LA STORIA DI O. STRANIERA, LAVORATRICE, MALTRATTATA DAL MARITO

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Oggi trattiamo di un caso di maltrattamenti, o meglio di violenza sulle donne e la tutela penale, sempre più chimera. Di Simona Carandente

Se le disfunzioni del pianeta giustizia sono sotto gli occhi di tutti, parimenti può sostenersi circa la fiducia delle masse verso la giustizia stessa, vista oramai dai più come una sorta di chimera, più che un modo per risolvere i conflitti o per infliggere le giuste punizioni ai rei.
Purtroppo, se tale senso di frustrazione comincia a dominare anche gli "addetti ai lavori", la situazione diventa ben più complessa, denotando che i dubbi e lo scetticismo delle masse hanno matrici profonde e reali, al di là di ogni rosea previsione.

Recentemente mi è capitato di imbattermi nella difesa di una povera donna straniera, tale O., venuta in Italia con tante belle speranze che, come spesso capita, sono diventate solo illusioni.
O. è una donna laboriosa, lavora come badante e collaboratrice domestica presso alcune famiglie, si fa in quattro per sbarcare il lunario ed arrivare, come può, a fine mese. Ad attenderla a casa un marito nullafacente e sempre ubriaco, privo di alcuno spessore, che ama vivere le giornate nell’inerzia contando sui guadagni di O.
Quest’uomo però non si limita a sottrarle denaro: pur di finanziare i propri vizi, giunge più volte a massacrare di botte la povera O. , sia in casa che fuori, addirittura alla presenza delle signore benestanti per le quali ella presta servizio e presso le loro abitazioni.

Più di una volta O. è stata costretta ad andar via di casa, a dormire in strada, a chiedere aiuto ad amiche e persone di buon cuore, pur di sfuggire alla violenza di un orco che, giorno dopo giorno, aumenta in lei il senso di terrore ed il timore per la propria vita.
Un giorno l’orco arriva ad aggredirla in strada, in pieno giorno, strappandole l’unico braccialetto che aveva indosso ed addirittura la fede nuziale, con lo scopo di rivenderli l’indomani per finanziarsi un nuovo acquisto di alcool. Viene tratto in arresto ma liberato dopo pochi giorni, ed il processo penale inizia il suo corso.

Volontariamente ho anteposto l’aspetto più importante della vicenda, ovvero l’epoca dei fatti: il tutto avveniva tra l’anno 2003 ed il 2006, il processo di primo grado è ancora in corso e neanche in fase avanzata. Ovviamente l’imputato è a piede libero.
Ad O. non è rimasto che farsi giustizia da sola: ha fatto rientro al suo Paese, facendo perdere in Italia ogni traccia di sé e lasciando un marito violento e perennemente ubriaco. Nella speranza che il processo penale, per quanto lento, faccia con giustizia il proprio corso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVVOCATO CARANDENTE

LA SECONDA DISCARICA É UNA SCELTA DA REGIME AUTORITARIO

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Le forme di ribellione cui stiamo assistendo in questi giorni nell”area del Parco del Vesuvio hanno una loro giustificazione, perchè le scelte del Governo sono state fatte senza ascoltare i cittadini. Di Amato Lamberti

La rivolta della popolazione di Terzigno contro l’apertura di una seconda discarica nell’area del Parco del Vesuvio occupa ormai stabilmente le prime pagine dei quotidiani nazionali e tutti i telegiornali. Il fatto che alle notizie che si leggono si accompagnino le immagini trasmesse dai telegiornali ha come effetto uno straordinario impatto emotivo che però si sta via via modificando agli occhi di giornali e televisioni. Frequentando paesi e persone dell’area vesuviana interessata vedo montare insieme alla rabbia una sorta di soddisfazione per i risultati mediatici raggiunti.

Il fatto che se ne parli in tutta Italia e che giornali e televisioni si siano gettati a capofitto sugli autocompattatori dati alle fiamme, sulle ruote tagliate per bloccare i camion, sugli scontri tra manifestanti e polizia, sembra alimentare l’escalation della protesta con sempre nuove iniziative di carattere simbolico e chiaramente rivolte ad attirare l’attenzione dei media, come quella, tanto per fare un esempio, delle "mamme vulcaniche". Si respira aria di grande soddisfazione tra la gente per aver raggiunto la ribalta nazionale, per aver costretto l’onnipotente Presidente del Consiglio ad occuparsi dei problemi di piccoli paesi come Terzigno e Boscoreale, per aver messo in crisi un progetto di smaltimento dei rifiuti che non contemplava neppure l’ascolto degli abitanti delle zone interessate.

Ora, sia ben chiaro che la gente ha ragione di non volere nuove discariche davanti all’uscio di casa, tanto più se la casa è nel Parco Nazionale del Vesuvio, un’area tutelata da precise leggi sul piano ambientale e paesistico. La protesta è pienamente legittima ma le forme della protesta avranno ricadute negative che a tutt’oggi non possiamo neppure chiaramente definire. Basta leggere i giornali nazionali per rendersi conto che sta passando l’idea di un Sud in preda a forme di ribellismo sociale con istituzioni totalmente delegittimate che non riescono in alcun modo a far fronte ai problemi che la loro stessa incapacità ha generato e fatto esplodere.

Il ribellismo sociale, promosso e partecipato dai cittadini, ha sempre caratterizzato la storia del Mezzogiorno, insieme ad una debolezza endemica delle istituzioni, sia di quelle locali che di quelle dello Stato, grazie a rappresentanze politiche e amministrative incapaci di gestire i problemi del territorio, nella loro dinamicità come nella loro conflittualità con gli ordinamenti e le leggi. Dire che le proteste popolari, sempre legittime perché partono da problemi che i cittadini vivono sulla loro pelle, si tratti di pane, di lavoro, di casa, di salute, di rifiuti che marciscono per strada e appestano l’aria, possono essere infiltrate da forme, anche organizzate, di illegalismo anche criminale, è quasi una tautologia perché la ribellione del popolo si indirizza sempre contro ordinamenti, decisioni e leggi che vengono giudicate sbagliate quando non ingiuste.

Quando Bertolaso ricorda a sindaci e cittadini che la decisione di aprire due discariche nel Parco del Vesuvio è contenuta in una legge approvata dal Parlamento, non fa altro che giustificare le forme di ribellione che condanna perché nessuna altra strada è stata lasciata aperta e praticabile per i cittadini. Solo nei regimi autoritari si può pensare di prendere decisioni così importanti per la vita dei cittadini, e prima ancora di un intero territorio, senza consultazioni, senza verifiche, senza accordi e senza neppure una conoscenza superficiale delle situazioni anche dal punto di vista simbolico ed emotivo. I rifiuti della città di Napoli sono un problema della città di Napoli.

Nessuno in Campania è disposto a prenderseli sul proprio territorio sia perché inquinano e sia perché le cose buone (i fondi pubblici, gli investimenti) Napoli le tiene per sé, mentre le cose cattive (i rifiuti, i delinquenti) le rifila, anche con la forza, a paesi e città della provincia. Il sindaco di Napoli continua a dichiarare che Napoli ha già dato perché per molti anni tutti i rifiuti della Campania erano sversati a Pianura, ma nessuno le ha spiegato che quella decisione fu presa dal Comune di Napoli, perché permetteva allo stesso Comune di incassare, da tutti i Comuni della Campania, le royalties per il conferimento dei rifiuti in discarica. A pagare per quella scelta scellerata sono stati i cittadini di Pianura che, non a caso, si sono ribellati quando qualche anno fa si è parlato di una possibile riapertura della discarica.

L’emergenza non può continuare a giustificare la mortificazione e il danno alla salute e alla vivibilità di intere popolazioni. Sono necessarie soluzioni definitive ad un problema che si è trascinato anche troppo a lungo e che non poteva non sfociare nelle proteste a cui oggi assistiamo. Una soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti in forme accettabili dalla popolazione è possibile anche in Campania utilizzando le tecnologie ampiamente disponibili, senza fare ricorso né a discariche né a termovalorizzatori.

Una soluzione che deve essere rapida anche per non condannare il Mezzogiorno ad una immagine di ribellismo e di violenza che non le appartiene e che è solo frutto dell’incapacità dei politici e degli amministratori che lo governano.
(Fonte foto: Repubblica.it)

CITTÀ AL SETACCIO

LO SCHERZO DI TEANO: IL “PACCO” DI GARIBALDI A VITTORIO EMANUELE II

Svelerò presto cosa veramente disse Garibaldi dopo Teano, e sarà una novità assoluta. Quell”incontro avrebbe dovuto avviare la costruzione dell”identità nazionale, ma l”occasione non è stata ancora sfruttata! Di Carmine Cimmino

Dunque, l’Amministrazione Comunale di Somma Ves.na intitola una strada a una data, il 26 ottobre 1860, che non fu un giorno qualsiasi. Fu il giorno in cui Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono dalle parti di Teano, e Garibaldi salutò il Savoia come primo re d’Italia. Fu un incontro che la diplomazia di oggi definirebbe solo cortese. Non ci furono né abbracci né salamelecchi. I due cavalcarono uno accanto all’altro senza quasi rivolgersi la parola, mentre alle loro spalle garibaldini e ufficiali piemontesi si guardavano con occhio obliquo e con muso cagnesco.

Quando si congedarono, Vittorio Emanuele sussurrò nell’orecchio dell’ Eroe: “Caro Garibaldi, da domani la direzione della guerra passa nelle mani dei miei generali, Cialdini e Della Rocca.”. Insomma, è venuto il momento che tu e i tuoi vi togliate dalle scatole. La storiografia ufficiale è sostanzialmente d’accordo: i fatti si svolsero così. Grosso modo. Su qualche particolare è ancora aperto il dibattito: ma si tratta di cosucce insignificanti: se i due si incontrarono a Teano, o a Taverna della Catena, o a Caianiello; se Garibaldi portava il poncho, se il re si era sforbiciato i baffi, e di che colore erano i cavalli, e se Garibaldi caracollò a destra o a sinistra di Vittorio. Anche sulla incazzatura del Generale tutti sono d’accordo: e pare ovvio: io ti regalo un regno, e tu non solo non mi dici grazie, ma mandi a quel paese me e questi infelici in camicia rossa.

Garibaldi, impetuoso e sanguigno com’era, non nascose a nessuno la sua rabbia. Era così incazzato, Garibaldi, che fu brusco anche con i messaggeri del re, che erano venuti a domandargli in quale villa volesse trascorrere i suoi ultimi giorni in città. Vittorio gliele metteva a disposizione tutte, come se fossero sue. Invece il Generale prese alloggio all’Albergo d’Inghilterra, sulla Riviera di Chiaia. Qui andò a fargli visita il marchese Pallavicino, un monumento nazionale, un nemico mortale degli Austriaci, che gli avevano fatto gustare le delizie del tetro carcere dello Spielberg, il carcere di Silvio Pellico. Ma non so se ci sia ancora qualche professore di storia che ai suoi alunni parli di Silvio Pellico.

E se non c’è, la colpa è di Silvio Pellico, che si mise a fare il carbonaro, invece di darsi al commercio del grana padano. Ne avrebbe guadagnato in soldi e in salute. Il marchese Pallavicino si presentò orgogliosamente ornato del collare del Supremo Ordine dell’ Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia, che Vittorio Emanuele II gli aveva appena concesso. Come Garibaldi vide il collare, prima si rabbuiò, poi esplose: "Vergogna, da uno che è stato allo Spielberg non me lo sarei mai aspettato che desse importanza a questi gingilli". Il vecchio patriota rimase di sasso: gli venne da piangere: non se l’aspettava, una simile accoglienza. Il 9 novembre, nero come il mare in tempesta, Garibaldi si imbarcò nel porto di Napoli, per tornarsene a Caprera. E fin qui c’è tra gli storici un accordo quasi totale.

Ma cosa accadde sulla nave che portava Garibaldi a Caprera? Nessuno ne ha parlato. E invece proprio su quella nave si svelò il mistero più ingombrante di tutta la storia italiana. Non appena il vascello prese il largo, non appena fu certo che da terra nessuno avrebbe potuto vederlo o sentirlo, Garibaldi si rasserenò, cancellò l’ombra nera che gli aveva offuscato negli ultimi dodici giorni la faccia e lo sguardo,- ma ora si capiva che era stata tutta una scena – e incominciò a sorridere: poi dal sorriso passò al riso, e rise di gusto, e a poco a poco la risata divenne un tuono, una scarica di cannone, un boato. Rideva e gridava, come un ossesso:

“Vittorio, ci sei cascato. Io me ne vado a Caprera, a fare l’eroe in esilio, a riposarmi sul piedistallo, a coricarmi sugli allori, a intrattenere a turno, sugli allori, le ammiratrici, e a te lascio Lombardi, Fiorentini, Napoletani, Casertani e Siciliani: te la sbrogli tu, la matassa per metterli d’accordo; te la spicci tu, la faccenda”.

Un marinaio del vascello, che forse era una spia di Cavour, raccontò la scena incredibile in una lunga lettera indirizzata alla sua amante, che forse era una spia di Napoleone III. La lettera l’ho trovata io, in un archivio privato. Il marinaio era un vesuviano. Non dirò di quale paese. Non dirò il nome, non dirò nulla. Per ora. Non voglio immischiarmi nelle vicende della guerra che questo benedetto centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia ha scatenato tra gli storici locali, che già per virtù di natura sono inclini a considerare proprietà personale la storia paesana: guai a chi gliela tocca. Quando finiranno le celebrazioni, e sbollirà il fervore degli entusiasmi, e le penne degli storici locali torneranno nel fodero, allora pubblicherò il mio libro, e sarà un fracasso, una bomba, una tonnellata di tritolo sotto il castello delle bugie.

Per ora dico solo che la sera del 30 agosto 1860, mentre si muoveva tra Eboli e Salerno con i Mille diventati trentamila, Garibaldi venne informato da una nobildonna palermitana, che era forse una spia degli Inglesi e certamente se l’intendeva con un capo della mafia, che Cavour non voleva Napoli: Cavour voleva Firenze e Venezia: ma Napoli, no. Cavour aveva detto ai suoi: "Garibaldi ha conquistato Napoli, e Garibaldi se la gusti, se la goda". Ma Cavour aveva una debolezza, che l’Eroe sfruttò. Gli mandò a dire: "se Napoli non la vuoi, la do a Mazzini. Te la immagini una Repubblica del Sud, con Napoli capitale e con Mazzini Presidente?". Glielo mandò a dire ad alta voce, perché tutti sapessero. Fu il subbuglio.

I clan dei galantuomini borbonici, i camorristi, i mafiosi, gli affaristi della sanità pubblica e della monnezza, i falsi invalidi, i falsi ciechi, i funzionari, gli uscieri, i gestori del lotto clandestino, i contrabbandieri, i manutengoli, i papponi di ogni risma, e perfino alcuni giornalisti di cronaca nera, e tutti gli scrittori che nutrivano il conto in banca e l’ispirazione con i molteplici orrori di Napoli, i politici, gli attori, i commediografi, i cantanti e gli autori di canzoni: tutti furono sconvolti e tramortiti. Ma furono scioccati anche piemontesi e lombardi: e dove porteremo i rifiuti radioattivi? E come metteremo le mani sugli appalti dei dopoterremoto, degli inceneritori, delle autostrade e dei porti? A quali terroni faremo la morale?

Napoli in mano a Mazzini: ma vi rendete conto? Quel tipo è capace veramente di trasformare i napoletani in Tedeschi Svizzeri e Norvegesi. Allora, che sarà di noi? Il grido d’allarme si propagò come un fulmine da Palermo a Bergamo, congiunse intenti, interessi, progetti e maneggi dell’Italia unita. Cavour mandò a Napoli il re e l’esercito, con un solo ordine: bloccare quel pazzo di Garibaldi, rispedirlo a Caprera. Liberare Napoli non dai Borbone, ma da Garibaldi, e soprattutto, da Mazzini.

Torniamo alle cose serie. Intitolare una strada al 26 ottobre 1860 è una scelta di alto valore simbolico. L’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, due uomini coraggiosi, fu l’immagine sintetica dell’occasione che la storia offriva agli Italiani perché incominciassero a costruire l’identità nazionale. Non è colpa della storia se quell’occasione aspetta ancora di essere sfruttata.

LA STORIA MAGRA

QUANDO BOSSI PARLA DI POLITICA MEGLIO USARE LA SCOPA DELL’IRONIA

La filosofia dei maccheroni IV parte. Contro i sofismi della polenta e della coda alla vaccinara, l” ironia socratica degli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino. Di Carmine CimminoSocrate usava, e consigliava di usare, l’ironia come una scopa e come un randello. Una scopa implacabile e un randello elegante, usati, l’una e l’altro, con mano abile e ferma, per spazzare via le chiacchiere dei chiacchieroni che si spacciano per filosofi, e per scrostare il cervello dei presuntuosi, degli arroganti e di coloro che da ogni poro trasudano – è un sudore insopportabile – la persuasione di essere i più furbi e i più intelligenti. Anche in filosofia, se si vuole costruire qualcosa di nuovo, bisogna sgombrare il campo da carcasse e rottami. I maccheroni filosofi affidano questo compito delicato agli spaghetti aglio olio prezzemolo e peperoncino. E vediamo perché.

Vediamolo subito, prima che mi vinca la voglia di affrontare il tema eroico del duello che in questo nobile piatto combattono l’aglio, il prezzemolo e il peperoncino, sciorinando tutte le loro virtù, quelle manifeste e quelle segrete. Ma rinviamo il racconto ad altro tempo. Ora, e qui, prendiamo le mosse da Giuseppe Marotta, il quale scrisse, in una fragrante poesia, che sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo è sfuttente. In questo aggettivo denso di significati, un aggettivo degno di Platone e di Kant, Nello Oliviero vide “un senso mordente, piuttosto terroso, ritornante, insistente”. Insomma, per Oliviero, sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo esiste non in sé, ma solo in funzione dell’aglio. Mi permetto di dissentire.

Lo sfuttente di Marotta significa proprio sfottente, che sfotte, che piglia in giro. E questa sua virtù, questa sua ironia, il prezzemolo la trasmette a tutto il piatto, all’aglio, agli spaghetti, anche al noioso peperoncino, perfino all’olio, che per sua natura è invece pacioso, e perciò non urta, non sfida, non punge, ma lubrifica, unge e smussa: insomma fa scivolare.

Qualche settimana fa, durante un comizio, l’on. Bossi ha offeso i Romani interpretando l’acronimo S.P.Q.R. (senatus populusque romanus) con quella versione, Sono porci questi Romani, che risale, si fa per dire, ai tempi di Viridomaro, di quel condottiero di Galli Cisalpini, che sono più o meno gli avi dei Lombardi, di cui i Romani fecero polpette due secoli prima di Cristo, dalle parti di Casteggio, nell’Oltrepò pavese: lì il console Marcello uccise di sua mano Viridomaro, o Virdumaro, o come si chiamava. Una interpretazione che già 22 secoli fa, si fa per dire, non faceva ridere ha fatto ridere, una volta si diceva a crepapelle, un giovanotto che stava sul palco accanto al capo della Lega, mentre il capo della Lega illustrava al pubblico in delirio la sua traduzione dal latino.

Mi dispiace di non conoscere il nome e l’indirizzo del giovanotto: vorrei regalargli la copia di un certo acquerello di Giacinto Gigante: in segno di gratitudine. Perché la sua incredibile, intraducibile, indescrivibile risata -un misto di ammirazione frenetica di stupore esplosivo di cosmico compiacimento per il suo capo- quella sua risata, che sgorgava e zampillava dalle sorgenti profonde della cultura celtico-padana, mi ha commosso, addolcito, consolato. Ero nella tenebra, e sono stato illuminato, anzi folgorato. Ero abbattuto, e mi sono risollevato; avevo un qualche timore, e ora sono pieno di coraggio. Un grazie sincero al giovanotto. Un giorno svelerò quali tesori di verità e di conforto mi ha regalato la sua risata.

Per fortuna, i Lombardi dell’on. Bossi e i Romani dell’on.Alemanno hanno fatto la pace. È stato consumato un pranzo di amicizia e di unità, davanti a Montecitorio: non si poteva scegliere luogo più consono: forse solo il Campidoglio avrebbe potuto accogliere altrettanto degnamente un banchetto di tale portata e di tali portate. I Romani e il loro sindaco hanno mangiato anche polenta, l’on. Bossi e i suoi hanno mangiato anche rigatoni e coda alla vaccinara. Uno scambio culturale, insomma. L’opposizione, come al solito, ha protestato, ha strepitato: insomma ha preso sul serio la cosa, e ha dimostrato, ancora una volta, di non conoscere Socrate.

Il problema è che Casini e Bersani sono emiliano- romagnoli- romani: e dunque frequentano, anche loro, rigatoni, coda alla vaccinara, polenta e ragù alla bolognese. Ignorano, purtroppo, le virtù degli spaghetti aglio olio ecc.ecc.. Se non le ignorassero, invece di sbraitare e di incazzarsi contro i Lombardi dell’on. Bossi e contro i Romani dell’on. Alemanno, sarebbero scesi in piazza, in corteo, e mentre quelli consumavano i loro piatti di taglia forte, avrebbero silenziosamente, socraticamente, polemicamente mangiato spaghetti aglio e olio e prezzemolo e peperoncino. Ma non è mai troppo tardi per convertirsi. Mi auguro che l ’on. Bersani e l’on. Casini vengano illuminati dalle riflessioni di Paolo Monelli, che non era napoletano, ma modenese, e confessava e ammetteva:

“Emiliani e romagnoli considerano la pasta soltanto come veicolo, per così dire, di cibi vari e essenziali, saporitissimi, di salse di ogni genere, di funghi, di fegatini, di tritati di pancetta e di carne di piccione: insomma si può dire che la pasta sia soltanto condimento di quei polpettoni, di quelle salse, di quei guazzetti molteplici. Per un napoletano, invece, tutte le paste lunghe e corte sono un cibo sovrano, fondamentale, che va condito con quanto basta per insaporirlo”.

E l’essenzialità estrema, la logica più affilata, l’ironia più socratica, si trovano negli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino, nell’estro dei tre odori che scrostano, bruciano, spazzano, smacchiano, puliscono, mettono a nudo la sostanza delle cose, squagliano i riboboli delle chiacchiere. Non è un piatto, quello, è una battuta di spirito, amara e beffarda: anche dopo un pranzo lussurioso, anche se il ventre è gonfio più di un otre gonfio, in quel ventre un piatto di spaghetti aglio e olio trova ancora uno spazio. Altri cibi – non mi chiedete quali, sono un uomo di pace – , altri cibi si ammassano sullo stomaco e sugli occhi, e non li sciogli nemmeno con l’acido: producono assopimenti improvvisi e irresistibili, e dal ribollio dell’interno pantano esalano i fumi di parole e di gesti che vorrebbero apparire segni veri dell’ amicizia conviviale.

Vorrebbero, ma non ci riescono. Se gli onn. Casini e Bersani avessero mangiato un bel piatto di quegli spaghetti di cui stiamo trattando, se avessero aperto cuore e mente alla forza combinata degli odori sfuttenti, avrebbero all’improvviso sentito le pietre della Roma segreta parlare, per esortarli alla calma:
“Non preoccupatevi di noi. Ne abbiamo visto di tutti i colori. E tutti i colori e le cose a cui i colori stavano attaccati sono scomparsi, sono annegati nel fiume del tempo, si sono sciolti in un’alluvione di sugna e di lardo. Noi invece stiamo ancora qua”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI CARMINE CIMMINO 

LA CITTADINAZA AL VESCOVO É MOLTO PIÙ DI UN ATTO SIMBOLICO

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Riconoscere al Vescovo Depalma la cittadinanza onoraria di Boscoreale significa essere consapevoli che la chiesa non tace di fronte alle ingiustizie, pronta a schierarsi contro lestofanti e affaristi. Di Don Aniello Tortora

Mercoledi 13 Ottobre il Vescovo mi ha chiesto di accompagnarlo a Boscoreale, per ricevere insieme al Procuratore Capo della Repubblica di Napoli Lepore la cittadinanza onoraria e le chiavi della città.
La manifestazione, in un primo momento pensata all’aperto, si è dovuta tenere, per il cattivo tempo, nell’Aula consiliare. C’era tantissima gente. Tutti volevano vivere insieme questo momento di festa, di pace, di riflessione e di distensione, pausa benefica tra le continue lotte e proteste contro l’apertura della seconda discarica.

Mentre aspettavamo l’arrivo del Procuratore Lepore, nello studio del sindaco abbiamo ascoltato il grido di dolore suo personale e della sua gente. Era un po’ scoraggiato per l’andamento delle cose e soprattutto per il silenzio delle Istituzioni.
Siamo scesi, poi, nell’Aula Consiliare, gremitissima. Ai primi posti le “mamme vulcaniche”, che hanno gridato ancora una volta il loro impegno a non arrendersi per assicurare un futuro più roseo ai loro figli.

Ha preso subito la parola il sindaco Langella, il quale, commosso, ma deciso ad andare avanti con coraggio, ha spiegato il motivo per cui il vescovo e Lepore erano degni dell’alta onorificenza:
Hanno con coraggio difeso il popolo di Boscoreale, e per aver allontanato dagli assalti mediatici (e di qualcun altro) lo spettro che dietro la protesta di gente onesta e pacifica ci fosse la camorra”.

Lepore, ringraziando il sindaco e la città di Boscoreale, nel suo “sfizioso” italiano-napoletano ha ribadito con chiarezza che “l’alibi della camorra serve a Napoli per giustificare tante cose. Anzi la camorra, che gestisce i rifiuti in Campania, avrebbe tutti i motivi per aprire altre discariche”.
Continuando, poi, il suo discorso, da uomo che conosce molto bene, per il suo ufficio, i problemi sociali della Campania, ha sostenuto altri concetti molto importanti: “Le discariche sono dispositivi provvisori che non possono e non devono diventare definitivi. Questa protesta civile è lecita e deve continuare, anche se bisogna rifiutare ogni forma di violenza”.

È stata in seguito la volta del vescovo, il quale, come sempre, con il suo alto intervento magisteriale, ha toccato il cuore e la mente di tutti. Ha detto con forza: ”La gente di Boscoreale è onesta e dignitosa, perché ha avuto il coraggio di indignarsi davanti ad una palese ingiustizia. Io come Pastore e tutta la chiesa saremo sempre con il nostro popolo, senza ricorrere alla violenza, nella lotta contro le ingiustizie. Da questo momento mi sento più impegnato a stare con la mia gente e a portare con loro il peso della croce e la gioia della speranza. Non potrò, come dice il profeta Isaia, mai tacere finchè su questo territorio non sorgerà la giustizia”.

Alla conclusione del suo intervento ha invitato tutti, e particolarmente il sindaco, a non scoraggiarsi davanti alle sordità delle Istituzioni, e ha rincuorato tutti alla speranza.
Al vescovo e a Lepore è stato consegnato il busto di un uomo che emerge dalla lava pietrificata (eruzione del 1870) e che rappresenta lo sforzo e la sofferenza dei cittadini boschesi, preoccupati per la salute propria e dei loro figli: segno di riscatto e di speranza.
Alla fine della manifestazione il sindaco ha annunciato una “marcia su Roma” nella prossima settimana, per far sentir ancora la propria voce al Governo e alle Istituzioni.

Intanto la situazione a Terzigno e a Boscoreale diventa sempre più drammatica.
Si parla di falde acquifere inquinate, di veleni sversati che arrivano anche dal Nord. Come a Tufino e a Boscofangone per il passato.
La chiesa farà sentire sempre la sua voce per difendere questo territorio dagli assalti di politici e lestofanti che, con scelte scellerate, mirano a perseguire solo clientelismo ed affari e continuano ad offendere la dignità di gente onesta e laboriosa.
(Fonte foto: Ufficio stampa Comune di Boscoreale)

QUANDO LO STALKER É IL COLLEGA DI LAVORO

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I luoghi di lavoro sono terreno fertile per lo sviluppo di comportamenti molesto e persecutori. L”avventura di M., che alla fine della storia ha perso anche la stima della madre. Di Simona Carandente

Torniamo a parlare di stalking, affrontando per la prima volta il tema delle molestie a carattere persecutorio che nascono, e successivamente si alimentano, nell’ambiente di lavoro e tra colleghi.
Non è infrequente, difatti, che proprio negli uffici, negli ospedali, nelle amministrazioni si creino terreni fertili per simili dinamiche, con conseguenze talvolta spiacevoli e non sempre fronteggiabili.
M. si rivolge all’avvocato in preda ad una vera e propria crisi di nervi, che quasi le impedisce di parlare: difatti, saranno necessari diversi e plurimi incontri per far sì che possa aprirsi, raccontando finalmente l’incubo che vive da oramai diversi anni.

Tempo addietro, M. aveva cominciato a lavorare come volontaria presso una struttura ospedaliera della sua zona, e proprio in quella sede aveva conosciuto G., volontario come lei, animato come lei da uno spiccato senso di umanità per le problematiche altrui, e in special modo quelle dei pazienti collocati presso la struttura.
Pian piano M., che è felicemente sposata con figli adulti, e G. stringono amicizia, legati dal comune senso di responsabilità e dalla passione per quel lavoro che, giorno dopo giorno, portano avanti tra mille difficoltà e talvolta senza alcuna remunerazione.

Ad un tratto M. comincia a capire che le attenzioni del collega sono di tipo diverso, e che a G. non basta più il rapporto amicale che hanno instaurato, pretendendo a tutti i costi che lo stesso evolva in tutt’altra direzione.
M. comincia a respingere le avances del collega e, per sottrarsi alle attenzioni di quest’ultimo, lascia addirittura la struttura ospedaliera in cui operavano insieme, nella speranza che questo comporti una rottura del rapporto esistente tra loro.
Da quel momento iniziano i guai per M, colpevole forse di aver dato eccessiva "confidenza" al gentile ed insospettabile G., il quale oramai conosce a menadito ogni dettaglio della sua vita, dove abita, chi sono i suoi figli, quali sono le abitudini della sua famiglia, persino dove vive la sua anziana madre.

G. comincia a tormentare il marito di M. con sms minacciosi, con cui lo invita a guardarsi bene dalla "poco di buono" della moglie; si procura con una banale scusa il numero della madre di M., che comincia a telefonare con assurda insistenza; arriva addirittura al punto di seguire M. ogni mattina, giungendo a far lo stesso nei confronti della figlia minore che ogni giorno si reca a scuola.
Quando M. chiederà l’intervento della giustizia sarà allo stremo delle forze: per anni è stata vittima delle persecuzioni di G., prima di avere il coraggio di uscire allo scoperto e denunciare il tutto.
G. è stato rinviato a giudizio, e nei suoi confronti applicata una misura cautelare che gli vieta, pena l’aggravamento della stessa, di avvicinarsi ai luoghi frequentati da M. e dalla sua famiglia.

Nel frattempo, M. ha richiesto l’aiuto di uno specialista per venire fuori da un incubo che, peraltro, le è costato la perdita del rapporto con l’anziana madre: per essa, difatti, la colpa è solo di sua figlia, che ha oltremodo "incoraggiato" le attenzioni morbose del collega. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

ULTERIORI APPROFONDIMENTI
 

LA RUBRICA

LA CRISI DELLA CAMPANIA E LE TROPPE TASSE DEI CAMPANI

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La nostra regione è stretta tra crisi ed emergenze. I cittadini della Campania, inoltre, pagano sempre più tasse e sono spremuti senza nessun rimorso. Senza ricevere in cambio un bel nulla. Di Amato Lamberti

La situazione della Campania può essere ormai descritta solo da una parola: crisi. Da qualunque punto di vista la si guardi, la crisi è l’unico termine sempre ricorrente. Per quanto riguarda i rifiuti, al termine crisi si associa quello di emergenza. Non si sa più a quale santo votarsi. Si vorrebbero aprire nuove discariche, per tamponare, appunto, l’emergenza, ma, giustamente, la popolazione si ribella, a Terzigno come nell’avellinese o nel salernitano, e l’unica soluzione sembra quella di riaprire le discariche esaurite che, invece di essere bonificate, come prevede la legge, verrebbero trasformate in colline, e magari montagne, di rifiuti difficili anche da gestire.

Come unica soluzione si prospetta la realizzazione di almeno tre termovalorizzatori, a Napoli, Salerno e Caserta, ma i tempi sono lunghi visto che non si sono scelti neppure i siti dove dovrebbero essere costruiti. A essere benevoli, ci vorranno almeno quattro anni. Ai cittadini nessun politico o amministratore locale riesce a spiegare perché sia meglio spendere 500 milioni di euro di denaro pubblico per ogni termovalorizzatore, piuttosto che autorizzare imprese private a realizzare, con propri investimenti privati, impianti meno costosi e meno impattanti sul territorio, oltre che meno inquinanti, come quelli per il compostaggio, per la gassificazione, per la biodigestione anaerobica, per la selezione meccanica delle frazioni riciclabili, tanto per fare qualche esempio.

È, infatti, paradossale, che con uno Stato che dichiara di non avere soldi; con una Regione che ha difficoltà a pagare gli stipendi agli ospedalieri, si continuino a spremere soldi dai cittadini invece di favorire la messa in circolazione di capitali privati per far crescere l’economia e l’occupazione, oltre che per risolvere più velocemente il problema dello smaltimento rifiuti.

La spremitura dei cittadini ha raggiunto il livello dell’insopportabilità, come rivela la stessa Corte dei Conti. In pratica, le tasse regionali sono aumentate in Campania, come in tutta Italia, del 15%. Ogni cittadino, in Campania, paga circa 1.000 euro di tasse regionali, spesso senza neppure accorgersene perché si tratta di addizionali sui consumi di gas, di elettricità, di benzina o diesel. L’accisa regionale sulla benzina è aumentata in Campania del 53.5% nell’ultimo anno. Basta trovarsi a fare benzina nel Lazio o in Toscana, ma anche in Basilicata, per rendersi conto del prelievo operato dalla Regione Campania. Ma questi soldi, presi con mano nascosta dalle tasche dei cittadini, come vengono utilizzati, visto che la Regione dichiara un deficit strutturale, non legato solo alla Sanità, impressionante, a detta del suo stesso Presidente?

Oggi ai prelievi nascosti hanno aggiunto anche quelli palesi, a cominciare dai ticket per l’acquisto di medicinali e per l’effettuazione di analisi di laboratorio. Forse pensavano, visto che non sanno proprio fare i conti, che anche questa misura potesse passare inosservata, ma ad ogni famiglia costerà almeno 500 euro l’anno. Nelle famiglie con anziani o adulti e bambini bisognosi di cure tale costo supererà i mille euro l’anno. Naturalmente si scatenerà la caccia all’esenzione, e quindi all’evasione fiscale, da parte di chi potrà permetterselo. I dipendenti, pubblici o privati, con prelievo fiscale ad opera del datore di lavoro, saranno ancora una volta penalizzati, come già avviene per i buoni libro, le mense scolastiche, le tasse universitarie, e chi più ne ha più ne metta. La rabbia del cittadino è che a così elevati prelievi fiscali non corrisponda da nessuna parte un livello accettabile di servizi.

Non parliamo degli ospedali, dove ormai bisogna sperare nella buona sorte e nell’aiuto del santo protettore per evitare errori di diagnosi, di anestesia, di intervento, oltre che risse tra medici e tentativi di stupro del personale anche non autorizzato, stando semplicemente alle notizie pubblicate dai giornali. Nella scuola la situazione non è migliore, come ben sanno tutti i genitori con figli in età scolare. Certo le responsabilità sono anche di Comuni e Province, ma anche loro mettono le mani nelle tasche dei cittadini. Anzi gli aumenti delle tasse comunali sono stati superiori a quelle regionali. Anche le Province hanno aumentato le addizionali di competenza, in particolare quelle sull’elettricità e sull’immatricolazione delle auto. Gli investimenti sulla scuola si sono ridotti, come quelli a favore dei disabili e delle famiglie in condizione di difficoltà per l’affitto e le bollette.

I prelievi fiscali sono invece in costante aumento. Ma quando i cittadini finiranno di essere meno distratti e cominceranno a farsi i conti in tasca, almeno per capire quanto si prendono, anche senza neppure dirglielo, e quanto gli danno, almeno in termini di servizi essenziali, come sono quelli per la salute e per la scuola?
(Fonte foto: Corriere del Mezzogiorno)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI

L’ASSASSINIO ANNUNCIATO DEL BRIGANTE PILONE. L’ULTIMA FUGA DI LUIGI PANARIELLO

Nel Giugno del 1871, in un giorno di insopportabile afa, finì la piccola guerra del brigantaggio vesuviano. Di Carmine Cimmino

Dopo l’invasione di Terzigno, Antonio Cozzolino Pilone si spogliò dei panni del brigante filoborbonico (ammesso che li avesse mai indossati) e si vestì da capocamorra. Chiese danaro ai ricchi proprietari, fece rapide incursioni nel territorio di Sarno e sui monti Lattari, tolse alla camorra vesuviana il controllo delle “trafiche“, cioè del commercio delle partite di uva, sequestrò un Magliulo di Torre del Greco, lo liberò per 1500 ducati, e infine, il 30 gennaio del 1863, rapì il marchese Michele Avitabile, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli. Chiese un riscatto di 20000 ducati, si accontentò di 9000.

Il questore di Napoli, Nicola Amore, dichiarò che si era superato il limite estremo della decenza e pretese che si facesse terra bruciata intorno al brigante. Carabinieri e soldati smantellarono la banda di Pilone, che però riuscì a sfuggire alla cattura: una barca da pesca lo portò sulle coste del Lazio. Nell’inverno del ’67 Pilone ritornò sul Vesuvio. Dei suoi, non ritrovò nessuno: alcuni erano morti, altri stavano in carcere. Qualcuno finse di non ricordarsi di lui. Per due anni Pilone si sottrasse alla caccia di soldati e poliziotti, irridendoli e esasperandoli: le sue improvvise apparizioni notturne nelle selve del Vesuvio, la zoppia, l’astuzia, e l’ ammirazione che per lui nutriva “il popolo minuto“ ne fecero un personaggio leggendario.

Ma i capi della camorra vesuviana non potevano più consentire che, per colpa di uno solo, le forze dell’ordine mettessero il territorio in stato d’assedio, bloccassero tutti i traffici e disseminassero spie in ogni caffé tra Napoli e Torre. Bisognava ammazzare Pilone, non catturarlo. Era necessario evitare il clamore di un processo e il rischio che egli si pentisse e “cantasse“: su questo punto furono tutti d’accordo: camorristi e “galantuomini“.

Il 14 ottobre 1870, a Napoli, un traditore portò Pilone in un cerchio di almeno 15 poliziotti che vestiti in borghese e mischiati con la folla avevano occupato, sotto la regia del delegato Petrillo, un lungo tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’ Orto Botanico. Pilone, accompagnato forse dal suo giuda, scendeva dal Museo a passo lento, per la zoppia. Indossava una giacca di velluto, pantaloni di tela a righe, una cravatta viola, e un panciotto nero, che teneva aperto, "come costumano i contadini", scrisse un cronista. Calzava un cappello bianco e gli occhiali azzurri rendevano più gentile "il profilo regolare e piuttosto bello" del volto. Un attimo prima di entrare nel cerchio, il giuda si allontanò. Pilone capì, ma gli era già alle spalle l’appuntato Generoso Zicchelli: premendogli le costole con la punta del pugnale e con la canna del revolver, lo dichiarò in arresto.

Pilone si girò o parve all’appuntato che volesse girarsi per estrarre un’arma dal panciotto: ma poi si vide che non era armato. L’appuntato gli piantò il pugnale nel petto. Pilone crollò a terra e da terra cercò di parare i colpi che Zicchelli e un collega gli vibravano con furia in faccia e nello stomaco. Il brigante ebbe ancora la forza di accovacciarsi nella pozza del suo sangue, come per difendere il volto dalle lame; intanto i poliziotti gridavano alla folla agitata e minacciosa di star calma: siamo della Questura, quest’ uomo è Pilone. Infine lo caricarono su una carrozzella: dalla gola gli uscì un ultimo rantolo. Pilone morì prima che la carrozzella entrasse nel cortile della Questura.

Il prefetto telegrafò immediatamente un dispaccio al Sottoprefetto di Castellammare, e il Sottoprefetto immediatamente lo trasmise ai Sindaci di Ottajano, Gragnano, Pimonte, Lettere, Agerola e Castellammare "con la preghiera di dare la maggiore possibile pubblicità alla buona notizia contenuta nel dispaccio". Pochi giorni dopo l’ex deputato Cortese si presentò in Prefettura per comunicare che Salvatore Giordano, di Boscotrecase, aveva diritto alla taglia di lire 1500: 1000 promesse dal Comune di Ottajano, 500 dal Comune di Boscoreale.

Luigi Panariello di Raffaele, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che forse era spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto di mira , quello, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del Boccia, Maddalena Lullo di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, a prestare soccorso. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone in tenimento di Boscoreale. Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda.

Panariello scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essersi salvato, poiché i suoi inseguitori li vedeva e li sentiva sfiniti. Ma Giuseppe Cirillo di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della pianura grassa di vapori si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare. Quando il Cirillo gli fu vicino, egli gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì con forza al capo con il calcio dell’arma.

Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola "e lo rese cadavere". La spia di Terzigno ebbe un premio di trenta lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentato stupro: a Torre Annunziata un uomo era entrato in casa di una giovane sarta e aveva cercato di violentarla; la donna era riuscita a fuggire, ma l’uomo si era steso sul letto ad aspettarla. Con tutta calma.

La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì in un giorno di afa insopportabile. La saggia ironia della storia volle che Luigi Panariello venisse ucciso da un contadino che aveva fatto il servizio militare e s’era congedato con onore.

LA STORIA MAGRA

GIORNATE DI SPORT PROMOSSE DALLA FONDAZIONE A.PAVESI ONLUS

2° TROFEO IdeAle: stravince il Mercalli. La Fondazione Pavesi, che ha organizzato l”evento, è nata due anni fa per ricordare Ale, uno studente travolto da un pirata della strada. Di Annamaria Franzoni

Gli studenti del liceo scientifico ”G. Mercalli “ e del liceo Classico “Umberto I” di Napoli insieme a tanti altri ragazzi, sabato 9 ottobre, sono stati protagonisti della seconda giornata di sport “ideAle”, promossa dalla Fondazione Alessandro Pavesi ONLUS, nata due anni fa per ricordare Ale, un ragazzo di 19 anni, ex allievo del Mercalli, travolto da un pirata della strada in via Cilea a Napoli.

Lo scopo della manifestazione, che si è svolta nella splendida cornice della collina di Posillipo, al Green Park Tennis di viale Virgilio 12 (parco Virgiliano) è quello di diffondere fra i giovani valori di giustizia e solidarietà, proclamando il valore del convivere civile, attraverso l’esempio diretto dei ragazzi.
È stato un pomeriggio intenso di gare sportive in cui gli studenti dei licei Mercalli e Umberto hanno dimostrato tutta la loro voglia di vivere e tanto spirito sportivo affrontando incontri di pallavolo, tennis e calcetto: il 2° Trofeo ideAle è andato al Liceo Mercalli.

La manifestazione ha costituito uno splendido momento di incontro sportivo per i ragazzi ed un bella occasione per poter ricordare Ale e i suoi sogni con un sorriso.
Così i genitori di Alessandro, Maurizio e Paola, ci sintetizzano il senso che hanno queste splendide giornate ricche di emozioni, gioie, sorrisi, abbracci e tanta solidarietà:

“Un destino crudele ci ha tolto per sempre la meravigliosa compagnia di Ale, i sogni di un ragazzo di nemmeno 20 anni e i suoi incantevoli sorrisi. Un incidente nella notte, mentre tornava a casa in moto dopo aver salutato la sua ragazza. Aveva il casco, ma una macchina guidata da un pirata della strada ha fatto una manovra vietata, l’ha travolto ed è scappato via. L’affetto di tanti amici ci ha però indicato una strada e ci ha dato la forza per continuare un percorso nel segno di Ale, anche se senza di lui. Ci siamo accorti che attraverso i suoi sentimenti e i suoi valori che, anche se acerbi hanno contraddistinto la sua breve vita, Alessandro aveva seminato tanti piccoli semi e molti di questi sono germogliati dando vita a delle "piantine": di ideali, di valori positivi, di speranza”.

“Cominciava a credere in un mondo migliore, a combattere contro le ingiustizie e a non rassegnarsi di fronte all’ottusità di tanti e alla inconsistenza di alcuni modelli di vita. Sognava di studiare i diritti umani e di poter, un giorno, impegnarsi a favore del rispetto delle regole e dei più deboli. La Fondazione nasce per aiutare queste piantine a crescere e per continuare a seminarle, ricordando Alessandro con un sorriso e portando avanti le sue aspirazioni e gli ideali in cui credeva.
Insieme agli amici della Fondazione vorremmo aiutare i ragazzi a coltivare dentro di loro i semi della giustizia e della solidarietà: le piantine di Ale”.

“Lui credeva in questi valori, noi vogliamo continuare a crederci.
Il nostro logo è un germoglio nato da quei sogni di un ragazzo che hanno avuto la forza di perdurare e di radicarsi nei cuori dei nostri associati”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA “VERTECENA” OVVERO LA DIALETTICA

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Ritorna il dialogo, proposto dal prof. Giovanni Ariola, tra amici che riflettono di scuola e società.

– Sempre a proposito del libro del prof. Serianni (Luca Serianni, “l’ora di italiano”, Editori Laterza, 2010)– continua il prof. Piermario, rinfocolando il suo sdegno – Stiamo ancora una volta ad insistere su pratiche didattiche superate o inadeguate o, peggio, di poco, per non dire di nessun interesse per gli studenti. D’accordo quando propone come “obiettivo ragionevole – qualcuno potrebbe dire minimo – ….quello di mettere tutti i diciottenni scolarizzati nella condizione di capire pienamente l’editoriale di uno dei grandi quotidiani: leggere criticamente quel che scrivono Galli della Loggia, Scalfari, Gramellini significa prima di tutto essere al corrente dei grandi temi che si agitano sullo scenario nazionale e internazionale….”.

 

Ma perché, dico io, per raggiungere questo obiettivo non si adotta un itinerario didattico razionalmente fondato sui reali interessi dei ragazzi, calibrato sugli effettivi prerequisiti da essi posseduti e sui loro ritmi di apprendimento, insomma perché non riferirsi ai campi di esperienza degli adolescenti piuttosto che fare “un esperimento” in “una seconda superiore (non importa di quale indirizzo: tutti dovrebbero essere in grado di leggere il giornale!) (sic!)….prendendo in esame l’articolo di fondo apparso nel ‘Corriere della Sera’ del 15 febbraio 2010 e scritto, in una prosa stilisticamente nitida ed efficace, da Tommaso Padoa Schioppa (il tema è la crisi finanziaria della Grecia ecc. ecc.)…”(p.78). Perché proporre già in una seconda a ragazzi quindicenni un esercizio lessicale sul  testo di un economista che sarà pure pieno di dottrina ma di cui a quei ragazzi non importa un fico?

 

– È tempo credo – ribatte il prof. Eligio – di smetterla con questa difesa ad oltranza degli interessi degli alunni. A furia di coccolarli, acccondiscendere, assecondare,  rischiamo di farne dei deboli, degli infingardi e degli ignoranti,,,invece dobbiamo pretendere che acquisiscano le conoscenze e le competenze che oggi, in questo momento storico è necessario che abbiano per vivere bene loro e per svolgere ciascuno il suo ruolo nella società…

– Sto parlando – a stento si domina il prof. Incendiario – del punto di partenza del processo didattico e di apprendimento non di quello di arrivo. Dico che bisogna partire da quello che i ragazzi vogliono per guidarli ad acquisire quello che debbono

– Io farei leggere molta poesia … – dice convinto il prof. Fantasia.

– Possibilmente contemporanea… –  incalza il prof. Piermario.

 

I classici, debbono leggere i classici… – ribatte il prof. Eligio.

– Perché non lasciarli liberi  di scegliere, limitandoci noi docenti a proporre una pluralità di testi? Ma altra è la questione più importante da affrontare, si tratta di organizzare in classe un esercizio di lettura efficace e io dico piacevole accattivante perché i ragazzi imparino più facilmente un metodo critico di lettura….. Ad onor del vero, lo stesso prof. Serianni accenna alla ludodidattica, quando scrive: “L’acquisizione del lessico, specie per elementari e medie, può giovarsi anche di meccanismi ludici…” (p.47), ma la considera come una alternativa opzionale e non in assoluto necessaria, quale caratteristica essenziale e ineludibile della didattica generale.

 

Bisogna insomma rendere piacevole l’imparare…Ecco, per riferirmi ad un libro che citava poco fa il collega Carlo, un ottimo esercizio da proporre ai ragazzi: “Definizioni per gioco/ Dicevamo quant’è difficile dare una definizione di una parola. Spesso ce la caviamo con sinonimi: che cosa vuol dire gentile? Vuole dire cortese. La definizione al limite può anche essere estensiva: che cos’è un libro? Lo prendi dallo scaffale, e mostri materialmente l’oggetto. Oppure puoi dare una definizione enumerativa, spieghi la parola da definire con iponimi: frutta secca cos’è? Noci, nocciole, mandorle, arachidi…..”. Ma si può anche provare “per gioco a fornire definizioni sbagliate”, invitando poi i ragazzi a correggere….: abbarbicarsi: atto del tenersi saldamente attaccati ad una persona afferrandola per la barba; ….cassata: violento colpo inferto tramite una cassa o altro contenitore in legno; cefalea: pesca rituale del cefalo;….conti correnti: nobili dediti al footing; ….equinozio: matrimonio tra cavalli;…gabbiano: uccello che sta chiuso in gabbia; …mulatta: la femmina del mulo;…focaccia: tipo di foca particolarmente repellente;….”(L. Beccarla, Il mare in un imbuto/Dove va la lingua italiana, Einaudi, 2010, pp.56 – 57).

 

Il prof. Carlo ha ascoltato in silenzio la conversazione tra i colleghi. Intanto guarda il grande oblò/finestra che si staglia all’ultimo piano del palazzo di fronte e che, come un trompe-l’oeil, riflette il cielo terso e luminoso di questa splendida ottobrata. Eppure di tanto in tanto lo specchio dell’oblò si annerisce per il passaggio di nuvole scure.

– E’ un moto inarrestabile – pensa – Come la vita…come la storia…

 

– Alla fine – dice e la voce è grave come i pensieri –  c’è del vero nelle vostre tesi contrapposte: filoneismo e misoneismo, difesa della civiltà esistente ed elogio della civiltà sempre nuova che chiede spazio e attenzione, didattica del dovere e didattica del piacere…Non possiamo e non dovremmo fare altro che esercitare la nostra razionalità. Le parole che suonano di vuoto, lasciamole al loro destino. Se hanno la forza di durare o dopo una fase di morte apparente (catacresi temporanea) di risorgere riattivate, bene …nel caso contrario, giacciano in pace nei dizionari. Tra le parole che hanno avuto una vita lunghissima, annovererei la parola dialettica che ha avuto la forza di rinascere di epoca in epoca con significato mutato ma sempre vivo. Di questo termine ci dobbiamo sempre ricordare e guai a dimenticarlo.

 

Credo che siate d’accordo con me, che la storia sia un perenne processo dialettico, un continuo scontrarsi di forze diverse, dicotomiche o antinomiche, da cui verrà fuori la sintesi del domani. Permettemi questo aneddoto scherzoso e leggero. Ricordo un mio insegnante di filosofia che veniva in classe con tre quaderni sotto il braccio, erano di colori diversi , uno azzurro, uno arancione e un altro rosso. Apriva quello azzurro per leggerci alcuni brani più significativi del filosofo che stavamo trattando. Da quello arancione estraeva alcuni passi critici dei filosofi successivi sull’opera e sul pensiero del loro predecessore. In quello rosso c’erano i suoi pensieri. Erano brevi e li mandavamo a memoria. Ricordo ancora quelli su argomenti monotematici: la magnanimità, l’oblatività, la coseità, l’epimeleia. Altri erano definizioni personali su termini filosofici.

 

Tra questi, dialettica, appunto, che egli chiamava triangolazione virtuosa e funzionale. Per farci intendere più facilmente il processo dialettico, ci diceva “E’ come quando nei nostri capelli compare una vertecena(nel dialetto napoletano = ‘ciuffo di capelli rivolti in direzione contraria agli altri e perciò ribelli all’azione del pettine’ – F. D’Ascoli). I capelli ordinati sono la tesi, la vertecena è l’antitesi. A questo punto, che fare? Prima di tutto fare pulizia, procedere a una bella lavata ai capelli (detta con un forestierismo sciampo), quindi asciugarli con l’asciugacapelli (comunemente fon)  e infine lavorare con la spazzola per rimettere tutto in ordine. Ordine che sembra lo stesso di prima ma in effetti è nuovo, in quanto sintesi di una situazione preesistente trasformata dall’intervento umano.”

 

Allora, difendiamo la dialettica, interna ed esterna…ma, non esageriamo. Perché, al capezzale di un moribondo, mentre i medici (!!??) perdono troppo tempo a far dialettica, ossia a discutere e a litigare, il malato può anche morire!

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