ARRIVANO GLI ECOMUSEI PER LE PROVINCE DI CASERTA E BENEVENTO

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Per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico, paesaggistico ed etnoantropologico delle province di Caserta e Benevento parte l”iniziativa “L”ecomuseo: il futuro della memoria”.

Da molti anni la comunità internazionale sta cercando di dare una definizione esatta al termine “museo”. La parola, che deriva dal greco mouseion, cioè “Tempio delle Muse”, le divinità protettrici delle Arti e delle Scienze, indicava in antichità, per estensione, ogni edificio adibito a scopi culturali, come la scuola o la biblioteca.

Nel corso dei secoli l’espressione ha assunto vari significati, tutti legati in qualche modo al termine “collezione”. L’impulso umano a raccogliere o collezionare oggetti di valore (storico o storico-artistico) e non, deriva infatti dal bisogno dell’uomo di conservare e preservare ricordi tangibili del proprio passato o persino del proprio presente. Un bisogno che ha spinto gli studiosi ad accostare la parola museo alla parola “memoria”. L’espressione “luogo della memoria” (non inteso necessariamente come un edificio o una struttura stabile) sembrerebbe, in questi ultimi anni, la più adatta ad esplicitare il termine museo.

Oggi, l’International Council of Museums (ICOM) definisce museo “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”. Una definizione molto vaga che non fa alcun riferimento esplicito, come in passato, ad una struttura immobile. Anche la frase “è aperto al pubblico”, la più ambigua della definizione, può difatti riferirsi ad uno spazio esteso, non per forza un edificio chiuso. In questo senso iniziative come i “musei all’aperto” o, appunto, gli “ecomusei” hanno acquistato ufficialmente, agli occhi degli esperti, lo stesso valore dei musei tradizionali.

In particolare, l’ecomuseo, proponendosi come strumento per preservare e valorizzare il ricordo di un territorio, conservando le testimonianze storiche, materiali e immateriali, di un’area geografica e di una popolazione indissolubilmente legata ad essa, si presenta dichiaratamente come un “luogo della memoria”. Il territorio diviene, infatti, esso stesso un museo, esponendo paesaggi, architetture, opere d’arte, ma anche racconti e tradizioni locali. La Carta degli Ecomusei dichiara che “L’ecomuseo è un’istituzione culturale che assicura in forma permanente, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione, valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali, rappresentativi di un ambiente e dei modi di vita che lì si sono succeduti”.

In questi termini appare evidente il diritto e il dovere di un popolo di difendere le proprie radici storico-culturali. In Europa l’idea di ecomuseo (o museo diffuso) nasce ufficialmente in Francia, nel 1971, per tutelare aree rurali altrimenti deturpate dall’espansione industriale ed edilizia (da cui il termine eco-museo, cioè “museo ecologico”). Tuttavia, in breve tempo, il fenomeno acquisirà le caratteristiche attuali, combinando il fine della tutela ambientale con quello della conservazione del patrimonio culturale. In Italia le esperienze ecomuseali sono piuttosto recenti. La prima regione ad interessarsi è stata, solo nel 1995, il Piemonte, seguita, dal 2000 ad oggi, dalle altre regioni italiane.

In Campania sono presenti attualmente due ecomusei. Per ovviare a questa mancanza, per l’anno scolastico 2011-2012, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici delle Province di Caserta e Benevento ha proposto, per le Istituzioni Scolastiche del territorio casertano e beneventano, il progetto “L’ecomuseo: il futuro della memoria”. Lo scopo è quello di individuare, tra le 22 località prescelte, le aree più appropriate per la costituzione di istituzioni ecomuseali, al fine di accrescere il valore del territorio e “conservare le testimonianze più significative del proprio patrimonio culturale ed ambientale”.

Saranno valutate da un team di esperti le cosiddette Mappe della Comunità, attraverso le quali i partecipanti presenteranno la visita all’ecomuseo. Tutti i progetti saranno esposti alla Reggia di Caserta durante la manifestazione conclusiva prevista per maggio 2012 . Una trovata geniale che in Europa va avanti da anni e che, sebbene con qualche ritardo, ha preso piede anche in Italia. La Campania, come altre regioni, ha ingranato la marcia ma si attendono iniziative dalla Provincia di Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

“L’ADORAZIONE DEI MAGI”. NEL SANTUARIO DI MADONNA DELL’ARCO

Il quadro, opera di Gennaro Abbate, si trova sulla controfacciata del Santuario. È un’ “Adorazione” vesuviana: i personaggi sono trasferiti, con un curioso effetto da presepe napoletano, ai piedi del Somma. Di Carmine Cimmino

Nel settembre del 1850 Scipione Volpicella, filologo e storico con la vocazione del flaneur, del camminatore curioso e instancabile, percorre, a piedi e a dorso di mulo, la strada che da Portici va a Madonna dell’ Arco. Nell’ultima tappa, dalla masseria Guindazzi egli scende, lungo un tortuoso sentiero, sulla strada maestra dello Sperone: all’incrocio si ferma, e contempla, con stupore, il paesaggio che “si apre“ fino al Santuario. Nell’immagine dell’ “apertura“ il dotto viandante concentra la luminosa serenità del giorno, gli sfavillanti colori autunnali della vasta campagna e il denso simbolo della Madre dell’ Arco che chiama a Sé i devoti, e li avvolge, a proteggerli, nel Suo manto, azzurro come il cielo.

Pochi anni prima anche Franz Vervloet ha “visto“, intorno al Santuario, un paesaggio “aperto“ e lo ha rappresentato in uno straordinario “olio su carta“ che colloca il suo punto di vista proprio là dove Scipione Volpicella si ferma a rimirare la vastità della campagna e l’eleganza del tempio.
L’impressione di “apertura“ si percepisce ancora oggi: l’ininterrotta quinta di case e palazzi e il traffico intenso non soffocano la strada, ma la corteggiano fino al punto in cui dal corpo del Santuario e dal sottile “foglietto“ della facciata svetta nel cielo, agile e solida, la nervatura della cupola. Pare che il paesaggio si slarghi tutt’intorno sotto la spinta del movimento rotatorio che la cupola imprime allo spazio.

Lungo la strada che viene dall’incrocio con la via di Guindazzi si corrispondono le forme di una riposante simmetria: i colori e i disegni delle facciate dei palazzi, la linea delle insegne e degli arredi, l’eleganza dei negozi, perfino le tinte e i modelli delle pantofole che una splendida ragazza schiera in bell’ordine all’interno di una vetrina concorrono a suggerire l’idea di una naturale eleganza, di un ordine che prevede e giustifica anche l’eccezione. Mi piace pensare che questo sia il segno della presenza domenicana, dell’idea di Tommaso d’ Aquino che la bellezza è ordine. Sulla controfacciata del Santuario c’è un quadro di notevoli dimensioni: vi si rappresenta “L’adorazione dei Magi”.

Il tema consentiva ai pittori di dar prova delle proprie capacità tecniche confrontandosi con i valori della religione, con il fascino dell’esotismo, con le figure angeliche, umane e animali, con la preziosità dei tessuti e dei metalli e con tutte le possibili gradazioni della luce. All’esterno del Santuario una tabella comunica che il restauro ha sciolto tutti i dubbi: l’autore dell’opera è Gennaro Abbate, che la dott.ssa Luciana Arbace colloca tra gli allievi di Luca Giordano. Egli dipinse il “telero“ nel 1735 su commissione di Isabella dei Duchi di Marigliano, vedova di Giovanni Mastrilli, marchese del Gallo: la quale Isabella intendeva mettere sotto la protezione della Madonna dell’Arco il figlio Marcello, inviato a combattere contro i Turchi sotto il comando di Eugenio di Savoia. Leggo sulla tabella che, dopo la morte di Luca Giordano, “la fame (sic) e la notorietà“ di Abbate divennero altissime soprattutto in Spagna.

Mi auguro che la svista sia eliminata al più presto e che ad Abbate sia restituita “la fama“, che questa “Adorazione“ contribuì ad accrescere, sebbene non sia un capolavoro. Nel quadro le luci si sono oscurate per sempre, nonostante gli interventi di restauro eseguiti da Flavia Sansone e da Nunzia Marcone. Il pittore non era tra quelli che potevano permettersi di usare pigmenti costosi: perciò, i toni dell’azzurro e dei rossi si sono definitivamente abbassati. Abbate fu solo un buon mestierante: nei dettagli più complessi la tecnica appare difettosa. Per esempio, le mani del Re Mago sono enormi e come deformate dall’artrite, la mano sinistra della Madonna è abborracciata nel disegno e nella distribuzione delle ombre, le gambe del Bambino non sono proporzionate e la figura è rigida.

L’impaginazione fa pensare, più che a Luca Giordano, ai “teatri“ di Solimena. A sinistra, la Madonna, il Bambino e i Magi fanno gruppo a sé: non c’è legame, né formale, né ideale, con le altre figure, che servono quasi solo a riempire il vasto spazio della controfacciata e a suggerire un qualche riferimento a Marcello Mastrilli che parte per la guerra: anche la scena dei soldati che aprono un forziere colmo di oggetti d’oro è staccata, in tutti i sensi, dal resto dell’opera. Che tuttavia merita di essere vista. È un’ “Adorazione“ vesuviana: cammelli, palme, turbanti e vesti orientali sono trasferiti, con un curioso effetto straniante (da presepe napoletano), ai piedi del Somma.

Sulle velature azzurrine che danno forma alla Montagna si stagliano le “note“ rosse (di un rosso ormai scialbo) dei panni dei cavalieri: la percezione esatta delle corrispondenze cromatiche pare che sia l’aspetto più significativo dell’arte di Abbate. Nella iconografia delle Adorazioni dei pastori e delle Epifanie la Madonna e il Bambino “vanno“ con il movimento del corpo e con l’espressione del volto verso gli oranti: in certi casi le mani del Bambino sfiorano quelle che si protendono verso di Lui, congiunte nel segno della preghiera, e quasi sempre il mantello azzurro della Madonna chiude, con una forte connotazione simbolica, il cerchio disegnato dalla disposizione di sapienti e di semplici, di potenti e di umili, inginocchiati davanti al più grande dei Misteri.

Il centro del circolo è la figura di Gesù, che emana luce e illumina lo spazio; oltre il circolo c’è la tenebra, della notte, del peccato e dell’ignoranza. Invece nel telero di Abbate la Madonna si ritrae: il mantello azzurro, svolgendosi fino a terra, separa nettamente il Suo corpo dalle mani congiunte del Re Mago, la Sua mano si piega verso l’interno a sorreggere il piede del Bambino che tende il braccio sinistro, ma resta rigido sul tronco. Anche lo sguardo della Madonna pare lontano dai personaggi che stanno intorno al Suo trono. È probabile che tutto si spieghi con il fatto che Gennaro Abbate, non sentendosi sicuro delle sue doti tecniche, adottò, nell’impostare le figure, le soluzioni più facili. E così, senza volerlo, egli ha costruito la possibilità di un confronto tra due aspetti diversi, e complementari, del ruolo della Magna Mater vesuviana.

Nel silenzio profondo del Santuario una donna sta inginocchiata davanti all’edicola della Madonna dell’ Arco: prega con assorta intensità e fissa gli occhi grandi e buoni della Madre Pietosa. Il Volto della Madonna e l’energica espressione del Bambino parlano con chiarezza immediata e diretta al cuore della religiosità popolare Di fronte sta la Madonna dell’ Epifania: nel roseo chiarore del Suo Volto c’è una lieve nota di severità. La mano di Gennaro Abbate Le ha dato, per le misteriose combinazioni del caso, lo sguardo della Madre che tace e aspetta: aspetta che i potenti della terra e i sapienti stoltamente orgogliosi di una sapienza sterile facciano professione di umiltà, che non volgano le spalle alla Luce per lasciarsi conquistare dalle armi e dall’oro.

La Magna Mater vesuviana è, nello stesso tempo, Madre Severa e Madre Pietosa. Il vero valore dell’arte sacra sta, prima di tutto, nei colloqui che statue e quadri intrecciano quotidianamente con i fedeli. Fuori, nel sole, tutti noi sembriamo “figure“ di uno smisurato dipinto: siamo note di colore.
(Foto: particolare de “L’adorazione dei Magi”, di Gennaro Abbate)

LA RUBRICA

PAROLE PER LA TERZA REPUBBLICA

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I personaggi che animano la rubrica del prof. Giovanni Ariola, questa settimana non si lasciano scappare argute riflessioni sulle vicende politiche ed economiche che affannano lo Stivale.

Il prof. Carlo è giunto tutto intirizzito in Istituto, nonostante le difese forse eccessive per questa stagione di cappotto, sciarpa, cappello e guanti. Per il freddo carico di umidità di questa mattina nebbiosa di novembre e più per il peso angosciante delle ultime notizie dal mondo della crisi economica e finanziaria, ascoltate per radio mentre si radeva e, dopo, mentre consumava la sua frugale colazione. Si è seduto su una poltrona vicino a un termosifone e, cosa veramente insolita per uno come lui che ha sempre vantato il suo spirito vigile e lucido contro qualsiasi rischio di narcolessia reale e metaforica,…gli è scappato il sonno.

Lo svegliano le voci dei colleghi che entrano come sempre impegnati in una animata discussione. In verità riprende contatto con la realtà malvolentieri. Stava sognando. Si trovava in una città immersa in uno strano silenzio. Tutti gli abitanti erano intenti al loro lavoro ma nessuno parlava, tutti zitti a denti stretti; c’era nell’aria l’attesa come di un evento straordinario che doveva decidere della loro sorte e quindi della loro vita futura; avevano perciò deciso di non perdersi in chiacchiere e di raddoppiare il loro impegno lavorativo. Cosa strana non c’era nessuno che stesse in ozio con le mani in mano: anche i cosiddetti disoccupati o inoccupati avevano scovato un’attività da svolgere anche gratuitamente…ma mangiando poi ad una mensa comune che a mezzogiorno in punto e alle sette di sera compariva sempre misteriosamente in un vasto chiostro che un po’ gli ricordava la Certosa di Padula…

Il fastidio che prova nell’udire quelle voci che giudica decisamente troppo alte e che gli hanno interrotto con il sonno l’interessante vicenda onirica, gli richiamano alla mente e si sorprende a mormorare le parole che Michelangelo attribuisce alla Notte, la statua da lui scolpita e collocata insieme con il Giorno, il Mattino e il Crepuscolo, ad ornamento della tomba di Giuliano dei Medici nelle Cappelle Medicee a Firenze: “Grato m’è il sonno e più l’esser di sasso,/ mentre che ‘l danno e la vergogna dura;/ non veder, non sentir m’è gran ventura;/ però non mi destar, deh, parla basso./.( I versi si possono leggere in Michelangelo, Rime, n.246, con la variante caro al posto di grato).

Hoc erat in votis! – risuona con tono trionfalistico la voce del prof. Geremia, che cita la celebre e abusata espressione oraziana, chiaramente riferita al cambio di guardia a Palazzo Ghigi.
– Era ora che finisse la carnevalata… – gli fa eco il prof. Eligio.

– Io sarei cauto prima di abbandonarsi ad un gaudio eccessivo – frena con un fremito nella voce il prof. Piermario – non ci dimentichiamo chi è il nuovo premier, da dove viene, come la pensa…quando l’ho visto nella foto di gruppo insieme con la Merkel e con Sarkozy mi è sorto il dubbio che possa allinearsi (o lo è già?) sulle posizioni della destra conservatrice europea e, in campo economico, di un neoliberismo senza regole… Tradotto in termini di prassi politica …passeremo dal carnevale alla quaresima e, per continuare ad usare e abusare del linguaggio liturgico, dobbiamo attenderci una lunga e penosa settimana (si fa per dire) di passione

Necesse, ergo fiat! (è necessario, quindi si faccia!) – continua a latineggiare con gusto il prof. Geremia.
Si faccia, ma si faccia bene! – ribatte sdegnato il collega Piermario.
– Consiglierei tuttavia all’esimio prof. Monti – osserva il collega Eligio tradendo nel tono lento e alquanto solenne della voce una vena di ossequiosa ammirazione – di affrettare alquanto la fase operativa, rompendo ogni indugio e abbandonando al più presto il suo procedere che sembra ispirarsi più all’esortazione di Ferrer ne “I Promessi Sposi” “adelante, Pedro, si puedes…..adelante, presto, cum juicio” (“avanti, Pietro, se puoi…avanti, presto con giudizio, con prudenza”) o all’altra attribuita ad Augusto da Svetonio “festina lente” (“affrettati lentamente”) che alla sollecitazione cogente che gli deriva dalla drammaticità della situazione in cui siamo…

– Cari colleghi – interviene il prof. Carlo – non siamo impazienti…il far bene non si concilia con la fretta…abbiamo molti proverbi in proposito…Soprattutto evitiamo di unirci alla canea di voci che assale e azzanna da ogni parte questo governo…io direi… lasciamolo lavorare, giudicheremo poi i risultati. Intanto per noi è ora che ci dedichiamo alla definizione del glossarietto di parole attuali significative che ogni mese stiamo pubblicando…il tipografo attende per domani la consegna del testo definitivo da stampare. Avete altre parole da aggiungere a quelle che abbiamo inserito nei giorni scorsi?

– Vorrei suggerire – risponde per primo il prof. Geremia – di aggiungere la parola equità che è sì una parola non nuova ma che è stata indicata dal Presidente Monti come uno dei tre pilastri del suo programma di governo…gli altri due pare che siano il risanamento della finanza pubblica e la crescita…insomma ci dovrebbe essere una distribuzione proporzionata dei sacrifici e senza angosce come ha annunciato espressamente lo stesso premier.

– Per parte mia – continua il prof. Eligio – chiedo di inserire la parola sobrietà che mi sembra molto adatta a caratterizzare il nuovo stile di vita che siamo chiamati a osservare nel prossimo futuro. Come sapete, il termine deriva dal lat. sobrietas che etimologicamente significa sine ebrietate, ossia senza ebbrezza, senza ubriachezza, come spiega Cicerone (Acad., 4, 52). Riferito al governo il termine indicherebbe l’intento programmatico di ridurre drasticamente le spese (costi della politica, eliminazione o riduzione dei carrozzoni provinciali, spese militari e così via enumerando).

Riferito a noi cittadini sarebbe il messaggio inequivocabile di quello che ci aspetta…ossia che dovremo stringere la cinghia…anche se come abbiamo detto altre volte…sarà difficile per tanti che sono abituati alla vita comoda, allo scialo e allo spreco, adattarsi ad una vita parca o perfino grama, insomma “chi è abituato troppo ’o llucese, nun sape vivere ’o scuro” (“chi è abituato a vivere in luogo troppo illuminato non sa vivere in luogo oscuro”) …

– Io segnalo invece – propone il collega Piermario – una parola che ho letta proprio qualche giorno fa su “La Repubblica” (Giovedì, 24 nov. 2011), derackettizazione (=liberazione di un luogo dal racket – coniata sul modello di derattizzazione): ecco l’inizio dell’articolo, a firma di Attilio Bolzoni, che mi è sembrato degno di essere conservato: “Il cartello stradale lo metteranno fra qualche giorno, ai confini del comune: “Ercolano, territorio derackettizato”. Così daranno il benvenuto nella prima città del Sud dove il pizzo non si paga più. A pochi chilometri da Napoli, in un ammasso di case schiacciate tra il Vesuvio e il mare, la camorra che succhia sangue ha perso faccia e potere…Ercolano – quella degli splendidi scavi romani …– l’hanno ripulita dalla marmaglia e miracolosamente fatta rinascere…”.

– Con questa parola beneaugurante – conclude il prof. Carlo – possiamo chiudere il glossarietto. Mi piacerebbe inserire, se siete d’accordo, due citazioni, ossia due brani d’autore, di cui il primo, come esergo all’inizio dell’opuscolo, è di Amartya K. Sen, premio Nobel per l’economia 1998: “I problemi di equità dei risultati del mercato…tendono ad essere ancora più problematici e pronunciati nel contesto della libertà –di-conseguire quello che per noi è importante. Una delle principali sfide che il meccanismo di mercato si trova ad affrontare si riferisce alla disuguaglianza nella distribuzione delle libertà effettive…Questi limiti di tipo distributivo implicano la necessità di un intervento pubblico che garantisca a tutti alcune basilari libertà-di-conseguire.” (“La ricchezza della ragione”, Ed. Il Mulino, Bologna, 2011, p. 47)

L’altra citazione da collocare alla fine a mo’ di colophon, è un pensiero di Edmund Husserl, tratto dal suo celebre scritto del 1922/23 “L’idea di Europa”:

“Perciò diciamo: deve necessariamente accadere qualcosa di nuovo, deve accadere in noi e per mezzo di noi – noi che siamo parte dell’umanità che vive in questo mondo…Dobbiamo forse aspettarci che questa cultura guarisca da sé nel puro gioco casuale delle forze che producono e distruggono i valori? Dobbiamo accettare il ‘tramonto dell’Occidente’ come se si trattasse di una fatalità, di un destino che ci sovrasta? Sarebbe un destino fatale soltanto se lo accettassimo passivamente…Ma questo non possono farlo neppure coloro che lo annunciano…Noi siamo uomini, soggetti dotati di libera volontà, che intervengono attivamente nel mondo che li circonda e insieme lo modificano di continuo.” (Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999, p. 4).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA POVERTÁ NEGA IL DIRITTO ALL’ISTRUZIONE

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Il diritto all”istruzione negato ha nomi diversi: ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati. Ma tutti si riuniscono nella grande piaga della dispersione scolastica. Di Ciro Raia

La crisi della famiglia investe diversi aspetti della vita scolastica. Qualche giorno fa, un’alunna di prima media mi ha chiesto di non informare -docenti e compagni di classe- del disagio vissuto dal suo nucleo familiare. Il suo papà, infatti, diviso dalla mamma, era venuto a dirmi che non poteva comprare i libri, perché non aveva lavoro. Poco dopo, un signore, qualificandosi come genitore di un alunno, s’era presentato a scuola per giustificare un ritardo. Avevo notato che tra il “papà” e il figlio non c’era somiglianza alcuna; allora, rivolgendomi all’alunno avevo chiesto le ragioni per cui fosse incorso in tanto ritardo. Mi rispose che la colpa era tutta da attribuire al “fidanzato di mamma”, che lo aveva appena accompagnato.

Quando sono stato preside in una città del centro nord d’Italia, spesso, i genitori separati venivano, una volta uno e una volta l’altro, ad accompagnare i figli fuori scuola. Poi, insieme, si presentavano ai colloqui o alle convocazioni degli insegnanti e, senza ritegno alcuno, si lanciavano reciproche accuse -ciascuno, ovviamente, assolvendosi- circa il mancato profitto o il carente comportamento tenuto dall’alunno a scuola, da solo o con i compagni.

Quando, invece, ho avuto la responsabilità di dirigere una scuola della città di Napoli, in un quartiere ad elevato tasso di delinquenza, più di una volta mi è capitato di avere la visita di carabinieri, che chiedevano informazioni su persone (genitori), che avevano l’obbligo di firma (in effetti volevano sapere se mai fossero state convocate d’urgenza a scuola). Molti alunni di quella stessa scuola, poi, erano soliti riferire che i loro papà lavoravano, già da lungo tempo fuori città, e che, ancora per molto tempo, non avrebbero fatto ritorno a casa. Mi ci vollero alcuni giorni per comprendere il loro gergo: volevano dire che i loro papà erano in un qualche carcere, lontano da Napoli.

Genitori divisi, mancanza (o cancellazione) di posti di lavoro, assenza di politiche sociali (welfare), aumento delle povertà economiche e scomparsa del ruolo cardine della famiglia sono le punte più acuminate di un disagio giovanile, che non può non ripercuotersi nella galassia scolastica.
La recente presentazione dell’Atlante dell’infanzia a rischio (Save the Children, novembre 2011) induce a molteplici riflessioni. In un Paese di vecchi come l’Italia (12 anziani ogni 100 giovani nel 1861, 24 anziani ogni 100 giovani nel 1936, 46 anziani su 100 giovani nel 1971 e quasi 97 anziani ogni 100 giovani nel 1991), ci sono vere difficoltà di futuro per una buona fetta di minori, che, nel complesso dell’intera popolazione, rappresentano una fascia sempre più esigua.

Se si considera, infatti, anche la caduta a picco del quoziente di natalità (nel triennio 1871-1873 nascevano ogni anno, in media, 36,5 bambini ogni 1000 abitanti. Su una popolazione di circa 26 milioni di abitanti c’erano circa 950mila nuovi nati all’anno: il 60% in più dei 562mila nuovi nati nel 2010 da una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti!), si percepisce facilmente come il Paese abbia un respiro corto in materia di ricambio generazionale. È chiaro che per questa sparuta minoranza di popolazione ci sarebbe bisogno di un massiccio investimento della società, per garantire la cancellazione di tutte le diseguaglianze, l’abbattimento totale dell’analfabetismo (sia quello di base che quello di ritorno), una spinta sempre più forte alla conquista di un progresso socioeconomico individuale e collettivo.

L’Italia riserva, però, alla scuola e all’università solo il 4,8% del Pil, contro una media del 6,1% degli altri paesi dell’Ocse. Troppo poco, anche se qualche ministro del passato governo si fermava solo al “troppo”. Peggio del nostro Paese si classificano solo la Slovacchia (4%) e la Repubblica Ceca (4,5%). Ai mancati investimenti sull’istruzione si aggiunge, poi, la piaga di una sempre più ampia e profonda difficoltà monetaria, che condiziona la vita (cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, isolamento sociale, carenze affettive, disagio scolastico) di una buona fetta dell’infanzia. Succede, cioè, che alla schiera dei minorenni con le Hogan ai piedi e i cellulari touch in mano si contrappone una schiera (forse un esercito) di bambini-adolescenti a cui la povertà nega il diritto all’istruzione.

E, in fondo, i nomi diversi con cui si chiama questo diritto negato (ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati) possono riunirsi nella grande piaga della dispersione scolastica, che, originata quasi sempre da una stretta connessione tra esclusione sociale e fallimento formativo, sarebbe più opportuno definire dissipazione socioculturale. Napoli, purtroppo, resta ancora una delle città a più alto tasso di dispersione scolastica (ma non stanno meglio Bari, Palermo, Cagliari o Reggio Calabria). Nel passato anno scolastico nel capoluogo campano, per esempio, a livello di scuola media, sono stati riscontrati ben 550 casi di alunni inadempienti, con punte massime nei quartieri di Miano (5,7%, un alunno su 20), Piscinola (5,3%) e Scampia (4,4%).

Una vera ecatombe. Le cause principali? Il disagio psicologico del genitore (7,5%) o dell’alunno (6%), la convinzione dell’inutilità della scuola da parte dell’alunno (11,4%) o del genitore (4,4%), il disagio sociale (25,6%) e le malattie (19%). A queste dolorose cifre vanno aggiunte, poi, i numeri degli invisibili, i numeri corrispondenti ai minori, che, annualmente sbarcano (approdano, arrivano, si intrufolano) a Lampedusa o a Venezia o in qualsiasi altro posto di frontiera!

Mimmo, a 15 anni, è sicuro che il suo dovere sarebbe di uccidere l’uomo per il quale sua madre ha abbandonato da un giorno all’altro i cinque figli. È una ferita indimenticabile, che impedisce di vivere (essere o non essere), figuriamoci di andare a scuola. il padre lo accompagnava tutti i giorni sotto scuola, insieme alla sorella, e loro se ne andavano, lui spesso scappava dalla madre, che desidera disperatamente riavere con sé” (Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2011).

Giovedì mattina è venuto a trovarmi Giuliano. È un ragazzone di oltre sedici anni, che, quando sono arrivato nella mia attuale scuola, era già ripetente di terza. L’anno scorso furono vani gli sforzi, i richiami, le convocazioni dei genitori (in verità si presentavano i fratelli maggiori, che accompagnati da amici nerboruti, sostenevano che la scuola aveva preso sott’occhi il proprio congiunto!): Giuliano si fece bocciare per le numerosissime assenze, praticamente frequentava un paio di giorni a settimana e svogliatamente. Giovedì Giuliano indossava una tuta da meccanico, puzzava di olio di motore ed era abbastanza appesantito nel fisico. È venuto a informarsi per l’iscrizione al corso per lavoratori; ha bisogno del titolo di studio, perché si vuole arruolare nell’esercito “per fare soldi”.

Gli ho chiesto come se la passava e cosa stesse facendo. Mi ha detto che lavora presso un’officina meccanica mentre di domenica porta il caffè agli ambulanti del mercato. Mi ha detto anche che qualche giorno prima era stato trattenuto molte ore in caserma, perché coinvolto in una rissa con qualche contuso. C’ha tenuto a farmi sapere che il suo avversario -quello col quale si era fatto valere fino a fargli scorrere il sangue- era imparentato a una nota famiglia camorristica.
Giuliano, stai attento alle persone che frequenti…
– Preside, non vi preoccupate, mio cugino li conosce bene e ha messo tutto a posto.
– Giuliano, cerca di tenerti lontano da certe frequentazioni…dalle droghe e dalle armi…
– Io fumo qualche sigaretta ogni tanto. Le armi, poi, non mi interessano proprio. Per regolare i conti, uso solo una mazza da baseball…

Quando ancora frequentava, seppure saltuariamente la scuola, Giuliano viveva nell’ammirazione dei suoi coetanei: era violento, aveva i soldi in tasca, arrivava in motorino, baciava con spavalderia le ragazze e sosteneva, insieme alla sua famiglia, che la scuola non serviva a molto; erano ben altre le cose importanti nella vita, per cui valeva la pena impegnarsi e, certamente, la scuola non rientrava in questa categoria.

Che dire? Che le risalite sono sempre faticose. E che, in un tempo di crisi mondiale, se le scuole diventassero un contenitore di vita piuttosto che (quasi sempre) un luogo di nozioni senza calore, forse, gioverebbero di più alla causa dei tanti Giuliano che ogni anno l’affollano!
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ORGANIZZAZIONE E IMPRENDITORIA CRIMINALE COME COSTRUZIONE SOCIALE

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La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l”esito di un processo di reazione all”agire sociale deviante.

Chi rivolge l’attenzione al tema “economia e criminalità” si interroga sulle condizioni di produzione e di sviluppo delle organizzazioni criminali. Ponendo questa questione, oggi non ci si può aspettare di poter individuare un nesso inequivocabile e lineare, come la diminuzione o l’aumento dei tassi di criminalità corrisponda allo sviluppo dei processi economici. Altrettanto incerta si rivelerebbe l’ipotesi secondo cui lo sviluppo della criminalità dipenda solo dalle forme di controllo sociale statale.

La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, non è un dato che si può percepire oggettivamente, ma è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l’esito di un processo di reazione all’agire sociale deviante, di cui fanno parte cittadini, polizia e diritto e in cui si mescolano percezioni, interpretazioni e possibilità di azione e reazioni differenti e eterogenee.

La comprensione dello sviluppo delle organizzazioni criminali richiede, pertanto, la considerazione sia della sua produzione culturalmente mediata sia dei mutamenti all’interno del sistema della giustizia penale e della prassi sociale. Il fenomeno di mutamento, dell’organizzazione criminale che è diventata operatore economico, affrontato negli articoli precedenti, pone più problemi di quanto non sembri a prima vista.

Un quesito che pone Pino Arlacchi sulla tematiche è:
Possiamo definire imprenditori, gli individui che possiedono aziende e manovrano capitali, ma che non si sono fino adesso caratterizzati come innovatori dei metodi produttivi, capaci di trasformare attraverso l’invenzione di nuove combinazioni di fattori, l’intero sistema economico in cui operano?Non si tratta piuttosto di un approdo transitorio verso la proprietà e l’amministrazione di imprese industriali e commerciali effettuato da un “ceto di speculatori e di capitalisti d’avventura”?

Anche adottando la versione più precisa e restrittiva del concetto di imprenditore, che identifica la figura dell’imprenditore con quella dell’innovatore, è possibile far rientrare a pieno titolo molti di questi attuali soggetti criminali nella categoria. I “mafiosi” imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi che ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche.

Si rende perciò necessario uno studio dell’interessante oggetto teorico che si è venuto a costituire dall’incontro tra l’organizzazione criminale e l’imprenditorialità, dell’impresa criminale.

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UN VIAGGIO IN MUSICA CON I TRIAD VIBRATION

Solo pochi brani del gruppo milanese sono bastati ad incantare il pubblico in sala, in attesa del concerto rimandato a gennaio al Caivano Arte.

Un suono evocativo, un viaggio sonoro che esplora la storia dei popoli e raccoglie suggestioni dei luoghi più lontani, delle sonorità più distanti, delle culture musicali più diverse. Tutto confluisce in un sound che inizia da un disegno ritmico essenziale, che svuota la musica, per poi incontrare nel suo percorso influenze jazz, elettroniche, contaminazioni che vanno dalla house, dalla black music e dalla dance. I TriAd Vibration attraversano sonorità diverse che affondano nelle radici del mondo, all’insegna della world-fusion più passionale, che nasce dalla ricerca dell’essenza della musica. L’effetto è una musica «libera» e liberatoria, capace di ipnotizzare e coinvolgere gli spettatori. Una sintesi originale e personale, una finestra spalancata sulle infinite sonorità dell’universo musicale.

L’elemento caratterizzante è il suono del didgeridoo, strumento principe, il più antico strumento a fiato aborigeno dell’Australia , per questo motivo i Triad Vibration definiscono la loro musica con il termine di "tribal jazz".
Sul palco dell’Auditorium di Caivano Ezio Salfa, basso elettrico, Gennaro Scarpato, batteria e percussioni, Tanni Walter Mandelli, didgeridoo, Gendrikson Mena, trumpet e keyboards hanno presentato un saggio della loro musica.

I pochi spettatori presenti in sala hanno avuto la fortuna di vivere un momento di vero incontro con i musicisti che avrebbero dovuto suonare un paio di pezzi. La serata invece è stata così coinvolgente e l’incontro umano così vitale che i musicisti si sono esibiti per quasi un’ora incantando e conquistando il pubblico. Un momento intimo di condivisione attraverso un esperienza musicale che è stata un vero regalo, una rivelazione, in attesa che i Triad Vibration tornino al Caivano arte a gennaio.

MADRE E NONNO TROPPO PROTETTIVI

Il caso che passiamo in rassegna quest”oggi si riferisce al reato dei maltrattamenti in famiglia di cui all”art. 572 c.p. In apparenza, appare un caso “bizzarro”.

Il caso
Una madre, insieme al nonno materno del bambino e fino all’età preadolescenziale del medesimo, aveva impedito al minore di avere rapporti con coetanei, aveva escluso il minore dalle attività inerenti la motricità, anche quando organizzate dall’istituzione scolastica, nonché lo aveva indotto alla rimozione della figura paterna, costantemente dipinta in termini negativi, tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno.

Il caso arriva in Cassazione, la quale con sentenza del 10-10 2011, n. 36503, condanna il nonno e la mamma ad un anno e quattro mesi di reclusione per aver commesso il reato di maltrattamenti in famiglia. In sede difensiva la mamma e il nonno sostenevano che l’ipercura e l’iperprotezione, a loro addebitate, non possano costituire l’elemento oggettivo del reato di maltrattamenti, atteso che tra le due condotte, quella di chi maltratta e quella di chi ipercura o iperprotegge, esiste, con tutta evidenza, un’incompatibilità strutturale insanabile.

Invero, se è ragionevole ritenere che, inizialmente, la diade “madre-nonno” possa aver agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nell’accurata attenzione nell’impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo nelle sicure “mura domestiche”, tale profilo soggettivo non aveva più motivo di sussistere dopo i ripetuti sinergici interventi correttivi di una pluralità di esperti e tecnici dell’età evolutiva e del disagio psichico ed i conformi interventi dell’autorità giudiziaria.

La persistenza, ciò nonostante, delle metodiche di iperaccudienza e di isolamento, in palese violazione delle indicazioni e delle prescrizioni, talora imposte e talora pure concordate, segnala, al di là di ogni ragionevole dubbio e secondo massime di comune esperienza, la pacifica ricorrenza in capo agli accusati della intenzionalità che connota il delitto ritenuto nei termini correttamente ribaditi dai giudici di merito.

La Corte con questa sentenza ribadisce che per tutelare il benessere del bambino, lo Stato può verificare in modo intrusivo le condizioni di disagio nella famiglia del minore e le loro cause umane, imponendo prescrizioni ai familiari, sino alla decadenza della potestà dei genitori stessi.

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ULAN BATOR A MARIGLIANO

Questa sera il gruppo francese sarà ospite della rassegna musicale organizzata da Radio Entropia alla Loggia dei Pirati.

Una miscela di post-rock, krautrock tedesco anni settanta e new wave per un concerto che terrà col fiato sospeso. Ulan Bator rappresenta oggi un progetto pieno di energia e violenza musicale, espressa nei loro album, ma soprattutto nelle esibizioni live, in cui la band si esprime al meglio. Scoperti dal Consorzio produttori Indipendenti, capitanato da Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti, leader dei CCCP, che li hanno fatti conoscere al pubblico italiano, sia producendo una raccolta dei loro primi due album, sia portandoli in tour per diversi live.

È proprio la presa live che caratterizza maggiormente la musica degli Ulan Bator. Una esperienza da vivere in presenza di un palco, sonorità che attraversano momenti cupi ed oscuri e atmosfere più dolci, quasi candide. Una forte e viscerale presenza dei musicisti che in live regalano agli spettatori un momento di musica intenso.
(Fonte Foto:Rete Internet)

DALLA TELEVISIONE AL CINEMA: LE SERIE SI CAMBIANO D”ABITO

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Trainate dal web, le serie televisive sono diventate i principali prodotti di intrattenimento, capaci di muovere interessi e discussioni in tutto il mondo. E il cinema ha deciso, in alcuni casi, di sfruttare il fenomeno.

Negli ultimi anni in America il cinema si è trovato spesso ad inseguire la qualità dei prodotti televisivi. Serie come I Soprano o Mad Men hanno superato la dimensione, spesso stretta, di spettacoli televisivi per diventare oggetti di culto al livello dei grandi classici del cinema.

Di fronte ad un mercato cinematografico in crisi nel numero di spettatori e spesso nelle idee, gli ultimi dieci anni hanno costituito l’età dell’oro delle serie televisive, capaci non solo di produrre capolavori ma anche di mobilitare ascolti e commenti in giro per il mondo. Le possibilità offerte dalla rete – dal reperimento delle puntate ai forum di discussione – hanno giocato un ruolo decisivo nella consacrazione di questa forma di intrattenimento che è diventata, sempre più, una forma di espressione artistica ambiziosa. Il “formato” serie attrae, fa parlare, crea dipendenza e accontenta potenzialmente tutti i gusti. Le grandi produzioni cinematografiche hanno affrontato il fenomeno in diversi modi.

Le stelle televisive, dopo il botto, sono state spesso ingaggiate in film con ruoli tagliati su misura per ricordare il personaggio della serie; era già successo in passato, ma col boom dell’ultimo quindicennio sono aumentati i passaggi di attori dal piccolo al grande schermo. D’altra parte il fenomeno inverso – ossia attori cinematografici di grande rilievo che prendono parte a show televisivi – testimonia l’aumento di prestigio di un settore prima considerato si serie B. Un altro modo di cavalcare il successo è quello di imbastire un film dalla serie televisiva. L’operazione, sperimentata sia in America sia altrove, è molto rischiosa. Prima di tutto, l’obiettivo è quello di non rivolgersi esclusivamente ai fan della serie, ma cercare di allargare il bacino.

In questo modo il rischio è dietro l’angolo: personaggi o tormentoni possono essere messi in secondo piano per rendere più fruibile la storia a chi non segue la serie, ma spesso si finisce per lasciare perplessi seguaci e novizi. Il pericolo più grosso è rappresentato dal passaggio di “forma”. Comprimere un racconto seriale, articolato in numerose puntate e stagioni, in un film di circa due ore è un’operazione sicuramente complicata. In Italia, un parziale successo è arrivato da Boris. Serie ironica di grande successo sul mondo della televisione, si è trasportata al cinema con un risultato che non ha deluso gli spettatori, adattando il proprio linguaggio al nuovo formato senza stravolgerlo.

In questi giorni un altro fenomeno televisivo ha realizzato il salto con enorme successo di pubblico: I soliti idioti. La serie culto di MTV, che deve il titolo a I soliti ignoti e cita nella forma e in molte gag l’inglese Little Britain, ha fatto molto parlare per un tipo di comicità volutamente volgare e triviale, con l’intenzione di mettere in ridicolo molti luoghi comuni sull’italiano medio e di parlare in modo irriverente di temi socialmente caldi. Senza entrare nello specifico della serie, basti dire che se per molti ragazzi I soliti idioti è diventato un’opera generazionale, capace cioè di influenzare costumi e linguaggio, per gli altri il suo successo rimane inspiegabile o peggio, un segnale preoccupante.

L’esperimento della serie è chiaro: applicare la demenzialità tipica di certa comicità anglosassone (più inglese che americana) al costume nostrano, richiamando almeno in teoria la classica commedia all’italiana. Il risultato, in realtà, qualche dubbio lo lascia. L’impressione è quella di assistere ad una comicità da cinepanettone appena più crudele. Alla fine si ride (chi ride) per i tormentoni e le parolacce, senza che la trivialità si elevi ai livelli di un’idiozia geniale o si mescoli con un minimo di satira. Tuttavia, che piaccia o meno, i giovani non parlano d’altro. In modo sensato, nella versione cinematografica, I soliti idioti ha deciso di usare con parsimonia la struttura a sketch che contraddistingue la serie.

Al centro della storia troviamo solo due dei personaggi più apprezzati (sempre interpretati dal duo “mtviano” Mandelli-Biggio), intorno ai quali viene costruita una trama abbastanza raffazzonata ma che permette loro di incontrare, durante il cammino, altri personaggi-tormentone. Il formato si piega così alle esigenze del cinema, anche se la comicità rimane tutta nelle singole gag. E il risultato ricalca l’andazzo della serie: volgarità e una volontà di essere politicamente scorretti talmente ostentata e superficiale da perdere qualsiasi velleità di approfondimento. I soliti idioti conferma il potere delle produzioni televisive, cavalcate sempre più da un mercato cinematografico in cerca di spazio e rilancio.

E diventa, in effetti, specchio dei tempi, ma in modo diverso dalle intenzioni. Non perché faccia della satira sul costume, ma in quanto porta a chiedersi come sia possibile che, a qualcuno, tutto questo possa far ridere davvero.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA CRISI É IL SEGNO TANGIBILE DEL FALLIMENTO DEL NOSTRO MODO DI VIVERE

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Nell”infuriare della crisi economica dell”Unione Europea, di cui anche il nostro Paese soffre le pesanti conseguenze, l”Africa nera è ancora una volta scomparsa dalla ribalta massmediatica. Di Don Aniello Tortora

Siamo tutti preoccupati dello «spread» e delle oscillazioni imprevedibili della Borsa e dimentichiamo quali sono i valori indispensabili per uscire dalla crisi. Valori che pescano nelle profondità dell’uomo, e che resistono alle tempeste dei mercati. Il viaggio di Benedetto XVI nel Benin si presenta come una boccata d’aria fresca nella svigorita atmosfera di pessimismo che si respira.

Due espressioni del Papa, tra i tanti discorsi, vanno ricordate. Rispondendo in aereo alla domanda di un giornalista, ha tessuto l’elogio del popolo africano: «Questa freschezza della vita che c’è in Africa, questa gioventù piena di entusiasmo e di speranza, ma anche di umorismo e di allegria, ci mostra che c’è qui una riserva umana, una freschezza del senso religioso, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio; non questa riduzione al positivismo, che restringe la nostra vita, la fa un po’ arida e spegne anche la speranza… Un umanesimo fresco quello che si trova nell’anima giovane dell’Africa … Qui c’è ancora una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale possiamo contare».

E all’aeroporto della capitale Cotonou, rispondendo al saluto del presidente del Benin Bony Yayi, ha sottolineato che il passaggio alla modernità deve essere guidato da criteri che si radicano nella dignità della persona, nella grandezza della famiglia e nel rispetto della vita, in vista del bene comune.

Benedetto XVI ha scelto il Benin perché la storia della evangelizzazione di questo Paese è esemplare di quanto ha detto nei due passaggi citati. Oggi il Benin è uno dei (non molti) Paesi dell’Africa nera che ha raggiunto la stabilità politica e una democrazia compiuta, lo sviluppo economico-sociale e la pacificazione fra le varie etnie, traguardi che lo rendono in qualche modo esemplare per l’Africa nera.

Il Benin incarna i valori e le virtù umane ed evangeliche che l’influsso delle missioni cristiane ha contribuito a far crescere. Le élite nazionali sono ancor oggi uscite in buona parte dalle scuole che i missionari hanno fondato fin dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. Un seme di civiltà e di sviluppo che ha portato frutto per tutta quella terra.
Forse è il caso che anche noi “occidentali” impariamo dall’Africa. L’attuale crisi è il segno tangibile del fallimento del nostro modo di vivere. Il neo-liberismo selvaggio, sfrenato, senza regole ha dimostrato la sua fragilità. E’ tempo di ritornare, anche per noi, alla freschezza della vita, alla sobrietà, ai valori veri. Al dire grazie, come fanno gli africani, per ogni dono ricevuto e ottenuto con sacrificio. Al senso di appartenenza, di fraternità, di gratuità, di solidarietà, di attenzione al più debole.
(Fonte foto: Rete Internet)

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