CONSIGLI UTILI PER RESISTERE ALLE MEZZE CALZETTE E ALLE BASTONATE DEL GOVERNO TECNICO

5 mele al giorno possono essere utili per sopportare le legnate del Governo tecnico e le sciocchezze delle mezze calzette (la ricetta è antica). Di Carmine Cimmino

Nel 1946, disgustato dallo spettacolo di migliaia di fascisti della prima ora che nell’ultima ora del fascismo si erano travestiti rapidamente da democristiani e da comunisti e risultavano i più chiassosi paladini dell’antifascismo, Leo Longanesi prima suggerì di scrivere sulla bandiera italiana il motto “Tengo famiglia“ e poi confessò: ora capisco perché l’ Italia non ha avuto e non avrà mai un caricaturista all’altezza di George Grosz o di Max Beckmann. Perché noi tutti siamo la caricatura di un popolo: la nostra realtà supera di gran lunga l’ immaginazione del più fantasioso degli artisti.

Davanti all’on.Scilipoti che si presenta in aula con il lutto al braccio “perché è morta la democrazia“, cosa avrebbero fatto Grosz, Beckmann, Daumier, e il nostro Angiolo Tricca? Avrebbero buttato via penna e matita, e avrebbero chiesto asilo politico alle Isole Figi. Ma l’on. Scilipoti non è solo nel suo pianto per la democrazia defunta. Giovedì scorso, in un “salotto“ politico della Sette, uno dei capi della CGIL schiassiava contro il governo Monti: “siamo in una democrazia bloccata“ urlava il tribuno. Avreste dovuto vedere la faccia di Massimo Cacciari, che è uomo di sinistra, se non erro. Passarono su di essa, in rapida successione, l’incredulità, lo stupore, lo sbigottimento.

Però, prima di deprimersi nello scoramento, Cacciari sbottò: ma che dici? Una democrazia che da trenta anni accumula allegramente debiti si blocca da sola, da sola si mette nelle mani dei creditori. La sera prima, nel salotto di “Matrix“, un giornalista aveva cercato di dimostrare che il capitombolo finanziario era colpa non del governo Berlusconi, ma della malignità di nove (9, numero magico) banchieri, che si erano riuniti non so in qual luogo di New York e avevano deciso di mettere lo sgambetto ultimo all’Italia. E Oscar Giannino, che non è certo uomo di sinistra, aveva stizzosamente chiesto al conduttore: ma mi avete invitato a parlare di economia, o dell’ultimo film di Henry Potter?. A questo siamo ridotti, signori.

Valerio Magrelli, poeta, francesista, è un inflessibile antiberlusconiano: quando Luigi Iredi gli ha domandato (Venerdì di Repubblica, 18 novembre) se, a parer suo, l’era del Cavaliere è definitivamente conclusa, egli ha dato una risposta aspra, cattiva, con un crudo riferimento al modo con cui vengono uccisi i vampiri. Il “sinistro“ Magrelli ha pubblicato da qualche giorno un libro, Il Sessantotto realizzato da Mediaset, in cui parla della vocazione al suicidio della sinistra italiana e dei connessi problemi del proprio fegato; “osservare il quadro neurologico della sinistra mi fa venire la cirrosi “ ha confessato, con amarezza e preoccupazione. Mi pare che non abbia torto. Se i politici decidessero di tacere, noi troveremmo da qualche parte la forza e la pazienza per sopportare le legnate che il dott. Monti ci appiopperà sul groppone.

Ma se quelli continuano a parlare a cianciare a blaterare a cazzeggiare, allora bisogna trovare qualche rimedio: nemmeno San Lorenzo, che si fece pazientemente rosolare sulla graticola, riuscirebbe a sostenere contemporaneamente le bastonate del dott. Monti e le divagazioni oratorie dei “politici“. Il fegato va tutelato, ad ogni costo, contro lo scoramento e contro la malinconia accidiosa. Prima di tutto, bisogna mettere il tappo in bocca agli scorbacchiatori e ai corbellatori, cioè ai “pigliaperculo“, con rispetto parlando, e cioè a quelle mezze calzette che dal pulpito invitano all’astinenza. Gli altri. E ai sacrifici. Gli altri. I “pigliaperculo“ li troviamo dovunque, in questi tempi magri: nei salotti televisivi e nel bar sotto casa.

Il “pigliaperculo“ vesuviano ha una sua specificità: porta acconciato sulle labbra un sorrisino che pare cordiale, ma è solo vanitoso. Io sono il più bello e il più furbo e il più tutto, e voi siete chiochiari, catammari e battilocchi. E si muove, di conseguenza, il signorino: saltella sulle punte, per apparire più alto. Non cammina: balla. Volteggia. Fiuta il vento. Se incontriamo sulla nostra strada qualcuno di questi presuntuosi volteggiatori aspiranti scorbacchiatori, dimentichiamo le buone maniere e, se è il caso, anche il rispetto che si deve alle istituzioni: sbottiamo: calmati, signorino, sei solo una mezza calzetta: lo porti scritto in faccia, che sei solo una mezza calzetta.

Contro la malinconia dell’accidia Stewart Lee Allen suggerisce un menù bellicoso: aperitivo di champagne all’assenzio; manzo allevato a granoturco in crosta mollet, con ripieno di funghi duxelles: il tutto cosparso di salsa al vino rosso; un contorno di puré di patate al latte e al burro; crostini bien bruns di Philippe Cordelois. Con tutto il rispetto per il pane mollet, che fu il pane della Rivoluzione, questo è un menù per ricchi: certo, anche i ricchi possono soffrire di malinconia accidiosa, ma la loro accidia malinconica non nasce dalle bastonate di un governo tecnico e dalla risatella spocchiosa della Merkel e di Sarkozy.

E poi non credo che il burro del puré sia un protettore del fegato. A metà dell’Ottocento il napoletano Giovanni Semmola, clinico dell’ospedale degli Incurabili, nipote del celebre Mariano Semmola e erede della sua fama e della sua scienza, consigliava a chi soffrisse di eccessiva inclinazione allo scoramento di mangiare almeno cinque mele al giorno. La ricetta era antica. Già Castor Durante, medico e botanico del sec.XVI, aveva scritto nel Tesoro della Sanità che le mele “odorifere confortano il cuore“ e ne espellono il calore dell’angoscia. Baldassare Pisanelli, contemporaneo del Durante, è ancora più preciso, nella citazione che ne fa Piero Camporesi: le mele appie, che sono profumatissime, “confortano il cuore, aromatizzano lo stomaco, migliorano la digestione, rallegrano l’animo e levano la sincope.”.

A Napoli, tra il Cinquecento e il Seicento, il naturalista Domenico Di Fusco e i medici dell’Accademia degli Investiganti sostennero che lo sciroppo di mela è un ottimo rimedio contro la malinconia e contro la pazzia.
Da Eva in poi la mela è simbolo della scienza: essa inducendo al peccato Eva e Adamo avvia, nel segno del peccato, della morte e della redenzione, la storia dell’uomo. Da quel momento la mela stringe in sé, e nel suo modello metafisico, il pomo, sia i simboli spirituali che quelli connessi alla vitalità del corpo e alla forza intrinseca dell’eros. I poeti burleschi, da Grazzini in poi, chiamano “mele“ , in chiave erotica, parti del corpo femminile che pare superfluo indicare esplicitamente.

Queste metafore sprigionano dalla fantasia di scrittori dotati di intensa energia espressiva, come Gioacchino Belli e Vittorio Imbriani, per esempio, sequenze di immagini strepitose: da sole basterebbero a dar ragione a Guido Almansi quando afferma che il genio della poesia è capace di rendere pura e nobile anche l’oscenità più greve. Cosa tiene insieme una rete così complessa di simboli? La forma della mela, la sua solida sfericità. Questo nostro mondo, che giustamente Bauman paragona a un flusso inarrestabile e implacabile, in cui si sono dissolti principi, regole, valori e identità, può salvarsi se ricostruisce categorie e verità che abbiano la rotonda compattezza e i sapori chiari e netti di un pomo.
(Foto: Quadro di George Grosz, “I pilastri della società”, 1926)

LA STORIA MAGRA

SANT”ANASTASIA. ECCO PERCHè è FALLITA L’INIZIATIVA DI RIPULIRE IL SENTIERO OLIVELLA

Con questa lettera aperta, neAnastasis spiega i motivi che hanno fatto fallire l”intento di pulire il sentiero che porta all”Olivella. Le colpe dell”amministrazione comunale.

All’inizio di settembre la nostra associazione neAnastasis, con il movimento “Cittadini per il Parco” e in collaborazione con Legambiente, decise di promuovere una iniziativa per ripulire dai tanti rifiuti il sentiero che porta all’Olivella. L’iniziativa voleva inserirsi nell’ambito della ben nota campagna di Legambiente Puliamo il Mondo, in programma dal 16 al 24 settembre 2011.

Lo scopo principale della iniziativa era, attraverso un esempio di cittadinanza attiva, quello di sollecitare i nostri concittadini ad avere una maggiore cura e attenzione per una parte così importante del nostro territorio. Contavamo di poter avere il sostegno delle associazioni ambientaliste e quelle del mondo cattolico, queste ultime particolarmente sensibili a sistemare la via Crucis che si snoda lungo il sentiero. Mentre valutavamo il modo in cui intraprendere l’iniziativa venimmo a conoscenza di una analoga iniziativa promossa dal nucleo di Protezione Civile, delle Cantine Olivella, e varie associazioni del mondo cattolico.

Non esitammo a unire la loro iniziativa con la nostra. Legambiente avrebbe continuato a mettere a disposizione a titolo gratuito i kit predisposti per l’operazione Puliamo il Mondo che, tra l’altro, comprendeva anche una copertura assicurativa per i partecipanti.
A quel punto, però, l’iniziativa assumeva un carattere più generale e non poteva prescindere anche da un coinvolgimento del Comune per ricevere sia le autorizzazioni del caso che un sostegno, tramite l’AMAV, per rimuovere i rifiuti raccolti dai volontari. Lasciammo, quindi, proprio al nucleo della Protezione Civile il compito di tenere i rapporti con l’amministrazione comunale.

In questi due mesi abbiamo assistito ad un balletto di permessi concessi e poi ritrattati. Abbiamo addirittura appreso che il tratto più alto del sentiero per l’Olivella doveva essere escluso dall’iniziativa in quanto non accessibile per pericolo di frane, nonostante in questi anni non si sia visto alcun cartello di interdizione. Per ben due volte, dopo aver mobilitato i volontari, abbiamo dovuto sospendere l’iniziativa (purtroppo un gruppo dell’Azione Cattolica, non raggiunto dal contrordine, si è presentato inutilmente all’appuntamento).

A fine ottobre abbiamo finalmente appreso che l’Amministrazione comunale non poteva concedere i permessi perché impossibilitata a mettere a disposizione le somme necessarie per gli interventi a carico del comune (mezzi e personale dell’AMAV) a causa dello sforamento del patto di stabilità.

Questa motivazione appare incomprensibile e grave:
1) perché gli importi necessari erano modesti nel contesto del bilancio di spese del comune;
2) perché non abbiano notato un intervento del Sindaco per superare eventuali difficoltà di bilancio;
3) perché il permesso negato indebolisce l’aggregazione delle associazioni e il loro impegno civile;
4) perché i permessi negati appaiono come un mancato impegno del Comune nei confronti di un bene prezioso come i sentieri del parco del Vesuvio e, più in generale, verso le politiche di rilancio del Parco del Vesuvio;
5) perché (e lo diciamo senza voler fare sterili polemiche) in questo anno abbiamo assistito a spese comunali non propriamente convincenti (innumerevoli e costosi eventi per il bicentenario, assunzione di nove stagisti senza fondate motivazioni, etc..).

Recentemente abbiamo fatto anche un ennesimo tentativo per recuperare questa iniziativa attraverso il consigliere Mario Gifuni che ci aveva assicurato un suo diretto intervento. Purtroppo, anche questa promessa è caduta nel nulla.
Eppure, nonostante la tutela e la pulizia dei sentieri di cui parliamo spetterebbero al Comune, il nostro intento era semplicemente quello di concorrere fattivamente alla tutela del territorio.

Ci auguriamo che questa iniziativa sia fallita per “equivoci” nati tra i vari uffici comunali preposti e speriamo che quando verrà riproposta in un futuro prossimo possa ricevere una più attenta ed adeguata attenzione da parte dell’amministrazione comunale.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’EMERGENZA EDUCATIVA SVELA LA CRISI DELLA FAMIGLIA

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È negativo l”impatto della scuola con quei genitori (tanti) che difendono a spada tratta i propri figli, anche quando sono superficiali e menefreghisti. Di Ciro Raia

Ogni mattina è come una processione. C’è chi si lamenta per la mancanza dei vigili fuori scuola e chi denuncia un commento offensivo su facebook; c’è chi protesta perché i compiti assegnati sono troppi (o troppo pochi) e chi vuole scrivere al Gabibbo o alle Iene per denunciare la carenza della struttura o degli arredi o dei supplenti. Sono i genitori degli alunni, che, in buon numero, presidiano i cancelli della scuola, marcano la loro presenza/partecipazione e si dannano per non potersi incuneare anche nelle aule -protettivi, attenti, premurosi- per meglio tutelare i propri cuccioli.

Uno dei nodi più complesso del fare scuola è il rapporto con le famiglie, che incide fortemente sul percorso educativo. In virtù, infatti, della stessa evoluzione che ha subito il nucleo familiare (scomposizione del modello tradizionale di clan, calo della natalità e dei matrimoni, aumento delle separazioni, dei divorzi e di altre forme di convivenza), oggi si è sempre più di fronte a figure genitoriali amiche, paritetiche e senza troppa autorevolezza. Per cui, spesso, la scuola si trova a dover gestire un’alleanza bambini/adolescenti/giovani-famiglia, che mal si concilia con la richiesta di collaborazione/aiuto proveniente dall’istituzione educativa.

È fin troppo evidente l’impatto negativo della scuola con quei genitori, che, coltivando una relazione amicale e conviviale con i propri figli, accettano e difendono comportamenti adolescenzialo-giovanili, spesso, improntati ad una sorta di vero lassismo e di tangibile superficialità. Così, quando i genitori degli alunni sono convocati dalla scuola, si assiste, quasi sempre, solamente a una difesa strenua di un “blocco familiare”, che sta per essere messo in discussione da un “blocco estraneo”. È, proprio quest’ultimo, il momento peggiore di una comunità, che, nello sforzo di legittimarsi “educante”, si rivela, invece, nel pieno di una crisi. Una crisi che, evidenzia il mutato senso (in negativo) del rapporto insegnamento-apprendimento.

Talvolta, poi, si registrano situazioni problematiche (e ricorrenti) in cui o il genitore è convinto di essere alla pari (se non in sostituzione!) con il corpo docente o lo stesso corpo docente ritiene di dovere e potere assumere un ruolo di supplenza nei confronti di deboli legami familiari.

Nel primo caso, l’attento genitore si lamenta di come si insegna la matematica o l’inglese o la storia; non si ritrova nella valutazione assegnata al proprio figlio, che “ieri, quando l’ho interrogato io, sapeva tutto e bene”; non è d’accordo nella scelta didattica, che, magari, ha privilegiato il metodo induttivo a scapito di quello deduttivo o viceversa. Non a caso una recente ricerca nazionale ha rivelato che il 61% dei genitori è portato a giustificare la distrazione in classe dei propri figli, in quanto “le lezioni sono poco stimolanti”; il 39%, invece, è solito attribuire lo scarso profitto degli studenti a metodologie poco efficaci, piuttosto che a un evidente fancazzismo degli amati rampolli.

Quando è la scuola, poi, a scegliere il ruolo di supplenza al posto della famiglia, allora si assiste all’esaltazione del curricolo esterno a danno di quello interno, con grave danno per la didattica: “è vero, non si applica molto, però, il quadro di sfondo delle condizioni familiari non gli consente…”; “ma perché, non si vede? A casa è poco seguito, la famiglia è assente, anche l’abbigliamento è poco curato”. Non sono fatti che avvengono per caso. La loro genesi, motivabile ma non giustificabile, può essere riassunta in tre o quattro punti:

1) la cancellazione del prestigio riconosciuto alle istituzioni formative; 2) il fallimento delle forme di partecipazione promulgate con gli Organi Collegiali; 3) la percezione che l’investimento nell’istruzione non paga né a breve né a medio né a lungo termine; 4) la propensione delle giovani generazioni (ben tollerata dalla famiglia e dalla società) ad impegnarsi in percorsi facili e brevi. Eppure, “nei Paesi dove si studia in media dodici anni c’è un livello di reddito pro capite otto volte superiore a quello dei Paesi in cui mediamente si studia la metà, vale a dire sei anni” (T. Boeri e V. Galasso, Contro i giovani, Mondadori, 2008).

È opportuno, quindi, lavorare a un’inversione di tendenza, per mezzo della quale, la genitorialità -nello stretto significato di “far nascere continuamente, far venire alla luce in modo permanente”- possa riconquistare un nuovo spazio di responsabilità, mentre la scuola possa ridiventare il luogo di promozione della crescita dei cittadini.

Se, invece, tutto resta fermo o tutto si cambia perché resti tale e quale, allora si è di fronte a un vero allarme rosso. I rapporti OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), purtroppo, segnano che i livelli di formazione dei giovani italiani sono collocati agli ultimi posti tra i paesi europei. La scuola italiana è molto lontana da quegli stessi obiettivi che il Consiglio europeo di Lisbona aveva stabilito che si raggiungessero entro il 2010 (miglioramento della qualità e dell’efficacia dei servizi e dell’offerta di istruzione e formazione; agevolazione dell’accesso a tutti i sistemi formativi; apertura al mondo esterno dei sistemi di istruzione e formazione).

Anzi, a volerla dire tutta, tra il 2000 e il 2006, c’è stato addirittura un peggioramento per quanto riguarda le elementari capacità di lettura, mentre la dispersione e l’insuccesso si sono mantenuti a livelli alti (il 20% dei giovani non consegue un diploma e incide pesantemente sui costi sociali ed economici). Però, i ragazzi, ogni mattina, con l’apertura dei cancelli, continuano ad esibire i loro abiti firmati, le scarpe Hogan, i motorini (per i più grandi), l’ipod e i cellulari touch. La scuola diventa quasi una passerella, spesso, i genitori ne godono e, nel loro patto d’alleanza, corrono, allertati da un sms, a prelevare i figli “che a scuola si annoiano”. Quella dei cellulari a scuola è, purtroppo, una battaglia persa: sono i genitori a darli a figli per chiamarli ed essere chiamati, in ogni momento, anche in classe. Se la scuola si azzarda a vietarne l’uso, fioccano, però, minacce, diffide, denunce per abuso di potere e per appropriazione indebita!

Un tempo, gli alunni della scuola di Barbiana sostenevano che la scuola era pur sempre meglio della merda; gli alunni di oggi sostengono, invece, le ragioni opposte. Ci sarà pure un motivo!
Intanto, l’altra mattina, un papà e una mamma convocati perché la loro figlia si assentava da quasi due mesi (dopo essere stata respinta lo scorso anno, per le assenze), hanno affrontato subito l’argomento chiedendomi: “diteci cosa dobbiamo fare, la dobbiamo uccidere? Nostra figlia non vuole venire a scuola e noi non possiamo farci niente. Voi, se siete in grado di fare qualcosa, fatelo ma non ci mettete più in difficoltà, chiamandoci e facendoci lasciare le nostre attività”.

Forse, bisognerebbe ripensare -fra i tanti altri- l’importante ruolo educativo svolto dalla famiglia. Perché non basta e non serve più denunciare i sintomi di una crisi grave, visibile, irreversibile. Come non basta e non serve più assumere quella sorta di autocompiacimento della cultura della crisi, che riconosce e “giustifica” le mille emergenze della società. Altrimenti, nel caso della sbandierata “emergenza educativa”, si correrà il rischio di far calare pesantemente il sipario sugli allarmanti dati degli analisti e degli educatori, letti solo come notizie di stampa o assunti, nella coscienza collettiva, come uno ed ulteriore elemento dei tanti fallimenti dell’istruzione e della formazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

I SETTORI ECONOMICI E LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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In che modo le organizzazioni criminali occupano i settori economici dell”economia legale e dell”economia illegale. “L”economia criminale”.

I settori economici dell’economia illegale, “dell’economia criminale” rispecchiano perfettamente l’opposto dei settori economici dell’economia legale. Basti pensare a come l’economia criminale si occupi dei settori che vanno dal settore primario al settore terziario dell’economia tramite i propri traffici illeciti, o tramite il controllo del territorio, o ancora tramite il riciclaggio di fondi provenienti da quella “domanda sottratta al circuito legale” (vedi articolo correlato)

• Primo settore:
o l’agricoltura: allevamento di bufale, Coltivazione dei campi per la produzione di sostanze illecite, predominio del mercato ortofrutticolo;
o la pesca: predominio del mercato ittico;
o lo sfruttamento delle cave e delle miniere: predominio nella gestione di cave per uso edilizio, come ha fatto notare più volte il Prof. Amato Lamberti in numerosi convegni, come del movimento terra;

• Secondo settore: che comprende
o l’industria : raffinerie di droghe, industrie tessili e manifatturiere, ecc;
o l’edilizia: holding criminali;
o l’artigianato: caseifici, forni del pane, e varie attività di settore utilizzate come copertura per il riciclaggio;

• Terzo settore:
o produce e fornisce servizi illeciti, dove l’assenza del mercato legale dello Stato ne favorisce il profitto. Ad esempio: Caporalato e sfruttamento dei migranti, raccolta dei rifiuti, la gestione delle acque come nella regione Sicilia ecc.

Ovviamente non è possibile in questa sede elencare la miriade di attività per settore economico che le organizzazioni criminali di tutto il mondo o soltanto italiane occupano e gestiscono, aumentando e garantendo il proprio profitto.

Il predominio sul mondo imprenditoriale locale avviene in molti modi, e tra questi – quando la ricerca del consenso con modi suadenti non serve a raggiungere lo scopo – sono compresi anche “minacce, danneggiamenti e incendi sui cantieri, esplosioni di colpi d’arma da fuoco contro beni di altri imprenditori, incendi di vetture in uso a concorrenti o a pubblici amministratori, minacce a mano armata, imposizione di un sovrapprezzo sui lavori ”.

Continua la conquista silenziosa di pezzi dell’economia legale, dato il continuo affinamento e perfezionamento del profilo aziendale delle attività criminali.

LA RUBRICA

A SCUOLA BISOGNA FARE ATTENZIONE ALLE PAROLE

Una maestra è stata condannata per il reato di ingiuria: ha chiamato “Scioccherellino” un proprio alunno, durante la lezione, in presenza degli altri coetanei.

Il caso
Una maestra è stata condannata dal giudice di pace alla pena di euro 600 di multa ed al risarcimento del danno in favore dei genitori dell’alunno, per il reato di ingiuria previsto dall’articolo 594 del codice penale, per avere offeso il decoro dell’alunno chiamandolo “scioccherellino”.

Contra la sentenza, confermata dal giudice di appello, la maestra presenta ricorso in cassazione.
L’insegnante in sede difensiva sostiene di non aver avuto alcuna intenzione di ingiuriare il bambino, altrimenti avrebbe utilizzato termini più offensivi e avrebbe scelto il momento in cui il bambino era solo. La maestra sostiene , altresì, che la parola “scioccarellino” sia inidonea a ledere l’onore e il decoro di chicchessia.

La Corte rigetta il ricorso della maestra perché ha considerato offensiva del decoro l’espressione “scioccherellino”. La Corte ha precisato che la potenzialità offensiva di una determinata espressione non può essere valutata in astratto, ma deve essere contestualizzata ed apprezzata in concreto, in relazione alle modalità del fatto ed a tutte le circostanze che lo caratterizzano. Se l’epiteto in questione appare astrattamente debole di portata offensiva, deve però rilevarsi come nel contesto dei fatti fu idoneo a manifestare un disprezzo lesivo del decoro della persona, tanto più in quanto diretto verso un minore di età e in presenza dei suoi coetanei.

Inoltre, la richiesta invocata dalla maestra circa la modifica del provvedimento relativamente agli importi posti a suo carico a titolo di risarcimento dei danni è inammissibile, trattandosi di valutazione discrezionale riservata ai giudici del merito.

Con la sentenza del 24 ottobre 2011, numero 38297, la Cassazione ha ribadito un concetto fondamentale e cioè che un docente non può usare parole offensive e sconvenienti rivolgendosi agli alunni e che le parole non vanno valutate in astratto, ma nel contesto in cui esse vengono pronunciate.

LA RUBRICA

IL LAVORO. LA PRIORITÁ POLITICA DEL GOVERNO TECNICO

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C”è da augurarsi che il nuovo governo rilanci il lavoro in Campania, facendo attenzione alla dignità dei lavoratori. A Pomigliano intanto, tutto è pronto per la produzione della Nuova Panda Fiat. Di Don Aniello Tortora

È nato il nuovo governo. Solo tecnici, professionisti seri e professori di rango. Devono far quadrare il bilancio e rilanciare la crescita. L’economia ha avuto, purtroppo, la meglio sulla politica. E sui giornali non si parla d’altro, oltre agli spread, Btp-Bund, che aprono le notizie di radio e telegiornali. Non si parla, però, di alcune cifre, davvero molto drammatiche: si tratta dei tassi di occupazione, mai così bassi nel nuovo secolo. Della disoccupazione, a malapena contenuta. Del precariato ormai endemico.

Peggio: dell’inattività divenuta sistemica. Non indici freddi, ma istantanee roventi della realtà, fotografie drammatiche, nelle quali sono fissati volti, persone giovani e anziane, famiglie e interi pezzi d’Italia. E allora, per il governo che proprio oggi ha preso forma, tra le emergenze da affrontare c’è una missione che merita di essere considerata come prioritaria: il lavoro.

In questi tre anni di crisi – grazie a un uso sapiente e massivo della cassa integrazione da parte dell’esecutivo uscente – si è riusciti a contenere l’ondata di esuberi e licenziamenti che ha caratterizzato la gran parte delle economie europee e mondiali. Ma la rete di protezione, pur allargata, non ha coperto tutti allo stesso modo. I giovani, gli autonomi, i diversi parasubordinati, hanno pagato per primi e a prezzo più caro, la recessione: restando senza posto e senza ammortizzatori. Quasi un terzo dei giovani è disoccupato, ma quel che è peggio, da noi solo 1 ragazzo su 5 lavora.

In Germania sono 1 ogni 2, in Francia 1 su 3, persino in Spagna, che pure detiene il record europeo della disoccupazione, va un po’ meglio con 1 ogni 4. Ci sono poi 2,2 milioni di persone del tutto inattive: non studiano né lavorano né sono inserite in un programma di formazione. Altri 2 milioni e 764mila italiani – per più della metà donne – pur essendo disponibili a lavorare non cercano più un posto, perché sono scoraggiati. E ancora ci sono i sottoccupati. E quelli che l’Istat classifica come occupati, ma hanno lavorato solo 1 ora nella settimana di rilevazione. E ancora cifre e ancora analisi che portano a conclusioni univoche: non possiamo permetterci un così basso numero di cittadini che lavorano e non possiamo più accettare disparità di trattamento tanto forti.

Il lavoro va assolutamente rilanciato, rivalorizzato, riportato al centro dell’azione politica. Anche nell’era di un governo ad alto tasso tecnico come quello del prof. Mario Monti. Le ultime misure adottate sull’apprendistato – contratto a tempo indeterminato con contenuto formativo e una flessibilità limitata ai primi anni – vanno nella direzione giusta. Ma non bastano: è necessario ricostruire un mercato del lavoro dove anzitutto non ci siano lavori di serie A per gli italiani e di serie B per gli stranieri, dove le occupazioni manuali abbiano pari dignità e valore e prevedano un salario equo rispetto a quelle intellettuali. Nel quale alle attività in nero si fa una lotta serrata come e, se possibile, di più che all’evasione fiscale.

Un mercato, con ammortizzatori sociali universali, senza apartheid per i giovani e che non discrimini gli "anziani". Perché – e le imprese debbono assumersene la responsabilità – non si può spingere per l’innalzamento dell’età pensionabile e contemporaneamente considerare obsoleto o troppo costoso un dipendente cinquantenne.

Intanto a Pomigliano lunedì prossimo parte la Nuova Panda. Il nuovo modello già gira, camuffato, per le vie della città. Il 13 e 14 dicembre sarà finalmente presentata a tutti. Pomigliano ha raccolto la sfida. Tranne la Fiom l’accordo è stato firmato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Accordo votato, poi, dalla maggioranza dei lavoratori di Pomigliano. Certo i problemi sulla dignità dei lavoratori rimangono ed emergeranno. Intanto anche i delegati sindacali Alenia hanno approvato l’intesa con l’Azienda. Ci auguriamo che il nuovo governo rilanci le politiche industriali in Campania e conservi le eccellenze che sono il fiore all’occhiello non solo di Pomigliano ma di tutto il mondo aeronautico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=27

TOGHE IN SCIOPERO: LE RAGIONI DELLA RIVOLTA

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Gli avvocati penalisti incrociano le braccia e protestano contro l”uso ai fini investigativi dei dialoghi tra legale e assistito intercettati telefonicamente. Di Simona Carandente

Periodicamente, ad intervalli più o meno regolari, l’avvocatura nazionale è chiamata a confrontarsi con riforme di ampio respiro, che riguardano non solo la classe forense in senso stretto, ma tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si trovano a confrontarsi con la complessa macchina della giustizia e con le sue dinamiche. Il ruolo dell’avvocatura sta cambiando, e con esso una delle professioni più antiche ed affascinanti al mondo, nel fantomatico quanto teorico tentativo di favorire i privati cittadini, mettendoli al riparo dagli abusi dei loro legali, in un’ottica di liberalizzazione delle professioni e del mercato legale stesso che, allo stato, non appare però del tutto praticabile.

In questa settimana, e precisamente fino a venerdì 18, le toghe di tutta Italia incroceranno le braccia, astenendosi dal celebrare i processi ordinari, salvo quelli urgenti e con imputati detenuti: lo sciopero, tuttavia, non riguarderà l’intera categoria, ma solo gli avvocati penalisti. Motivazione principale della protesta, proclamata dall’Unione nazionale delle Camere Penali, il tema delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con particolare riguardo alla captazione dei dialoghi intercorrenti tra legale e proprio assistito. Un percorso verso l’indebolimento, inesorabile e progressivo, del diritto alla difesa tecnica che non poteva non suscitare polemiche.

Nel manifesto programmatico diffuso in questi giorni dalla Unione Camere Penali, con lo scopo di essere distribuito dai legali ai propri assistiti, si leggono in forma estrema ma concisa le motivazioni della protesta: al cittadino farebbe piacere sapere che quello che comunica al proprio difensore, a mezzo telefono, potrebbe essere oggetto di attività investigativa? Che qualcuno, nella fattispecie un pubblico ministero, potrebbe chiedere al difensore di rivelare il contenuto di tali conversazioni? Che il proprio avvocato si occupa, indifferentemente, di diritto penale, civile, tributario ed agrario, come un medico generico chiamato a curare una specifica patologia?

Domande retoriche, dalla risposta scontata, per le quali l’avvocatura cerca, con la proclamata astensione, di stimolare le coscienze ed invitare tutti ad un’attenta riflessione. Come accadeva, ed accade ancora oggi, per la complessa questione della separazione delle carriere: allo stato attuale, la commistione tra le figure di pubblico ministero ed organo giudicante è ancora fortissima, trattandosi di figure professionali dalla comune estrazione concorsuale, con forti commistioni l’una nei confronti dell’altra, che possono tramutarsi in vere e proprie ingerenze nella reciproche funzioni giudiziarie, con forti danni e ripercussioni sull’intero sistema giustizia. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA
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IL CASTELLO DI LAURO, UNA FORTEZZA TRA CIELO E TERRA

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Ospitata al castello di Lauro, nei pressi di Nola, la mostra “Castelli d”Irpinia, pietre tra cielo e terra”. L”iniziativa si collega ad un’altro evento: “Castelli d”Irpinia, set cinematografici tra natura e storia”.

Sin dagli albori della sua storia l’uomo ha sempre cercato, in qualche modo, di viaggiare indietro nel tempo. Che sia per scoprire le sue origini o per ripercorrere le tappe del suo passato, l’umanità è sempre stata incuriosita dalla Storia e non è un caso che essa si sia interessata, prestissimo, alla Storiografia.

La Bibbia stessa, uno dei testi più antichi al mondo, per fare un esempio, è, fondamentalmente, un libro di Storia. Quello di viaggiare nel tempo, in pratica, è un sogno ricorrente del genere umano. Nel corso dei secoli la letteratura, il teatro e l’arte hanno cercato di far rivivere all’umanità il suo passato, con risultati, tuttavia, mai del tutto “completi”. Intrecciando in se gli elementi basilari di queste discipline (parole, suoni e immagini), l’arte cinematografica ha prodotto, invece, un’esperienza visiva ed uditiva molto più realistica. Già dalle prime pellicole, inoltre, il cinema si è adoperato a ricostruire, fin nei minimi dettagli, fatti e avvenimenti storici, raccontandoci la Storia in una maniera tutta nuova.

Grazie a straordinari effetti speciali, costumi e attrezzature minuziosamente riprodotte e, soprattutto, set estremamente veritieri, la “macchina da presa” si è rivelata, nel corso degli ultimi cento anni, una vera e propria “macchina del tempo”. In questo senso la location di un film in costume diventa fondamentale. L’ha capito SEMA, l’Agenzia di Comunicazione per la promozione del territorio campano, che ha affidato a Giuseppe Ottaiano il compito di curare la mostra fotografica “Castelli d’Irpinia, set cinematografici tra natura e storia”, ospitata, lo scorso ottobre, a Castel Sant’Elmo a Napoli, nell’ambito del Napoli Film Festival 2011. Per valorizzare le fortezze dell’avellinese, splendide e numerose, si è pensato bene di porre l’attenzione di “chi fa cinema” sui magnifici manieri sparsi ovunque su tutto il territorio irpino.

L’intento è quello di riuscire a fare di questi castelli dei set cinematografici per film di carattere storico (e non solo), in modo da aumentare l’affluenza dei visitatori e incrementare il turismo in tutta la regione. Un altro evento, sempre organizzato da SEMA, dal titolo “Castelli d’Irpinia, pietre tra cielo e terra”, si è svolto, col medesimo intento, al Castello Lancellotti di Lauro, uno dei castelli più suggestivi della Campania. Il maniero, protagonista della mostra a Castel Sant’Elmo e in passato, negli anni’50, set del film “Il maestro di Don Giovanni”, con Gina Lollobrigida e Errol Flynn, non poteva che essere il punto d’incontro di queste due straordinarie iniziative di valorizzazione territoriale.

Non si sa con esattezza quando il castello fu fondato, ma si ha notizia di un “Castel Lauri” già nel 976 d.C. È certo, comunque, dai documenti della Cancelleria angioina, che fu dimora, dal 1277, di Margherita de Toucy, cugina di Carlo I d’Angiò. L’impianto rinascimentale della fortezza è frutto dai lavori di ampliamento e di restauro iniziati, dopo il 1582, dalla famiglia Pignatelli, allora proprietaria della reggia. Ma poco rimane di quelle modifiche. Il castello fu, infatti, quasi totalmente devastato, nel 1799, durante la Repubblica Napoletana, dall’incendio che le truppe francesi appiccarono per punire i lauretani, filo-borbonici e anti-repubblicani.

Ciò che oggi possiamo ammirare dell’edificio, dunque, è il risultato della ricostruzione avviata nel 1872, dopo quasi un secolo di abbandono, dal principe Filippo Massimo Lancellotti. È da quel momento che la fortezza comincia ad acquisire le caratteristiche attuali. Furono proprio i lavori di rifacimento, che si protrassero fino al 1909, a dare vita a quel magnifico ed eterogeneo gioco di stili che contraddistingue oggi il Castello Lancellotti. Qui, in effetti, si mescolano, piacevolmente, elementi romanici, gotici, rinascimentali e barocchi. Con un criterio quasi filologico, il castello fu ricostruito “in stile”, preservando, dove possibile, le parti originali. Una location incantevole, degna di un film e di una rivalutazione doverosa.

Una rivalutazione che, nel caso del Castello Lancellotti, va avanti ormai da anni. A differenza di molte altre fortificazioni, sparse in tutto il territorio campano (e non solo irpino), infatti, quello di Lauro è un sito ben conservato, tutelato e valorizzato. Grazie soprattutto all’assiduo lavoro dell’Associazione Pro Lauro, che ha dato vita ad un ricco programma di eventi, il castello è tornato ad essere, a giusta ragione, come un tempo, il centro della vita cittadina.
(Fonte foto: Rete Internet)

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QUARTO FLEGREO: LA MINIERA D”ORO DELLA CAMORRA

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Questo lembo di terra è arrivato a 40mila abitanti in pochi anni, frutto di una cinica speculazione edilizia. Tanti sono i giovani, che in un blog hanno scritto le 10 ragioni per non comprare casa a Quarto. Di Amato Lamberti

Quarto è un Comune della provincia di Napoli. Viene indicato anche come Quarto Flegreo perché è situato nell’area dei Campi flegrei, ma anche come Quarto Campano per differenziarlo da altri Comuni che in altre regioni portano lo stesso nome che sta ad indicare la distanza, quattro miglia, da una grande città. Nel maggio del 2011 aveva 40.387 abitanti e da anni registra una crescita esponenziale. Nel 2001, 36.543 abitanti; nel 1991, 30.587 abitanti; nel 1981, 18.741 abitanti; nel 1971, 8.395 abitanti. Una crescita costante e tumultuosa senza una ragione che giustifichi questa urbanizzazione accelerata: nessuna fabbrica, nessuna industrializzazione, nessuna concentrazione di servizi avanzati.

Solo la speculazione edilizia può dare ragione di questa crescita. Tra l’altro il Comune sorge tutto all’interno della piana di Quarto che, secondo alcuni studiosi, non è altro che un cratere originatosi da una esplosione verificatasi circa 11.000 anni fa. Cratere prima trasformatosi in lago e poi in palude bonificata solo in epoca recente. Una collocazione, quindi, non ottimale, a causa degli alti tassi di umidità. Ma la speculazione edilizia non va per il sottile nella scelta di un territorio da urbanizzare selvaggiamente. Naturalmente quando si dice speculazione edilizia si dice cemento, scavi, movimento terra, imprese edilizie, ma anche piano regolatore, Piano di fabbricazione, varianti urbanistiche, cambio di destinazione d’uso dei suoli. Si dice dunque impresa ma anche politica e pubblica amministrazione.

A Quarto il cemento è stato sempre fornito a tutti i costruttori da una sola ditta, la CA.FA.90, dopo che le concorrenti erano state tutte allontanate con attentati agli impianti e alle betoniere. Una impresa di grandi dimensioni con 80 betoniere e nove silos di proprietà di Giuseppe Polverino, detto “’o barone”, per i suoi modi e per il suo stile di vita. Per la magistratura un “colletto bianco” del clan di Lorenzo Nuvoletta che da sempre governa tutta l’area Marano-Quarto-Pozzuoli-Villaricca-Giugliano-Qualiano, lasciando anche spazio a cosche criminali di più basso profilo predatorio. Più di 200 sono le imprese edilizie registrate a Quarto. Lavorano tutte anche al di fuori del territorio di Quarto, facendo addirittura concorrenza ai “casalesi”, grazie proprio al “governo” dei Nuvoletta.

Un governo che si realizza grazie alla costruzione di un intreccio strettissimo con le Amministrazioni locali. A Quarto, secondo i carabinieri, questo intreccio muoveva un business di 30 miliardi di lire l’anno, con la complicità di una classe politica addomesticata e “competente” (nei posti chiave si sono succeduti sempre ingegneri, geometri, costruttori), pronta a garantire attraverso la commissione edilizia il meccanismo del silenzio-assenso sulle licenze. Senza un Piano regolatore generale e con un Piano di fabbricazione risalente al 1959, era assicurata anche la piena “copertura” legale.

Il 10 aprile del 1992 il Consiglio Comunale di Quarto viene sciolto perché “presenta fenomeni di infiltrazione della criminalità organizzata…in quanto sono emersi inequivocabili elementi di collegamenti diretti e indiretti di taluni amministratori del Comune di Quarto con la criminalità organizzata e forme di condizionamento degli amministratori stessi…ad opera della potente organizzazione camorristica facente capo al noto Lorenzo Nuvoletta e al suo sicario Mattia Simeoli, già condannati per associazione mafiosa e che la criminalità organizzata ha finalizzato negli ultimi anni i propri interventi nel settore dell’edilizia”.

Ed inoltre, recita sempre il decreto di scioglimento, “L’infiltrazione camorristica all’interno degli organi elettivi del Comune di Quarto, soprattutto per quanto attiene al controllo del settore edilizio nella zona, ha da tempo determinato una serie di attività amministrative palesemente illecite, che si sono concretizzate nell’adozione di deliberazioni consiliari strumentalmente collegate al rilascio di concessioni edilizie illegittime, nella emanazione di numerosi pareri favorevoli da parte della commissione edilizia nel rilascio di numerose concessioni edilizie del tutto illegittime e destinate a favorire persone estranee all’amministrazione, appartenenti ad associazioni camorristiche, nonché taluni amministratori locali preventivamente premuratisi di impossessarsi, con contratti di permuta, dei suoli interessati alle concessioni stesse”.

In relazione a tutto ciò, il giudice delle indagini preliminari emette ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del sindaco Di Falco Francesco, degli assessori Russolillo Enrico, Salatiello Pasquale, Apa Leopoldo, nonché dei consiglieri comunali Giaccio Carlo Mario, De Fenza Giacomo, Carandente Sicco Giovanni, Catuogno Francesco, per i reati di associazione a delinquere e di abuso in atti di ufficio. Nei confronti dell’assessore Russolillo Enrico viene contestato anche il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, in quanto “risulta essere il principale protagonista delle iniziative relative al programma di speculazione edilizia attuato dall’amministrazione in carica”.

Al sindaco Di Falco vengono anche contestate concessioni edilizie palesemente illegittime, concesse, su sua semplice comunicazione,” in favore di tale Mallardo Giovanni, cognato di Nuvoletta Ciro, notoriamente affiliato al “clan Nuvoletta” e di Simeoli Antonio, fratello di Simeoli Mattia, già in precedenza indicato quale braccio destro di Lorenzo Nuvoletta”. Un intreccio che dimostra chiaramente come, a Quarto, la camorra fosse diventata la forma della politica.
Il 9 gennaio del 1993 vengono sequestrati beni immobili per oltre cinquanta miliardi di lire al boss emergente Giuseppe Polverino considerato l’erede del patriarca Lorenzo Nuvoletta nella gestione delle attività illecite nella zona di Quarto e nella zona a cavallo tra Marano e Camaldoli.
Nel settembre del 1995 si celebra il processo al clan Polverino e agli amministratori collusi.

Nel corso della sua requisitoria il rappresentante dell’accusa ha sottolineato come fosse venuta a crearsi una sorta di "convergenza di interessi" tra la criminalità organizzata e la classe politica interessata all’affare. La malavita controllava il mercato del calcestruzzo, attraverso una serie di società finite tutte sotto i riflettori dell’antimafia, una parte del mercato edilizio e le estorsioni sui cantieri, abusivi e non. I politici invece agivano a colpi di delibere, la maggior parte delle quali annullate dal Coreco perché illegittime. Strutture amministrative, come la Giunta comunale e la commissione edilizia, si erano trasformate, secondo il PM Paolo Mancuso, in una organizzazione a delinquere.

La situazione oggi è la seguente: alle ultime elezioni amministrative, 2011, per il rinnovo del Consiglio Comunale, un candidato consigliere, Armando Chiaro, coordinatore del PDL a Quarto, arrestato nell’ambito di una vasta operazione contro il clan Polverino, viene eletto, pur in stato di detenzione, con ben 385 preferenze. Il Chiaro era già stato arrestato in passato, con l’accusa di essere un elemento di spicco del clan, con il ruolo di prestanome per intestazioni fittizie di immobili e imprese. Anche un altro candidato, nella lista Noi Sud, al Consiglio comunale, Salvatore Camerlingo, cugino e fiduciario del boss Salvatore Liccardi, viene arrestato. Il risultato di tutta questa storia è una situazione di grande degrado urbanistico, ma ancor più sociale e civile, come denunciano soprattutto i giovani.

Quarto, anche per la sua crescita tumultuosa, è il Comune con il maggior numero di giovani in Italia, quasi tutti altamente scolarizzati. Nel blog “Quarto Flegreo cesso del mondo” un gruppo di giovani ha pubblicato le dieci ragioni per non comprare casa a Quarto Flegreo. Sono indicazioni che testimoniano di una grande consapevolezza non solo dei problemi ma delle loro cause, su cui i politici locali dovrebbero riflettere. Non conviene comprare casa a Quarto, perchè:

1. la casa è costruita con cemento della camorra, e quindi con materiali depotenziati e scadentissimi; 2. si vivrà sempre nella monnezza; 3. il valore della casa diminuirà nel tempo invece di aumentare; 4. non avrete mai un accesso ad Internet degno dell’Europa; 5. I collegamenti con Napoli faranno sempre schifo; 6. La qualità della gente è destinata a peggiorare; 7. L’educazione scolastica dei vostri figli sarà una merda; 8. non potrete mai bere con sicurezza un bicchiere d’acqua dal rubinetto; 9. Avrete un aumento del rischio tumorale e soffrirete di allergie e riniti; 10. Di notte non dormirete mai. Qualunque bar di questo fetente di paese, attiva il karaoke notturno e molti sforano i limiti di legge dei decibel e degli orari.

Naturalmente appena pubblicato il decalogo sul blog si è scatenata la corsa all’integrazione o alla formulazione di un nuovo decalogo, per cui i motivi per non comprare casa a Quarto sono già diventati una cinquantina e penso che continueranno a crescere. A parte la provocazione da parte dei giovani, che sicuramente avrà fatto imbestialire un sacco di gente, viene fuori un quadro sconsolante di una città che ben merita il nome di “Camorra City” affibiatogli dai giovani e ripreso dalla stampa locale e nazionale. Speculazione edilizia e qualità della vita non vanno mai d’accordo. Così come non vanno d’accordo camorra e sviluppo civile.

A Quarto si registra una altissima percentuale di sale scommesse, di centri benessere, di ristoranti, di pizzerie, di bar, di paninoteche, oltre che di sportelli bancari, che dovrebbero testimoniare di un diffuso benessere economico, ma è altissima anche la percentuale di furti, rapine, aggressioni che a volte sconfinano in ferimenti e uccisioni. La qualità della vita è pessima e i rischi per la salute, a causa dei rifiuti tossici seppelliti e tombati sotto le case e i palazzi, a partire dalle neoplasie, sono elevatissimi, come testimoniano molte ricerche epidemiologiche. Nelle “camorra city” – e sono tante sul nostro territorio si vive male, anche quando si ha qualche soldo in tasca.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

L’UOMO ITALICO DELLA PROVVIDENZA

La figura più recente dell’Uomo Italico della Provvidenza è uscita di scena sabato scorso. Ma già ha promesso di tornare: un Cincinnato dei giorni nostri. Di Carmine Cimmino

Viviamo in un’epoca in cui non si crede in niente, neanche nei prestigiatori (J. Cocteau)
“ Sarò la tua Claretta Petacci “ (l’on. Barbara Mannucci all’on. Berlusconi (letto sulla Rete )


In “Autunno di un patriarca“ di Gabriel Garcia Màrquez i cittadini di una repubblica sudamericana, governata da un patriarca-dittatore, non sanno che faccia egli abbia, e da quando eserciti il potere, e se sia ancora vivo. Fin dall’infanzia sono stati abituati a credere che egli esistesse veramente, solo perché qualcuno raccontava di aver visto accendersi i lampioncini del palazzo presidenziale in una notte di festa, e perché un cantore girovago giurava di aver recitato in sua presenza i versi di Ruben Darìo e di essere stato pagato con un’oncia d’oro: ma il cantore era cieco, e dunque non poteva garantire di aver visto veramente il patriarca – dittatore- presidente.

Ma una sera di gennaio agli occhi dei cittadini si presenta una scena stupefacente: una vacca sta affacciata al balcone centrale della casa del patriarca – dittatore e tranquilla contempla il tramonto: “una vacca sul balcone della patria, che iniquità si devono mai vedere, che paese di merda…”, e come ha fatto ad arrivare fin lassù? ha dovuto arrampicarsi per le scale, ha calpestato i preziosi tappeti, e nessuno se ne è accorto, nessuno l’ha fermata? Ma abbiamo visto bene, era proprio una vacca, affacciata a quel balcone? Infine, spinti da un improvviso moto di coraggio, i cittadini si azzardano a entrare nel palazzo presidenziale: lo stupore cresce ad ogni passo: le stanze sono vuote e silenziose: qua e là si vedono solo i segni polverosi di un passato assai remoto.

Il patriarca-tiranno può essere morto anche da un secolo: e nessuno se ne é accorto. Quando sabato sera il telecomando, bloccandosi, mi ha costretto a sentire, uno dietro l’altro, il sig. Giuliano Ferrara e il sig. Bersani che diceva: “Berlusconi l’abbiamo mandato via noi del PD“, sono andato di corsa a rileggermi le prime 20 pagine del romanzo di Màrquez : sono una meraviglia letteraria, e risultano un ottimo rimedio naturale contro i contorcimenti di stomaco che di questi tempi vengono scatenati dai blablabla televisivi.

L’Uomo della Provvidenza è il personaggio mitologico più importante della storia degli Italiani, che, come è noto, sono profondamente cattolici, soprattutto di domenica, e dunque credono nei disegni della Provvidenza, e, godendo da sempre della benedizione particolare dei Papi, sono da sempre convinti di occupare un posto speciale in quei disegni: d’essere, insomma, dei raccomandati. Perciò, quando le cose si ingarbugliano, noi non ci preoccupiamo più di tanto: anzi, ci facciamo una bella risata: verrà l’Uomo della Provvidenza e metterà tutto a posto. Verrà da dove la Provvidenza ha deciso che venga: dall’ Italia, dalla Padania, o anche dall’estero. Ufficialmente, il primo Uomo Italico della Provvidenza fu Carlo VIII, re di Francia.

Lo chiamarono in Italia gli Stati in cui allora l’Italia era divisa, perché mandasse via da Napoli gli Aragonesi, che stavano sullo stomaco a tutti, soprattutto ad Alessandro VI Borgia, il Papa papà di Lucrezia e del duca Valentino. Fu una marcia trionfale: le città si aprivano, i popoli si inginocchiavano davanti alle bandiere di Carlo su cui campeggiava il motto missus a deo, mandato da Dio, e, per non perdere tempo, i francesi segnavano col gesso le case requisite per la truppa: e “guerra del gesso“ fu chiamato questo viaggio di liberazione. Nel febbraio del 1495 Napoli accolse l’Uomo della Provvidenza con la tradizionale sobrietà napoletana: il popolo tutto gli andò incontro, esultando e piangendo per la gioia, sventolando rami d’olivo e intonando il Te Deum laudamus.

Tutti gli intellettuali italici, che, come si sa, sono stati, sono e saranno sempre immuni da ogni forma di servilismo, fecero a gara nell’inneggiare a Carlo “iustissimo et pio / che ci ha de man de Faraoni cavati / d’amor, di libertà ci ha coronati.”. Carlo come Mosè. Ma poiché è difficile, anche per gli Uomini della Provvidenza, dire di sì a tutte le richieste, pochi mesi dopo Carlo da Mosè divenne Faraone: un barbaro venuto a saccheggiare l’Italia con la sue bande di malfattori, un vaso pieno zeppo di ogni possibile vizio: per di più era anche brutto, “era – scriveva un cronista – lo più scontrafatto homo che viddi alli dì miei.”. Barbaro, storto e incline, troppo, ai piaceri di Venere: preparandosi a fuggir via da Napoli il re non dimenticò di infilare nel bagaglio un album con le immagini delle più belle donne italiane.

Intanto i napoletani battezzavano come “morbo gallico“ la sifilide, che i francesi chiamavano “morbo napoletano“. I signori italiani, che avevano invitato il re a venire in Italia, andarono ad affrontarlo in campo aperto a Fornovo. Era il 6 luglio del 1495: lungo le rive del Taro ingrossato dalle piogge si combatté una battaglia che è la perfetta “battaglia italiana“, un monumento definitivo al carattere nazionale. Ne parleremo.

L’Uomo Italico della Provvidenza è Uno, ma ogni volta che entra sulla scena della storia ha una maschera diversa. Il patriarca-dittatore di Màrquez viene proclamato dagli adulatori “impavidi“ “correttore dei terremoti, delle eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio“ e dispone che l’orologio del campanile batta mezzogiorno non a mezzogiorno, ma alle due, così la vita sembra più lunga: tuttavia non è capace di costruire un cosmo immaginario e di far credere alle masse che sia reale. Quale che sia la maschera, l’Uomo Italico della Provvidenza è sempre un prestigiatore inimitabile.

La “figura“ più recente di tale Uomo è uscita di scena sabato. Con poca gloria, ovviamente. Non so se sia un’uscita definitiva: credo che ci sarà un rientro, per un ultimo “a solo“. Tornerà, l’Uomo Italico della Provvidenza, nei panni del Vecchio saggio, i capelli bianchi, una maschera di rughe eleganti, l’espressione forte e vigorosa: un Cincinnato, insomma. Non andrà nel salotto di Vespa, ma nei programmi di cucina, decreterà il bando per i piatti troppo sofisticati, che non si addicono a un tempo di crisi, promuoverà le zuppe e le minestre di una volta, e difenderà l’aglio e la cipolla. Non dirà barzellette, se non quelle previste ufficialmente dal Programma Secolare: combattere i privilegi, combattere le caste, combattere le mafie, combattere l’evasione fiscale, combattere gli sprechi. Eccetera, eccetera.

Poi si sveglierà dal sonno, scosso da una voce che dalla strada gli grida: “Te ne devi andare. Ti chiedo scusa. Lo prevede il gioco.”. Allora l’Uomo chiamerà gli amici, gli amici veri, e sceglierà, come prevede il gioco, quelli che lo devono tradire. Perché il gioco continui. L’Uomo della Provvidenza, nell’allontanarsi dalla scena, vedrà venirgli incontro una gentile fanciulla, che appassionata gli griderà: Voglio essere la tua Claretta Petacci. L’Uomo la saluterà con fredda cortesia, e intanto spingerà la mano nel fondo più fondo della tasca dei pantaloni, a macchinare il più antico segno di scongiuro.

Ma chi è questa? Ma che Petacci? Ma non ha capito niente? Alberto Sordi avrebbe detto: Pussa via.
(Foto: Quadro di J.Ensor, Le strane maschere, 1892)

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