Il diritto all”istruzione negato ha nomi diversi: ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati. Ma tutti si riuniscono nella grande piaga della dispersione scolastica. Di Ciro Raia
La crisi della famiglia investe diversi aspetti della vita scolastica. Qualche giorno fa, un’alunna di prima media mi ha chiesto di non informare -docenti e compagni di classe- del disagio vissuto dal suo nucleo familiare. Il suo papà, infatti, diviso dalla mamma, era venuto a dirmi che non poteva comprare i libri, perché non aveva lavoro. Poco dopo, un signore, qualificandosi come genitore di un alunno, s’era presentato a scuola per giustificare un ritardo. Avevo notato che tra il “papà” e il figlio non c’era somiglianza alcuna; allora, rivolgendomi all’alunno avevo chiesto le ragioni per cui fosse incorso in tanto ritardo. Mi rispose che la colpa era tutta da attribuire al “fidanzato di mamma”, che lo aveva appena accompagnato.
Quando sono stato preside in una città del centro nord d’Italia, spesso, i genitori separati venivano, una volta uno e una volta l’altro, ad accompagnare i figli fuori scuola. Poi, insieme, si presentavano ai colloqui o alle convocazioni degli insegnanti e, senza ritegno alcuno, si lanciavano reciproche accuse -ciascuno, ovviamente, assolvendosi- circa il mancato profitto o il carente comportamento tenuto dall’alunno a scuola, da solo o con i compagni.
Quando, invece, ho avuto la responsabilità di dirigere una scuola della città di Napoli, in un quartiere ad elevato tasso di delinquenza, più di una volta mi è capitato di avere la visita di carabinieri, che chiedevano informazioni su persone (genitori), che avevano l’obbligo di firma (in effetti volevano sapere se mai fossero state convocate d’urgenza a scuola). Molti alunni di quella stessa scuola, poi, erano soliti riferire che i loro papà lavoravano, già da lungo tempo fuori città, e che, ancora per molto tempo, non avrebbero fatto ritorno a casa. Mi ci vollero alcuni giorni per comprendere il loro gergo: volevano dire che i loro papà erano in un qualche carcere, lontano da Napoli.
Genitori divisi, mancanza (o cancellazione) di posti di lavoro, assenza di politiche sociali (welfare), aumento delle povertà economiche e scomparsa del ruolo cardine della famiglia sono le punte più acuminate di un disagio giovanile, che non può non ripercuotersi nella galassia scolastica.
La recente presentazione dell’Atlante dell’infanzia a rischio (Save the Children, novembre 2011) induce a molteplici riflessioni. In un Paese di vecchi come l’Italia (12 anziani ogni 100 giovani nel 1861, 24 anziani ogni 100 giovani nel 1936, 46 anziani su 100 giovani nel 1971 e quasi 97 anziani ogni 100 giovani nel 1991), ci sono vere difficoltà di futuro per una buona fetta di minori, che, nel complesso dell’intera popolazione, rappresentano una fascia sempre più esigua.
Se si considera, infatti, anche la caduta a picco del quoziente di natalità (nel triennio 1871-1873 nascevano ogni anno, in media, 36,5 bambini ogni 1000 abitanti. Su una popolazione di circa 26 milioni di abitanti c’erano circa 950mila nuovi nati all’anno: il 60% in più dei 562mila nuovi nati nel 2010 da una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti!), si percepisce facilmente come il Paese abbia un respiro corto in materia di ricambio generazionale. È chiaro che per questa sparuta minoranza di popolazione ci sarebbe bisogno di un massiccio investimento della società, per garantire la cancellazione di tutte le diseguaglianze, l’abbattimento totale dell’analfabetismo (sia quello di base che quello di ritorno), una spinta sempre più forte alla conquista di un progresso socioeconomico individuale e collettivo.
L’Italia riserva, però, alla scuola e all’università solo il 4,8% del Pil, contro una media del 6,1% degli altri paesi dell’Ocse. Troppo poco, anche se qualche ministro del passato governo si fermava solo al “troppo”. Peggio del nostro Paese si classificano solo la Slovacchia (4%) e la Repubblica Ceca (4,5%). Ai mancati investimenti sull’istruzione si aggiunge, poi, la piaga di una sempre più ampia e profonda difficoltà monetaria, che condiziona la vita (cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, isolamento sociale, carenze affettive, disagio scolastico) di una buona fetta dell’infanzia. Succede, cioè, che alla schiera dei minorenni con le Hogan ai piedi e i cellulari touch in mano si contrappone una schiera (forse un esercito) di bambini-adolescenti a cui la povertà nega il diritto all’istruzione.
E, in fondo, i nomi diversi con cui si chiama questo diritto negato (ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati) possono riunirsi nella grande piaga della dispersione scolastica, che, originata quasi sempre da una stretta connessione tra esclusione sociale e fallimento formativo, sarebbe più opportuno definire dissipazione socioculturale. Napoli, purtroppo, resta ancora una delle città a più alto tasso di dispersione scolastica (ma non stanno meglio Bari, Palermo, Cagliari o Reggio Calabria). Nel passato anno scolastico nel capoluogo campano, per esempio, a livello di scuola media, sono stati riscontrati ben 550 casi di alunni inadempienti, con punte massime nei quartieri di Miano (5,7%, un alunno su 20), Piscinola (5,3%) e Scampia (4,4%).
Una vera ecatombe. Le cause principali? Il disagio psicologico del genitore (7,5%) o dell’alunno (6%), la convinzione dell’inutilità della scuola da parte dell’alunno (11,4%) o del genitore (4,4%), il disagio sociale (25,6%) e le malattie (19%). A queste dolorose cifre vanno aggiunte, poi, i numeri degli invisibili, i numeri corrispondenti ai minori, che, annualmente sbarcano (approdano, arrivano, si intrufolano) a Lampedusa o a Venezia o in qualsiasi altro posto di frontiera!
“Mimmo, a 15 anni, è sicuro che il suo dovere sarebbe di uccidere l’uomo per il quale sua madre ha abbandonato da un giorno all’altro i cinque figli. È una ferita indimenticabile, che impedisce di vivere (essere o non essere), figuriamoci di andare a scuola. il padre lo accompagnava tutti i giorni sotto scuola, insieme alla sorella, e loro se ne andavano, lui spesso scappava dalla madre, che desidera disperatamente riavere con sé” (Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2011).
Giovedì mattina è venuto a trovarmi Giuliano. È un ragazzone di oltre sedici anni, che, quando sono arrivato nella mia attuale scuola, era già ripetente di terza. L’anno scorso furono vani gli sforzi, i richiami, le convocazioni dei genitori (in verità si presentavano i fratelli maggiori, che accompagnati da amici nerboruti, sostenevano che la scuola aveva preso sott’occhi il proprio congiunto!): Giuliano si fece bocciare per le numerosissime assenze, praticamente frequentava un paio di giorni a settimana e svogliatamente. Giovedì Giuliano indossava una tuta da meccanico, puzzava di olio di motore ed era abbastanza appesantito nel fisico. È venuto a informarsi per l’iscrizione al corso per lavoratori; ha bisogno del titolo di studio, perché si vuole arruolare nell’esercito “per fare soldi”.
Gli ho chiesto come se la passava e cosa stesse facendo. Mi ha detto che lavora presso un’officina meccanica mentre di domenica porta il caffè agli ambulanti del mercato. Mi ha detto anche che qualche giorno prima era stato trattenuto molte ore in caserma, perché coinvolto in una rissa con qualche contuso. C’ha tenuto a farmi sapere che il suo avversario -quello col quale si era fatto valere fino a fargli scorrere il sangue- era imparentato a una nota famiglia camorristica.
– Giuliano, stai attento alle persone che frequenti…
– Preside, non vi preoccupate, mio cugino li conosce bene e ha messo tutto a posto.
– Giuliano, cerca di tenerti lontano da certe frequentazioni…dalle droghe e dalle armi…
– Io fumo qualche sigaretta ogni tanto. Le armi, poi, non mi interessano proprio. Per regolare i conti, uso solo una mazza da baseball…
Quando ancora frequentava, seppure saltuariamente la scuola, Giuliano viveva nell’ammirazione dei suoi coetanei: era violento, aveva i soldi in tasca, arrivava in motorino, baciava con spavalderia le ragazze e sosteneva, insieme alla sua famiglia, che la scuola non serviva a molto; erano ben altre le cose importanti nella vita, per cui valeva la pena impegnarsi e, certamente, la scuola non rientrava in questa categoria.
Che dire? Che le risalite sono sempre faticose. E che, in un tempo di crisi mondiale, se le scuole diventassero un contenitore di vita piuttosto che (quasi sempre) un luogo di nozioni senza calore, forse, gioverebbero di più alla causa dei tanti Giuliano che ogni anno l’affollano!
(Fonte foto: Rete Internet)






