Trainate dal web, le serie televisive sono diventate i principali prodotti di intrattenimento, capaci di muovere interessi e discussioni in tutto il mondo. E il cinema ha deciso, in alcuni casi, di sfruttare il fenomeno.
Negli ultimi anni in America il cinema si è trovato spesso ad inseguire la qualità dei prodotti televisivi. Serie come I Soprano o Mad Men hanno superato la dimensione, spesso stretta, di spettacoli televisivi per diventare oggetti di culto al livello dei grandi classici del cinema.
Di fronte ad un mercato cinematografico in crisi nel numero di spettatori e spesso nelle idee, gli ultimi dieci anni hanno costituito l’età dell’oro delle serie televisive, capaci non solo di produrre capolavori ma anche di mobilitare ascolti e commenti in giro per il mondo. Le possibilità offerte dalla rete – dal reperimento delle puntate ai forum di discussione – hanno giocato un ruolo decisivo nella consacrazione di questa forma di intrattenimento che è diventata, sempre più, una forma di espressione artistica ambiziosa. Il “formato” serie attrae, fa parlare, crea dipendenza e accontenta potenzialmente tutti i gusti. Le grandi produzioni cinematografiche hanno affrontato il fenomeno in diversi modi.
Le stelle televisive, dopo il botto, sono state spesso ingaggiate in film con ruoli tagliati su misura per ricordare il personaggio della serie; era già successo in passato, ma col boom dell’ultimo quindicennio sono aumentati i passaggi di attori dal piccolo al grande schermo. D’altra parte il fenomeno inverso – ossia attori cinematografici di grande rilievo che prendono parte a show televisivi – testimonia l’aumento di prestigio di un settore prima considerato si serie B. Un altro modo di cavalcare il successo è quello di imbastire un film dalla serie televisiva. L’operazione, sperimentata sia in America sia altrove, è molto rischiosa. Prima di tutto, l’obiettivo è quello di non rivolgersi esclusivamente ai fan della serie, ma cercare di allargare il bacino.
In questo modo il rischio è dietro l’angolo: personaggi o tormentoni possono essere messi in secondo piano per rendere più fruibile la storia a chi non segue la serie, ma spesso si finisce per lasciare perplessi seguaci e novizi. Il pericolo più grosso è rappresentato dal passaggio di “forma”. Comprimere un racconto seriale, articolato in numerose puntate e stagioni, in un film di circa due ore è un’operazione sicuramente complicata. In Italia, un parziale successo è arrivato da Boris. Serie ironica di grande successo sul mondo della televisione, si è trasportata al cinema con un risultato che non ha deluso gli spettatori, adattando il proprio linguaggio al nuovo formato senza stravolgerlo.
In questi giorni un altro fenomeno televisivo ha realizzato il salto con enorme successo di pubblico: I soliti idioti. La serie culto di MTV, che deve il titolo a I soliti ignoti e cita nella forma e in molte gag l’inglese Little Britain, ha fatto molto parlare per un tipo di comicità volutamente volgare e triviale, con l’intenzione di mettere in ridicolo molti luoghi comuni sull’italiano medio e di parlare in modo irriverente di temi socialmente caldi. Senza entrare nello specifico della serie, basti dire che se per molti ragazzi I soliti idioti è diventato un’opera generazionale, capace cioè di influenzare costumi e linguaggio, per gli altri il suo successo rimane inspiegabile o peggio, un segnale preoccupante.
L’esperimento della serie è chiaro: applicare la demenzialità tipica di certa comicità anglosassone (più inglese che americana) al costume nostrano, richiamando almeno in teoria la classica commedia all’italiana. Il risultato, in realtà, qualche dubbio lo lascia. L’impressione è quella di assistere ad una comicità da cinepanettone appena più crudele. Alla fine si ride (chi ride) per i tormentoni e le parolacce, senza che la trivialità si elevi ai livelli di un’idiozia geniale o si mescoli con un minimo di satira. Tuttavia, che piaccia o meno, i giovani non parlano d’altro. In modo sensato, nella versione cinematografica, I soliti idioti ha deciso di usare con parsimonia la struttura a sketch che contraddistingue la serie.
Al centro della storia troviamo solo due dei personaggi più apprezzati (sempre interpretati dal duo “mtviano” Mandelli-Biggio), intorno ai quali viene costruita una trama abbastanza raffazzonata ma che permette loro di incontrare, durante il cammino, altri personaggi-tormentone. Il formato si piega così alle esigenze del cinema, anche se la comicità rimane tutta nelle singole gag. E il risultato ricalca l’andazzo della serie: volgarità e una volontà di essere politicamente scorretti talmente ostentata e superficiale da perdere qualsiasi velleità di approfondimento. I soliti idioti conferma il potere delle produzioni televisive, cavalcate sempre più da un mercato cinematografico in cerca di spazio e rilancio.
E diventa, in effetti, specchio dei tempi, ma in modo diverso dalle intenzioni. Non perché faccia della satira sul costume, ma in quanto porta a chiedersi come sia possibile che, a qualcuno, tutto questo possa far ridere davvero.
(Fonte foto: Rete Internet)





