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PAROLE PER LA TERZA REPUBBLICA

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I personaggi che animano la rubrica del prof. Giovanni Ariola, questa settimana non si lasciano scappare argute riflessioni sulle vicende politiche ed economiche che affannano lo Stivale.

Il prof. Carlo è giunto tutto intirizzito in Istituto, nonostante le difese forse eccessive per questa stagione di cappotto, sciarpa, cappello e guanti. Per il freddo carico di umidità di questa mattina nebbiosa di novembre e più per il peso angosciante delle ultime notizie dal mondo della crisi economica e finanziaria, ascoltate per radio mentre si radeva e, dopo, mentre consumava la sua frugale colazione. Si è seduto su una poltrona vicino a un termosifone e, cosa veramente insolita per uno come lui che ha sempre vantato il suo spirito vigile e lucido contro qualsiasi rischio di narcolessia reale e metaforica,…gli è scappato il sonno.

Lo svegliano le voci dei colleghi che entrano come sempre impegnati in una animata discussione. In verità riprende contatto con la realtà malvolentieri. Stava sognando. Si trovava in una città immersa in uno strano silenzio. Tutti gli abitanti erano intenti al loro lavoro ma nessuno parlava, tutti zitti a denti stretti; c’era nell’aria l’attesa come di un evento straordinario che doveva decidere della loro sorte e quindi della loro vita futura; avevano perciò deciso di non perdersi in chiacchiere e di raddoppiare il loro impegno lavorativo. Cosa strana non c’era nessuno che stesse in ozio con le mani in mano: anche i cosiddetti disoccupati o inoccupati avevano scovato un’attività da svolgere anche gratuitamente…ma mangiando poi ad una mensa comune che a mezzogiorno in punto e alle sette di sera compariva sempre misteriosamente in un vasto chiostro che un po’ gli ricordava la Certosa di Padula…

Il fastidio che prova nell’udire quelle voci che giudica decisamente troppo alte e che gli hanno interrotto con il sonno l’interessante vicenda onirica, gli richiamano alla mente e si sorprende a mormorare le parole che Michelangelo attribuisce alla Notte, la statua da lui scolpita e collocata insieme con il Giorno, il Mattino e il Crepuscolo, ad ornamento della tomba di Giuliano dei Medici nelle Cappelle Medicee a Firenze: “Grato m’è il sonno e più l’esser di sasso,/ mentre che ‘l danno e la vergogna dura;/ non veder, non sentir m’è gran ventura;/ però non mi destar, deh, parla basso./.( I versi si possono leggere in Michelangelo, Rime, n.246, con la variante caro al posto di grato).

Hoc erat in votis! – risuona con tono trionfalistico la voce del prof. Geremia, che cita la celebre e abusata espressione oraziana, chiaramente riferita al cambio di guardia a Palazzo Ghigi.
– Era ora che finisse la carnevalata… – gli fa eco il prof. Eligio.

– Io sarei cauto prima di abbandonarsi ad un gaudio eccessivo – frena con un fremito nella voce il prof. Piermario – non ci dimentichiamo chi è il nuovo premier, da dove viene, come la pensa…quando l’ho visto nella foto di gruppo insieme con la Merkel e con Sarkozy mi è sorto il dubbio che possa allinearsi (o lo è già?) sulle posizioni della destra conservatrice europea e, in campo economico, di un neoliberismo senza regole… Tradotto in termini di prassi politica …passeremo dal carnevale alla quaresima e, per continuare ad usare e abusare del linguaggio liturgico, dobbiamo attenderci una lunga e penosa settimana (si fa per dire) di passione

Necesse, ergo fiat! (è necessario, quindi si faccia!) – continua a latineggiare con gusto il prof. Geremia.
Si faccia, ma si faccia bene! – ribatte sdegnato il collega Piermario.
– Consiglierei tuttavia all’esimio prof. Monti – osserva il collega Eligio tradendo nel tono lento e alquanto solenne della voce una vena di ossequiosa ammirazione – di affrettare alquanto la fase operativa, rompendo ogni indugio e abbandonando al più presto il suo procedere che sembra ispirarsi più all’esortazione di Ferrer ne “I Promessi Sposi” “adelante, Pedro, si puedes…..adelante, presto, cum juicio” (“avanti, Pietro, se puoi…avanti, presto con giudizio, con prudenza”) o all’altra attribuita ad Augusto da Svetonio “festina lente” (“affrettati lentamente”) che alla sollecitazione cogente che gli deriva dalla drammaticità della situazione in cui siamo…

– Cari colleghi – interviene il prof. Carlo – non siamo impazienti…il far bene non si concilia con la fretta…abbiamo molti proverbi in proposito…Soprattutto evitiamo di unirci alla canea di voci che assale e azzanna da ogni parte questo governo…io direi… lasciamolo lavorare, giudicheremo poi i risultati. Intanto per noi è ora che ci dedichiamo alla definizione del glossarietto di parole attuali significative che ogni mese stiamo pubblicando…il tipografo attende per domani la consegna del testo definitivo da stampare. Avete altre parole da aggiungere a quelle che abbiamo inserito nei giorni scorsi?

– Vorrei suggerire – risponde per primo il prof. Geremia – di aggiungere la parola equità che è sì una parola non nuova ma che è stata indicata dal Presidente Monti come uno dei tre pilastri del suo programma di governo…gli altri due pare che siano il risanamento della finanza pubblica e la crescita…insomma ci dovrebbe essere una distribuzione proporzionata dei sacrifici e senza angosce come ha annunciato espressamente lo stesso premier.

– Per parte mia – continua il prof. Eligio – chiedo di inserire la parola sobrietà che mi sembra molto adatta a caratterizzare il nuovo stile di vita che siamo chiamati a osservare nel prossimo futuro. Come sapete, il termine deriva dal lat. sobrietas che etimologicamente significa sine ebrietate, ossia senza ebbrezza, senza ubriachezza, come spiega Cicerone (Acad., 4, 52). Riferito al governo il termine indicherebbe l’intento programmatico di ridurre drasticamente le spese (costi della politica, eliminazione o riduzione dei carrozzoni provinciali, spese militari e così via enumerando).

Riferito a noi cittadini sarebbe il messaggio inequivocabile di quello che ci aspetta…ossia che dovremo stringere la cinghia…anche se come abbiamo detto altre volte…sarà difficile per tanti che sono abituati alla vita comoda, allo scialo e allo spreco, adattarsi ad una vita parca o perfino grama, insomma “chi è abituato troppo ’o llucese, nun sape vivere ’o scuro” (“chi è abituato a vivere in luogo troppo illuminato non sa vivere in luogo oscuro”) …

– Io segnalo invece – propone il collega Piermario – una parola che ho letta proprio qualche giorno fa su “La Repubblica” (Giovedì, 24 nov. 2011), derackettizazione (=liberazione di un luogo dal racket – coniata sul modello di derattizzazione): ecco l’inizio dell’articolo, a firma di Attilio Bolzoni, che mi è sembrato degno di essere conservato: “Il cartello stradale lo metteranno fra qualche giorno, ai confini del comune: “Ercolano, territorio derackettizato”. Così daranno il benvenuto nella prima città del Sud dove il pizzo non si paga più. A pochi chilometri da Napoli, in un ammasso di case schiacciate tra il Vesuvio e il mare, la camorra che succhia sangue ha perso faccia e potere…Ercolano – quella degli splendidi scavi romani …– l’hanno ripulita dalla marmaglia e miracolosamente fatta rinascere…”.

– Con questa parola beneaugurante – conclude il prof. Carlo – possiamo chiudere il glossarietto. Mi piacerebbe inserire, se siete d’accordo, due citazioni, ossia due brani d’autore, di cui il primo, come esergo all’inizio dell’opuscolo, è di Amartya K. Sen, premio Nobel per l’economia 1998: “I problemi di equità dei risultati del mercato…tendono ad essere ancora più problematici e pronunciati nel contesto della libertà –di-conseguire quello che per noi è importante. Una delle principali sfide che il meccanismo di mercato si trova ad affrontare si riferisce alla disuguaglianza nella distribuzione delle libertà effettive…Questi limiti di tipo distributivo implicano la necessità di un intervento pubblico che garantisca a tutti alcune basilari libertà-di-conseguire.” (“La ricchezza della ragione”, Ed. Il Mulino, Bologna, 2011, p. 47)

L’altra citazione da collocare alla fine a mo’ di colophon, è un pensiero di Edmund Husserl, tratto dal suo celebre scritto del 1922/23 “L’idea di Europa”:

“Perciò diciamo: deve necessariamente accadere qualcosa di nuovo, deve accadere in noi e per mezzo di noi – noi che siamo parte dell’umanità che vive in questo mondo…Dobbiamo forse aspettarci che questa cultura guarisca da sé nel puro gioco casuale delle forze che producono e distruggono i valori? Dobbiamo accettare il ‘tramonto dell’Occidente’ come se si trattasse di una fatalità, di un destino che ci sovrasta? Sarebbe un destino fatale soltanto se lo accettassimo passivamente…Ma questo non possono farlo neppure coloro che lo annunciano…Noi siamo uomini, soggetti dotati di libera volontà, che intervengono attivamente nel mondo che li circonda e insieme lo modificano di continuo.” (Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999, p. 4).
(Fonte foto: Rete Internet)

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