IL CIRCLE TIME: UN INFINITO NEL QUALE POTER COLLOCARE OGNI COSA

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Ecco come una metodologia può favorire la comunicazione e “rompere” il vetro che separa gli uni dagli altri. Di Annamaria Franzoni

La “restituzione” dell’attivitĂ  svolta nel mio primo giorno di scuola con i Giovani liceali in entrata nel Liceo Mercalli di Napoli mi è giunta con le loro produzioni scritte nelle quali hanno raccontato l’esperienza del loro primo Circle Time.
Il ruolo della “restituzione” può essere definito un dispositivo pedagogico fondamentale per comprendere l’andamento, anzi in questo caso l’avvio, di un lavoro partecipato. In genere è colui che gestisce il gruppo ad operare, quando è possibile con l’aiuto di un osservatore, una sorta di registrazione dei dati salienti dell’incontro sia dal punto di vista contenutistico, che emozionale, di quanto viene espresso da un singolo nell’ambito dell’attivitĂ  condivisa.

Nell’esperienza che vi riferisco, invece, ho capovolto la situazione dando voce a tutti e ascoltando come ciascuno dei ragazzi avesse vissuto l’avvio del nostro “percorso insieme”.
Comunicare le proprie emozioni è uno dei bisogni primari dell’uomo: dagli scritti dei ragazzi, letti dai singoli autori al gruppo, è emerso come la comunicazione, nata nell’ambito del nostro “cerchio”, abbia rappresentato il primo punto di contatto tra individui, accomunati inizialmente solo dalla sorte di essere stati inclusi in uno stesso elenco e che si sono messi in gioco, interagendo con gli altri e raccontando “pezzetti” della propria vita.

L’esigenza evolutiva di conoscere tutto quello che è diverso e separato dal sé, tipica dell’adolescente, ha favorito la comunicazione e l’ascolto, la relazione e la condivisione con l’altro, aprendo il mondo di ciascuno ai tanti altri possibili, comprendendo e lasciandosi comprendere.
Fino a quel momento, ci ha detto Laura, ciascuno era protetto da un vetro e restava indifferente, dopo ha visto il gruppo-classe, i suoi compagni. Per Antonio è stato un momento di pausa in cui ha ricevuto risposte concrete a tutte le sue domande. Luigi ha trovato lo spazio per raccontare un’ingiustizia subita nella scuola. Alessandra, che aveva vissuto nell’ambito del Progetto “Scuole Aperte” un’esperienza simile, ha vissuto nello spostamento fisico dei banchi la creazione di uno spazio emozionale condiviso.

Asia e Claudia, dopo un avvio contraddistinto da forti emozioni, hanno collocato in quello spazio vuoto un po’ delle loro storie. Uno dei concetti chiave emersi dagli interventi di Luciano, Alberto, Gabriele e Bruno è stato che il circle Time consente di sentirsi uguali, di non essere solo alunni, ma persone che parlano tra loro in un momento delicato della loro esperienza scolastica. Tante ancora sono state le riflessioni splendide che i ragazzi hanno riferito, ma concludo riferendo le parole di Giuliano che ha paragonato il cerchio ad un “infinito”nel quale poter vedere e collocare ogni cosa.

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BISOGNA COMBATTERE LA COMUNITÁ ANTIPOLITICA

Siamo di fronte ad un passaggio importante: da una comunitĂ  ideologizzata e politica ad una che è l’esatto suo contrario. In questo spazio si annidano i mali della societĂ . Di Michele Montella

Descrivere senza schematismi, né corrette prudenze la decadenza morale del nostro paese, collocandola nel generale declino economico e culturale dell’Occidente, è un dovere morale. Solo vent’anni fa ci sentivamo una cittadella di sicurezza e di benessere, paladini della civiltĂ ; oggi ci troviamo imbarbariti e abbrutiti, controcittadini di istituzioni democratiche allo sfascio e di un’identitĂ  nazionale morente.
È come se stessimo affrontando una sfida epocale e non avessimo gli strumenti adatti per analizzarla e vincerla. Il disorientamento e la sfiducia generale ci impediscono di trovare una guida e forse anche semplicemente di cercarla.

Ci affidiamo così al primo santone che passa, all’imbonitore di turno; cerchiamo in una spiritualitĂ  di accatto una sponda che ci assicuri la salvezza. Perfino un Papa incolore come il nostro o un capo di governo, vanesio e imbelle, ci sembrano grandi e carismatiche personalitĂ .
La perdita del senso del futuro è il più grave limite sociale, forse il peccato più drammatico che gli uomini e le donne del nostro tempo vivono.
I segni di tale perdita ci vengono da ogni parte, basta essere attenti alla realtĂ  quotidiana, che ci viene incontro.

Qualche giorno fa, per esempio, ho assistito, da spettatore allibito, al telegiornale di Rai uno, quello tradizionale delle 20.00. In circa trenta minuti di notizie non ho avuto modo di ascoltare un fatto politico vero, solo pettegolezzi e marciume; un profluvio di fatti di cronaca nera ad uso di spettatori volutamente drogati di sangue e di sesso, senza un minimo di commento orientativo, gettato agli utenti come si gettano le mele marce ai porci. Erano mesi e mesi che non guardavo il TG1, ma mi sono sembrati secoli. Incredulo, mi sono rivolto ad internet, per saggiare i titoli di alcuni quotidiani nazionali e locali, e di fatti politici, di drammi razziali, di impoverimento nord-sud, di crisi economica e di questioni antropologiche ne ho trovato a iosa.

Come mai? – mi sono detto – Come si può protestare di fronte a questa palese dittatura della superficialitĂ ? Perché nessuno interviene? Chi ha l’interesse a lasciare in una tale incosciente agonia cinque milioni di Italiani, perché di tanto parlano i dati auditel? Chi ha l’interesse ad ammannirci come si cucinano piatti regionali o come, pruriginosamente, si massaggiano le signorine bene sulle spiagge riminesi e lasciarci analfabeti su tante questioni vitali per il benessere del nostro paese? Sono i politici? E’ la destra? E’ forse l’inanitĂ  angosciante della sinistra? Sono i “padroni del vapore”? Le lobby culturali? Il dominio mediatico delle buone intenzioni e delle devozioni religiose?

Credo proprio di no, sebbene, come tante volte ho scritto, i nostri governanti abbiano gravi e pesanti responsabilitĂ  nell’aver creato lo stato di obnubilazione cui assistiamo.
Più profondamente credo stiamo assistendo ad un passaggio importante da una comunitĂ  ideologizzata e politica ad una deideologizzata e antipolitica, che dobbiamo coraggiosamente combattere.
Credo che uno dei gruppi sociali più importanti per attendere a questo compito siano gli intellettuali.
Ce ne occuperemo la prossima volta.

NEOLOGISMI E “MONSTRA” LINGUISTICI

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“Salvare il salvabile”. Nei dialoghi del prof. Giovanni Ariola “istruzioni per l”uso” utili a capire tutto ciò che è nuovo ma anche per resistervi. La volgaritĂ  di certe parole.

– Secondo voi, che possiamo fare? – chiede con la sua foga abituale il prof. Piermario ai colleghi che hanno elevato l’ennesima invettiva contro la dissennata e irrazionale corsa al cambiamento ad ogni costo – Ci mettiamo a fermare il tempo? O possiamo pensare di poterne rallentare il corso? Sì, è vero, stiamo assistendo a cambiamenti continui e vorticosi in tutti i settori della vita sociale, politica e culturale tanto che rischiamo di esserne travolti, ma non possiamo illuderci di impedirli o soltanto di uscire dalla corrente…
– Possiamo in qualche modo – osserva deciso il prof. Eligio – offrire una qualche resistenza per salvare il salvabile…

– Io dico – ribatte il prof. Piermario – che dobbiamo riflettere sulle nuove situazioni, valutarle ed essere pronti a prendere decisioni adeguate ma alla svelta, non rimandando sempre a domani e tante volte alle calende greche. Dobbiamo convincerci che è necessario velocizzare i nostri processi di pensiero e di azione…
– “La gatta frettolosa partorì figli ciechi” – lancia il prof. Fantasia con un risolino tra l’ironico e il sapienziale.

– Finiamola una buona volta – esplode con volto acceso il prof. Piermario – con questo sentenziare stereotipato, narcisistico e automasturbatorio…soprattutto scuotiamoci di dosso l’atavico posapianismo….smettiamola con questo ‘sunĂ  cu ’o sibbemoll’ (= suonare in si bemolle, ossia suonare con una intonazione abbassata di un semitono: si intende, utilizzando anche l’assonanza semantica del lemma molle, indicare un muoversi e un agire lento, troppo da comodone) come si dice al mio paese….Aprirsi al nuovo è una necessitĂ …
– Di’ piuttosto – risponde alquanto acrimonioso il prof. Fantasia – alla neomania…all’accettazione indiscriminata di tutto ciò che è nuovo o appare tale, anche se si tratta di una ennesima invasione barbarica

– Hai detto la parola giusta – ribatte improvvisamente calmo il prof. Incendiario – …una invasione barbarica…ben vengano i nuovi barbari, intesi nell’accezione data a quest’espressione da Alessandro Baricco: “Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent’anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l’enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocitĂ  sull’esattezza).” (“La Repubblica”, 21/09/’10). Barbari, insomma = innovatori contro gli imbarbariti, “le folle che riempiono i centri commerciali o il pubblico dei reality show ….Da una parte una certa civiltĂ  marcisce, dall’altra una nuova civiltĂ  insorge…” (ibid.)

– Insomma – interviene il prof. Carlo – abbiamo tutti capito che dobbiamo velocizzare le nostre operazioni mentali e raddoppiare anzi decuplicare l’attenzione, la vigilanza…Esaminare il nuovo che avanza e che non si può né si deve fermare, analizzarlo, valutarlo e cernerlo. Distinguere il grano dalla pula. Per riferirci all’ambito linguistico, prendo spunto dal bel neologismo che tu, Piermario, hai usato testé: posapianismo, ricavato dal termine posapiano, registrato normalmente nei dizionari (= “persona eccessivamente flemmatica, lenta nei movimenti e nell’agire”, De Mauro, 2001) con l’aggiunta del suffisso – ismo (Quanta roba e robaccia, storica, letteraria, religiosa e altro, ha indicato questa minuscola appendice linguistica nel corso dei secoli e anche nel presente!). Ecco, ho notato che sempre più frequentemente si indulge alla produzione di neologismi, alcuni pertinenti e corretti, altri dei veri monstra linguistici.

Mi è capitato ad esempio di leggere ultimamente parole come malpancismo (= malessere, fisico e psichico, di chi non approva una situazione, per lo più politica, e reagisce con parole e atti alquanto esagitati come per un mal di pancia), malpancisti, ditomedieggiare (= mostrare il dito medio con le altre dita piegate, gesto volgare e offensivo, comparso per la prima volta nel film “Il Sorpasso” con Vittorio Gassman, rivitalizzato poi da Umberto Bossi. Lo stesso gesto è al centro di vivaci polemiche in questi giorni in seguito alla provocatoria opera dell’artista Maurizio Cattelan che lo raffigura in una scultura collocata da poco in Piazza degli Affari a Milano), celodurismo (= fermezza e durezza di comportamento, parola formatasi dalla frase altrettanto volgare “ce l’ho duro”, adoperata sempre dal Boss(i) della Padania)…

Questi ed altri vocaboli ‘graziosi e leggiadri’, per dirla con il poeta, sono citati nell’interessante saggio di Gian Luigi Beccarla, “Il mare in un imbuto/ Dove va la lingua italiana (Einaudi, 2010) “Anche da noi, – scrive lo studioso – con l’avvento della «seconda Repubblica», ha preso piede il cosiddetto “gentese”, il discorso che si dice di voler chiaro, diretto, esplicito, non ‘difficile’, che deve parlare alla ‘gente’…. Ed è dilagato un linguaggio più popolaresco…ma anche più rozzo e sbracato.” (pag. 81)

– Non si può negare – ammette il prof. Piermario – la volgaritĂ  e l’arbitrarietĂ  e il cattivo gusto di certe parole e di certa espressivitĂ  verbale e gestuale, inquadrabile in un comportamento privato e pubblico di crescente violenza e aggressivitĂ , ma penso anche che in tante situazioni sia l’unico modo per scardinare grumi roccificati di vecchiume e di strutture obsolete…

– Ma vi rendete conto – sbotta il prof. Eligio – di quante parole vengono messe da parte e spinte fuori dalla corrente dell’uso quotidiano, sia nel parlato che nello scritto, per far posto a queste parole orribili….Nella scuola poi avviene una vera falcidie di parole, anche di quelle non appartenenti al sermo doctus, nel senso che o non sono proprio conosciute o, quando si incontrano in un testo, invece di prendersi la briga di consultare un dizionario per conoscerne il significato, vengono sistematicamente rimosse e dimenticate. Sentite cosa scrive Luca Serianni:

“In una ricerca recente, mi è capitato di constatare che una quota non trascurabile di alunni del primo anno di un liceo scientifico…ignorava un verbo che avrei considerato acquisito, anche a 14 anni, come biasimare. Ecco alcune definizioni (gli exempla ficta creati dai ragazzi per illustrare la definizione, come avverrebbe in un dizionario, rendono ancora più esilarante – o allarmante – l’incomprensione): «consolare ricordare – es. Lo biasima sempre»; «rispettare – es. Io ti biasimo per quello che hai fatto»; «l’azione dell’essere incerto, insicuro di ciò che si andrĂ  a fare successivamente – es. Dai, Marco, senza biasimare, prova a camminare sulle tue gambe!»; «invidiare, dare ragione a qualcuno – es. Ti biasimo, amico mio!»; «dubitare di qualcosa che non ci è certa – es. Ti conosco da un anno, perciò non biasimo della tua serietĂ ».” (Luca Serianni, “L’ora di italiano/scuola e materie umanistiche”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, pgg. 76-77).

– Proprio non ci siamo! – commenta sdegnato ma anche piuttosto sconsolato il prof. Piermario – Quale grande danno può arrecare a quei ragazzi o quale fatto grave e scandaloso costituisce l’ignoranza del significato del termine biasimare o di altri simili, soprattutto se in compenso quegli stessi ragazzi hanno appreso altri vocaboli relativi a settori ed attivitĂ  di diversa pertinenza ma di uso corrente? (continua)

LA RUBRICA

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PARTE II

Il padre della filosofia dei maccheroni: Giacomo Leopardi. Di Carmine CimminoEsco da un bar nei pressi di piazza Municipio, a Napoli: inasprito da un orrido cornetto, che sapeva di cartone lardiato, e amareggiato da una ciofeca atroce spacciata per caffè, mi avvio verso l’Istituto di Storia Patria, quando mi viene incontro, festosamente, un tale, che non so chi sia, ma che mi apostrofa professooore, e dunque deve essere stato un mio alunno. Fingo stupore, fingo di averlo immediatamente riconosciuto, ci stringiamo la mano, ci scuotiamo a vicenda, poi lui, cambiando tono, mi fa: però da voi non me l’aspettavo: mi hanno detto che scrivete di maccheroni e di pasta e fagioli: voi. E il greco, e il latino? E la storia? E la pittura?

Per verificare se è stato realmente mio alunno, contraggo la mandibola in un certo modo, che i miei alunni riconoscevano a prima vista: e lui mi dĂ  la prova d’essere stato mio alunno, perché immediatamente si ammoscia: dalla contrazione ha capito che mi sono raffreddato e sto per mandarlo, freddamente, a fare quella cosa lì in quel paese lì. Però vi leggerò, mi promette, e mi saluta. E se ne va.
Or dunque, ignoto allievo, la storia vera di una civiltĂ  è stata scritta nelle cucine e nelle camere da letto più che nelle piazze o nelle aule del Parlamento o sui campi di battaglia. E questo è il punto primo. Il punto secondo è che la filosofia dei maccheroni è una cosa seria, poiché suo padre è stato Giacomo Leopardi.

Leopardi a Napoli si trovò bene per necessitĂ , perché non sapeva dove andare; perché poteva colloquiare, a modo suo, – un modo sublime -, con la solitaria e minacciosa grandezza del Vesuvio; perché, secondo qualcuno, gli piacevano i timballi: ma io non ne sono sicuro; perché gli piacevano i sorbetti di Vito Pinto. E questo è certo. Ma non gli piacevano gli intellettuali napoletani. Nemmeno a lui. Nemmeno un poco. Non ne sopportava l’affezione, spesso solo apparente, per lo spiritualismo, e soprattutto non sopportava la radice, che era il romanticismo cattolico, di questo spiritualismo teatrale. A Leopardi piacque Napoli, ma non piacquero i Napoletani: gli apparivano inclini all’indifferenza e al cinismo, incoerenti, capaci di un’ironia beffarda e demolitrice che non aveva rispetto di alcunché, e si esercitava anche contro i valori autentici dell’intelletto. In una satira in terza rima, I nuovi credenti, che venne pubblicata dopo la sua morte, Leopardi descrive una battaglia in corso: da una parte lui e la sua filosofia, dall’altra i Napoletani e la loro filosofia.
E vediamo quali sono, secondo Leopardi, i fondamenti della filosofia napoletana:

e in breve accesa / d’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi ; ch’ai maccheroni / anteposto il morir, troppo le pesa. / E comprender non sa, quando son buoni,/ come per virtù lor non sien felici / borghi, terre, province e nazioni. / Che dirò delle triglie e delle alici ? qual puoi bramar felicitĂ  più vera / che far d’ostriche scempio infra gli amici? Sallo Santa Lucia, quando la sera / poste le mense, al lume delle stelle, / vede accorrer le genti a schiera a schiera, / e di frutta di mare empier la pelle. / (vv. 11-25).

Dunque, il principio primo su cui i Napoletani hanno costruito la loro concezione dell’essere è il piatto di maccheroni: in difesa di questo principio tutta Napoli si arma contro Leopardi e contro la sua filosofia: contro Condorcet e Diderot e contro tutti gli illuministi della prima generazione e della seconda Napoli mette in campo non le chiacchiere dei suoi intellettuali, non l’idealismo annacquato dei nuovi credenti: cattolici, romantici e spiritualisti, ma schiera i maccheroni suoi, contornati da alici, triglie, ostriche, cannolicchi e altri frutti (frutta, dice Leopardi) di mare. I Napoletani non sono in grado di avvertire né dolore né noia, sentimenti sublimi, riservati alle anime nobili: i loro appetiti vengono saziati dagli spettacoli teatrali, dalle passeggiate a Portici, in Villa e a via Toledo, dai sorbetti di Vito Pinto. I Napoletani sono e saranno un popolo felice: di quella felicitĂ , chiarisce sarcastico Leopardi, che viene da ignoranza e sciocchezza.

C’è nel violento attacco una cattiveria che non pare compatibile con il carattere e con lo stile del poeta, a cui la grandezza dell’intelletto e del cuore concesse, in certi momenti, il privilegio di penetrare, attraverso il dolore, fino all’essenza delle cose. Notò Benedetto Croce che nella satira, sotto la sprezzante invettiva, c’è la traccia di quella serenitĂ  che Napoli donò al poeta, sollecitandolo ad aprire la sua sensibilitĂ  a una percezione nuova della realtĂ , a confrontarsi con un mondo di sensazioni, odori, sapori, colori, che richiedevano nuovi registri di comprensione, e con paesaggi e ambienti in cui la natura e la storia si manifestavano in ogni possibile forma: le rovine di Pompei, il caos delle strade cittadine, un mare pittoresco, una campagna mitologica, la scabra, terribile solennitĂ  del Vesuvio.

Questo mondo, che Leopardi credeva estraneo e che tuttavia era capace di suggerirgli emozioni nuove e intense, lo spinse a riconsiderare il valore delle parole e il senso dei nomi, perché nuovo era il senso delle cose. Così nacque la poesia altissima della Ginestra. E un giorno il poeta buttò giù, su due foglietti, un elenco di 49 ricette, pubblicato qualche anno fa nel libro Leopardi a tavola. Nelle due carte, conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, non c’è, ovviamente, la prova di una vocazione improvvisa e irrefrenabile per l’arte della cucina: vi si manifesta, piuttosto, quella voluttĂ  del catalogare, a cui cedono spesso scrittori e pittori, e che rivela un bisogno di riordinare il mondo e di riconsiderare il rapporto con gli oggetti.

Nello Zibaldone Leopardi elenca le parole poetiche e quelle che poetiche non sono; nei foglietti della Nazionale elenca ricette. Forse si accorse che la filosofia dei Napoletani stava mettendo in crisi la sua filosofia, forse sentì che stava cedendo alle Sirene; l’intelletto gli ordinò di resistere, e lui si difese e si sottrasse all’incantesimo conducendo un attacco di inaudita violenza verbale contro quel popolo complicato, e contro la sua visione del mondo, che egli riassunse in un simbolo: i maccheroni. Da Leopardi in poi, i maccheroni sono, a buon diritto, un argomento serio del ragionar filosofico.
(Fonte foto: Rivista "Arte")

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PRIMA PARTE

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

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Il miracolo di S. Gennaro, il pane e la speranza. Di Don Aniello Tortora

Ha destato molto interesse e scalpore l’omelia tenuta il 19 gennaio dal cardinale Sepe, in occasione della liquefazione del sangue di S. Gennaro.
Moltissimi i commenti. Tantissime le opinioni, anche contrastanti.
In un primo momento, ad una lettura superficiale del testo, potrebbe sembrare che il cardinale non creda più nella speranza per Napoli e per la Campania. A me non sembra che abbia detto o inteso questo. Ecco perché mi pare interessante ripercorrere alcuni passaggi della sua omelia.
Ad un certo punto l’arcvivescovo di Napoli si chiede:

”E, oggi, perché invochiamo la protezione del nostro Concittadino?”. E lui stesso dĂ  una risposta: “Perché stiamo vivendo un momento drammatico della nostra esistenza personale e comunitaria. È sotto gli occhi di tutti la deriva a cui sta andando incontro la societĂ  secolarizzata, che rifiuta ogni valore etico e morale, mentre si deve fronteggiare una crisi sociale ed economica che rende ancora più pesante e difficile una precarietĂ  storica e strutturale propria del nostro Mezzogiorno”.

E poi continua: “Sono ferite vecchie e nuove che stanno indebolendo il nostro corpo sociale e religioso col rischio, come qualcuno pensa e dice, di non farcela più. È una minaccia che non è solo nell’aria, ma si avverte, concreta, allo stesso modo di una forza che viene meno. Si può chiamare declino, come si può pensare a una vera e propria agonia; ma quel che è certo è che non è possibile, non ci si può rassegnare a vedere la nostra gente piegarsi e cedere alla disperazione e alla miseria.
Niente è più straziante di un popolo che perde il senso e il gusto della vita e sul quale rischia di abbattersi la più terribile di tutte le carestie, la carestia della speranza, che è la più inguaribile e la più perfida”.

A questo punto richiama tutti, specialmente i cristiani, alla propria responsabilitĂ , a reagire con forza e credere, nonostante tutto, alla speranza, dicendo: ”Ma non saremmo veri discepoli di Gesù Cristo e sinceri devoti del nostro Martire Gennaro se ci lasciassimo raggiungere dal pessimismo: è come se accettassimo passivamente il foglio di sfratto che ci viene da quei sistemi del male che non attendono altro che il male dilaghi!”

“Napoli ha sempre vissuto di pane e di speranza. Ora sembra che siamo arrivati ad un punto di svolta: niente è scontato, né il pane, né la speranza. Come è potuto accadere? Penso che è giunto il momento di un serio esame di coscienza collettiva nel quale tutti, per la parte di propria competenza, sono chiamati in causa. Anche noi Chiesa: quando, per esempio, non abbiamo saputo amare abbastanza; quando non ci siamo chinati fino in fondo sulle sofferenze dei nostri fratelli; quando non siamo riusciti a far vivere in ogni nostra cittĂ , quartiere o vicoli delle nostre strade, la passione per il Vangelo e abbiamo tenute chiuse le sue pagine, il suo messaggio al cuore della nostra gente”.

Anch’io sono d’accordo con il cardinale, quando, ancora, afferma con forza che “di fronte alla vastitĂ  dei drammi non possiamo pensare di svolgere il ruolo di semplici e impotenti “spettatori”; stare a guardare dalla finestra le nostre rovine è colpa grave!” e quando grida che “ è soprattutto il lavoro che manca, la ferita più grave e dolorosa di cui soffrono soprattutto i giovani ma che si espande, come veleno, sull’intero territorio. Quando ai giovani viene precluso l’avvenire, è come recidere le prime radici di una crescita che non riguarda solo loro, ma anche la societĂ  nel suo insieme. E sappiamo bene che per i nostri giovani esiste, più minacciosa che mai, l’insidia di chi il lavoro non si fa scrupoli di offrirlo: un lavoro di morte, a servizio del crimine e del malaffare”!

Alla fine dell’omelia invita, poi, tutti a “non lasciarci rubare la speranza”.
Come si è potuto notare, la chiesa di Napoli ha lanciato un forte grido per il risveglio civile e la mobilitazione delle coscienze.
La gente di Napoli e della Campania è molto legata al miracolo di S. Gennaro. Una devozione che spesso rasenta la magia o la superstizione. Io penso, però, che il vero miracolo di S. Gennaro sarebbe questo: assicurare a tutti “pane e speranza”, senza rimanere in attesa dell’ intervento miracolistico del santo.

È necessario in tal senso l’impegno e il coraggio di tutti e di ciascuno, ma particolarmente dei politici, forse troppo impegnati in questi ultimi mesi, più a pensare alle “case di Montecarlo”, che non ai veri problemi della gente.
(Foto di Riccardo Siano. Fonte Repubblica.it)

LE CONDIZIONI DI VITA PRECARIE DEI NAPOLETANI (GIOVANI E NON)

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In poco più di due lustri siamo passati dalla speranza di un rinascimento della cittĂ  di Napoli a condizioni di vita economicamente insopportabili. Il dramma dei giovani. Di Amato Lamberti


Le parole del cardinale Sepe, dopo il rinnovo del miracolo della liquefazione del sangue di S.Gennaro (foto), "a Napoli, finora, poteva mancare il pane ma non mancava la speranza; oggi, manca il pane e manca anche la speranza", sono apparse a tutti come una pietra tombale, grande come un macigno, sulla amministrazione comunale che governa oggi Napoli. Parole durissime per una condanna senza appello di un ciclo amministrativo che si era aperto all’insegna del rinnovamento e della rinascita, dopo un lungo periodo di crisi politica culminata nella dichiarazione di dissesto dell’amministrazione comunale.

Era il 1993 e si parlava del rinascimento della cittĂ , fondato sulla valorizzazione del giacimento culturale nascosto nel suo centro storico; oggi, nel 2010, quella speranza, che pure aveva destato tante aspettative, sembra definitivamente sepolta sotto il peso di una condizione economica che si è fatta insopportabile. A Napoli, una famiglia su quattro vive, se così si può dire, con un reddito al di sotto della soglia di povertĂ . Un’altra famiglia su quattro, vive, per così dire, galleggiando al limite della soglia di povertĂ , poco sotto o poco sopra. Praticamente, metĂ  della popolazione, stando ai dati ufficiali, vive in una condizione drammatica di penuria e di incertezza.

Mi si potrĂ  dire che, in una cittĂ  dove il lavoro in nero è la regola, le statistiche ufficiali non riescono a fotografare il reddito di cui i singoli e le famiglie dispongono. Molte entrate sono nascoste, visto che provengono dal lavoro sommerso che alimenta anche una evasione fiscale diffusa ed estesa anche da parte dei datori di lavoro, siano essi imprenditori, artigiani o commercianti. Anche i ceti professionali, a Napoli, alimentano il mercato del lavoro nero: basta vedere quali sono i rapporti di lavoro negli studi professionali degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti, dei commercialisti. Ma questa osservazione, vera e fondata, conferma che la precarietĂ  è la condizione di vita di molti napoletani, soprattutto giovani.

Una condizione, quella della precarietĂ , che non può sostenere progetti di vita, che non alimenta la speranza di un cambiamento e di una stabilitĂ  che permetta, ad esempio, di mettere in piedi una famiglia e di alimentare prospettive di carriera e di stabilitĂ  economica. Il lavoro nero, o sommerso che dir si voglia, è la piaga della cittĂ , come dell’intero Mezzogiorno. E non solo perché falsa tutti i dati statistici, compresi quelli relativi al PIL prodotto nel Sud, ma perché condanna alla precarietĂ  dell’esistenza, all’impossibilitĂ  di progettare la vita e il futuro, centinaia di migliaia di persone, che pure hanno capacitĂ  e professionalitĂ  da spendere ed investire. Una amministrazione comunale forse può fare poco per promuovere nuova occupazione ma potrebbe fare molto per far emergere il lavoro nero e sommerso contribuendo così a dare stabilitĂ  economica e certezza del futuro a chi oggi è condannato ad una condizione di precarietĂ  esistenziale prima che economica.

Prima di ogni discorso, pure necessario e indifferibile, sulla riqualificazione urbanistica della cittĂ , sul recupero delle periferie, sul riassetto della mobilitĂ , occorre far emergere il lavoro che giĂ  c’è ma che, essendo in nero, non produce stabilitĂ  e certezze nell’economia come nella vita delle persone. Questa operazione di portare all’emersione il lavoro sommerso consentirebbe anche di calibrare meglio, sulle reali necessitĂ  ed urgenze, gli interventi di assistenza e di sostegno per le fasce deboli della popolazione, quelle tagliate veramente fuori da ogni opportunitĂ  di lavoro e di reddito.

Governare una cittĂ  complessa e contraddittoria come Napoli non è semplice ma è pur sempre possibile quando si sappiano individuare problemi e prioritĂ  e, soprattutto, quando si lavora per dare, non assistenza, ma speranza di futuro a tutti i cittadini.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

I BRIGANTI ANTONIO COZZOLINO PILONE E CIPRIANO LA GALA

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Una storia di ieri che pare una storia di oggi: il brigante Antonio Cozzolino Pilone, le vicende grottesche di tre agenti segreti infiltrati, un giudice che è cosa nostra. Di Carmine Cimmino

Dedicheremo alcuni articoli ai briganti Antonio Cozzolino Pilone e Cipriano La Gala, perché le loro storie si intrecciano con quelle della camorra vesuviana e della camorra nolana . Le “imprese“ di cui queste due camorre furono protagoniste nel secondo Ottocento sono fondamentali per comprendere tendenze, strategie e percorsi della camorra del ‘900, ma non hanno suscitato l’interesse degli studiosi, che si sono limitati e si limitano (gli studi di Marcella Marmo sono una splendida eccezione) a dare per scontato che i gruppi criminali organizzati del Vesuviano e del Nolano erano “sudditi“ della camorra di Napoli. Il che non è. Come vedremo.

Antonio Cozzolino Pilone nacque a Torre Annunziata il 20 gennaio 1824; ma i suoi genitori erano di Boscotrecase, e qui ritornò il giovane Pilone a lavorare da scalpellino. La sua spavalderia gli suscitò contro l’ostilitĂ  delle guardie urbane, e perciò il suo protettore, il capitano Antonio Caracciolo, gli trovò un lavoro a Palermo e poi lo fece entrare nell’ esercito borbonico. Pilone combatté da coraggioso a Calatafimi, dove, secondo la leggenda, avrebbe strappato una bandiera ai Garibaldini. Tornato a Boscotrecase, egli non nascose d’essere rimasto fedele a Francesco II e, spinto dal confuso sentimento di possedere il carisma di un capo e ancor più dalle sollecitazioni dei "galantuomini" del territorio, decise di combattere per il suo re. L’assassinio di Francesco Geri, ufficiale della G.N. di Boscoreale, fu l’atto iniziale della sua sfida allo Stato unitario, e l’invasione di Boscotrecase fu il momento più importante della campagna del ‘ 61.

L’invasione ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, e l’appuntato Filippo Migliaccio, a cui il Comando Generale aveva ordinato, dopo la morte del Geri, di infiltrarsi nella banda di Pilone. Il più esperto dei tre era il Boccabella, che nei primi mesi dell’anno aveva fatto lo stesso lavoro con i briganti di Marano e di Giugliano. La mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, l’informatore della polizia Celestino Acampora condusse i tre da Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina, e li presentò come agenti romani di Francesco II Borbone: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna. Vangone accompagnò i quattro nel Bosco di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato borbonico, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e il principe di Ottajano.

Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò le tre spie ai più importanti sostenitori di Pilone: Ferdinando Cozzolino Martorelli, zio del brigante, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di “telerie” Gennaro Alderisio, il quale raccontò che proprio quella mattina aveva consegnato ai briganti due pistole e molte cartucce. Gli spioni chiesero di incontrare Pilone; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie dei paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga ,"uomo di agiata fortuna", o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i "galantuomini" e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale. Insieme a loro, una sera, Pilone aveva brindato con una "sciampagna", che gli era stata regalata da una sua appassionata ammiratrice, la moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei.

Ma da qualche giorno Pilone non usciva dai suoi nascondigli. Anche altre persone avevano tentato di incontrarlo sollecitando i buoni uffici di Paolo Collaro, l’oste della Taverna del Mauro, e di sua moglie, anche lei vittima, così si diceva, del fascino del brigante: che però non aveva voluto incontrare nessuno, temendo forse una trappola, ed era rimasto sul monte con Giuseppe Jacolillo e Ludovico Perugino.

Tuttavia la garanzia di Vangone, e di Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli rassicurarono Pilone. La sera Cerulli e Migliaccio salirono alla valle dell’Inferno (foto), e qui incontrarono il brigante. Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose. Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e "un motto d’ordine" con gli altri capi. Cerulli lo rassicurò rivelandogli d’aver portato da Roma e di aver nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti fucili. Si salutarono con calorosi abbracci. Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. Cozzolino. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro identitĂ  invitando il Cozzolino a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli.

Ma il Vangone non venne arrestato e i due agenti segreti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il Cozzolino scortarono a Napoli il Boccabella, a cercare in Prefettura la conferma delle sue dichiarazioni. Al ritorno fecero uscire di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici e piloniani.

Migliaccio raccontò che per fingere in maniera più credibile aveva preso un fucile dalla rastrelliera del corpo di guardia e lo aveva puntato su un “galantuomo”, il quale dal balcone osservava la gente che sventolando i fazzoletti bianchi, simbolo borbonico, gridava festosa Viva Francesco! Viva Pio IX! Viva Pilone!. Ma Pilone lo aveva fermato: Non sparare. Quello è cosa nostra. Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a scaricare le sue pistole sugli stemmi e sulle bandiere dell’Italia e dei Savoia: il giudice del circondario Camillo D’Avino, un giudice che tre mesi prima aveva giurato fedeltĂ  e lealtĂ  al Regno d’Italia, al Re d’Italia e allo Statuto, era cosa nostra.
(Fonte foto: ulyxes.it)

LA STORIA MAGRA

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA

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Quanti primi giorni di scuola mi si sono affollati nella mente durante il circle time con il quale, come ormai da oltre un lustro, avvio l”anno scolastico! Tutti carichi di irripetibili emozioni. Di Annamaria Franzoni

Il Circle time costituisce una metodologia utile sia nelle attivitĂ  con gli adulti che con i giovani, della quale mi servo spesso nei diversi momenti del mio lavoro.
Si tratta di una tecnica finalizzata a sostenere momenti particolari del percorso di formazione di un gruppo che intende avviare un processo di condivisione partecipata dell’apprendimento, dando rilievo agli aspetti emozionali che esso comporta.

Ogni volta sono numerosissime le sollecitazioni che tale attivitĂ  provoca sia in me, che conduco il circle time, sia nei giovani adolescenti, che spesso per la prima volta si sentono coinvolti in un’esperienza che attiva dinamiche relazionali complesse.
 
I giovani allievi della I g, al loro primo ingresso nel Liceo Mercalli hanno dimostrato, sebbene con un po’ di imbarazzo, una buona capacitĂ  di ascolto autentico del portato emotivo e storico di ciascuno. Infatti, nonostante l’emozione di quanti di volta in volta hanno preso la parola, ciascuno si è sforzato di uscire da sé per ascoltare l’altro, accogliere con fiducia e curiositĂ  ciò che il compagno offriva.

Ritengo che vivere questa esperienza abbia costituito per i giovani allievi un significativo avvio del processo di insegnamento/apprendimento e abbia costituito la premessa essenziale per una relazione autentica, condizione irrinunciabile da cui partire per poter poi attivare processi di apprendimento.

Le persone che quotidianamente incontriamo, nel nostro lavoro e nella vita, sono permeati di emozioni, di esperienze storico-biografiche e di relazioni che ci formano e ci tras/formano e la riflessione personale e collettiva su questi elementi può aiutarci a conoscere e ri/conoscere noi stessi, ma anche gli altri con i quali ci troviamo quotidianamente a condividere tempi e spazi.

Sono emersi, così, una serie di spunti interessanti dalle storie sinteticamente raccontate dagli allievi: brevi cenni sulla propria biografia, hobby, passioni, il ricordo più bello della propria vita scolastica, il momento più difficile vissuto tra i banchi di scuola, la persona più cara del percorso scolastico, quella più odiata…. fino a quando, terminato il giro si è giunti a me e naturalmente anch’io mi sono messa in gioco, raccontando qualche pezzetto della mia ormai lunga vita scolastica e personale.

Così le prime due ore di lezione sono volate in fretta e il suono della campanella ci ha colti di sorpresa mentre forse eravamo giĂ  un “gruppo” pronto ad affrontare “insieme” il percorso di formazione e crescita del primo anno della scuola superiore.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI

Per una filosofia dei maccheroni. Prima parte: la rivolta dei vermicelli. Di Carmine CimminoSi ribellavano a qualcosa. Fu subito chiaro che era in atto una protesta. I maccheroni, i doppi e i fini, ziti, candele, linguine, spaghetti e vermicelli, tutti nati dal grano più prezioso, tutti fabbricati dalle ditte più antiche e più gloriose, tutti cotti al dente, in un modo e in una misura che anche i denti più sensibili e severi avrebbero giudicato perfettamente consoni alla musica dei tempi di cottura: tutti, insomma, proprio tutti, giacevano sul fondo della zuppiera. Sfatti. Prima si sfilacciavano come gomma da masticare e poi si incollavano l’uno all’altro fino a squagliarsi in disgustosi grumi bianchicci.

Qualcuno notò che lo snervamento e l’ammosciamento iniziavano al primo contatto con la salsa, come se i maccheroni tentassero di dire che non volevano essere né sommersi né macchiati e nemmeno colorati dalla rossa poltiglia. Ci furono scene di panico: anche gli ottimisti di professione considerarono imminente la catastrofe della cucina napoletana, se i maccheroni avessero deciso di rompere, dopo due secoli di fedeltĂ , un matrimonio che sembrava felice. Qualcuno arrivò a pensare che dietro ci fosse il nero disegno dei nordisti di conquistare l’ultimo baluardo del Sud sommergendo il rosso dei San Marzano nel verde del pesto, e cacciando via dalle pentole il ragù di Eduardo per riempirle con il tritume della bolognese. Ma, per fortuna, il timore si dissolse subito.

I maccheroni si ribellavano non ai pomodori in quanto pomodori, ma ai pomodori cinesi, che, chiusi in bottiglie e barattoli, interi e passati, liquefatti o a pezzettoni, avevano preso possesso degli scaffali in un gran numero di supermercati campani.

Pomodori cinesi. Non è stata una protesta razzista. La storia dei maccheroni è un impasto di umiltĂ  e di generositĂ  e di spiriti democratici. Vanno d’accordo con tutti, perfino con i pomodori padani. Ma non sopportano le controfigure, i surrogati, le copie. I pomodori cinesi sono pomodori cinesi, con i pomodori italiani hanno in comune vaghi tratti della forma, vaghi spunti di sapore, assai vaghi toni di colore. E il nome. Ma non il sole, non l’acqua, non i sali, non la terra, non il mistero della sfumatura d’acido che apre la porta al sapore dell’asprezza nobile e decisa. E se Arabi e Cinesi hanno inventato gli spaghetti, sono spaghetti arabi e cinesi. I maccheroni napoletani sono tutta un’altra pasta.

I maccheroni napoletani incarnano nella semola (chiedo scusa per il cozzo delle immagini, della carne e della semola) i valori della lingua napoletana e perfino l’essenza profana dei riti sacri. Lo sostiene un noto antropologo, che ha trovato il filo , un filo rosso, suppongo, che lega il rosso della salsa di pomodoro con il rosso del sangue di San Gennaro. E io vorrei srotolare questo filo fino ai vini rossi del Vesuvio, che non vedo perché devono restar fuori dal giro. I maccheroni, quelli lunghi (i veri e soli maccheroni), sono le travi su cui si regge l’ identitĂ  nostra, lo sono più della pasta corta e più della pizza, che si sono lasciate incantare dalle sirene del mondo globale e perciò si prestano a ogni gioco di cucina e a ogni condimento. Aspirano ad essere internazionali, e si troveranno apolidi, senza patria e senza radici.

Dunque, i maccheroni sono la categoria prima della nostra civiltĂ , la forma a priori che ci consente di costituire l’ordine del nostro mondo, l’inizio e il fine di ogni nostro percorso. Una filosofia dei maccheroni non solo è possibile, ma è doverosa: una filosofia sistematica che affronti tutte le questioni: la psicologia della conoscenza, l’etica, la morale e la politica (la rivoluzionaria dottrina politica dei maccheroni), e l’estetica. Mi si conceda questa innocente presunzione: nessuno ha mai scritto della filosofia estetica dei maccheroni. Io sarò il primo.

Una sociologia degli spaghetti venne tentata, su suggerimento di Pasquale Barracano, da sei Maestri della cultura e della penna: Giovanni Artieri, Alberto Consiglio, Giuseppe Longo, Paolo Monelli, Mario Stefanile, e Virgilio Lilli, che fu anche un grande pittore. Artieri, Consiglio e Stefanile erano napoletani; Longo era siciliano, e Lilli cosentino di nascita, ma romano di umori e di cultura.

Il modenese Paolo Monelli era padano ed europeo: proprio così scrisse Artieri, inquieto profeta. I loro scritti confluirono nel libro Spaghetti d’oro, che venne pubblicato, fuori commercio, dal Centro ricerche sulle paste alimentari. Era il 1968. Sedici anni dopo Giovanni Artieri raccontò quell’ avventura in Napoli contraffatta, in un memorabile capitolo intitolato Introduzione a una filosofia degli spaghetti, in pagine così scintillanti di intelligenza e di gusto, così dense di spunti d’ironia e di concetti seri e profondi, che quella Introduzione avrebbe meritato un seguito. Ma i sei Maestri sono stati generosi nel regalare suggerimenti e connessioni concettuali e sentimentali a chi voglia riprendere il discorso.

Alberto Consiglio osservò che i vermicelli sono una variazione, una sintesi, una elaborazione e sofisticazione del pane: candido, semplice, filiforme, comodo a trangugiarsi anche senza denti. Il vermicello è un pane che cerca condimento. È una visione romantica. Il vermicello, candido e semplice come Werther o come Jacopo Ortis, cerca quel condimento che lo esalterĂ  e, esaltandolo, lo porterĂ  a dissolversi: trangugiato, assaporato, inghiottito, trasformato in nutrimento vitale del corpo, in voluttĂ  dei sensi, in piacere della rimembranza. In questo i maccheroni si distinguono da ogni altro cibo: il mangiarli non è un imperativo della fame o della gola, ma è l’atto di un soggetto che riflette su sé stesso, è un esame di coscienza.

I maccheroni vanno mangiati a testa alta: e, prima che in bocca, la forchetta deve portarli all’altezza degli occhi di chi sta per mangiarli, perché l’uno e gli altri, congiunti dalla forchetta, si confrontino . Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI

COSA FARE DOPO ATRANI (E PRIMA DI ALTRI DISASTRI)

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Non ha senso invitare i cittadini delle aree esposte a rischi ad andare via, abbandonando case, affetti, tradizioni. Semmai, va risanato il territorio, senza guardare in faccia a nessuno. Di Amato Lamberti

È stata sufficiente una pioggia abbondante a provocare un vero e proprio disastro ad Atrani (foto). Le immagini televisive, con la fiumana che trascinava auto e moto oltre a cumuli di rottami di ogni specie, sono state eloquenti: un torrente in piena ha invaso la strada e la piazzetta di Atrani travolgendo tutto quello che incontrava e seppellendo la piazzetta sotto una montagna di fango, provocando anche la scomparsa di una ragazza che lavorava come barista in uno dei locali della piazzetta. Disastro annunciato hanno titolato i giornali. Disastro annunciato hanno detto i geologi. Disastro annunciato hanno ripetuto gli abitanti della cittadina.

Anche gli amministratori del paese hanno parlato di disastro annunciato come se non fosse un loro problema quello di intervenire sulle situazioni giudicate pericolose. L’assessore regionale se l’è cavata affermando che l’80% del territorio della costiera amalfitana, uno dei luoghi più belli del mondo che attira da secoli folle di turisti, è a rischio frane e smottamenti che possono essere anche catastrofici e consigliando, quindi, agli abitanti di andarsene e cercare luoghi più sicuri da abitare. In altre parole gli abitanti di Amalfi, Maiori, Minori, Positano, Furore, Cetara, Ravello, Scala farebbero meglio a fare le valige perché non è neppure pensabile la messa in sicurezza del territorio perché le opere di ingegneria necessarie stravolgerebbero il territorio facendogli perdere il fascino ambientale e naturalistico che ha reso famosa la costiera.

Un ragionamento un po’ strano perché è chiaro che se il territorio è pericoloso per gli abitanti, lo è anche per i turisti che dovrebbero, quindi, essere anche loro invitati a cercare luoghi più sicuri. Un discorso non nuovo perché ripropone quello fatto per l’area vesuviana. Le cittĂ  vesuviane non sono sicure perché il Vesuvio potrebbe anche esplodere prima o poi, perciò è meglio andarsene in luoghi più sicuri abbandonando case, terreni, affetti, tradizioni. Un invito che non è stato preso in seria considerazione dagli abitanti delle cittĂ  vesuviane così come avverrĂ  per quello indirizzato agli abitanti dei paesi della costiera amalfitana. Con questo modo di ragionare quasi tutti gli abitanti della Campania dovrebbero spostarsi perché frane, smottamenti, eventi disastrosi si sono in questi ultimi anni registrati un po’ dovunque, a Sarno, a Bracigliano, a Gragnano, ad Afragola, a Scafati, a Castellammare, a Ischia, a Ravello, nel Sannio, in Irpinia, nel Salernitano; senza contare le voragini che si aprono a Napoli e in molte altre cittĂ .

A mio avviso, il ragionamento dovrebbe essere diverso. Prendiamo atto che il territorio è stato reso insicuro dal massacro continuo di costruzioni, case, edifici pubblici e strade, che non hanno rispettato neppure le regole più elementari che impongono di costruire in zone sismica con criteri antisismici e di non costruire in zone ad elevato rischio idrogeologico. Questo massacro negli ultimi venti anni invece di arrestarsi, essendo cresciuta una consapevolezza ambientalista, è letteralmente esploso per ragioni le più diverse e non solo perché la camorra ha investito nel calcestruzzo e nelle costruzioni. Innanzitutto è esploso per colpa di amministratori che invece di frenare le speculazioni hanno chiuso gli occhi, quando non le hanno favorite per fare consenso elettorale e, molto spesso, per fare anche soldi.

Il caso di Giugliano, che ho raccontato in un precedente intervento, è emblematico: anche chi aveva il dovere di intervenire contro l’abusivismo edilizio ha preferito fare soldi approfittando del fatto che gli amministratori erano colpevolmente distratti. Oggi non si può più fare finta di niente: bisogna rimboccarsi le maniche e riparare ai danni prodotti dalla speculazione, dall’abusivismo, dall’inerzia colpevole degli amministratori.

Un lavoro di ricucitura e risanamento del territorio che non deve guardare in faccia a nessuno nella ricerca delle responsabilitĂ , ma deve essere capace di salvaguardare i bisogni dei cittadini, dalla casa, alle strade, ai servizi essenziali. Ma anche ai diritti, dall’aria, all’acqua, alla terra non inquinate, fino alla sicurezza di poter vivere in un luogo senza essere terrorizzati se la pioggia cade un po’ più abbondante del solito.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI