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La nostra rubrica continua ad occuparsi del brigante Antonio Cozzolino Pilone. Anche la sua storia –come anticipato- si intreccia con quella della camorra vesuviana e nolana, da troppi studiosi non considerata a dovere. Di Carmine Cimmino

La “comitiva“ di Antonio Cozzolino Pilone divenne una formazione importante nell’autunno del ’61, quando in tutto il territorio vennero pubblicati i bandi dell’ Esercito italiano per la leva obbligatoria. Decine di giovani si “sbandarono“, si diedero alla macchia, “alla montagna“, per sottrarsi all’arruolamento, che li avrebbe portati nelle città del nord, lontano dalla loro terra, dalle loro famiglie, di cui spesso erano il solo sostegno. Pilone promise danaro, cibo, donne, il rispetto dei galantuomini e, al ritorno dei Borbone, onori, pensioni e il congedo perpetuo. Maddalena Vaiano di Boscoreale cercò di convincere il figlio, Vincenzo Federico, a non diventare brigante, ma il giovane la cacciò via: se tu non mi fossi madre, ti ucciderei con due palle in fronte.

E il contadino Francesco Napodano di Terzigno mandò a chiamare il padre nella casa di Luigi Menichini, proprietario, sensale del vino e costruttore di botti, perché il povero colono avesse il piacere di vedere il figlio, bandito e ricercato dalla polizia, che mangiava e beveva "lietamente", come ospite di riguardo, in casa del galantuomo, nella piazza di Terzigno. Anche i briganti del Vesuvio furono mossi dal risentimento sociale e dall’ idea che la violenza garantisca dignità e legittimazione: i nemici erano quelli di sempre, signori e galantuomini, e a loro importava poco che fossero borbonici o liberali. Angelo Ranieri, che "i probi cittadini" consideravano troppo sciocco per avere idee politiche, andava dicendo in giro che voleva guadagnare molto danaro o morire ammazzato.

I vicini controllavano ogni giorno la quantità di pane comprata da Pasquale Balzano, dei Passanti di Boscoreale: se la quantità superava la media, era certo che il Balzano ospitava Pilone. Dopo l’invasione, il giudice di Ottajano, Giovanni Costantino, interrogò Francesca Ranieri, di Terzigno, di 35 anni, monaca di casa e proprietaria, che la “voce pubblica“ accusava di essere amante di Pilone. La monaca respinse gli osceni sospetti: lei, Pilone lo aveva visto solo due volte, nella sua masseria di Santa Teresa a Terzigno e gli aveva chiesto, la seconda volta, una delle "immagini della Vergine del Carmine con i nastri rossi" che si diceva che il Papa stesso avesse donato al brigante. Pilone e i suoi avevano fame; lei, spinta solo dalla carità cristiana, aveva preparato, l’una e l’altra volta, pasta e fagioli, una frittura di baccalà, una " barrecchia di vino di Terzigno “.

Entrambe le volte, erano comparsi, tra le viti, soldati in perlustrazione: e i briganti erano fuggiti via, verso le Lave, con lo stocco sullo stomaco. Per il resto, lo sapevano tutti a Terzigno -aggiunse la Ranieri- che l’ amante di Pilone era una certa Maria, del rione Caprai, nota con il soprannome terribile di Puzzacane.

La lunga deposizione che Nicodemo Bifuco fu Nicola, proprietario, di 29 anni, capitano della Guardia Nazionale di Terzigno, rese al giudice subito dopo l’assalto al posto di guardia che da lui dipendeva, è soprattutto un’accusa limpida alla sua incapacità. Egli dichiarò che molti militi della Guardia Nazionale erano amici dei briganti, ma dovette ammettere che nessun provvedimento egli aveva preso per difendere il paese dalle loro trame e per impedire che accadesse quello che accadde. Dovette anche ammettere che durante l’incursione i briganti avevano sparato sulle finestre e sui portoni dei palazzi dei galantuomini, ma avevano risparmiato il palazzo di sua madre. Dalla ricostruzione che egli fece dei fatti risulta che tutti sapevano che il 25 marzo 1862 Pilone avrebbe invaso Terzigno: tutti, eccetto lui.

Quel giorno Gaetano Iuliano, maniscalco, già segnalato "per il contegno continuamente disprezzevole" verso il Bifulco e il partito liberale, s’allontanò dal posto di guardia, poiché il figlio era venuto a dirgli che bisognava correre a casa di Vincenzo Ranieri Mangiamelelle, per un soccorso d’urgenza al mulo ammalato. Prestato il soccorso, il maniscalco stava tornando al posto di guardia, quando, a suo dire, i briganti gli piombarono addosso e gli strapparono il fucile. Ma i briganti lo conoscevano bene, poiché avevano bussato qualche sera prima alla sua porta, e chiesto e ottenuto del vino, sotto lo sguardo attento di una vicina di casa. Che ne parlò al giudice, pur aggiungendo, per addolcire gli effetti della “soffiata”, che il maniscalco si piegava a Pilone solo per "timore".

Per tutto il giorno Carlo Rosa, panettiere, che anche da Guardia Nazionale continuava a manifestare il suo disprezzo per i liberali, fu più agitato del solito. Stava di guardia, ma non volle calzare il képi d’ordinanza e sull’imbrunire si allontanò dal suo posto con il collega Basilio Bianco, a cui voleva far gustare il suo vino. La sorella del Rosa, intanto, "sentendo un gran freddo", mandava il figlio di 10 anni a chiamare il marito Domenico Pisani, "sospetto ladro e spia della banda", che stava ad oziare nel caffé di Giuseppe Boccia. Domenicantonio Ranieri si fece rimpiazzare, e il figlio, un ragazzetto di 12 anni, svelò al giudice Costantino che pochi giorni prima era venuta a casa sua "una grande quantità di armati", che avevano molto bevuto con suo padre; lui, da un suo nascondiglio, li aveva a lungo osservati insieme a un cuginetto, che, indicandogli un uomo assai alto e robusto, dalla barba nera, gli aveva detto: quello è Pilone.

L’invasione di Terzigno non fu una passeggiata trionfale; la gente non scese in piazza, né sventolò i fazzoletti bianchi. Alcune guardie si batterono con coraggio contro la comitiva: Pilone aveva portato con sé Luigi Ranieri il Gagliardo, Luigi Carillo, Francesco Napodano, Luigi Auricchio, Giovanni Pagano, Domenico Cirigliano, Luigi Panariello, Angelo Ranieri Cazzullo. Fu Panariello – o il Gagliardo- a ferire a morte il tenente Giovanni Boccia sparandogli addosso a bruciapelo. Il bottino fu poca cosa: una tromba, qualche fucile arrugginito, qualche baionetta. Anche questa volta la retata, eseguita poche ore dopo l’attacco dai Carabinieri di Ottajano al comando del brigadiere Luigi Sacchetti, tirò su solo pesci piccoli. Su indicazione del Bifulco furono arrestate alcune guardie nazionali, i genitori di Napodano, la madre e la sorella del Carillo, la madre del Gagliardo e quella di Pagano, e Maria Puzzacane, accusati quasi tutte di fornire viveri ai briganti e di distribuire abitini della Madonna del Carmine.

Furono messi in carcere anche alcuni braccianti che si riunivano ogni giorno, all’alba, alla Croce di Boscoreale "per ritrovare fatica": ad aspettare, cioè, i caporali, che li avrebbero ingaggiati per una giornata di lavoro: non c’erano prove contro di loro, ma la polizia pensò che sapessero qualcosa sugli spostamenti della banda, poiché si muovevano di frequente per le masserie e le vigne del territorio: e poi erano povericristi, che nessuno difese, e per cui nessuno protestò.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA