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PER UN PARTITO DEI CATTOLICI NON ESISTONO RICETTE

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Il serrato confronto sull”impegno dei cristiani in politica, gira attorno all”esperienza della DC ma non tiene conto della lezione di Luigi Sturzo. Di Don Aniello Tortora

Si fa un gran parlare dei cattolici e della chiesa, in questi giorni, su tutti i giornali e in tutti i salotti televisivi. Dopo la recente ed esplosiva Prolusione di Bagnasco e il Convegno di Todi dei movimenti promosso dal Forum delle associazioni d’ispirazione cristiana nel mondo del lavoro, i riflettori sono puntati sul mondo cattolico e sull’impegno dei cristiani in politica. Sono molti i commentatori ed esperti (ma anche semplici fedeli) a parlare della ri-nascita di un nuovo partito cattolico.

Dalle stesse dichiarazioni di politici dei diversi schieramenti abbiamo anche scoperto che sono parecchi quelli che si autodefiniscono cattolici: difensori addirittura della morale cattolica. Ma quasi nessuno se n’è accorto! Ognuno tira, come ovvio, l’acqua al suo mulino, strumentalizzando le parole del Cardinale Bagnasco e lo stesso seminario di Todi sul tema: “La buona politica per il bene comune”.

Il Cardinale Bagnasco, introducendo i lavori ha detto chiaramente che per i cattolici l’impegno politico non è un optional. Ha addirittura affermato che “se per nessuno è possibile l’assenteismo sociale, per i cristiani è un peccato di omissione”. Di tale impegno dovrebbero “rallegrarsi tutti”, senza “temere per la laicità dello Stato”, perché la presenza dei credenti in Cristo nella sfera pubblica non mira a “imporre dei valori confessionali in un contesto pluralistico e complesso”, quanto piuttosto a ricordare i valori sui quali si fonda ogni convivenza umana. Vita, famiglia, libertà educativa e religiosa. Princìpi non negoziabili dai quali discende “ogni altro valore necessario al bene della persona e della società”.

Nessuno sa cosa accadrà, nello stesso variegato e frammentato mondo cattolico. Il futuro è molto incerto. Si sta solo riflettendo sul da farsi. Non esistono ricette.
Recentemente ho avuto modo di leggere sull’Avvenire un commento sulla questione, molto preciso e chiaro, di un cattolico sociale-doc, il prof. Giorgio Campanini, dalla saggezza del quale, con i suoi ottant’anni, abbiamo tutti da imparare.

Nell’articolo Campanini dice che “nell’attuale vivace dibattito sulla presenza dei cattolici in politica si è fatto reiteratamente riferimento, come era inevitabile che avvenisse, all’esperienza della Democrazia cristiana, ora per tentare di rinnovarla, ora per decretare l’impossibilità di un ritorno al passato; ma a mio avviso si è un po’ dimenticata la lezione antecedente – e per certi aspetti oggi assai più attuale – di Luigi Sturzo”. E continua affermando che “già nel Discorso di Caltagirone del 1905 (fondativo di quello che sarebbe stato poi, sia pure per una brevissima stagione, il Partito popolare italiano) Sturzo dava due fondamentali e attualissime indicazioni:

la prima era che avrebbe dovuto trattarsi di un partito "di" cattolici, con carattere schiettamente laico, posto nella vita pubblica nazionale al pari di tutti gli altri e senza investiture (o protezioni) ecclesiastiche; la seconda era che, definendo la sua fisionomia sulla base di un preciso programma politico (e non in forza delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica) sarebbe stato inevitabile che questo partito di cattolici dovesse operare una scelta: «O sinceramente conservatori o sinceramente democratici: una condizione ibrida toglie consistenza di partito e confonde la personalità nostra con quella dei conservatori liberali»”.

A questo punto della sua riflessione il prof. Campanini affronta con chiarezza il tema del giorno, dicendo: “L’alternativa posta da Sturzo appare ancora oggi attuale: o si è "partito della Chiesa" (e in tal caso si realizzerebbe, certo, una qualche unità, ma si smarrirebbe la legittima laicità della politica); o si è "partito nazionale". L’ipotesi di un "partito della Chiesa" – ammesso che vi sia chi intenda seriamente sostenerla – urta contro il principio della laicità della politica e opera una scelta di campo che inevitabilmente rende i credenti una "parte", con rischi non sottovalutabili in ordine alla missione evangelizzatrice. È possibile che sia una ipotesi da prendere in considerazione in circostanze particolari – come talora è avvenuto – ma solo come extrema ratio (e non sembra che sia questo l’attuale caso italiano)”.

“Non resta dunque che l’altra ipotesi, che i «sinceramente conservatori» stiano da una parte (né ci si dovrebbe vergognare di questo) e i «sinceramente democratici» stiano da un’altra parte: gli uni e gli altri, inevitabilmente, insieme ad altri che sono «sinceramente conservatori» o «sinceramente democratici», ma non necessariamente, anche, cattolici”.

Così conclude – il prof. Campanini – il suo commento sulle pagine del quotidiano cattolico: “Vi è da scandalizzarsi per questa impossibile unità? Credo di no: a condizione, tuttavia, che i «sinceramente conservatori» e i «sinceramente democratici» facciano sino in fondo la loro parte là dove legittimamente decideranno di collocarsi. Agli uni e agli altri la Chiesa potrà guardare, sia pure tenendo le distanze, con simpatia, senza che nessuno possa pensare di annettersela. Né ciò significa un atteggiamento, da parte della Chiesa di spettatore muto e distaccato, perché al contrario essa potrà e dovrà continuare la sua missione super partes di riaffermazione e di richiamo ai grandi valori evangelici e ai cardini dell’umanesimo cristiano, vitali per la stessa vita pubblica”.

“Non mancheranno, tanto ai «sinceri conservatori» quanto ai «sinceri democratici» i problemi di coscienza, le difficili scelte, forse i drammi: ma tutto questo è il pane quotidiano di una politica sempre consapevole di navigare nel mare agitato e talora tumultuoso delle «cose penultime»”.

A me sembra che queste riflessioni, a prescindere dalle future posizioni politiche, debbano essere tenute in grande conto sia da parte dei vescovi che dagli stessi laici cattolici impegnati in politica.
(Fonte foto: Rete Internet)

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