La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l”esito di un processo di reazione all”agire sociale deviante.
Chi rivolge l’attenzione al tema “economia e criminalità” si interroga sulle condizioni di produzione e di sviluppo delle organizzazioni criminali. Ponendo questa questione, oggi non ci si può aspettare di poter individuare un nesso inequivocabile e lineare, come la diminuzione o l’aumento dei tassi di criminalità corrisponda allo sviluppo dei processi economici. Altrettanto incerta si rivelerebbe l’ipotesi secondo cui lo sviluppo della criminalità dipenda solo dalle forme di controllo sociale statale.
La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, non è un dato che si può percepire oggettivamente, ma è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l’esito di un processo di reazione all’agire sociale deviante, di cui fanno parte cittadini, polizia e diritto e in cui si mescolano percezioni, interpretazioni e possibilità di azione e reazioni differenti e eterogenee.
La comprensione dello sviluppo delle organizzazioni criminali richiede, pertanto, la considerazione sia della sua produzione culturalmente mediata sia dei mutamenti all’interno del sistema della giustizia penale e della prassi sociale. Il fenomeno di mutamento, dell’organizzazione criminale che è diventata operatore economico, affrontato negli articoli precedenti, pone più problemi di quanto non sembri a prima vista.
Un quesito che pone Pino Arlacchi sulla tematiche è:
Possiamo definire imprenditori, gli individui che possiedono aziende e manovrano capitali, ma che non si sono fino adesso caratterizzati come innovatori dei metodi produttivi, capaci di trasformare attraverso l’invenzione di nuove combinazioni di fattori, l’intero sistema economico in cui operano?Non si tratta piuttosto di un approdo transitorio verso la proprietà e l’amministrazione di imprese industriali e commerciali effettuato da un “ceto di speculatori e di capitalisti d’avventura”?
Anche adottando la versione più precisa e restrittiva del concetto di imprenditore, che identifica la figura dell’imprenditore con quella dell’innovatore, è possibile far rientrare a pieno titolo molti di questi attuali soggetti criminali nella categoria. I “mafiosi” imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi che ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche.
Si rende perciò necessario uno studio dell’interessante oggetto teorico che si è venuto a costituire dall’incontro tra l’organizzazione criminale e l’imprenditorialità, dell’impresa criminale.



