“MA SIAMO ELETTORI-UTILI IDIOTI?”

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    Per cambiare davvero bisogna votare senza aver paura di andare contro tendenza. Marchiamo la protesta e il dissenso contro i candidati impresentabili.
    Di Raffaele Scarpone

    Caro Direttore,
    a un paio di settimane dalle elezioni imperversa, da parte di tutte le liste, l”appello ad un “voto utile”. Tradotto in un linguaggio più comprensibile, quasi terra terra, credo significhi un voto che, nell”olocausto delle rappresentanze, sia a tutto vantaggio della governabilità. Di primo acchito sembra un”esigenza avanzata in nome dell”efficienza: non si disperda una volontà (quella dell”elettore) e si dia seguito alla volontà stessa (dell”elettore o del candidato?).

    A me, in verità, direttore, la locuzione “voto utile” sembra una contraddizione, un imbroglio o, se vuoi, addirittura un ossimoro razionale. Cerco di spiegarmi, partendo da un possibile contrasto logico. Se, infatti, un candidato, un partito, una parte politica richiede agli elettori un “voto utile”, vorrà dire che per un altro candidato, un altro partito, un”altra parte politica c”è solo la possibilità di un “voto inutile”. Ma di quale significato di voto si parla? Di promessa (a un santo, per grazia ricevuta), di obbligo (nella professione religiosa ci sono anche i voti perpetui), di auspicio (una personale aspirazione), di valutazione (ma sa troppo di scuola) o di espressione di volontà (scelta elettorale vera e propria)?

    Come al solito, direttore, non mi vieni in aiuto. Non più tardi di qualche giorno fa nella convinzione che la partita elettorale per Strasburgo sia una gara a due (Pd-Pdl) è stato invocato di nuovo il “voto utile”. E di voto utile si è parlato e si parla nelle competizioni provinciali ed in quelle comunali. Tutti, ma proprio tutti, si sentono ormai autorizzati a mettere in guardia da un consenso sprecato, da un “voto inutile”. E questo accade con una sistematicità ossessiva dall”infausta data del 13 e 14 aprile del 2008, dalla cosiddetta nascita della Terza Repubblica o, forse meglio, dalla conclamata morte del “voto ideologico”, quello che sancì la scomparsa delle formazioni politiche minori (al di sotto della soglia di sbarramento) e rese inservibile ed inutilizzabile la volontà espressa da qualche milione di elettori!

    Caro direttore, invece di “voto utile”, non è più corretto parlare di “uomini utili o inutili” per la politica e per il paese? Se hai un po” di tempo, prova a vedere come sono compilate le liste elettorali e chi sono coloro che invocano un “voto utile”. Sono i peggiori trasformisti e biscazzieri della politica. Sono quelli che stanno a destra e a sinistra, con la monarchia e con la repubblica, con i sovversivi ed i conservatori ma sempre “in spirito di servizio”. Sono quelli che in una consiliatura o legislatura sono capaci di stare sempre dalla parte delle maggioranze, di qualunque colore e in qualunque modo costituite. Sono quelli che con le loro gigantografie ingombrano gli spazi elettorali, deturpano l”ambiente e chiedono un “voto utile” “per la continuità”, “per dar forze alle idee”, per “permettere una battaglia di progresso”.

    Pensaci bene, sono identici a Consalvo Uzeda, principe di Francalanza, che, quando decise di intraprendere la carriera politica –egli di famiglia borbonica e, in seguito, di idee liberali, schierato dalla parte del popolo e della democrazia-, preparò personalmente la scenografia per la presentazione del programma elettorale: “Trofei di bandiere abbracciavano colonne ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a destra e a sinistra della balaustrata da cui avrebbe parlato il candidato, Umberto e Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e Cairoli; e così tutto in giro Amedeo, Bixio, Cavour, Crispi, Lamarmora, Rattazzi, Bertani, Cialdini, la famiglia sabauda e la garibaldina, la monarchia e la repubblica, la destra e la sinistra” (Federico De Roberto, I vicerè, Garzanti 1959).

    Direttore, queste elezioni prossime sono importanti. Al di là del risultato. Sono importanti per marcare la protesta, il dissenso. Sono importanti per fare emergere il coraggio di votare secondo coscienza, di scegliere, di non accodarsi ai flussi tradizionali di pensiero, di non diventare improbabili supporter di candidati ancora più improbabili, incredibili, impresentabili. Sono, altresì, importanti per dimostrare fegato –specie se si fanno scelte di minoranza- nel rischiare di essere anche minoritari nella minoranza. Altro che “voto utile”!

    Spesso, purtroppo, si è considerati solo degli elettori-“utili idioti”, che, secondo una logica ricorrente, si turano il naso e votano il meno peggio. È tempo, direttore, di tornare a dare peso al proprio voto, alle proprie scelte, alle proprie idee. E la protesta non è non votare, nè votare per chi può vincere, nè per chi con il voto si compra anche il pensiero, la dignità, la volontà, l”intelligenza delle persone. Altrimenti mai niente potrà cambiare. Almeno che non sia proprio questo l”intento: quello che non cambiando perfettamente niente, lasciando tutto immutato, gli incartapecoriti uomini di potere, possano continuare a fare i loro comodi ed i loro interessi.

    Sotto ogni bandiera, dentro qualsiasi coalizione, a destra, a sinistra, al centro: tanto tutto resta immutato. Nel trionfo di una logica gattopardesca. Che è la filosofia espressa dal giovane Tancredi (neo sostenitore delle idee repubblicane) al preoccupato zio don Fabrizio, il principe di Salina (amico personale del re di Napoli), “Se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”, (Giuseppe Tommasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1958).