SEGNI POSITIVI: IL BENE COMUNE

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La crisi economica ha quasi paralizzato tutto e tutti. Siamo qui, in attesa della catastrofe finale. Eppure, qualche segno positivo si scorge. Piccolo, ma cӏ. Di Giovanni Ariola

Stamane il silenzio in Istituto è più grave e cupo anche per il colore del cielo plumbeo che filtra dai vetri delle finestre e mette in cuore “un’uggia greve e amara” (Diego Valeri). Non è stata una buona settimana quella appena terminata.

È accaduto di tutto: la crisi economico-finanziaria che monta senza tregua, la stasi politica, la guerra civile in Libia con l’uccisione alquanto barbara e molto poco civile del rais Gheddafi (meritata e giusta per i tanti crimini commessi ma “il modo ancor m’offende”), la sregolatezza delle condizioni climatiche sempre più accentuata specialmente nel passaggio da una stagione all’altra (zone afflitte da prolungate siccità, altre flagellate da venti turbinosi, altre ancora colpite da nubifragi devastanti). Si aggiunga la tristezza, uno struggimento sottile nell’anima, per la morte del poeta Andrea Zanzotto che ha colpito di più perché è avvenuta pochi giorni dopo i festeggiamenti per i suoi novanta anni.

– Ogni volta che in biblioteca – osserva il prof. Eligio – passo davanti allo scaffale delle riviste, ho una stretta al cuore nel vedere su molte di esse sempre la stessa copertina e nel leggere la stessa data. Le nostre belle riviste (e penso alla rivista Lingua Nostra, che è ferma al Fasc. 3-4, del Sett.-Dic. 2010) nelle quali confluiscono il frutto prezioso di studi e ricerche del fior fiore degli intellettuali italiani e stranieri! Ormai molte non vengono più inviate, da quando per la riduzione drastica del finanziamento degli Enti pubblici, non sono stati rinnovati gli abbonamenti.

– È quello che proviamo un po’ tutti – concorda il prof. Carlo – Alcuni editori hanno deciso di mandare ancora qualche numero gratis anche senza abbonamento, ma non durerà, lo sappiamo, perché le stesse riviste hanno problemi di bilancio e non possono permettersi a lungo tali atti di generosità. Qualche altro editore ha pensato di pubblicare sul proprio sito alcuni articoli che si possono leggere gratuitamente.

– Leggevo l’altra settimana sul giornale – interviene il prof. Geremia – una notizia a dir poco sconvolgente…In Gran Bretragna, a causa della crisi e soprattutto dei tagli operati dal governo di David Cameron alla spesa pubblica, rischiano la chiusura numerose biblioteche tra le quali quella fondata da Marck Twain nel 1900. A nulla è valsa finora la petizione inoltrata da famosi scrittori quali Alan Bennet, Philip Pullman, Zadie Smith e molti altri per impedire questo fatto che getta discredito sull’intero paese; la petizione è stata respinta dall’Alta Corte…
– È il caso di dire – commenta il prof. Eligio – se Atene piange, Sparta non ride…

– Cari amici – interviene il prof. Carlo – sono veramente stufo di queste geremiadi quotidiane (lamentazioni insistenti, ossessive)…ti chiedo scusa, caro Geremia, se uso e un poco abuso del tuo nome biblico… mi piacerebbe che di tanto in tanto non parlassimo solo di sventure, ma anche di qualche evento positivo…

– È difficile di questi tempi trovarne – dicono quasi in coro i colleghi.
– Il fatto è che siamo come stregati dalla fenomenologia del negativo che esercita su tutti noi un fascino morboso e finisce per paralizzare tutte le nostre facoltà mentali. Se consideriamo ad esempio questa crisi economica mondiale…è come se l’intero pianeta sia stato pietrificato da una misteriosa e diabolica Medusa…è un generale piangersi addosso, un attendere tremebondi la catastrofe finale, invece di mettersi a sedere intorno a un tavolo e cercare i rimedi per risalire dal baratro in cui stiamo sprofondando
Tra il dire e il fare – incalzano i colleghi.

– Almeno tentare…Per quanti giorni si è continuato a parlare dei violenti che hanno rovinato la manifestazione di protesta degli indignati del 15 ottobre scorso, e addirittura esponenti di maggioranza e opposizione si sono trovati d’accordo nell’invocare provvedimenti punitivi da adottare, ma poco o niente si è detto e nemmeno credo si è pensato circa le azioni, le iniziative, gl’interventi da attuare per arginare e in qualche modo avviare a risoluzione questa idra velenosa politico-finanziaria che ci sta dissanguando.

– Hai ragione – concorda il prof. Eligio – ci vorrebbe una decisione coraggiosa e nobile da parte di tutti i paesi del mondo e in ciascun paese da parte di tutte le forze comunque contrapposte di realizzare un periodo simile all’anno sabbatico di biblica memoria in cui si risuscitasse un personaggio che oggi è ridotto a uno spettro derelitto e impotente, sto parlando del BENE COMUNE, al quale sacrificare tutti o parte dei propri interessi personali.

– Ci vorrebbe – aggiunge il prof. Geremia – un soprassalto di resipiscenza, di dignità e di senso del dovere per mettere da parte remore ideologiche, calcoli di partito e di interessi elettorali per adottare interventi adeguati, dolorosi ma necessari. Avere il coraggio, ad esempio, di chiedere sacrifici a tutti, in misura proporzionale, a chi ha dieci chiedere uno, a chi ha cento, dieci, a chi ha mille, cento e così di seguito…
E chi non ha manco ll’uocchie pe chiagnere (= non ha neppure gli occhi per piangere – conclude il prof. Carlo – lasciarlo in pace, anzi aiutarlo a sopravvivere…Detto così è un po’ semplicistico, ma è il minimo che si possa immaginare…Intanto, bisogna riconvertirsi ad una forma mentis prima di tutto fiduciosa, che è diversa da un ottimismo superficiale, facilone e sterile, poi anche attiva e propositiva…si tratta di una decisione interiore di diventare un ricercatore…di possibilità lavorative e quindi di mezzi di sussistenza…

E prima ancora saper individuare nella realtà circostante in mezzo ai tanti segni e segnali negativi anche quelli positivi…Voglio raccontarvi la mia giornata di domenica scorsa, 16 ottobre. Ho partecipato alla manifestazione organizzata da Gino Sansone con il titolo suggestivo di “L’albero della poesia”, in difesa del parco della Floridiana (Vomero –Napoli) e simbolicamente dei polmoni di verde di tutte le città del mondo. L’evento ha voluto ricordare anche significativamente l’anniversario della nascita di Virgilio (15 ottobre del 70 a.C.). Tutti i poeti che hanno aderito all’iniziativa hanno offerto una loro poesia che è stata stampata, plastificata e appesa ad uno degli alberi secolari del parco e poi.. davanti a questo sventolio di fogli sulle ali di un venticello leggero e solare, una recita collettiva di versi…le parole libere di una città che vuole sopravvivere e vivere meglio.

Sempre domenica nel pomeriggio sono stato al Parco Ventaglieri (Napoli) di cui, confesso, non conoscevo l’esistenza, e che si estende nella zona a nord di Piazza Montesanto, poco distante da Piazza Dante, e sale su verso fin quasi a Piazza Mazzini. È stata una passeggiata piacevole e ho appreso che il parco ha assunto l’appellativo di “sociale” perché di esso si stanno prendendo cura i cittadini del luogo, confluiti in varie associazioni che collaborano con la Seconda Municipalità. Lungo il cammino si potevano acquistare e gustare presso le numerose bancarelle prodotti biologici di stagione esposti nelle “Piazze dell’economia solidale”; si ascoltava intanto musica suonata da vari gruppi musicali e i versi recitati da “Poeti in erba”, ma anche si potevano ammirare e godere qua e là scorci di paesaggio di sicuro incanto. Questi segni positivi dimostrano che si può invertire la rotta, veleggiare verso lidi di un mondo più umano e vivibile…

– Mi stupisce il tuo metagramma utopistico, questo, diciamo così, acritico passaggio da questi pochi segni innegabilmente positivi a veri e propri sogni di una palingenesi universale
– Sarà perché sono reduce della lettura di Zanzotto e quindi caricato poeticamente … Si dice che, quando muore un poeta, si spegne una stella in cielo. Io dico che, quando muore un poeta, diventa più viva in terra la luce della sua poesia e più grande diventa la nostra capacità di coglierne la bellezza e il suo misterioso messaggio,…. A rileggerlo, ti riempi di una strana energia, di una voglia di partecipare attivamente alla sfida che è sempre la vita.

Ascoltate questi versi: “Tristissimi 25 aprile/ morti in piedi, sull’attenti/ al cimitero/ qualche osso perso per la strada/ nel sole sfacciato freddo…./5 pianeti occorrono alla fame dei terrestri/ terroristi in favore della/ pletora/ ma il re degli scemi governa/ ma il re degl’ipocriti/ da cent’anni siede avvitato al seggio degli idiotitani/ SULLA STRADA DEL MURO// La stoltezza che circola si palpa/ come un vento/ i vecchi partigiani/ si perdono coi loro alzaimer/ i vecchi ex-internati/ nei loro post-ictus/ tutto è perso o/ sotto malocchio/ al gatto Uttino hanno/ mozzato la coda/ Nulla so del filmato/ sulle ceneri già lontane/ del ragazzo Turra/ massacrato in Colombia/ Non parlatemi più/ Ma nelle immondizie/ troverò tracce del sublime/ buone per tutte le rime” (da Andrea Zanzotto, “Conglomerati”, Mondadori, 2009,pp41-42).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

DIARIO DI UN PRESIDE

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Diario di un preside è una nuova rubrica, una sorta di foglietto per annotare e commentare i fatti che riguardano il mondo della scuola. Di Ciro Raia

Se non avesse già dato il titolo a un romanzo di Jeff Kinney (edito, in Italia, da Il Castoro nel 2008), mi sarebbe piaciuto denominare questa rubrica “Diario di una schiappa”. Sì, perché un poco come Greg Heffley, il protagonista di 11 anni, sono indotto anch’io a pensare (ma col pensiero di chi, oggi, è politicamente preposto al governo del paese e delle sue istituzioni) che la scuola (Greg la scuola media, io la scuola in genere) sia la cosa più stupida mai inventata.

Ma, a pensarci bene, forse, l’avrei potuta anche denominare “Diario di un curato di campagna” (Georges Bernanos, 1936), perché, come il parroco di Ambricourt, anch’io affido a un dio (lui dello spirito, io della conoscenza?) i miei pensieri e i miei tormenti. No, “Diario di un maestro” (sceneggiato televisivo del 1972 per la regia di Vittorio De Seta e l’interpretazione di Bruno Cirino) non l’avrei chiamata, perché trattava di un’esperienza educativa troppo nobile (Albino Bernardini, Un anno a Pietralata, La Nuova Italia, 1968); e nemmeno l’avrei chiamata “Diario di una squillo perbene- Belle de jour” (serie televisiva britannica, 2007), perché avrei potuto avere in comune con la protagonista un lavoro “per il piacere di farlo” (lei le marchette, io la scuola) ma non i cospicui guadagni che ne sarebbero derivati a lei ma non a me.

Dunque, va bene diario di un preside! Di un preside e non di un dirigente scolastico, appellativo troppo enfatico, che rimanda, nella forma, a una sorta di supermansupermenagersuperisolvotuttoio, e, nella sostanza, a un povero soldato Ryan da salvare dal fuoco nemico e -particolarmente- da quello amico.

Sin da quando sono approdato a questo incarico, infatti, ho sempre chiesto e ottenuto di non essere chiamato dirigente. Ho sempre detto: chiamatemi col nome e datemi del tu (un’eredità del mio maestro, Nino Pino, un pioniere dell’innovazione didattica); se, poi, non volete o non vi riesce, chiamatemi professore o preside, ma mai dirigente. In verità, quando voleva farmi un dispetto, mi chiamava dirigeeente (sì, proprio così, strascicando sulla prima e pronunciata a bocca larga) Francesca, un’assistente amministrativa di origine calabrese; ma lo faceva solo per celia.
Un semplice diario, perciò; non un diario di bordo ma un foglietto per annotare e commentare fatti, avvenimenti e considerazioni attinenti al mondo della scuola.

La formula del coram populo è una scelta voluta, non per esibizionismo né per presentare un cahier de doléances ma per rendere pubblico e partecipato un mondo, che non appartiene solo agli addetti ai lavori. Anche se, a volerla dire tutta, la bocca sui fatti della scuola la mettono un po’ tutti, magari senza conoscenze e senza riferimenti certi; anzi, spesso, solo per sentito dire. Così, quasi tutti si ergono a fustigatori e/o a maitre à penser di campi della didattica, della valutazione, dell’epistemologia, della qualità e dell’innovazione educativa. Così che, per la scuola, avviene più o meno come per la nazionale di calcio o per il governo del paese: tutti commissari tecnici, tutti sindaci, tutti primi ministri!

A scuola (pubblica), in questi ultimi anni, si sta in trincea; si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Basta un refolo, anche uno starnuto un po’ più forte e saltano anni di lavoro e sacrificio, si disgregano classi, si rischiano posti di lavoro. E uno (un uno che è, di volta in volta, un genitore, un docente, un alunno, un collaboratore) a chi lo va a dire?

Al dirigeeente, che deve centellinare le ore di sostegno, che deve rispondere ai genitori degli alunni diversamente abili (ripartizione delle ore, sentenze TAR, integrazione nella classe, Pei, gruppi di lavoro, interlocuzione con Aziende Sanitarie) e a quelli dei riconosciuti abili (perché in classe di mio figlio ancora non c’è l’insegnante di matematica? Si può cambiare di sezione? A quando i libri di testo? L’insegnante di italiano è troppo severa; quello di scienze assegna troppi compiti; quello di inglese non assegna compiti; in storia si è saltato un capitolo; in geografia si è diviso un capitolo), che deve curare il Pof e il Pon, gli esami d’italiano per gli stranieri, che deve coordinare i consigli di classe, che deve sottoscrivere la contrattazione d’istituto, che deve preparare il programma annuale, che deve preoccuparsi dell’assicurazione degli alunni, delle prove di evacuazione,

del Comune sordo alla richiesta di suppellettili e messa in sicurezza degli edifici, degli scioperi, delle richieste (sempre più pressanti, ripetitive e, talvolta, inutili) degli Uffici Territoriali Provinciali, delle prove Invalsi, delle malattie del personale, dei permessi e, non per ultimo, dei bidelli che si sentono legittimati solo “ad assicurare la vigilanza”, seduti dietro una scrivania, col giornale aperto ed il cellulare in funzione.

Ecco il perché del diario di un preside. Un racconto sistematico di quello che accade in una scuola del nostro territorio, drammaticamente uguale a ciò che accade in tutte le scuole di tutti gli altri territori. Perché, ormai, la scuola (pubblica) è in coma irreversibile, è un malato terminale, è il capolinea di un progetto politico, che mira al governo facile (senza scossoni, fatto di famiglie da Mulino Bianco, di palestrati eternamente abbronzati, di escort ed utilizzatori finali, di impostori e camorristi, di parolai ed usurai) di masse di senza pensieri, senza futuro, senza parole. Tanto, nessuno mai è morto per asineria o per eccesso di ignoranza. Anzi, al contrario, normalmente si sta male perché, magari, si capisce qualche cosa più del necessario!

Scriveva don Lorenzo Milani (Lettera ai Giudici, 18 ottobre 1965):“la scuola è l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico”. Un pensiero che sa di pleistocenico e che, sicuramente, farà storcere il naso ai tanti che si crogiolano nella panna dei termini ridondanti come efficacia ed efficienza, permissivismo sensattottino e liberalizzazione delle bocciature, modello aziendale e standard d’apprendimento.

Un dirigente d’azienda, alla fine di un ciclo di produzione, scarta il materiale scadente. Un preside, nonostante la retorica dei numeri, adempiendo al suo compito, conduce il cittadino-studente alla promozione. Essenzialmente perché nella scuola non possono e non devono esserci materiali di risulta.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA MACROECONOMIA DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Una analisi degli elementi macroeconomici delle organizzazioni criminali, dove capiremo se la presenza delle organizzazioni criminali effettivamente indebolisce l”efficienza di un sistema produttivo.

Il sistema economico può essere distinto in due raggruppamenti di soggetti: le imprese e le famiglie.
Tra questi due “agenti” si realizza uno scambio che prende il nome di processo economico.
Le imprese utilizzano i servizi lavorativi di alcune famiglie per produrre l’insieme di beni e servizi il cui flusso cumulato in un determinato arco temporale costituisce il reddito della collettività esaminata. Le famiglie soddisfano le esigenze individuali dei propri componenti acquistando dalle imprese i beni e i servizi necessari al sostentamento.

Naturalmente, non tutto l’insieme della produzione e del consumo che si realizza in una società risponde ai criteri della leicità.
La domanda di consumo illecito costituisce una probabile sottrazione alla domanda di beni e servizi legali, determinando una riduzione del reddito prodotto dalle imprese e della ricchezza alla collettività.
Si concepisce dunque che la presenza di estese frange sociali dedite alla produzione di beni e servizi illeciti e capaci di attirare domanda equivalente ha l’effetto di distorcere la struttura di consumo di una società, distogliendo la domanda dal settore legale per indirizzarla verso il settore illegale.

Ciò non significa che di per sé il reddito del sistema preso in considerazione debba necessariamente risultare inferiore in presenza di un’organizzazione criminale di quanto non sarebbe in caso di sua assenza.
L’ipotesi di partenza del ragionamento è dunque che l’intero ammontare di reddito nazionale che affluisce al settore criminale rappresenta domanda sottratta al settore legale e dunque non riemersa in un circolo produttivo.
Inoltre i percettori di reddito illegale utilizzano a loro volta la remunerazione dell’attività illecita esercitando domanda di beni e servizi illegali, compensando il circuito legale per la domanda sottratta.

Da questo punto di vista, la presenza del settore criminale potrebbe causare semplicemente una ridistribuzione tra soggetti della stessa capacità di spesa, ma nella misura in cui l’ammontare di domanda di beni e servizi legali non viene modificata nel suo complesso, il reddito sociale non risulterebbe dunque di per se ridotto.
Il problema resta nel caso in cui i percettori di reddito illegale dovessero spendere in consumo di beni e servizi legali l’intero reddito di cui essi si appropriano.
Ogni euro non riemerso nel circuito della domanda legale è di fatto un euro di prodotto che le imprese non potranno offrire, un euro sottratto di fatti al reddito nazionale.

Appare chiaro che la presenza di organizzazioni criminali può essere neutrale rispetto al reddito sociale solo nel caso in cui la “propensione al consumo legale” dei percettori di redditi illeciti dovesse risultare pari ad uno, quando l’intero reddito viene consumato.
Tuttavia, vi è da dubitare che la “propensione al consumo legale” dei percettori di redditi illeciti possa effettivamente essere pari all’unità, che il settore criminale trasformi in domanda di beni e servizi leciti l’intera quota di reddito sottratta al circuito legale tramite l’imposizione o la fornitura delle prestazioni illecite.

Dunque possiamo affermare che la presenza delle organizzazioni criminali effettivamente indebolisce l’efficienza di un sistema produttivo.

LA RUBRICA

L’ASSOCIAZIONE IL TORCHIO OSPITA LA SECONDA EDIZIONE DI “TORREFAZIONE TEATRALE”

La Carrozza d”Oro presenta la rassegna teatrale curata da Luana Martucci. Fino a maggio 2012 un appuntamento mensile con il teatro presso il Torchio. Inizio spettacoli ore 21:00.

Ad ottobre ha avuto il via la seconda edizione di Torrefazione Teatrale, che per l’edizione del 2012 presenta un interessante cartellone, sotto la direzione artistica di Luana Martucci.
Debuttato con «Le tre giornate di Emma», il prossimo appuntamento il 12 e 13 novembre 2011, con «Sole in Toro e Luna in Capricorno» presentato da Hobos Teatro, due atti unici sulla guerra.
L’appuntamento di dicembre, il 10 e l’11, con L’infame, Virus Teatrale.

 Tratta il tema dei rapporti di mafia. Un pesce piccolo, un camorrista di piccolo calibro, tradisce il suo clan originario poi quello al quale era passato infine si pente e denuncia i compagni di malavita, diventando così INFAME due volte, in cui Mazza ‘e Scopa è un pentito ‘sui generis’ cui fanno fuori l’intera famiglia, nella logica della vendetta trasversale, rivela un mondo fatto di violenza e normalità negata, un mondo nel quale tutti hanno un soprannome, ‘nu contranomme, più o meno eccentrico, più o meno minaccioso, più o meno ridicolo. Primo appuntamento del 2012, il 28 e il 29 gennaio, con «Non colpevole» prodotto da La Mansarda e Kaos Teatro. Sul processo di Otto Adolf Eichmann. Il “Normale” Eichmann incarna perfettamente l’immagine spaventosa di un grigio, efficiente burocrate al servizio del male, un impiegato modello insomma specializzato nello sterminio scientifico degli esseri umani.

Una visione del dramma della Soha, visto con gli occhi degli esecutori, testimonianza, se possibile, ancora più agghiacciante degli eventi accaduti nei campi di concentramento.
«R.AE.D. Requiem Aeternam Dona» è lo spettacolo previsto per febbraio 2012, 11 e 12, presentato da Prometeo e Vidra, il cui protagonista, Donnie, ventriloquo in un club della periferia americana, vive in simbiosi con il pupazzo Jimmy il Buffo. Lola, assistente del Mago Michel, è innamorata di Donnie, ma è ricambiata da Jimmy. Una storia d’amore surreale raccontata con un’inedita formula rappresentativa che si potrebbe sintetizzare nell’espressione di “spettacolo- concerto”.

L’appuntamento di marzo, il 10 e l’11, è con «I Pedoni dell’Aria» che presenta «Sonata per parole e altre rovine», opera che scava nelle macerie del senso per ritrovare il gesto primario che si infigge nel tempo, attraversa le percezioni, ne scrive la storia, in virtù di un’esperienza che sia unica, performativa, necessaria, immediata. Intorno a questo desiderio comunicativo si aprirà lo spazio di questa performance. Le musiche che costituiscono la trama di questa esperienza densa di contaminazioni, saranno a cura di GroupZero, i suoni saranno avvolti dalle video visioni di Alessandro De Vita che proverà a cucire allucinazioni, voci, suoni, rumori e azioni.
Il 14 e 15 aprile 2012 sarà la volta de «Il teatro nel Baule» con «C’era una notte», storie da bancone, a ritmo di blues. Un barista, un intruso e una vecchia donnaccia si raccontano in una notte qualsiasi, davanti ad un pubblico di clienti-spettatori, in un bar di periferia.

Intanto un pianista unto, cieco e ubriaco suona. Tra doppi sensi, parole di troppo e graffiante sarcasmo si snodano le storie dei personaggi mentre la musica va avanti, sempre più affondata nell’aria. Musica dal vivo e vino accompagneranno i clienti-spettatori in questo viaggio nei bassifondi.
L’ultimo appuntamento il 12 e il 13 di maggio con il «Teatro di Legno» che presenterà «Giorni perduti», la donna al centro della scena, dall’apparenza di una barbona, una folle che parla da sola, ci racconta una storia, si rivolge direttamente al pubblico, come se fosse gente capitata per caso sulla sua strada e a cui ha necessità di rivolgersi.

Affiorano stralci di un evento biografico narrato senza linearità e a cui si alternano canzoni, ricordi e frammenti del Pinocchio collodiano. Monologo teatrale liberamente tratto da un brevissimo racconto di Dino Buzzati, una storia semplice che unisce realismo e narrazione onirica e affronta il complesso tema dell’egoismo, dell’individualismo e, più in generale, del valore dell’esistenza. La rassegna si concluderà con la presentazione del testo vincitore del Premio di drammaturgia La Carrozza degli Hobos il 26 e 27 maggio 2012.

LITE TRA INSEGNANTI DURANTE IL COLLEGIO DEI DOCENTI

Nel caso che trattiamo, le offese rivolte ad una collega di scuola non vengono considerate ingiuriose da Tribunale. La Cassazione, invece, ribalta il verdetto.

Il docente M.A viene assolto dal Tribunale di Tivoli per le offese arrecate alla collega A.F, la quale ricorre in Cassazione.
I fatti contestati al docente M.A si erano svolti in una scuola, in cui tanto il predetto che la parte offesa prestavano servizio come insegnanti, e secondo l’ipotesi di accusa si erano verificati in due diverse circostanze, e cioè una prima volta durante il collegio dei docenti e poi successivamente nell’ambito di un vivace diverbio, al quale aveva assistito la stessa preside.

Il Tribunale di Tivoli ha ritenuto che le espressioni, usate dal docente M.A.,“prevaricatrice”, “maleducata”, “priva di dignità”, non avessero rilevanza penale non costituendo ingiuria, mentre per l’altro epiteto ingiurioso (”necrofila fallica”) non risultava proposta querela (condizione necessaria per procedere). Il Tribunale di Tivoli non ha ravvisato, poi, minaccia alcuna nella condotta del M.A, pur dando atto che la lite si era svolta in due fasi, e che nella seconda fase l’imputato aveva fatto irruzione nello studio della preside, ove l’antagonista aveva trovato riparo, tentando di aggredirla fisicamente, tentativo non riuscito per l’interposizione dello prof. S. che già aveva evitato pochi minuti prima che la lite trascendesse a vie di fatto.

Quanto poi alle lesioni volontarie (secondo la professoressa, lo stress emotivo le aveva cagionato un rialzo brusco della pressione), il Tribunale ha osservato che si era trattato di esito del litigio del tutto imprevedibile, non ascrivibile all’imputato neppure a titolo di colpa.
La professoressa A.F., in sede difensiva, sostiene che avrebbe potuto applicarsi al caso di specie quantomeno l’art. 586 c.p., stante l’incontestata sequenza dei fatti e la violenza del tentativo di aggressione fisica posto in essere dall’imputato, che aveva fatto irruzione nell’ufficio della presidenza, e per frenarne l’impeto era stato necessario l’intervento di più persone, che avevano allontanato di peso l’imputato mentre la preside urlava di chiamare i carabinieri.

Analoga censura prospetta la ricorrente quanto alle minacce, a suo avviso inequivocabilmente integrate dalla condotta del M., ed alle ingiurie, che lo stesso imputato aveva ritenuto tali.
La Cassazione ritiene che il ricorso della professoressa è fondato sotto tutti i profili dedotti, atteso che la sentenza del Tribunale di Tivoli:

1) afferma che le invettive rivolte dal M. alla attuale ricorrente non avevano valenza denigratoria nonostante la loro evidente portata ingiuriosa, risultante anche dal contesto e dalla pluralità delle espressioni offensive, indubbiamente e chiaramente lesive del prestigio professionale, della dignità e del decoro della professoressa;
2) sostiene che l’imputato non aveva tenuto atteggiamento minaccioso nei confronti dell’antagonista, contraddicendo la stessa ricostruzione del fatto esposta in sentenza;
3) esclude l’applicazione del dettato dell’art. 586 c.p. in relazione alle lesioni volontarie contestate, con affermazione meramente assertiva, sostanzialmente immotivata.

La sentenza impugnata dovrà essere pertanto annullata con rinvio al Tribunale di Tivoli, che provvederà a nuovo e motivato esame della vicenda, dando congrua motivazione delle ragioni della decisione, riesaminando anche la portata della querela.
Con questa decisione la Corte di Cassazione Sez. Quinta Pen. – Sent. del 27.06.2011, n. 25611, mette in discussione la posizione giuridica del docente M.A.,il quale rischia di essere penalmente condannato per la condotta tenuta nei confronti della collega.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44

THIS MUST BE THE PLACE

Una rockstar fuori dalle scene e con una vita ormai monotona raggiunge gli Stati Uniti per un ultimo saluto al padre morente. Il viaggio fornirà l”occasione per fuggire dalla noia e interrogarsi sulla propria esistenza.

Cheyenne è una rockstar in pensione da 30 anni. Ogni mattina si sveglia e si trucca come se fossero ancora gli anni Ottanta e dovesse tenere un concerto; invece la sua giornata passa in modo tranquillo e ordinario: un caffé con Mary, una chiacchierata con un amico, lo sport con la moglie.

Cheyenne è soprattutto un sopravvissuto. Il passato non lo tormenta, né soffre per l’oblio dorato in cui è confinato. Eppure tutto in lui sembra appartenere ad un altro tempo. La sua calma, il volto sereno ma perso, la saggezza che confina con una geniale idiozia, lo collocano in un mondo isolato, una sorta di vecchio reperto venuto da chissà dove e che cerca ancora qualche uso possibile, qualcosa che lo porti lontano dalla noia e, forse, anche da quel trucco diventato l’ultimo disperato tentativo di rivendicare un’identità. Un’improvvisa chiamata dagli Stati Uniti – con la notizia della malattia del padre – offrirà lo spunto per un viaggio e per un piccolo cambiamento.

Dopo i successi festivalieri, Sorrentino si cimenta con una coproduzione internazionale nella quale il richiamo esercitato dal talento straordinario di Sean Penn è una delle carte vincenti. Tutta la prima parte del film è perfetta. La rockstar che se ne va a passeggio col suo trolley per le strade di Dublino, appariscente ed eccessiva nel trucco e nei vestiti, eppure dedita alle attività più banali, è una figura cinematografica indimenticabile. Sono le immagini a creare il personaggio, il volto strepitoso di Sean Penn, la capacità innata di Sorrentino di fissare la stranezza più grande nel dettaglio e riuscire a renderla concreta, reale. In mano ad altri registi, il film sarebbe scivolato nella macchietta più grottesca, quasi ridicola.

Al contrario, This must be the place (il titolo cita una canzone dei Talking Heads) si regge su una malinconia autentica che, dietro al trucco, alla parlata lenta e ai capelli ingombranti, ha la sua radice profonda nel sentirsi inutili e fuori dal tempo. Ma qualcosa nell’impianto del film comincia a vacillare dal momento in cui la storia si sposta negli Stati Uniti. Nella prima parte Cheyenne è il protagonista assoluto, bizzarro, di un mondo ordinario e grigio che sembra girargli intorno senza scalfirlo. Nella parte americana, Sorrentino circonda Sean Penn di una serie di luoghi e personaggi tipici della tradizione del road movie – cadendo anche nel clichè – che sembrano quasi coprire il protagonista e spingerlo ai margini, confinato in un conflitto con il padre che non può essere il vero centro del film.

E non può esserlo perché la costruzione psicologica e narrativa dell’opera non ha la forza di supportare un discorso talmente complesso. Paradossalmente, è lo stesso Cheyenne a chiarirlo, rispondendo alla moglie che gli chiede se fosse alla ricerca di se stesso con un significativo “Sono nel New Mexico, non in India”. La molla che spinge la rockstar a intraprendere il viaggio, splendidamente costruita nella prima parte, è l’insistente sensazione di inutilità. Il rapporto tormentato con il padre diventa l’aspetto critico del film: Sorrentino ci costruisce la seconda parte, ma senza dargli la profondità di analisi necessaria. Così col passare dei minuti l’opera sembra sfilacciarsi, perdersi in personaggi e scene costruiti a tavolino, ammassando intorno a Cheyenne una danza di caratteri e situazioni bizzarre spesso fini a se stesse.

Il risultato è un film discontinuo. La forza della prima parte, eccezionale rappresentazione di una maschera tragicomica, si diluisce quando la narrazione diventa più complessa e affollata e Cheyenne si perde negli stereotipi del road movie e dei rapporti padre-figlio. Nonostante questo difetto, This must be the place rimane un ottimo film, non il migliore di Sorrentino, ma comunque in grado di regalare l’immagine meravigliosa di un personaggio destinato a rimanere nella storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson
Durata: 120 minuti
Uscita nelle sale: 14 ottobre 2011
Voto 7/10

LA RUBRICA

PER UN PARTITO DEI CATTOLICI NON ESISTONO RICETTE

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Il serrato confronto sull”impegno dei cristiani in politica, gira attorno all”esperienza della DC ma non tiene conto della lezione di Luigi Sturzo. Di Don Aniello Tortora

Si fa un gran parlare dei cattolici e della chiesa, in questi giorni, su tutti i giornali e in tutti i salotti televisivi. Dopo la recente ed esplosiva Prolusione di Bagnasco e il Convegno di Todi dei movimenti promosso dal Forum delle associazioni d’ispirazione cristiana nel mondo del lavoro, i riflettori sono puntati sul mondo cattolico e sull’impegno dei cristiani in politica. Sono molti i commentatori ed esperti (ma anche semplici fedeli) a parlare della ri-nascita di un nuovo partito cattolico.

Dalle stesse dichiarazioni di politici dei diversi schieramenti abbiamo anche scoperto che sono parecchi quelli che si autodefiniscono cattolici: difensori addirittura della morale cattolica. Ma quasi nessuno se n’è accorto! Ognuno tira, come ovvio, l’acqua al suo mulino, strumentalizzando le parole del Cardinale Bagnasco e lo stesso seminario di Todi sul tema: “La buona politica per il bene comune”.

Il Cardinale Bagnasco, introducendo i lavori ha detto chiaramente che per i cattolici l’impegno politico non è un optional. Ha addirittura affermato che “se per nessuno è possibile l’assenteismo sociale, per i cristiani è un peccato di omissione”. Di tale impegno dovrebbero “rallegrarsi tutti”, senza “temere per la laicità dello Stato”, perché la presenza dei credenti in Cristo nella sfera pubblica non mira a “imporre dei valori confessionali in un contesto pluralistico e complesso”, quanto piuttosto a ricordare i valori sui quali si fonda ogni convivenza umana. Vita, famiglia, libertà educativa e religiosa. Princìpi non negoziabili dai quali discende “ogni altro valore necessario al bene della persona e della società”.

Nessuno sa cosa accadrà, nello stesso variegato e frammentato mondo cattolico. Il futuro è molto incerto. Si sta solo riflettendo sul da farsi. Non esistono ricette.
Recentemente ho avuto modo di leggere sull’Avvenire un commento sulla questione, molto preciso e chiaro, di un cattolico sociale-doc, il prof. Giorgio Campanini, dalla saggezza del quale, con i suoi ottant’anni, abbiamo tutti da imparare.

Nell’articolo Campanini dice che “nell’attuale vivace dibattito sulla presenza dei cattolici in politica si è fatto reiteratamente riferimento, come era inevitabile che avvenisse, all’esperienza della Democrazia cristiana, ora per tentare di rinnovarla, ora per decretare l’impossibilità di un ritorno al passato; ma a mio avviso si è un po’ dimenticata la lezione antecedente – e per certi aspetti oggi assai più attuale – di Luigi Sturzo”. E continua affermando che “già nel Discorso di Caltagirone del 1905 (fondativo di quello che sarebbe stato poi, sia pure per una brevissima stagione, il Partito popolare italiano) Sturzo dava due fondamentali e attualissime indicazioni:

la prima era che avrebbe dovuto trattarsi di un partito "di" cattolici, con carattere schiettamente laico, posto nella vita pubblica nazionale al pari di tutti gli altri e senza investiture (o protezioni) ecclesiastiche; la seconda era che, definendo la sua fisionomia sulla base di un preciso programma politico (e non in forza delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica) sarebbe stato inevitabile che questo partito di cattolici dovesse operare una scelta: «O sinceramente conservatori o sinceramente democratici: una condizione ibrida toglie consistenza di partito e confonde la personalità nostra con quella dei conservatori liberali»”.

A questo punto della sua riflessione il prof. Campanini affronta con chiarezza il tema del giorno, dicendo: “L’alternativa posta da Sturzo appare ancora oggi attuale: o si è "partito della Chiesa" (e in tal caso si realizzerebbe, certo, una qualche unità, ma si smarrirebbe la legittima laicità della politica); o si è "partito nazionale". L’ipotesi di un "partito della Chiesa" – ammesso che vi sia chi intenda seriamente sostenerla – urta contro il principio della laicità della politica e opera una scelta di campo che inevitabilmente rende i credenti una "parte", con rischi non sottovalutabili in ordine alla missione evangelizzatrice. È possibile che sia una ipotesi da prendere in considerazione in circostanze particolari – come talora è avvenuto – ma solo come extrema ratio (e non sembra che sia questo l’attuale caso italiano)”.

“Non resta dunque che l’altra ipotesi, che i «sinceramente conservatori» stiano da una parte (né ci si dovrebbe vergognare di questo) e i «sinceramente democratici» stiano da un’altra parte: gli uni e gli altri, inevitabilmente, insieme ad altri che sono «sinceramente conservatori» o «sinceramente democratici», ma non necessariamente, anche, cattolici”.

Così conclude – il prof. Campanini – il suo commento sulle pagine del quotidiano cattolico: “Vi è da scandalizzarsi per questa impossibile unità? Credo di no: a condizione, tuttavia, che i «sinceramente conservatori» e i «sinceramente democratici» facciano sino in fondo la loro parte là dove legittimamente decideranno di collocarsi. Agli uni e agli altri la Chiesa potrà guardare, sia pure tenendo le distanze, con simpatia, senza che nessuno possa pensare di annettersela. Né ciò significa un atteggiamento, da parte della Chiesa di spettatore muto e distaccato, perché al contrario essa potrà e dovrà continuare la sua missione super partes di riaffermazione e di richiamo ai grandi valori evangelici e ai cardini dell’umanesimo cristiano, vitali per la stessa vita pubblica”.

“Non mancheranno, tanto ai «sinceri conservatori» quanto ai «sinceri democratici» i problemi di coscienza, le difficili scelte, forse i drammi: ma tutto questo è il pane quotidiano di una politica sempre consapevole di navigare nel mare agitato e talora tumultuoso delle «cose penultime»”.

A me sembra che queste riflessioni, a prescindere dalle future posizioni politiche, debbano essere tenute in grande conto sia da parte dei vescovi che dagli stessi laici cattolici impegnati in politica.
(Fonte foto: Rete Internet)

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“DALLA TERRA DEI FUOCHI” ALLA FNAC. ALBUM D”ESORDIO DEGLI R&FUSION

Artisti nati all”ombra del Vesuvio, gli R&Fusion, presentano l”album di esordio “Dalla terra dei fuochi”, (Fullheads/Magmamà – Audioglobe) venerdì 21 ottobre alle 18, presso il Forum della Fnac di Napoli.

Cinque giovani musicisti con le loro note e le loro parole, alla ricerca del giusto equilibrio tra sonorità nuove e una dialettica musicale in continua sperimentazione. Un equilibrio sostenuto con travolgente creatività che rende le nove tracce del disco un vero e proprio viaggio tra stili ed armonie, brillanti e al contempo eclettiche. L’interpretazione dei R&Fusion è sentita e genuina, proposta al pubblico attraverso strumenti tradizionali come chitarra, batteria e pianoforte integrati alle melodie del sax e del contrabbasso.
A caratterizzare l’identità dell’album, un attaccamento viscerale e lucido alla propria terra, una Napoli egoista rappresentata senza facili illusioni. La difficoltà contemporanea ad andare oltre le apparenze in un’era dominata dalle immagini, dalla superficialità e dal voyeurismo delle relazioni virtuali.

Il disco spazia a tutto tondo: pop, jazz, musica classica, esprimendo la vera anima dei poliedrici musicisti senza tuttavia frantumare l’unicum coerente e incisivo che racconta e schiaffeggia l’attualità attraverso un rimando incessante tra il pubblico e il privato, tra l’ impegno sociale e l’eco dei dolori personali.
Ricerca incessante e fusione di generi, la costante curiosità per le sperimentazioni innovative e la valorizzazione del dialetto napoletano. Un viaggio sonoro inafferrabile, intensamente jazz ma scosso da slanci pop e da un mood autoriale che interpreta con originalità le aspettative dell’avanguardia indie, riappropriandosi perfino delle ricercatezze della musica classica.

La band composta da Emanuele Ammendola (contrabbasso, voce), Marco Fiorenzano (pianoforte), Paolo Pironti (sax alto e soprano), Luca Di Sieno (oboe, percussioni, chitarra, voce), Pietro De Luca Bossa (batteria, voce) ed Eduardo Ammendola (videoproiezioni e sortite teatrali).
Un progetto che nel titolo evoca il disastro ambientale che da troppi anni avvelena la provincia di Napoli e Caserta, area di provenienza degli artisti martorizzata dai roghi tossici e illegali. Il legame con le radici chiarisce l’identità dell’album. «Aveto e forte» ritrae una Napoli individualista in uno sfogo disincantato: «Basta che nun toccano a me – Che me ne fotte e l’altra gente». Polemica che si allarga all’intero Paese, vittima della corruzione dilagante in «Assai stupida», dove il dialetto lascia spazio a una provocatoria ballata in italiano: «Occhio è Ita – E’ Ita-politica – Quella che promette – E scappa coi soldi – E non li acchiappi più».

L’impossibilità di andare oltre le apparenze in un’era dominata dalle immagini, la superficialità e il voyeurismo delle relazioni virtuali: «Sai mi han detto che non sei – Come sembri io non direi – Lo so che l’abito non fa mai il monaco – Ma non nell’era del video che impera» da «Come sembri». Le contraddizioni del mondo e l’indagine introspettiva delle intime profondità dell’animo, leitmotiv della toccante «Cantame».Celebra la pura musica, invece, «Dawi», riflessiva digressione strumentale che ammalia per l’intrinseca serenità che domina le seduzioni del pianoforte e le calde intrusioni del sassofono. A caratterizzare «Dalla terra dei fuochi», un pregnante lirismo, così carico di emozioni e pathos da svelare un’energica espressività persino nel minimalismo delle strofe stringate di «Sofia dorme già». Ispirazione che dà il meglio di sé nella poetica «Ninno» che sembra giungere da lontano, erede delle preziose nenie dell’antico canzoniere partenopeo di cui il brano recupera l’essenza immaginifica in una fertile continuità artistica.
(Fonte Foto: Ufficio Stampa R&Fusion)

ECCO QUANDO SI ALLEGGERISCE LA MACCHINA DELLA GIUSTIZIA

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I riti alternativi: in particolare, il giudizio abbreviato ed il cosiddetto “patteggiamento”, che prevede un accordo sulla pena da infliggere ma esclude il risarcimento alla vittima del reato. Di Simona Carandente

Vi sono terminologie ed istituti, propri del diritto processuale penale, che entrano prepotentemente a far parte del linguaggio quotidiano di ognuno di noi, non implicando però necessariamente, anzi a volte escludendo del tutto, la conoscenza reale ed approfondita del loro significato, sia in termini tecnici che logico- giuridici.

Chiaramente, sarebbe impossibile in questa sede poter enucleare, e conseguentemente sviscerare, gli istituti dell’ordinamento positivo e renderli comprensibili ai più, pur investendo questi ultimi aspetti significativi del nostro quotidiano e di quello che avviene nella vita di tutti i giorni.
Ad esempio capita sovente, specie in relazione ai più delicati casi di cronaca, di vedere che il procedimento penale venga definito senza passare per la fase dibattimentale, utilizzando i riti "speciali", introdotti nell’ordinamento positivo proprio per ragioni di economia processuale, con innegabili vantaggi per quel che concerne la sanzione penale e l’intero sistema giustizia.

Scegliendo il giudizio abbreviato, disciplinato dal codice di rito agli art. 438 e seguenti, l’imputato può chiedere che il processo sia definito all’udienza preliminare, o in quella dibattimentale, allo stato degli atti, ovvero facendo sì che la sentenza del giudicante si fondi, esclusivamente, sugli elementi raccolti dagli organismi di procura nel corso delle indagini preliminari. Optando per tale forma processuale, l’imputato alleggerisce non poco la macchina della giustizia: niente testimoni da dover citare, niente lunghe e costose udienze dibattimentali, visto che il processo si definisce di norma in una sola udienza. A fronte di tali benefici, l’ordinamento riconosce all’imputato uno sconto di pena, nella misura di un terzo, proprio in virtù della natura premiale dell’istituto.

Accettando che il procedimento venga definito allo stato degli atti, l’imputato può, ad esempio, giovarsi dello sconto di pena conseguente alla scelta del rito, pur in presenza di fatti e circostanze che, in buona sostanza, ne renderebbero impossibile o comunque inverosimile l’assoluzione. Nel caso contrario, in mancanza di netti elementi di prova a suo carico, vi sarà invece l’indubbio vantaggio di blindare l’acquisizione di nuovo materiale probatorio, essendo appunto la sentenza finale vincolata agli atti di indagine già presenti.

Con l’applicazione della pena su richiesta delle parti, invece (il cd. patteggiamento), previsto dagli art. 444 e seguenti del codice di rito, vi è un vero e proprio accordo tra imputato (attraverso il proprio difensore o personalmente) e ufficio di procura sulla pena da infliggere in concreto. Anche in questo caso, lo sconto di pena conseguente alla scelta del rito è nella misura di un terzo, ma con il vantaggio della certezza del suo ammontare, posto che all’organo giudicante viene sottoposto l’accordo già formalizzato tra le parti, da dover semplicemente ratificare o rigettare. Optando per tale forma, l’imputato esclude di fatto ogni possibilità di risarcimento della parte civile, ovvero della vittima del reato.

A questa, difatti, non resterà che poter intentare un’autonoma azione sul piano civilistico, mentre sul piano penale non potrà esserci alcun ristoro, né in termini economici né sostanziali.
(Fonte foto: Rete Internet)

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“DA SUD. LE RADICI MERIDIONALI DELL’UNITÁ NAZIONALE”

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Inaugurata al Palazzo Reale di Napoli la mostra sui 150 anni di patriottismo in Italia Meridionale. Documenti, quadri e cimeli per ricordare tutto quello che “da Sud” è stato fatto per unire l”Italia.

Inserita nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità Nazionale, la mostra ripercorre la storia del Risorgimento italiano attraverso le vicende dell’Italia meridionale. Dalla Rivoluzione del 1799 ai moti del ’48, dalla spedizione dei Mille all’incontro a Teano, l’evento celebra il contributo del sud all’edificazione dello Stato Unitario.

“In una Italia tentata da seduzioni separatiste e in un Mezzogiorno attratto da nostalgie neoborboniche”, spiegano gli organizzatori, la mostra si propone di rivalutare “la forza morale e la concretezza storica che ebbe il patriottismo meridionale” e di mettere in luce il ruolo attivo che il Mezzogiorno ebbe nella realizzazione del progetto unitario. Un Mezzogiorno che volle l’Italia e fu determinante nel crearla. Un “Sud” che non fu preda passiva di conquiste “esterne”, ma protagonista principale delle vicende unitarie. Per circa settant’anni, sottolineano ancora gli organizzatori, intere generazioni di patrioti meridionali non rimasero impassibili di fronte ai sogni e alle speranze maturate nell’Italia dell’Ottocento, ma, l’una dopo l’altra, contribuirono a fare dell’Italia un unico stato.

Per far rivivere quei sentimenti e quegli ideali, la mostra, a cura di Luigi Mascilli Migliorini e Anna Villari, promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unità tecnica di Missione per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con la Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, artistici ed etnoantropologici per Napoli e Provincia, in collaborazione con la Prefettura e il Comune di Napoli e la Fondazione Valenzi, propone un ampio ciclo di testimonianze storiche. Per capire cosa significò essere meridionali e patrioti nella prima metà dell’Ottocento, oltre alla tradizionale esposizione di opere d’arte e documenti del tempo, l’evento si avvale di supporti multimediali in grado di offrire, al pubblico odierno, un’esperienza visiva “moderna”, capace di rievocare, con i nuovi mezzi, un passato quanto mai “presente”.

Tanti i capolavori d’arte, provenienti dai musei e dalle gallerie di tutta Italia. Vere e proprie “Istantanee dal Risorgimento”, come l’“Ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli” (foto): una veduta di Piazza Plebiscito con il Palazzo Reale (luoghi simbolo della Napoli preunitaria e postunitaria), opera del grande Ippolito Caffi, pittore veneto e patriota garibaldino, morto nella battaglia di Lissa del 1866. Tanti gli artisti in esposizione. Tele che fanno riflettere, perché catturarono in esse le ambizioni di un popolo, prima ancora che meridionale o settentrionale, Italiano.

Infine, una ricca sezione, dedicata all’“Attività dei Prefetti nel Mezzogiorno” postunitario, invita a riflettere su quella “questione meridionale” che resta, ancora oggi, uno dei capitoli più oscuri della storia d’Italia. Una mostra che si presenta, quindi, come un mosaico di immagini che raccontano una storia scritta “da Sud”. “Non una storia minore né una storia di vinti, ma una delle pagine più alte ed efficaci del Risorgimento nazionale”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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