominiali per trasferirsi in villette circondate dal verde, che è stata molto forte a partire dagli anni ’80, per tornare a rifugiarsi in situazioni protette, come i “parchi”, sorvegliati notte e giorno da polizia privata. In Campania il fenomeno sta assumendo dimensioni preoccupanti, anche per l’aumento costante dei furti in appartamento e delle aggressioni in casa di persone anziane.

Senza dimenticare che anche le aggressioni a scopo di rapina sono in aumento, soprattutto a danno di donne e di giovani. A sentire la gente tra le cause dell’aumento dell’insicurezza c’è la presenza sempre più numerosa e vistosa di stranieri, comunitari ed extracomunitari. Anche i rom, gli zingari, sono fonte di forte preoccupazione, come dimostrano gli abbastanza recenti episodi di intolleranza a Ponticelli e a Scampia. Serve a poco dimostrare, dati alla mano, che a commettere reati sono persone native del territorio. Lo straniero, soprattutto se in condizioni evidenti di indigenza fa molta più paura del compaesano, anche se di truce aspetto.

Le amministrazioni locali non sembrano però aver percepito la gravità del fenomeno della crescente domanda di sicurezza, nonostante i tanti “protocolli per la sicurezza” firmati con la Prefettura e i tanti “contratti per la sicurezza”, anche tra Comuni associati, presentati sempre in pompa magna con grande spiegamento di autorità civili e religiose e di rappresentanti delle forze dell’ordine. L’impressione è che molti sindaci non abbiano compreso cosa caratterizza un progetto di miglioramento della sicurezza urbana, e, in particolare, perchè normali attività quali la manutenzione dello spazio pubblico, oppure il sostegno alle fasce deboli della popolazione, o l”integrazione degli immigrati, ma anche il costante controllo del territorio, o la riqualificazione di un quartiere, possono riguardare la sicurezza dei cittadini.

Il problema della sicurezza viene ridotto alla richiesta di una sempre maggiore presenza di forze dell’ordine, accompagnata dalla costante lamentela riguardo l’insufficiente dotazione di vigili urbani. L’idea di fondo sembra essere quella che sul nostro territorio siano purtroppo presenti in gran numero persone dedite abitualmente alla professione delinquenziale, come scelta razionale di vita, tra le tante possibili, le quali non potendo essere individuate se non ad azione criminale commessa, devono essere messe in condizione di non nuocere grazie ad un controllo costante del territorio ottenuto con telecamere, sirene, sbarramenti, cavalli di frisia, riflettori capaci di illuminare a giorno strade e piazze, e, soprattutto, con auto di polizia e carabinieri, o, ancora meglio con autoblindati dell’esercito, sempre in movimento e pronti ad intervenire.

Il risultato di tale atteggiamento, vista l’impossibilità di mettere sotto controllo costante ogni angolo delle città, è che l’insicurezza, da parte dei cittadini,invece di diminuire continua a crescere con forti ripercussioni anche sulla vita quotidiana dei cittadini di ogni classe sociale. Il degrado del territorio, le inciviltà sempre più visibili, danno al cittadino l’idea di una situazione senza controllo da parte delle istituzioni. Se a questo si aggiunge la pressione costante delle organizzazioni criminali non ci si può meravigliare della caduta di nuovi investimenti anche da parte dei giovani.

In pratica, l’insicurezza aggiunta alla situazione di crisi economica, sta determinando l’asfissia dell’economia nella provincia di Napoli in modo ormai chiaramente visibile, ma non mancano segnali nella stessa direzione in tutta la regione. Se non si interviene rapidamente, da parte di tutte le istituzioni, c’è il rischio che da una situazione di insicurezza si passi ad una condizione di paura capace di bloccare ogni volontà di cambiamento e di sviluppo.
(Fonte foto: Daniele Veratti)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA STORIA MAGRA TRA PRETI E BRIGANTI

Questa settimana la nostra rubrica posta l”attenzione su tre storie di preti e briganti. Siamo tra Somma, Pomigliano, San Sebastiano, Boscotrecase, Boscoreale.
Di Carmine Cimmino

Errico Giova, uno dei capitani della Guardia Nazionale di Somma, aveva reclutato, tra i “borbonici”, assai strani informatori: Sabatiello Di Palma, Raffaele Pipolo e Pasquale Scarpati. Il primo, sommese, era già noto alla polizia di Francesco II come contrabbandiere di armi; il secondo era a capo di un gruppo di camorristi di Pomigliano; lo Scarpati, infine, “lavoriere a giornata di San Sebastiano”, aveva assassinato nel “56 una guardia del Palazzo Reale di Portici. Condannato alla “relegazione perpetua” nel forte di Ischia, era uscito di prigione all”arrivo di Garibaldi, e aveva tentato di farsi credere un liberale, perseguitato dagli “aguzzini borbonici”.

I Piemontesi non gli avevano creduto, e tuttavia se ne servivano per “mantenere l”ordine a Massa di Somma e nei comuni del circondario”. Lo Scarpati era, in realtà, uno dei capi della camorra vesuviana, e sarebbe stato attore non secondario di quella stagione micidiale della nostra storia, il ventennio 1860 – 1880 in cui gli interessi della delinquenza organizzata e quelli della così detta società civile si intrecciarono e si strinsero con nodi che non si sono mai più sciolti. Dunque, negli ultimi giorni di marzo del 1861, i tre signori informarono Giova che i borbonici si accingevano a mettere a ferro e a fuoco Cisterna e Pomigliano.

Giova passò la notizia a Gaetano Martinez, comandante di distretto della Guardia Nazionale: un personaggio pittoresco, con la smania del condottiero: una smania nuova nella città di Napoli, che pure aveva messo insieme, e ancora esibisce, la più affollata galleria di “smaniosi” e di “strani” che mai si sia vista in Italia. Nella notte tra l”8 e il 9 aprile 1861 Martinez, alla testa di una squadra di carabinieri e di guardie “vestite alla cacciatora” piombò su Cisterna. Il posto della Guardia Nazionale era chiuso: e il piantone, mezzo addormentato, si rifiutava di aprire, sebbene Martinez glielo intimasse a gran voce. Infine, la porta si aprì, e la guardia accompagnò i guerrieri a casa del parroco Mansi, che era in cima alla lista dei catturandi, come capo del partito borbonico.

Per un”ora Mansi gridò la sua innocenza, da dietro la porta che restava sbarrata, mentre Martinez, alzando progressivamente la voce, gli intimava di arrendersi. Infine, il “pievano” suonò le campane: e i parrocchiani tutti accorsero alla chiamata, impugnando “armi di campagna e lunghe mazze”. Il comandante, impaurito, ordinò a due poliziotti di montare su un calesse e di correre a Pomigliano a chiedere aiuto, mentre lui tentava di tenere calma la folla. Ma quando si capì che i rinforzi, guardie “a piedi”, carabinieri a cavallo e militi perfino in carrozza, erano già entrati in Cisterna, Martinez cambiò tono e la folla cambiò faccia. Mansi si arrese, si accomodò in una carrozza, e partì per Napoli, scortato dai carabinieri; lo seguivano altre carrozze, con gli altri capi borbonici, il canonico Aniello De Falco, il canonico Fontana di Licignano, l”avvocato Giuseppe Cirino di Pomigliano.

Nell”agosto tre agenti “segreti” Cerulli, Migliaccio e Boccabella, accompagnati da 5 guardie di Torre Annunziata e dal caffettiere Francesco Sorrentino, che fungeva da spia, entrarono in Boscotrecase per arrestare il sacerdote Giuseppe Barritto, borbonico. Il quale, accortosi della minaccia, “saltò tre mura di giardino” e andò a nascondersi tra i rami frondosi di un fico. E mentre il Cerulli, “presolo per la sottana”, cercava di tirarlo giù, il fratello del sacerdote sparò da una finestra tre colpi di fucile, “che per grazia non fecero male a nessuno”. Però accorsero le Guardie Nazionali: e non per dare una mano ai tre agenti “segreti”, ma per invitarli rumorosamente a mollare la preda e a lasciare il paese. E così fu.

Il 12 agosto il brigante Antonio Cozzolino detto Pilone, accompagnato da Domenico figlio di Luigi La Grazia, da Carminiello figlio di Carolillo il pazzo e da Peppino figlio di Luigi il Sordolillo scese dal Vesuvio a Boscoreale, per “fare il servizio” al sacerdote Vincenzo Oliva, noto liberale. Appostati dietro il muro di cinta della masseria Auricchio, che apparteneva al Principe di Ottajano, i briganti spararono “due archibugiate”, andate a vuoto, sull”Oliva, che rientrava in casa accompagnato da due congiunti. I tre, senza perdersi d”animo, “diedero di piglio agli schioppi”, si arrampicarono sui “lastrici” della casa e risposero al fuoco. La sparatoria durò poco: arrivarono da Torre i fanti della Cuneo, e i “masnadieri” fuggirono.

I fanti, che non potevano andar via a mani vuote, arrestarono Filippo Sabatino, di Lettere, colono della masseria, con l”accusa di aver aiutato “scientemente” Pilone nel tentativo di “fare il servizio” all” Oliva. L”avverbio portò il colono a un passo dal plotone di esecuzione.

Lo salvò l”intervento di Nicola Taraschi, giudice del mandamento di Torre Annunziata, il quale ricordò all” “esimia bontà” del Comandante del 7° Reggimento di Fanteria che il Sabatino era “intestato” al potere giudiziario, e perciò doveva essere processato dalla magistratura ordinaria; lo salvarono, soprattutto, “i probi e onesti cittadini informati dei fatti pubblici”, chi garantendo che la condotta morale di Sabatino era “in ogni verso, ottima”, chi dichiarandolo “troppo sciocco” per essere tenuto dai briganti in qualche considerazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI