L’ITALIA SE LA SONO CARICATA SULLE SPALLE FAMIGLIE, SALARIATI E PENSIONATI

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La Manovra Monti non è equa, perchè tocca pesantemente i soliti noti, sparando nel mucchio. Il Forum delle famiglie e le Acli propongono cambiamenti sostanziali. Di Don Aniello Tortora

Non tocca certo alla Chiesa intervenire sulle questioni tecniche della manovra. Ma sui valori di fondo la Chiesa può e deve dire la sua. Mons. Bregantini, Presidente della Commissione Episcopale della CEI, Problemi sociali e lavoro, giustizia e Pace, ha lamentato che "le misure dovevano essere più eque, i passi che si sono fatti potevano essere ancora più equanimi". Il Vescovo Bregantini , in altri termini, avrebbe gradito prelievi dai redditi più alti.

Decisamente critico il Forum delle associazioni famigliari con la manovra del governo.
«Ci aspettavamo l’equità – ha commentato il presidente, il sociologo Francesco Belletti – ma non è arrivata. Almeno per le famiglie con figli, che come sempre pagheranno per tutti».
Quattro i punti da rivedere, nell’analisi delle associazioni famigliari, a partire dall’aumento dell’Iva.

«In modo particolare – ha aggiunto Belletti – quella al 10% andrà a pesare sui bilanci di tante famiglie e lo farà nelle voci irrinunciabili che non si possono contrarre. Più sono i figli da mantenere e più gli aumenti andranno a erodere le disponibilità economiche e le riserve. E, come se non bastasse, quei due punti percentuali di aumento innescheranno un circolo vizioso che porterà ad aumenti superiori a quello nominale». Anche sull’innalzamento dell’età pensionabile il Forum delle associazioni famigliari lamenta scarsa considerazione, in particolare per le madri.

«Nel provvedimento sulla pensione – ha osservato il sociologo – non c’è alcuna attenzione alle donne che per mettere al mondo figli e mantenerli hanno perso anni di contributi. Non si tratta di "favori" alle donne, ma del giusto riconoscimento di un ruolo sociale ed economico insostituibile. Perché non riconoscere uno o due anni di contributi per ogni figlio come il Forum propone da anni?».

Poi il nodo della tassazione sulla casa con il ritorno dell’Ici, della quale si chiede una rimodulazione in base al numero dei componenti della famiglia. «Sembra sia impossibile fare a meno di reintrodurre questo balzello, ma almeno moduliamolo sul numero di persone che vivono nell’immobile, altrimenti pagherà la stessa imposta chi può stare "largo" e chi invece deve contingentare gli spazi perché convive con figli e nonni». Infine, ancora una volta la richiesta di una riforma del sistema fiscale. «La società civile – ha ricordato Belletti – riunita nella Conferenza nazionale della famiglia aveva chiesto la rimodulazione delle detrazioni Irpef attraverso l’applicazione del Fattore Famiglia».

È intervenuto sulla manovra anche il Dott. Olivero, Presidente delle Acli. Anche lui ha espresso un giudizio critico sui sacrifici chiesti ai pensionati e alle famiglie e non ai più ricchi. «Anzitutto – ha detto – chiediamo più coraggio sulla lotta all’evasione. Sul piano fiscale appare particolarmente irragionevole l’opposizione di alcuni verso l’introduzione di una robusta patrimoniale, che potrebbe invece riequilibrare il peso della manovra. Anche sui costi della politica si può fare di più. Infine l’Ici sulla prima casa va riformulata in maniera più progressiva, ad esempio per chi paga un mutuo».

E le Acli hanno proposto al Parlamento di inserire una norma per modulare la tassazione sulla casa che consideri, a parità di gettito, reddito familiare e numero di figli e consenta lo sgravio fino a 5000 euro l’anno per le spese sostenute dalla famiglie per la manutenzione dell’immobile di proprietà abitato dal contribuente.
Certo, non era possibile in venti giorni risolvere tanti problemi. Un governo tecnico è il fallimento della politica. Ma si poteva e si deve fare di più e meglio per non far ricadere sempre sulle solite categorie più deboli il peso e gli errori di altri.

Leggo sui giornali che l’evasione in Italia si aggira sui 120 miliardi di euro. Anche l’economia “parallela” della criminalità organizzata in Italia è di proporzioni gigantesche.
La BUONA POLITICA (non certamente quella degli ultimi anni) deve avere il coraggio e la fermezza di mettere mano, finalmente, a queste questioni. I nostri ragazzi hanno diritto ad un futuro più roseo e sicuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

PIANETA CARCERE: LA REALTÁ ITALIANA E QUELLA INGLESE

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Nella civilissima Inghilterra la situazione penitenziaria è molto simile a quella italiana: al di là del canale della Manica ci si lamenta per il rigore perduto. Di Simona Carandente


Sovraffollamento, popolazione carceraria, esigenze di tutela della collettività: terminologie iper diffuse, a tratti abusate da mass media ed organi di stampa, utili ad evidenziare problematiche onnipresenti e per le quali, a prescindere dalle forze politiche schierate in campo, sembra sempre più improbabile e lontana una soluzione in via definitiva.

Eppure, al di là dei discorsi fatti e rifatti, sempre uguali a se stessi, l’opinione pubblica non immagina che in altri paesi europei, quali ad esempio la civilissima Inghilterra, la situazione penitenziaria non sia tanto lontana dalla realtà italiana, pur con alcuni aspetti peculiari e fortemente caratterizzanti. Secondo pacifica ammissione del ministro della Giustizia inglese, pigra e noiosa è l’esistenza di buona parte della popolazione carceraria, posto che sono ben pochi coloro che riescono a svolgere nell’istituto di pena qualsivoglia attività lavorativa. Addirittura, in un comunicato del sindacato delle guardie penitenziarie dell’aprile 2008, si lamenta l’eccessivo permissivismo e lo scarso rigore in cui i detenuti espiano la pena detentiva, potendo accedere liberamente a televisione, tavoli da biliardo, stereo ed addirittura playstation.

Libertà estrema, inoltre, sarebbe garantita ai detenuti in regime di "Open Prison" (una sorta di nostrana semilibertà), dove il detenuto passa l’intera giornata al di fuori dell’istituto, in piena libertà, con il solo obbligo di trascorrere la notte all’interno del penitenziario. Secondo l’opinione comune, tale permissivismo carcerario sarebbe figlio del sovraffollamento carcerario, posto che in pochi anni il numero di detenuti accolto nelle carceri di Inghilterra e Galles sarebbe addirittura raddoppiato. Responsabile in tal senso l’intero sistema detentivo anglosassone, dove le misure alternative alla detenzione sono rare e qualunque tipo di reato, anche il meno grave, viene sanzionato facendo ricorso al carcere, con eccezionale incremento dei costi di gestione dell’intero sistema.

Negli ultimi anni, una triste piaga affligge il sistema carcerario inglese: il terrorismo che, dopo i numerosi attacchi (in particolare quello alla metropolitana del luglio 2005) è presente in misura massiccia nella realtà detentiva nazionale. Si conta che, allo stato, più del 10 per cento della popolazione carceraria sia di derivazione islamica, con numerose cellule estremiste ed in assoluto crescendo.

Curioso, poi, è il fenomeno del costante aumento della comunità dei fedeli di Allah all’interno dei penitenziari. Le conversioni in tal senso sarebbero, secondo le stime, di natura utilitaristica e finalizzate a godere della protezione della comunità stessa, oltre che della fruizione di pasti diversi e di migliore qualità, nonché del venerdì libero dagli orari del penitenziario per consentire le preghiere di rito. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL MARTE DI CAVA DE” TIRRENI: UN CENTRO CULTURALE PER TUTTI I GUSTI

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Nel cuore del centro storico cavese nasce il Marte, un centro polifunzionale specialistico che coniuga la cultura, declinata secondo i criteri più moderni, all”intrattenimento e al divertimento.

Vivere un’esperienza culturale nuova, moderna, da oggi, si può. Un’esperienza dall’anima multicolore, aperta nelle direzioni più varie, è, infatti, quella che rende possibile il Marte, a Cava de’Tirreni.

Marte è l’acronimo di Mediateca Arte Eventi, i tre punti di forza del centro polifunzionale che sorge nel cuore del borgo medievale cavese, un gioiello perfettamente conservato dove l’integrità primigenia delle residenze storiche quattrocentesche e settecentesche assecondate dal caratteristico porticato che si snoda lungo tutto il percorso si sposa con l’anima moderna dei negozi, dei pub e dei locali dove si concentra la movida giovanile. È questo lo scenario più consono per una struttura che è ospitata in un ex convento del XVI secolo (poi diventata pretura) della città metelliana e che conserva dell’edificio storico solo l’aspetto esterno più classico e severo, la facciata, ma vede all’interno un cuore del tutto nuovo con i suoi duemila metri quadrati rinnovati secondo i criteri di un’architettura giovanile, funzionale e accogliente insieme.

Appena valicato l’ingresso si coglie tutta la novità del centro. Si accede, infatti, direttamente al Marte Caffè, lounge bar dal design accattivante, uno spazio di cinquecento metri quadrati con oltre cento posti a sedere è la location ideale in cui incontrarsi con gli amici, dove gustare un aperitivo o consumare un caffè diventano un atto invitante a rapportarsi con l’universo di servizi che offre la mediateca: un bookshop contiguo al bar, completamente rivestito entro uno scrigno vitreo, dove l’immediata visibilità risponde ai criteri di marketing più attuali, stimola la curiosità anche del visitatore più distratto che è così “invitato” a sfogliare un catalogo o una rivista d’arte. Ogni spazio del Marte è pensato per offrire un servizio polivalente e indipendente.

L’utilizzo di dieci pc d’ultima generazione con annessa stampante multifunzionale,wifi gratuito, accesso al virtual reference desk e a risorse digitali ne individuano le possibilità innovative che rendono possibile di usufruire di risorse disponibili in rete. In particolare viene erogata una modalità di fruizione moderna di servizi culturali virtuali che mette a disposizione del fruitore una Media Library, prima piattaforma in Italia per il prestito digitale attraverso cui l’utente può spaziare dalla consultazione di manoscritti digitalizzati alla consultazione di numerose banche dati (periodici e riviste di tutto il mondo, archivi di musica e file video da poter visionare in streaming).

Non poteva certamente mancare una fetta consistente del Marte destinata all’organizzazione di eventi che abbracciano le forme di comunicazione artistica più varie, consentendo di allestire mostre di fotografia, ceramica e design, nonché manifestazioni eno-gastronomiche. Vanto del centro è il primo piano, una superficie di cinquecento metri quadrati pensata per ospitare workshop con artisti, corsi di alta formazione, laboratori e corsi di aggiornamento professionale che offrono un servizio didattico completo svolto in due Spaces, sale di proiezione che possono far concorrenza a qualsiasi cinema moderno per le tecnologie video-audio e il comfort di cui dispongono.

"Sono diverse le anime del Marte, che vuole affiancare ad una produzione culturale accademica, più istituzionale, che guarda con grande attenzione alle culture giovanili, una progettualità precisa a cavallo tra il vorace rapporto con il territorio e il dialogo continuo con realtà di respiro nazionale e internazionale". Così Alfonso Amendola, direttore artistico del progetto e docente di “Linguaggi Audiovisivi” presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’ Università degli Studi di Salerno, battezzava la nascita del progetto Marte, una fetta di metropoli internazionale nel borgo medievale di Cava che ha raccolto il plauso delle strutture gemelle in capitali blasonate come Berlino e Londra, uno spiraglio di luce nuova, insomma, attenta a coniugare, in un mix conturbante, cultura e divertimento: le premesse affinchè la mediateca possa ancora far parlare di sé ci sono tutte, non c’è che dire.

MARTE S.r.l.
137, C.so Umberto I 84013 Cava de Tirreni (SA)
www.marteonline.com
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA FAMA DEL CAPRETTO DI SANT’ANASTASIA

Luoghi, personaggi, percorsi e storie che per decenni hanno fatto la fortuna di sensali, mercanti e lavoratori del macello comunale. La specialità de “‘o crapetto int”a votta“. Di Carmine Cimmino

Abbiamo già parlato, qualche tempo fa, delle ragioni storiche che fecero nascere e alimentarono la fama del capretto di Sant’Anastasia: le greggi dei Domenicani, di cui fanno menzione i cronisti dell’eruzione del 1631; gli stazzi lungo gli alvei del Somma, che i Domenicani e i privati davano in fitto ai pastori avellinesi, protagonisti di una transumanza interna che meriterebbe di essere descritta; la fiera di Pasqua ; il grande numero di taverne e cantine tra Somma e Volla, in cui Carlo Augusto Mayer, Gregorovius, Jacob Abbott, l’autore della prima Guida turistica della provincia di Napoli in lingua inglese, e poi Mario Soldati e Domenico Rea si sedettero, tra folle di anonimi avventori, a gustare lasagne, arrosti di capretto, ‘ntruglietielli, la pastiera di grano, i liquori alle erbe.

Nella storia dell’alimentazione vesuviana un capitolo intero tocca di diritto alle “pastiere di grano“ che Antonio Menichini di Ottajano e Gaetano Angrisani di Sant’Anastasia preparavano, nei primi anni del Novecento, secondo le ricette di conventi e monasteri, e un altro capitolo tocca a una cinica “specialità“ dei macellai di Sant’Anastasia e di Pollena, “‘o crapetto int’’a votta“, il capretto lattante cresciuto dalla nascita, e non oltre un anno di vita, in una botte, perché la coscia restasse tenera, non si indurisse nello zampettare sulle pietre. Abbiamo parlato anche del ferreo controllo che i Borrelli di Sant’Anastasia esercitarono, almeno fino al 1875, sul contrabbando che immetteva ogni giorno carni macellate fresche e carni salate nella città di Napoli attraverso il “porto franco“ della barriera al Ponte della Maddalena.

Per tutto l’Ottocento i sensali anastasiani controllarono il commercio degli ovini a Teverolaccio di Succivo – il più importante mercato per il rifornimento alimentare di Napoli -, a Nola, a Maddaloni: l’ultimo importante sensale, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, fu Marino Paparo. Non dobbiamo meravigliarci se i nomi di mercanti e macellai di Sant’Anastasia compaiono, non raramente, nei registri di polizia come ricettatori e incauti acquirenti di capretti, agnelli e vitelli che le bande dei razziatori vesuviani portavano via dagli ovili e dalle stalle di Acerra e del Pantano di Aversa. La storia dell’alimentazione di Napoli comprende anche un capitolo “nero“, quello della delinquenza organizzata che a partire dal regno di Murat controlla, con la feroce logica dell’impresa di camorra, il mercato di tutta la linea degli alimenti, dai cereali al vino.

Se non si scrive questo capitolo “nero“, in cui la delinquenza del vesuviano e del nolano ha un ruolo centrale, ancora durante gli anni del fascismo, e, per alcuni aspetti, ancora oggi, ogni Storia della camorra risulta monca.

La guerra “daziaria“ contro il capretto di Sant’Anastasia venne dichiarata dai mercanti e dai macellai di Napoli nel 1854. Ci fu, subito dopo, una tregua trentennale, interrotta ogni tanto da proteste e “pronunciamenti“, soprattutto quando tra le greggi infierivano morbi infettivi. Infine si ricorse di nuovo alle armi: nel 1890 il sindaco di Napoli, Giuseppe Caracciolo marchese di Santagapito e di Torella, dispose che la carne di capretto anastasiano venisse sottoposta, presso le barriere daziarie, a ferrei controlli sanitari: si cercava il pretesto per bloccare definitivamente l’arrivo quotidiano di carne ovina da Sant’ Anastasia, e in particolare, dei capretti e degli agnelli “lattanti“, assai richiesti dai ristoranti e dalla “classe agiata“.

Ma le carni dei capretti anastasiani superarono ogni controllo, grazie anche allo scrupoloso lavoro dei veterinari dell’Ufficio Sanitario, in quegli anni diretto dal dott. Tommaso Liguori, fratello del sindaco, e all’organizzazione del macello comunale, che il regio pretore mandamentale descriveva, in una sua relazione, come “prossima alla perfezione, tanto che in questo macello non si avvertono i fetori di cui è sempre corrotta l’aria di luoghi consimili“. Nel dicembre del 1892 il sindaco di Napoli, Salvatore Fusco, rotti gli indugi, decretò che venissero chiusi tutti i varchi daziari alla carne ovina che proveniva da Sant’ Anastasia: ai sensi dell’ art. 20 del Regolamento del Macello di Napoli, che vietava l’immissione in città di capi di “bestiame minuto“ macellati, il cui peso superasse i 3 kg.

Il sindaco Liguori prima cercò di ammorbidire, con l’aiuto del Prefetto, il collega napoletano, poi, risultando sterile la via diplomatica, si rese protagonista di un’azione clamorosa: alle quattro del mattino del 28 gennaio 1893 si presentò alla barriera daziaria della Marina, alla testa di un corteo di mercanti e “chianchieri“ di Sant’ Anastasia e di carri carichi di ovini macellati. I cronisti, che, avvertiti, erano accorsi sul posto, furono testimoni della violenta protesta del sindaco, dell’imbarazzo delle guardie che, data anche l’ora, non sapevano a chi chiedere lumi, e della prontezza degli anastasiani, che, approfittando dello sconcerto delle guardie, superarono la barriera e introdussero in città il loro prezioso carico.

Ma il sindaco di Napoli resistette a ogni pressione: non ritirò il decreto nemmeno quando il Tribunale diede ragione, in prima istanza, ai sensali e ai mercanti di Sant’Anastasia, i cui interessi erano difesi dagli avvocati Coppola e De Luca. Vi furono altre clamorose proteste degli anastasiani che lavoravano nel settore: quasi 500 degli 8700 abitanti della cittadina. Infine, bloccate le strade, reali e metaforiche della legalità, vennero ripristinati rapidamente i percorsi del contrabbando: tra l’altro, il chiasso intorno alla vicenda aveva fatto una grande pubblicità ai capretti vesuviani, e la richiesta del mercato aumentava di giorno in giorno. Venne rispolverata la pratica più antica e collaudata, la corruzione dei controllori; ma nel marzo del ’94, nell’imminenza della Pasqua, i carabinieri fecero un po’ di pulizia alle barriere arrestando contrabbandieri di carni, di vino e di spirito, e un buon numero di guardie daziarie.

Si scoprì che le carni ovine macellate entravano in Napoli anche nascoste nei carri di un’azienda di Nocera Inferiore, che portavano all’imbarco per l’Olanda e per l’Inghilterra “prodotti conservati, frutti sotto aceto e olive verdi in salamoia“. Ma i contrabbandieri non si arresero: incominciarono a falsificare i timbri usati dagli agenti municipali di Napoli. La guerra finì nel 1898. Una curiosità: a metà del Settecento una taverna alle paludi di Volla preparava il capretto secondo la ricetta di Roma antica, descritta da Apicio: pezzi di carne cotti in una “schiacciata di fagioli”, sdraiati su fette di pane e conditi con pepe abbondante e olio. La ricetta, partita da Roma, era arrivata in Spagna, e poi gli Spagnoli l’avevano riportata a Napoli, in uno di quei percorsi circolari che hanno fatto molti piatti.
(Foto: Quadro di Vincenzo Migliaro, Via del Porto, Museo di San Martino)

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LA SCUOLA PUBBLICA HA UNA SALUTE MOLTO, MOLTO CARENTE

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Negli ultimi dieci anni ministri di diverse bandiere hanno retto le sorti della Scuola italiana: possiamo affermare con certezza che non è cambiato niente. Le prove Invalsi, ad esempio. Di Ciro Raia

Lucio Magri, che se ne è andato volontariamente e coscientemente qualche giorno fa (suscitando un vespaio di sentimenti contrastanti), nel 2000, aveva scritto un interessante e bel saggio sulla scuola, intitolandolo “La madre di tutte le riforme” (La rivista del Manifesto, aprile 2000).

La riflessione, avviata da una delle intelligenze più critiche e vivaci (e, perciò, eretica) degli ultimi anni, era tesa a sostenere che la trasformazione della scuola di massa -nel mentre si attraversava un periodo di profondissima crisi sociale, culturale, politica, economica (niente di nuovo sotto il sole!)- dovesse essere alla base di tutte le riforme. Ragionando, infatti, sulla necessità di una scuola adeguata ai bisogni dei tempi, Magri enunciava alcune idee alternative, che, volendo costituire una piattaforma di intenti da condividere, dovevano passare per forza attraverso due o tre processi innovativi quali 1) la formazione permanente, 2) l’autonomia delle scuole, 3) la costruzione di nuovi assi formativi.

Per sconfiggere, infatti, la pratica usuale di affidare l’acquisizione delle nuove conoscenze (il presente e il futuro) o il rafforzamento delle pregresse (il passato, la memoria) unicamente alla televisione, nel saggio citato si invocava una nuova idea di scuola e della sua funzione, “rivolta alla effettiva promozione sociale e a fare di tutti realmente degli intellettuali”. Laddove l’intellettualità non era sinonimo della traduzione di un requisito culturale elitario ma, semplicemente, la capacità di saper affrontare i problemi complessi con le armi fornite da una generale crescita culturale e professionale.

La nuova finalità educativa richiedeva, innanzitutto, che lo spazio dell’elaborazione dei “significati” non fosse calato dall’alto ma potesse vivere di una sua indipendenza. Era, in altre parole, l’esigenza di un’autonomia didattica, in grado di creare una cooperazione competitiva dei saperi con metodi e progetti culturali di ampio spessore. Posizione intrigante e per niente utopistica, opposta ad ogni tentativo di logica aziendale. Così, la scuola di massa non era (e non poteva essere, visto lo spessore culturale e politico dei suoi ideatori) quella che, poi, è diventata l’incolpevole responsabile di tutti i mali e di tutti gli insuccessi sociali, culturali e politici contemporanei!

Poi, a meglio definire l’idea significativa e profondamente innovativa di alternatività -non solo nella differenza tra scuola pubblica e scuola privata ma, soprattutto, tra scuola pubblica e scuola statale- “la madre di tutte le riforme” doveva garantire una scuola di massa dura, difficile, che non indulgesse a perseverare negli aspetti ludici o ad esaltarsi unicamente per percorsi di creatività, di socializzazione o di scontata scolarizzazione. E, per fronteggiare i denigratori arroccati nelle cittadelle oltranziste -per fede o per appartenenza- del Dio, Patria e Famiglia o dell’ideologia dei Buoni Sentimenti o del Mercato del Consumismo, doveva garantire un rinforzo a una visione gramsciana di una scuola che doveva far capire la -e abituare alla- fatica (perfino muscolare) del lavoro intellettuale.

Nel 2000 Ministro della P.I. era T. De Mauro [Indipendente] (subentrato a L. Berlinguer [DS], che aveva retto il dicastero nel quadriennio precedente); successivamente a Viale Trastevere si sono, poi, avvicendati L. Moratti [FI] dal 2001 al 2006, G. Fioroni [PD] fino al 2008 e M.S. Gelmini [PDL] fino a ieri. In sostanza, con sguardo retrospettivo, in oltre dieci anni (ma l’impasse ministeriale dura da molti più anni), si può affermare con certezza che non è cambiato niente; anzi, lo stato di salute della scuola pubblica è molto peggiorato. Un esempio è nell’uso delle cosiddette prove Invalsi.

Introdotte nell’anno scolastico 2006-2007, esse si fregiano dell’etichetta di valutazione di sistema, vivono annualmente di una rilevazione censuaria, si esauriscono in una prova intermedia e di una finale, in sede d’esame. Quindi, il silenzio o, forse, la cancellazione di ogni traccia. In altri termini, quelle prove si fanno (fare) solo perché sono previste dalla legge. Sono utili, sono inutili? Sono interrogativi che lasciano, come si suol dire, il tempo che trovano. Quelle stesse prove sono valutate, infatti, solo con un parametro di autoreferenzialità: non accedono ad una competizione con i risultati conseguiti da un’altra scuola; non rientrano nemmeno in un confronto comune tra le classi di una medesima scuola.

Se, continuando gli esempi, alcuni item di ortografia avessero presentato (come hanno presentato) errori ricorrenti e comuni, sarebbe stato opportuno riflettere (ma non è successo) sull’insegnamento dell’ortografia e sulle modalità di correzione degli errori in un lavoro di libera scrittura piuttosto che sul punteggio conseguito da ciascun allievo. Se una classe o più classi -ancora un esempio- avessero conseguito (come hanno conseguito) scarsi risultati nella ricerca di informazioni, in presenza di più informazioni concorrenti, più che la preoccupazione del punteggio, sarebbe stato utile (ma non è successo) aprire un confronto (e recitare un mea culpa) sulla didattica della lettura.

Una scuola che fa capire la -e abitua alla- fatica (anche muscolare) del lavoro intellettuale, con le prove Invalsi, invece, di esercitarsi sulla compilazione di innumerevoli manualetti di simulazioni, si sarebbe attrezzata per fare acquisire le competenze necessarie (fondamentali, prioritarie, utili a seconda dei vari livelli scolastici) per destreggiarsi nella vita (non scholae sed vitae discimus) col grado di autonomia richiesto a una mente in crescita logica e cronologica.
Ignorante non è solo chi non studia o chi non sa. Ignoranti sono anche quelli che studiano ma non sanno farsi capire; sono quelli che hanno studiato fino al conseguimento di un titolo di studio (anche una o più lauree) e, poi, hanno chiuso per sempre i libri; sono tutti quelli fuori da una formazione permanente.

Anche un intelligente può essere un ignorante se non riesce ad esprimere le sue potenzialità. Il ruolo di traghettatore dalle tenebre alla luce, da una sponda all’altra (un infaticabile san Cristofaro) è affidato sempre alla scuola, che, però, deve essere messa in condizione di poterlo fare ma, soprattutto, deve possedere gli strumenti e il personale esperto nell’ uso. Ho letto da qualche parte che un sociologo di chiara fama, Luciano Luigi Pellicani, fosse solito ripetere nei suoi interventi (lezioni, incontri pubblici) che “un uovo deposto dalla gallina è natura, cotto in padella è cultura”. È cultura tutto ciò che è trasformato, modellato dall’uomo. È cultura, è scuola tutto ciò che si avvale di una cooperazione competitiva dei saperi.

Confesso che, appena ho la possibilità di lasciare la gabbia della presidenza (il regno del dirigente!), mi piace andare in giro per la scuola. Mi fermo a parlare con i bidelli, con i genitori, con gli alunni e con i docenti che incontro (quelli che sono liberi dalle lezioni). Spesso, nei corridoi, fuori dalle aule, capita di imbattermi in alunni messi fuori, in castigo.
-Che ci fai lì?
-Sono stato cacciato, perché non seguivo la lezione.
-Entra e chiedi scusa.

Subito dopo entro anche io in quella classe e comincio a parlare con gli alunni e il docente di quanto accaduto, della lezione che si sta facendo, di un qualcosa capitato in quel momento. Ho la presunzione di essere tra i responsabili (il maggiore, per ruolo e funzione) dei processi di trasformazione. Voglio/devo contribuire, anch’io, alla cottura di un uovo come che sia: al tegamino, alla coque, strapazzato, in camicia, fritto o a bagno maria.
Lo avevo appreso, tanti anni fa, proprio da un alunno. Si chiamava Michele Gargiulo, abitava nel popoloso quartiere di Ponticelli.

Quella volta, per volontà di tutti i componenti il consiglio di classe, era stata convocata la madre, per parlarle dello scarso profitto del figlio, per trovare una strada comune.
-Avanti, di’ a tua madre e a noi, perché non studi?
-E come faccio a studiare, se mi cacciate sempre fuori?

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CRISI ECONOMICA E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Oggi ci occuperemo di come la crisi economica, passata ed attuale, influisce ed ha influito sulle organizzazioni criminali, e di come esse rispondono differentemente rispetto alle aree legali.

Come racconta Serena Danna in un suo recente libro, lo stesso Mario Draghi attesta che “le organizzazioni criminali sono state leste ad approfittare della crisi economico-finanziaria come opportunità di crescita”. Dunque la crisi economica attuale che colpisce sia le famiglie, sia le piccole e medie imprese, costituisce una grande occasione di investimento per le organizzazioni criminali. Secondo il 44esimo Rapporto Censis riguardo la situazione sociale del Paese del 2010, la crisi economica fa crescere il rischio che la criminalità si insinui ulteriormente nell’economia legale.

Una spiegazione di tale modalità di risposta alla crisi economico-finanziaria, di questa ombra che perseguita i mercati legali mondiali e che approfitta della assenza dello stato legale, è dovuta perlopiù alla copertura di servizi che per l’appunto lo stato legale non può ricoprire per scelte etiche e morali. Un esempio può essere quello del mercato della droga, quello della prostituzione, del traffico di organi, del traffico di esseri umani ecc.

Settori del mercato illegale, che in periodi di recessione ,come quelli che stiamo vivendo, non tendono a calare drasticamente come le imprese legali o i mercati azionari. Le organizzazioni criminali non sono vittime dello spread che ad oggi è superiore ai 400 punti. Lo stesso Amato Lamberti, autorevole studioso-analista del fenomeno, ha affermato più volte nel corso degli anni che la legalizzazione anche soltanto parziale di alcuni settori di questi mercati sarebbe un drastico colpo di frusta per le organizzazioni criminali, le quali si ritroverebbero sottratti alcuni tra i settori più redditizi, come quello delle droghe che secondo le stime si aggira intorno ai 325 miliardi di dollari all’anno.

Possiamo considerare che il mercato illegale sia costituito da un network di organizzazioni criminali dai numerosi interessi economici che risulta estremamente flessibile, data la strategia che attua di diversificazione nelle attività e negli investimenti. Esso si riproduce e si fortifica traendo profitti in tutte le fasi di fluttuazioni cicliche dell’economia nazionale ed internazionale.
Il governatore Draghi, durante un convegno di Libera del 2011, ha aggiunto che “nell’arco di 30 anni, all’insorgere della criminalità organizzata sarebbe attribuibile una perdita del Pil italiano di 20 punti percentuali”.

Possiamo ipotizzare che l’ascesa di questi network illegali sia anche stata agevolata da scelte sbagliate attuate dai “poteri forti” del mercato, che hanno generato effetti perversi, crisi economica ed una economia “canaglia”.

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

IL VIAGGIO DI PEPPE VOLTARELLI FA TAPPA A GALLERIA TOLEDO

Ultima sera a Napoli per “Il viaggio, i padri e l”appartenenza”, spettacolo on the road sulle note di Renato Carosone, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, Domenico Modugno. Un itinerario umano e artistico.

Sul palco della Galleria Toledo regna il buio, nel nero del fondo, delle poltroncine, delle assi, unica luce alla consolle, che si trasforma quasi in una postazione da dj da cui provengono voci sovrapposte, commenti e critiche all’opera e alle scelte non convenzionali del cantautore e attore calabrese. Sul palco, in una luce fioca, solo con chitarra e fisarmonica è Peppe Voltarelli. Lo spettacolo è un racconto vivissimo di musica e ricordi, viaggi reali e immaginari, una forma di ribellione alle tradizioni imposte e la ricerca delle origini attraverso un viaggio che riscopre le tradizioni originarie.
Il viaggio è un itinerario tra i ricordi e i miti dell’artista, un omaggio ai padri del folk, ospite a Napoli, durante lo spettacolo, Voltarelli ricorda il gruppo folk nato a Pomigliano D’Arco.

È il Folk la radice dello spettacolo, da qui la ricerca dell’artista che racconta le sue origini di musicista rock della provincia calabrese e la nascita di un esigenza nuova, il confronto con le musiche popolari.
Il concerto abbraccia più mondi, dall’«Onda calabra», fino all’«Ultima notte a Mala Strana», il suo lavoro più recente con cui l’artista ha vinto il premio Tenco 2010 nella categoria dischi in dialetto. Un’ora e mezza in cui le canzoni sono intervallate da monologhi, racconti, ricordi personali legati alla terra di origine, alle voci, ai suoni e agli odori dell’infanzia. Ironia, provocazioni, la capacità di coinvolgere il pubblico, di farlo cantare, pensare, ricordare.

A Napoli fino a questa sera (ore 18.00) la prima tappa del Tour che proseguirà a Firenze (Sala Vanni dal 9 dicembre), a Milano (Spazio Teatro dal 16 dicembre), a Roma (Teatro dell’Angelo dal 19) a Bari (Teatro Kismet dal 27), Bologna (Bravo Caffè dal 19 gennaio), Lanciano (Teatro Fenaroli dal 26 gennaio) e Torino (3 marzo al Folk Club).

L’INABILITÁ TEMPORANEA DEGLI STUDENTI NON É RICONOSCIUTA DALL’I.N.A.I.L

L”alunno che subisce un infortunio non ha diritto all”indennità per le assenze dalla scuola. Gli studenti, infatti, non prestano attività lavorativa.

Con ricorso al Tribunale di Cagliari un alunno di un Istituto tecnico commerciale esponeva che durante una competizione sportiva scolastica, aveva subito un infortunio che gli aveva prodotto "postumi di lussazione traumatica della spalla sinistra con grave riduzione funzionale della stessa" quantificabile nella misura del 16% di inabilità lavorativa, oltre alla inabilità temporanea per cui aveva diritto alla indennità per il periodo di astensione dalla scuola.

L’I.N.A.I.L., cui aveva richiesto le prestazioni assicurative del caso, gli aveva comunicato che non era residuato alcun postumo permanente, mentre nulla gli competeva per il periodo di astensione dalla scuola. Il Tribunale respingeva la domanda, ma la Corte d’appello di Cagliari, cui l’alunno aveva fatto ricorso, accoglieva parzialmente l’appello, dichiarando il diritto del’alunno all’indennità per sessanta giorni di astensione dall’attività scolastica, con gli interessi legali.

A sua volta, L’I.N.A.I.L. ricorre in Cassazione perché non è disposta a pagare l’indennità per sessanta giorni.
In sede difensiva l’I.N.A.I.L., mentre ammette che sussistono, anche per gli studenti, i presupposti per l’erogazione delle prestazioni economiche da inabilità permanente (essendo il relativo pregiudizio proiettato nel futuro), nega i presupposti per l’erogazione dell’indennità per inabilità temporanea assoluta, dal momento che gli studenti non prestano attività lavorativa retribuita, lasciando immutati i fatti ed i termini della controversia.

Nel merito, la Corte osserva dunque che nonostante l’espansione delle categorie, oggettive e soggettive, di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, anche in ordine agli insegnanti ed alunni delle scuole o istituti di istruzione, e relative attività, non può in ogni caso ritenersi che siano oggetto di assicurazione anche gli infortuni occorsi agli alunni in occasione di eventi sportivi, non connessi all’attività istituzionalmente svolta dalla scuola, e tanto meno spettare ad essi l’indennità giornaliera per inabilità temporanea (non percependo gli alunni alcuna retribuzione), disponendo, invece, chiaramente, che tale indennità temporanea consiste in una misura percentuale della retribuzione giornaliera, essendo diretta ad assicurare al lavoratore i mezzi di sostentamento finchè dura l’inabilità che impedisce totalmente e di fatto all’infortunato di rendere le sue prestazioni lavorative (Cass. 22 agosto 2002 n. 12402).

Il ricorso dell’I.N.A.I.L è accolto dalla Corte, col rigetto dell’originaria domanda.
La Cassazione Civile, Sez. Lav., 20 luglio 2011, n. 15939 ha ritenuto, quindi, che agli studenti non è dovuta l’ indennità di inabilità temporanea per l’incidente occorso durante l’attività di educazione fisica da parte dell’I.N.A.I.L., mentre sicuramente è dovuto il risarcimento del danno subìto da parte di chi è responsabile o comunque da parte di chi lo abbia procurato.

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QUESTI RIFIUTI. E LA NECESSITÁ DI UNA VITA PIÙ SOBRIA

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Mentre si riaffaccia l”emergenza per le strade di Napoli, nell”Agro Nolano si teme di doversi sacrificare ancora una volta per il Capoluogo. Non sarebbe giusto. Di Don Aniello Tortora

Il nuovo ministro dell’Ambiente Corrado Clini, nel corso dell’audizione in Commissione alla Camera sulla questione dei rifiuti in Campania, ha affermato di non escludere «si possa richiedere il contributo delle Forze dell’ordine e dell’Esercito per situazioni come quella di Napoli», dove ancora «soltanto sabato scorso c’è stato uno sciopero» per la raccolta. Clini era intervenuto sulla questione dei rifiuti in Campania anche in vista di una nuova emergenza che fa rivedere i cumuli di rifiuti in strada e che ha fatto scattare le proteste degli abitanti dei quartieri spagnoli.

In un’intervista al Mattino qualche giorno fa ha detto: «Dobbiamo adottare un piano che superi le difficoltà e le obiezioni della commissione e che si muova secondo i criteri europei che sono ormai stabiliti da tempo: bisogna partire dal recupero e dal riciclaggio senza rinunciare allo smaltimento preferibilmente in impianti tecnologici con recupero di energia lasciando una parte marginale alle discariche. Insomma il termovalorizzatore serve».

Per Clini occorre cominciare «dalla differenziata. All’Europa dobbiamo spiegare come viene gestita, come avviene il recupero dei materiali. Sappiamo, però, come dimostra l’esperienza delle altre regioni italiane e dei Paesi europei, che gli impianti servono comunque. Vanno adottate soluzioni tecnologiche senza pregiudizi e barriere ideologiche. Bisogna inoltre considerare che anche gli impianti di recupero energetico sono un elemento che può diventare marginale se fai il 70 per cento di differenziata. Come smaltire il restante 30 per cento è importante ma non sostanziale».

Il ricorso dello Stato all’Esercito per risolvere il problema spazzatura non sarebbe la prima volta. Sin dal 1994 l’esercito ha fatto la sua comparsa per le vie di Napoli ora con compiti di presidio delle discariche (vedi Terzigno, Chiaiano, lo stesso inceneritore di Acerra) ora con funzioni di raccolta o di scorta ai camion. In passato ci sono stati diversi tentativi ed esperienze fallimentari per superare le continue emergenze. Ma tutto ciò ha alimentato solo il sistema affaristico della camorra e della malapolitica. Alla fine di questa settimana il ministro incontrerà a Napoli il sindaco di Napoli, il Presidente della Regione e della Provincia. Speriamo che usciremo da questo ennesimo incontro con impegni chiari e precisi.

Anche perché la Campania tiene il fiato addosso da parte dell’Europa. Intanto nell’agro Nolano i sindaci continuano a litigare e ad essere divisi. I 22 comuni dell’area, infatti, non hanno ancora raggiunto un unanime accordo circa la gestione del ciclo integrato dei rifiuti. Alcuni hanno firmato l’accordo con la Provincia, altri no, temendo la riapertura di altre discariche o di cave dismesse.
Una cosa è certa: l’Area Nolana ha già dato e non è assolutamente giusto pensare di portare altri rifiuti, di qualsiasi genere, (biostabilizzato, talquale,…) nel nostro territorio.

Il ritorno ad una vita più sobria (consumare di meno) e una vera e forte raccolta differenziata, da parte di tutti, mi sembrano gli ingredienti essenziali per risolvere finalmente il problema dei rifiuti.
Senza esercito, senza inceneritori. E con la “munnezza” che può e deve diventare “ricchezza”.

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IL “CAPORALATO” DIVIENE FORMALMENTE REATO

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Il reclutamento e lo sfruttamento di persone emarginate e bisognose dovrebbe diventare sempre più raro, ora che il caporalato è reato. Di Simona Carandente

Un fenomeno tristemente diffuso, specie nel nostro sfortunato meridione, è quello che vede extracomunitari riunirsi sul ciglio di strade più o meno periferiche, nelle prime ore del giorno, in attesa di essere reclutati da più o meno improvvisati datori di lavoro, con lo scopo di sbarcare il lunario e riuscire, nel migliore dei casi, a procacciarsi il cibo ed un letto a fine giornata.

Scene come quelle descritte potrebbero, in una previsione del tutto ottimistica, verificarsi con modalità sempre più rare, tenuto conto che lo scorso mese di agosto, con il decreto legge n.138 in materia di misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria, è stato introdotto nell’ordinamento positivo il reato di cui all’art. 603 bis, meglio noto come reato di "caporalato". Tale fenomeno vede la sua massima diffusione nei settori dell’edilizia e dell’industria agroalimentare, ove è necessaria manodopera a bassissimo costo, sottoposta alle vessazioni dei cosiddetti caporali, a loro volta appartenenti al crimine organizzato ed a forme di associazionismo penalmente rilevanti.

Il caporale, sfruttando illecitamente la forza lavoro, proveniente dalle fasce più emarginate e bisognose della popolazione, pretende e richiede percentuali altissime, anche nella misura del 60% sulla retribuzione dei poveri sottoposti, reclutati il più delle volte personalmente, attraverso accessi nelle periferie delle città o comunque in territori di maggior emarginazione sociale.
Con l’introduzione del reato di caporalato nel codice penale viene punita la condotta di chi svolga tale illecita attività di intermediazione, reclutando la manodopera o sfruttandone l’attività lavorativa, profittando dello stato di bisogno e soggezione altrui, prevedendo una pena della reclusione da cinque ad otto anni, più una multa fino a duemila euro per ogni lavoratore reclutato.

Comportano l’aumento della pena l’aver reclutato più di tre lavoratori, specie se minori, e l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori a situazione di grave pericolo per la propria incolumità, in relazione all’attività prestata.

Introducendo tale reato nel nostro ordinamento, il legislatore ha mostrato finalmente una rinnovata sensibilità verso tale forma di sfruttamento, peculiare del mercato del lavoro, colmando il vuoto normativo della mancanza di una forma di incriminazione ad hoc per tali fattispecie, mirando a punire non già il singolo caporale, ma le organizzazioni criminali a tanto finalizzate, che abusano dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, adoperando condotte di violenza, minaccia o comunque intimidative. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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