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“L’ADORAZIONE DEI MAGI”. NEL SANTUARIO DI MADONNA DELL’ARCO

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Il quadro, opera di Gennaro Abbate, si trova sulla controfacciata del Santuario. È un’ “Adorazione” vesuviana: i personaggi sono trasferiti, con un curioso effetto da presepe napoletano, ai piedi del Somma. Di Carmine Cimmino

Nel settembre del 1850 Scipione Volpicella, filologo e storico con la vocazione del flaneur, del camminatore curioso e instancabile, percorre, a piedi e a dorso di mulo, la strada che da Portici va a Madonna dell’ Arco. Nell’ultima tappa, dalla masseria Guindazzi egli scende, lungo un tortuoso sentiero, sulla strada maestra dello Sperone: all’incrocio si ferma, e contempla, con stupore, il paesaggio che “si apre“ fino al Santuario. Nell’immagine dell’ “apertura“ il dotto viandante concentra la luminosa serenità del giorno, gli sfavillanti colori autunnali della vasta campagna e il denso simbolo della Madre dell’ Arco che chiama a Sé i devoti, e li avvolge, a proteggerli, nel Suo manto, azzurro come il cielo.

Pochi anni prima anche Franz Vervloet ha “visto“, intorno al Santuario, un paesaggio “aperto“ e lo ha rappresentato in uno straordinario “olio su carta“ che colloca il suo punto di vista proprio là dove Scipione Volpicella si ferma a rimirare la vastità della campagna e l’eleganza del tempio.
L’impressione di “apertura“ si percepisce ancora oggi: l’ininterrotta quinta di case e palazzi e il traffico intenso non soffocano la strada, ma la corteggiano fino al punto in cui dal corpo del Santuario e dal sottile “foglietto“ della facciata svetta nel cielo, agile e solida, la nervatura della cupola. Pare che il paesaggio si slarghi tutt’intorno sotto la spinta del movimento rotatorio che la cupola imprime allo spazio.

Lungo la strada che viene dall’incrocio con la via di Guindazzi si corrispondono le forme di una riposante simmetria: i colori e i disegni delle facciate dei palazzi, la linea delle insegne e degli arredi, l’eleganza dei negozi, perfino le tinte e i modelli delle pantofole che una splendida ragazza schiera in bell’ordine all’interno di una vetrina concorrono a suggerire l’idea di una naturale eleganza, di un ordine che prevede e giustifica anche l’eccezione. Mi piace pensare che questo sia il segno della presenza domenicana, dell’idea di Tommaso d’ Aquino che la bellezza è ordine. Sulla controfacciata del Santuario c’è un quadro di notevoli dimensioni: vi si rappresenta “L’adorazione dei Magi”.

Il tema consentiva ai pittori di dar prova delle proprie capacità tecniche confrontandosi con i valori della religione, con il fascino dell’esotismo, con le figure angeliche, umane e animali, con la preziosità dei tessuti e dei metalli e con tutte le possibili gradazioni della luce. All’esterno del Santuario una tabella comunica che il restauro ha sciolto tutti i dubbi: l’autore dell’opera è Gennaro Abbate, che la dott.ssa Luciana Arbace colloca tra gli allievi di Luca Giordano. Egli dipinse il “telero“ nel 1735 su commissione di Isabella dei Duchi di Marigliano, vedova di Giovanni Mastrilli, marchese del Gallo: la quale Isabella intendeva mettere sotto la protezione della Madonna dell’Arco il figlio Marcello, inviato a combattere contro i Turchi sotto il comando di Eugenio di Savoia. Leggo sulla tabella che, dopo la morte di Luca Giordano, “la fame (sic) e la notorietà“ di Abbate divennero altissime soprattutto in Spagna.

Mi auguro che la svista sia eliminata al più presto e che ad Abbate sia restituita “la fama“, che questa “Adorazione“ contribuì ad accrescere, sebbene non sia un capolavoro. Nel quadro le luci si sono oscurate per sempre, nonostante gli interventi di restauro eseguiti da Flavia Sansone e da Nunzia Marcone. Il pittore non era tra quelli che potevano permettersi di usare pigmenti costosi: perciò, i toni dell’azzurro e dei rossi si sono definitivamente abbassati. Abbate fu solo un buon mestierante: nei dettagli più complessi la tecnica appare difettosa. Per esempio, le mani del Re Mago sono enormi e come deformate dall’artrite, la mano sinistra della Madonna è abborracciata nel disegno e nella distribuzione delle ombre, le gambe del Bambino non sono proporzionate e la figura è rigida.

L’impaginazione fa pensare, più che a Luca Giordano, ai “teatri“ di Solimena. A sinistra, la Madonna, il Bambino e i Magi fanno gruppo a sé: non c’è legame, né formale, né ideale, con le altre figure, che servono quasi solo a riempire il vasto spazio della controfacciata e a suggerire un qualche riferimento a Marcello Mastrilli che parte per la guerra: anche la scena dei soldati che aprono un forziere colmo di oggetti d’oro è staccata, in tutti i sensi, dal resto dell’opera. Che tuttavia merita di essere vista. È un’ “Adorazione“ vesuviana: cammelli, palme, turbanti e vesti orientali sono trasferiti, con un curioso effetto straniante (da presepe napoletano), ai piedi del Somma.

Sulle velature azzurrine che danno forma alla Montagna si stagliano le “note“ rosse (di un rosso ormai scialbo) dei panni dei cavalieri: la percezione esatta delle corrispondenze cromatiche pare che sia l’aspetto più significativo dell’arte di Abbate. Nella iconografia delle Adorazioni dei pastori e delle Epifanie la Madonna e il Bambino “vanno“ con il movimento del corpo e con l’espressione del volto verso gli oranti: in certi casi le mani del Bambino sfiorano quelle che si protendono verso di Lui, congiunte nel segno della preghiera, e quasi sempre il mantello azzurro della Madonna chiude, con una forte connotazione simbolica, il cerchio disegnato dalla disposizione di sapienti e di semplici, di potenti e di umili, inginocchiati davanti al più grande dei Misteri.

Il centro del circolo è la figura di Gesù, che emana luce e illumina lo spazio; oltre il circolo c’è la tenebra, della notte, del peccato e dell’ignoranza. Invece nel telero di Abbate la Madonna si ritrae: il mantello azzurro, svolgendosi fino a terra, separa nettamente il Suo corpo dalle mani congiunte del Re Mago, la Sua mano si piega verso l’interno a sorreggere il piede del Bambino che tende il braccio sinistro, ma resta rigido sul tronco. Anche lo sguardo della Madonna pare lontano dai personaggi che stanno intorno al Suo trono. È probabile che tutto si spieghi con il fatto che Gennaro Abbate, non sentendosi sicuro delle sue doti tecniche, adottò, nell’impostare le figure, le soluzioni più facili. E così, senza volerlo, egli ha costruito la possibilità di un confronto tra due aspetti diversi, e complementari, del ruolo della Magna Mater vesuviana.

Nel silenzio profondo del Santuario una donna sta inginocchiata davanti all’edicola della Madonna dell’ Arco: prega con assorta intensità e fissa gli occhi grandi e buoni della Madre Pietosa. Il Volto della Madonna e l’energica espressione del Bambino parlano con chiarezza immediata e diretta al cuore della religiosità popolare Di fronte sta la Madonna dell’ Epifania: nel roseo chiarore del Suo Volto c’è una lieve nota di severità. La mano di Gennaro Abbate Le ha dato, per le misteriose combinazioni del caso, lo sguardo della Madre che tace e aspetta: aspetta che i potenti della terra e i sapienti stoltamente orgogliosi di una sapienza sterile facciano professione di umiltà, che non volgano le spalle alla Luce per lasciarsi conquistare dalle armi e dall’oro.

La Magna Mater vesuviana è, nello stesso tempo, Madre Severa e Madre Pietosa. Il vero valore dell’arte sacra sta, prima di tutto, nei colloqui che statue e quadri intrecciano quotidianamente con i fedeli. Fuori, nel sole, tutti noi sembriamo “figure“ di uno smisurato dipinto: siamo note di colore.
(Foto: particolare de “L’adorazione dei Magi”, di Gennaro Abbate)

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