Somma Vesuviana, alla ricerca della sorgente perduta…

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Da circa sei mesi un gruppo di giovani sta ripulendo una località della montagna per ripristinare l’antica sorgente delle gavete. Scrittori, cantori, narratori e poeti vesuviani di ogni tempo hanno sempre citato ‘e gavete, ovvero quella località, quel punto particolare del monte Somma dove una volta c’era una sorgente naturale, dove i contadini sommessi erano soliti attingere acqua per irrigare i campi, per dissetarsi. E Gavete, ‘o Ciglio, Castiello… Ma quanta, ma quanta ricorde! Ma comme nu core se scorde restanne luntane da te? Così il poeta vesuviano Gino Auriemma dichiarava il suo sconfinato amore per la montagna di Somma. A distanza di oltre trent’anni, qualche anziano ancora ricorda come “era bello salire ‘ncopp e gavet a prendere l’acqua..” Ricordi commossi che non hanno lasciato indifferenti un gruppo di giovani amici che, a dirla con le parole di una famosa canzone di Gino Paoli, tra un bicchier di vino ed un caffè hanno tirato fuori i loro “perché” al punto da decidere di fare un sopralluogo per verificare l’esistenza della sorgente. Accumunati dalla stessa costante attrattiva per la rigogliosa montagna, i giovani, circa una quindicina, di età compresa tra i venti e i quarant’anni, sono diventi così un gruppo, una “paranza”, ‘a pranza re gavet e si sono messi alla ricerca della sorgente ormai disertata e abbandonata. Bene. Quella sorgente esiste e l’acqua pure, ma gli smottamenti l’hanno praticamente sommersa ed ostruita. Smottamenti e non solo. Rifiuti di ogni genere, da quelli indifferenziati a quelli speciali; ncopp ‘e gavete il gruppo si è trovato davanti uno scenario raccapricciante: una mega discarica a cielo aperto di pneumatici, di fusti, di guaina da rivestimenti, di amianto. Che fare? La paranza sceglie l’azione e si attiva per iniziare a ripulire l’area umiliata dall’inciviltà. Armati di zappe, pale, picconi e buste, l’allegra e determinata compagnia, di sabato e di domenica, per circa tre mesi ha provveduto a scavare dal terreno tutti i rifiuti, dalle cartacce alle bottiglie di plastica , di vetro, agli utensili rotti, fino ai piccoli ingombranti, differenziandoli e portandoli poi a valle. Intanto, sono stati tagliati gli arbusti e spostati gli enormi rami secchi spezzatisi probabilmente a causa delle intemperie. Gli pneumatici, davvero tanti, sono stati dissotterrati ed ammucchiati in modo ordinato in attesa di un adeguato smaltimento. A tal fine, la paranza ha allertato e coinvolto l’assessore all’ecologia Lello Angri, resosi subito disponibile ad effettuare un sopralluogo e a rispondere alle domande dei giovani, che ieri mattina lo hanno invitato ad un confronto presso il bar Haven di via Pomintella. ”Il lavoro che hanno fatto e che stanno facendo questi giovani- ha detto L’assessore Angri- è davvero lodevole e fin da adesso garantisco piena collaborazione. Purtroppo, nonostante gli importanti risultati che abbiamo raggiunto con la raccolta differenziata, ci troviamo a fare i conti quotidianamente con gli incivili e con gli sversamenti selvaggi. Qui, sulla nostra bella montagna, gli svernamenti sono frequenti e il Parco Nazionale del Vesuvio, che è l’organo preposto alla tutela di queste zone, in realtà non ci aiuta molto: l’anello debole resta il controllo. In ogni modo, farò un sollecito all’Ente Parco e li inviterò ad un sopraluogo. Intanto, provvederemo subito a predisporre glia atti necessari per la caratterizzazione per chiedere le dovute autorizzazioni per lo smaltimento dei rifiuti speciali. Avere un aiuto, un impegno concreto sul territorio di questo tipo, per noi è davvero tanto”. Dalle parole ai fatti, sotto una pioggia insistente e un vento gelido, accompagnati da alcuni componenti della paranza, abbiamo potuto costatare da vicino l’immensa fatica finora effettuata dai giovani, divenuti ormai veri angeli della montagna. Emozionati e fieri, i giovani ci hanno accompagnati fino in vetta, sotto alla sorgente, dove ci siamo potuti arrivare in modo agevole grazie ai gradini e al corrimano che hanno realizzato con i rami secchi. In cima, alla vista della grotta, che riporta immediatamente alla mente la stessa grotta di Lourdes, l’emozione è stata davvero incredibile, al punto che non ci accorgiamo della grandine che scende giù a raffica. Una volta ripristinata la sorgente delle gavete, obiettivo prioritario dell’intero gruppo, “il nostro sogno- ci raccontano i giovani- è quello di poter portare in questa grotta una copia della statua di Mamma Schiavona.” L’entusiasmo e la sincera emozione che traspare dai loro occhi sono più eloquenti delle parole e non è difficile sognare ad occhi aperti: La sorgente naturale che sgorga dal cuore della montagna , la Madonna di Castello nella grotta. Tutt’intorno una vegetazione rigogliosa, dove si respira il profumo di un bosco pulito, sicuro, fruibile. Un luogo affascinante e suggestivo, dove fede e tradizioni si mescolano e si sovrappongono al punto da proiettarci in una dimensione magica, surreale. (Ha collaborato per le foto Tommaso Rea)

BENVENUTI NEL NATALE SCOSTUMATO DELLA GALLERIA TOLEDO!

Al via ieri la “rassegna (s)costumata” di Galleria Toledo. Si parte con Priscilla show, poi “tombola scostumata”, musica con Lucariello e gli R&Fusion, per finire l”8 gennaio con “Unghie”.

Show mob per le strade della città, concerti, spettacoli, solidarietà, il Natale della Galleria Toledo è una grande festa. Tutto ha avuto inizio sabato, con lo Show mob che ha attraversato il centro storico.

Un cartellone all’insegna del divertimento che si inaugura con il Gran Galà di Natale, in compagnia di Priscilla show, testo e regia Fabio Brescia e Mariano Gallo, con Mariano Gallo (Miss Priscilla), e le Dragstickqueen Fabio Falsarone (Zia Tiffany) e Antonio Caruso (Jasmine). Fino a questa sera, 21 dicembre, un viaggio, il racconto di un ”IO” e del suo percorso ”dalla persona al personaggio”. L’incasso sarà totalmente devoluto all’associazione ANLAIDS – Associazione Nazionale Lotta Contro l’ AIDS. Dal 25 al 28 dicembre 2011 sarà la volta di Gino Curcione e la sua «Nummere. Scostumatissima Tombola», in cui sogni ed eventi vengono tradotti in numeri, l’attore e il pubblico si divertono in questo rito che accompagna da sempre la tradizione, un vero happening linguistico parte dalla neutra astrattezza dei numeri, per tradursi nel più palpitante vissuto dei vicoli.

Numeri, profezie, fortune, si incrociano nel gioco. Giovedì 29 c’è il rap di Lucariello con «I nuovi mille» il suo ultimo lavoro che racconta di coraggio e voglia di riscatto il brano che da nome al disco, scritto con Giuliano Sangiorgi è stato scelto come sigla della trasmissione di Giovanni Minoli «La storia siamo noi» e del programma omonimo «I Nuovi Mille» in onda prossimamente su Raitre. I proventi dell’album saranno devoluti alla Fondazione Pol.i.s, attiva nella lotta alla criminalità e nella gestione e riconversione a fini sociali dei beni confiscati alle mafie. Chiude il 2011 Caburlesc, (un po’ cabaret un po’ burlesque) il 30 dicembre, con Maria Bolignano e Francesco Mastandrea, una performance dove l’imperfezione diventa virtù conclamata.

Un connubio perfetto tra cabaret di parola e burlesque dunque, che strizza l’occhio alla tradizione della comicità napoletana in un’ottica assolutamente moderna e femminile, un vero e proprio momento coinvolgente dove ogni spettatore si sentirà protagonista di una tela dai colori forti ma con tratti morbidi. Aprono il 2012 gli R&Fusion, il 4 gennaio, con un concerto in cui presenteranno il videoclip di «Ego», primo singolo estratto da «Dalla terra dei fuochi» il loro primo lavoro, in cui la ricerca incessante e fusione di generi, la curiosità per le sperimentazioni innovative incontrano la valorizzazione del dialetto napoletano. Un unicum coerente e incisivo che racconta e schiaffeggia l’attualità in un salto continuo tra il pubblico e il privato.

Un equilibrio sostenuto con travolgente creatività. Un progetto che nel titolo evoca il disastro ambientale che da troppi anni avvelena la provincia di Napoli e Caserta martorizzata dai roghi tossici e illegali. Si chiude la rassegna con «Unghie» in scena dal 6 all’ 8 gennaio 2012. Lo spettacolo di Marco Calvani e Marco Marra, regia Marco Calvani con Monica Scattini, ha debuttato sotto forma di studio il 20 giugno 2010 al Teatro Belli di Roma nell’ambito della XVII° rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde diretta da Rodolfo di Giammarco. Uno spettacolo capace di raccontare in modo attento e poetico, eppure inquietante, l’ultimo atto di una identità irrimediabilmente diversa.

E cerca al contempo di stuzzicare l’immaginario collettivo che vuole le transessuali esseri umani alieni e clandestini. Esseri umani a cui sono cresciute le unghie per vocazione e per difesa.
(Fonte foto: Rete Internet)

Per informazioni e prenotazioni
Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it

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ARTE POVERA + AZIONI POVERE. DA AMALFI AL MADRE, L’ARTE POVERA TORNA A RIVIVERE

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La rassegna storica dell”Arte Povera, organizzata per la prima volta da Marcello e Lia Rumma nella tappa fondamentale del 1968 ai cantieri amalfitani, ritorna in Campania.

Quando si pensa alla grandezza dell’arte italiana viene quasi immediatamente alla mente il Rinascimento: la culla della civiltà artistica che il mondo c’invidia, Firenze, Roma, Venezia, Napoli e i maestri del Quattrocento e del Cinquecento che oggi rivivono nei musei di tutto il pianeta.

Ma, l’Italia dell’Arte è tanto altro, ovviamente. Accanto al blasone di una storia figurativa che non ha eguali e che, oltre al Rinascimento, può annoverare un percorso che copre secoli e secoli di meravigliose creazioni, parto del genio dei maestri nostrani, ci sono almeno due tappe fondamentali che hanno caratterizzato il mondo dell’arte del Novecento marcato made in Italy. La prima è rappresentata dall’ avanguardia italiana d’inizio secolo scorso, la stagione del Futurismo, fenomeno culturale propiziato dal Filippo Tommaso Marinetti e capace di rivoluzionare pittura, la scultura, cinema e letteratura negli anni della Belle Epoque, quando l’Italia viveva quella crescita portentosa dal punto di vista economico che sarebbe stata tragicamente mortificata dal primo conflitto mondiale.

La seconda coincide con la seconda metà degli anni Sessanta, col Belpaese pienamente risorto dalle macerie postbelliche, quando Germano Celant, un critico di estrazione genovese ma torinese d’adozione organizza la prima mostra dell’ Arte Povera, a Torino. E’ il 1967. L’ Arte Povera professa la fine delle differenze fra i medium artistici ed è caratterizzata dalla commistione di arte e vita; il concetto di “povero”, lontano da ogni assunto pauperistico di stampo sociologico, nelle intenzioni del critico genovese che lo coniò, sta più per “primario” o “primigenio”, posto alle origini della creazione, in perfetta sintonia con l’idea di “teatro povero” di Jerzy Grotowsky, per il quale era necessario “eliminare il superfluo così che il teatro possa esistere senza trucco”.

Un’attenzione alle condizioni primarie dell’esistenza si intreccia alla necessità di “ridurre l’arte ai minimi termini, nell’impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi”. Intorno alla metà degli anni sessanta le riflessioni di molti artisti muovono dalla necessità di spostare l’opera d’arte dal sacrario del museo, il luogo che, tradizionalmente, istituzionalizza il gusto estetico, spesso imponendo un giudizio di bellezza che pretende di essere valido universalmente. Questo assunto è condiviso dal gruppo organizzato intorno a Celant: Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone, Giulio Paolini, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, nonché artisti legati alla pop art romana, come Pino Pascali, Renato Mambor e Mario Ceroli.

L’anelito della ricerca artistica di uscire dallo spazio delle gallerie per affrontare un discorso di manifestazioni pubbliche che “sporcasse” i luoghi meno convenzionali, viene affrontato nella rassegna più significativa dell’Arte Povera; il primo luogo pubblico ad ospitare gli elaborati del nuovo clima furono, infatti, i cantieri navali di Amalfi, sotto la direzione del temperamento vivace e trasgressivo di una coppia di galleristi salernitani, Marcello e Lia Rumma, che nell’ottobre del 1968 contattarono il ventottenne Celant per curare la mostra-evento amalfitana.

“Arte Povera più Azioni Povere” negli antichi Arsenali è stata una tappa fondativa del movimento che rinnovò la prassi e l’immaginario artistico dell’Italia degli anni sessanta in una prospettiva internazionale, dove l’estetica del quotidiano, connotata da un imprintig antiteconologico, si rigenerava grazie alla sinergica realizzazione di opere pensate specificamente per quello spazio e attraverso la messa in essere di azioni effimere, temporalmente definite e consumate nella durata della performance.

Rivisitare quell’esperienza è l’imperativo che ha reso possibile una complessa rete di esposizioni in alcuni dei più importanti musei italiani, obiettivo raggiunto con “Arte Povera 2011”, il ciclo che viene ospitato alla settima stazione nella Chiesa Donnaregina, adiacente al museo Madre, lo spazio più consono dove proporre nuovamente quella manifestazione che proprio nella nostra regione aveva avuto consacrazione e consenso unanime, in quei tre giorni densi di dibattiti, azioni e performances del lontano 1968.

Sono state scelte per questo appuntamento opere storiche di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, e Gilberto Zorio, in alcuni casi installate per la prima volta proprio ad Amalfi, a cui sono stati aggiunti i lavori del medesimo periodo di Pierpaolo Calzolari e di Giuseppe Penone, due protagonisti dell’Arte Povera che però non furono presenti in quell’occasione. “Napoli ha una storia di amicizia e di collaborazione con tutti gli artisti dell’Arte Povera, da Kounellis a Pistoletto, che evidenzia un legame talmente profondo che rende quasi naturale la partecipazione del Madre alla manifestazione Arte Povera 2011”.

Così Cicelyn sottolinea la spontaneità dell’adesione del museo napoletano all’evento tenuto a battesimo da Celant e che pone l’accento sull’inscindibile affinità dei poveristi con la città partenopea. Quindi l’appuntamento è a Napoli, in via Settembrini, fino al 20 febbraio prossimo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA VITTIMA DEI REATI

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Come e perchè si è vittima delle azioni criminali. Tentativo di spiegare il crimine osservando le vittime. Le categorie dei più esposti. Di Amato Lamberti

La criminologia, nata nel secolo XIX, si è per molti decenni occupata esclusivamente dei reati e dei loro autori, ignorando del tutto la figura della vittima. In un certo senso, essa si è adattata alle priorità del sistema della giustizia, che attraverso i secoli aveva visto declinare l’importanza del ruolo della vittima nell’ambito del processo penale. In origine, infatti, sia la definizione dell’ “offesa” sia il tipo di reazione che poteva derivarne erano lasciate alla discrezionalità della vittima e della sua famiglia, in quanto non esisteva alcuna autorità preposta alla produzione di norme e alla punizione dei trasgressori.

Per questo motivo, la vittima aveva la facoltà di reagire nei modi più vari, sia ricorrendo a sua volta alla violenza, come nella cosiddetta “violenza di sangue”, sia cercando di risolvere pacificamente la disputa, ad esempio mediante la compensazione, cioè richiedendo una forma di risarcimento economico da parte dell’offensore. Solo con la progressiva affermazione dello Stato, il reato ha cominciato a essere considerato come un atto diretto non tanto contro il singolo individuo, quanto contro l’intera comunità. Si comprende, quindi, come i primi studi dei criminologi si incentrassero sui crimini e sui criminali, piuttosto che sulle vittime.

È soltanto a partire dagli anni ’40 del XX secolo che si sviluppa uno studio sistematico delle vittime del reato e nasce una nuova branca della criminologia, la vittimologia, definita come: «quella branca della criminologia che si interessa della vittima di un crimine e di tutto ciò che a questa si riallaccia, come la sua personalità, cioè i suoi tratti biologici, psicologici e morali, le sue caratteristiche socio-culturali, le sue relazioni con l’autore del reato ed infine il suo ruolo e l’eventuale influenza nella genesi e nella dinamica del delitto» (Balloni 1989). Il termine fu utilizzato per la prima volta nel 1949 da uno psichiatra, Frederick Wertham, nel suo testo “The Show of Violence”, in cui auspicava una “sociologia della vittima” del reato di omicidio. Egli analizzava il crimine di omicidio ed il problema della violenza umana in generale, da un punto di vista psicologico e psichiatrico.


Dal punto di vista della ricerca e della teorizzazione, due sono di solito considerati i padri fondatori della vittimologia: Hans Von Hentig e Benjamin Mendelsohn, entrambi rappresentanti di quella vittimologia eziologica che costituisce la prima fase dello sviluppo della disciplina. Von Hentig, pur ammettendo che ci sono molti atti criminali in cui si evidenzia un minimo o nessun contributo da parte del vittimizzato, aveva osservato che altrettanto frequentemente vi è un’effettiva reciprocità nel legame che si instaura tra il reo e la vittima. A suo parere, si distinguerebbero due partners: colui che agisce e colui che subisce l’azione; colui che infligge la sofferenza e colui che la subisce; il soggetto che attivamente infrange la legge penale e chi passivamente ne subisce le conseguenze. Egli osservò che sul piano sociologico e psicologico tale relazione, in numerosi casi, non rispecchiava la realtà. La vittima non aveva sempre un ruolo passivo, non era l’oggetto della relazione, ma spesso interagiva attivamente con il criminale in molti modi.

La domanda che si pose Von Hentig fu, dunque, se e come la vittima contribuiva a determinare l’azione criminale, la sua conclusione: con il suo stesso modo di essere, le sue caratteristiche individuali e sociali, le sue attitudini. In tal senso elaborò una classificazione delle vittime in quanto egli riteneva, come già detto, che l’interazione tra il criminale e la vittima fosse determinata e si modellasse in base alle condizioni ed alle caratteristiche individuali della vittima. La regolarità del ripetersi delle situazioni era data dal fatto che ogni criminale era attratto da quelle caratteristiche o condizioni fisiche, sociali e psicologiche che rendevano la vittima maggiormente vulnerabile all’attacco. Sostanzialmente il crimine seguiva delle leggi nell’evoluzione sociale proprio come in natura si crea il rapporto preda-predatore.

La classificazione delle vittime di Von Hentig è dunque una teoria esplicativa nel senso che tenta di dare una spiegazione al crimine, ovvero alla vittimizzazione, ponendo l’accento su quelli che si possono considerare i fattori di rischio, osservando quali attributi personali della vittima giocano un ruolo nel determinare l’interazione con il criminale e dunque la sua vulnerabilità. Le categorie sono:

– I minori di età. Egli considerava la condizione di minore età, e cioè la condizione degli infanti e degli adolescenti, maggiormente esposta alla vittimizzazione per lo stato di debolezza fisica e mentale, e la conseguente minor capacità di resistenza o reazione.
 Le donne. Egli considerava il genere femminile maggiormente vulnerabile, a prescindere dall’età, per la minor prestanza fisica e, dunque, minor capacità di difesa nei confronti di aggressori appartenenti al genere maschile.
– Gli anziani. Anche in questo caso l’età influirebbe sul rischio potenziale di vittimizzazione, sia dal punto di vista fisico, per il decadimento delle facoltà fisiche e mentali, sia da un punto di vista sociale per il possesso di maggior ricchezza e potere.

– Mentalmente deficitari o disturbati. Nella categoria Von Hentig includeva i subnormali, i malati di mente, i tossicodipendenti e gli alcolisti.
– Immigrati, minoranze, “ingenui”. Tale categoria illustrava un fattore di vulnerabilità basato su di uno svantaggio di tipo sociale che accomuna i tre tipi di vittime menzionati. Infatti, lo stato di immigrato, a causa del cambiamento del tipo di società, usi, costumi, relazioni sociali, cultura, porrebbe chi emigra in una condizione di vulnerabilità.

Queste rappresentano le classi generali delle vittime, vi sono poi i tipi psicologici di vittime e sono:
– Il depresso. Talune vittime, in un certo senso, desiderano essere vittimizzate. Queste hanno, infatti, spesso un atteggiamento favorente il crimine da un punto di vista psicologico; il suo atteggiamento può essere passivo- apatico o letargico-, o moderatamente favorente, cioè sottomesso, partecipante.
– L’acquisitivo. Si tratta di una categoria di quelle che Von Hentig considerava eccellenti vittime, cioè coloro che sono spinti dall’eccessivo desiderio di guadagno, dalla loro cupidigia in situazioni pericolose.

– Il seducente-promiscuo. Egli considerava la propensione alla sensualità od ai comportamenti promiscui un fattore di esposizione ad un maggior rischio di vittimizzazione. Questa categoria era maggiormente connessa al contesto storico sociale in cui fu elaborata. Von Hentig, infatti, aveva presente quale appartenente a tale categoria la donna che avesse comportamenti promiscui e seduttivi con riferimento, in particolare, al reato di violenza sessuale.
– Asociali, afflitti. L’isolamento sociale e la solitudine causano uno stato psicologico e situazionale di vulnerabilità che rende facilmente preda dei criminali. Il fattore è psicologico perché le facoltà critiche sono indebolite avendo la solitudine un effetto che può portare la vittima ad essere maggiormente imprudente, negligente o partecipante. L’effetto è la sofferenza che consegue alla mancata soddisfazione del desiderio di compagnia, che è un bisogno umano primario. Tale sofferenza porta la vittima ad essere maggiormente prona agli altrui artifici, raggiri, plagi.

– Il tormentatore. È la tipica figura del criminale-vittima, in cui maggiormente intensa è la relazione e l’interazione tra l’agente e la vittima. Rientrava in questa categoria di vittime colui che infligge sofferenza, tortura, perseguita, tormenta, maltratta altri anche per anni e poi subisce una lesione o viene ucciso dalle sue vittime. 
Le vittime “bloccate”. La vittima bloccata sarebbe quella che è posta in una situazione tale da non consentire resistenza o difesa perché le conseguenze della resistenza o della difesa sarebbero più nocive dell’atto criminale stesso. L’esempio chiarificatore di Von Hentig era dato da coloro che sono ricattati.
– Le vittime esonerate. Si tratta delle vittime che sono escluse dai criteri di selezione del criminale per qualche motivo inibitorio, di natura culturale, religiosa od altro. Von Hentig suggeriva il caso emblematico dei borseggiatori di professione che secondo alcune ricerche di Sutherland (1947), se cattolici, escludevano dai propri obiettivi generalmente i preti cattolici.

– Le vittime resistenti. Sono le vittime che reagiscono con diversi gradi di forza fisica alle aggressioni. Von Hentig rilevava che in alcuni casi una reazione aggressiva della vittima poteva aggravare il pericolo di vittimizzazione o le sue conseguenze.

Guardando questa tipologia di vittime, le caratteristiche personali, fisiche, psicologiche e sociali della vittima potenziale assumono la veste di fattori che “predispongono” al crimine. A Von Hentig, infatti, è stata attribuita la nozione di vittima latente, che esprime il concetto secondo cui in certe persone esisterebbe una predisposizione a diventare vittima di reati e, in un certo senso, ad attrarre il proprio aggressore. Si verrebbe così a distinguere una predisposizione generale che sarebbe riscontrabile nelle “vittime nate” cioè quelle persone che subiscono continuamente episodi di vittimizzazione e che quindi, per motivi psicologici tendono e quasi anelano ad essere vittime. Diverse sono le predisposizioni speciali, ovvero denominate anche specifiche. La predisposizione, in tal caso, è dovuta alla presenza di alcuni specifici fattori socio-demografici e psicopatologici.
1 -continua
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SPREGEVOLE FEROCIA DELLE ISTITUZIONI

La polemica tra il direttore del Corriere del Mezzogiorno ed Eugenio Bennato, che ha cantato le gesta del brigante Ninco Nanco. Di Carmine Cimmino

A Eugenio Bennato che ha abbandonato Gramsci per “diventare neoborbonico“ e per cantare le gesta del brigante Ninco Nanco, Marco Demarco (Corriere del Mezzogiorno,15 dicembre) consiglia “di lasciar perdere per un po’ pizziche e tarante e di andare a cinema a vedere Midnight in Paris, il film di Woody Allen, forse il migliore antidoto attualmente in circolazione contro quella strana malattia che spesso prende artisti e intellettuali, la nostalgia“.

Ninco Nanco, ricorda Marco Demarco, fu un feroce assassino, che non pose “al centro della sua azione la questione sociale, il riscatto dei poveri e l’assegnazione delle terre ai contadini.”. Insomma, conclude il direttore del Corriere del Mezzogiorno, Ninco Nanco non fu un “Che“ Guevara: fu solo un brigante di Avigliano, che mise paura alle truppe “piemontesi“ con la sua abilità di guerrigliero, e che i militi della Guardia Nazionale di Avigliano uccisero nel 1864. Nessuno dei briganti postunitari fu un “Che“ Guevara: per ovvie ragioni storiche. È come se uno rimproverasse a Spartaco di non essere stato Martin Luther King. Ma se Ninco Nanco non fu un “Che“ Guevara, è probabile che “Che“ Guevara sia stato un po’ anche un Ninco Nanco.

Dichiaro, in premessa, che non ho alcuna nostalgia dei Borbone. Credo, anzi, che il problema primo di Napoli e del Sud sia proprio il “borbonismo“: un morbo complicato, un composto di idee e di comportamenti tenuti insieme dall’insensibilità ai principi dello spirito civico, e da un egoismo capace di diventare, quando gli interessi privati lo richiedono, spudoratamente cinico: ‘a cazzimma . Pilone, Barone, i capi delle comitive dei Monti Lattari, Cipriano La Gala, Carmine Crocco e Gaetano Manzo dicono ai loro uomini che si combatte per il ritorno dei Borbone, che la loro guerra è sostenuta dai livelli alti della gerarchia del clero, dalla crema della nobiltà, dall’ Austria: ma basta leggere le dichiarazioni fatte dai briganti e dai manutengoli ai commissari di polizia, agli ufficiali dell’esercito e ai giudici per capire che già nei primi mesi del ’62 pochi credevano nel ritorno di Francesco II e che dieci mesi dopo non ci credeva più nessuno.

Il legittimismo fu, infine, solo un tema della propaganda politica. Ma proprio quelle deposizioni, trascritte in centinaia di verbali, dimostrano, al di là di ogni dubbio, che il brigantaggio fu una rivolta sociale, tanto ampia e tanto radicata in vasti spazi della società meridionale che i comandi militari e i politici non solo ne furono preoccupati, ma cercarono anche di nascondere la verità sulle dimensioni del fenomeno. Chi crede che le comunità rurali della Campania interna, del Tavoliere e della Lucania fornissero ai briganti una complice copertura solo per le ragioni della paura, non sa che la violenza era, in quei territori, l’ “espressione“ più immediata e più frequente delle relazioni sociali.

Per rendersene conto, basta leggere, nei registri delle Preture e delle Corti d’ Assise, gli interminabili elenchi di omicidi, ferimenti, furti, rapine, grassazioni e stupri, che dal 1862 al 1875 segnarono la vita quotidiana tra il Garigliano, Lagonegro, il Vulture e la Capitanata. Pastori e contadini non avevano paura: furono conniventi perché condivisero, istintivamente, le ragioni dei briganti, e ricorsero al tema della paura solo per giustificarsi davanti agli uomini della legge.
I briganti lucani, avellinesi e foggiani, non conoscendo le vie del ragionamento per astrazione, identificavano i problemi con gli uomini: i loro bersagli erano i proprietari terrieri e i notai, perché era noto a tutti che tutti gli “imbrogli“ nascono dalle carte scritte, e dalle penne dei “galantuomini“.

I briganti presero le armi contro “i piemontesi“, perché questi erano “stranieri“, non capivano, non si facevano capire, comunicavano le loro decisioni con complicati manifesti e, soprattutto, agli “imbrogli“ vecchi avevano aggiunto un “imbroglio“ nuovo e insopportabile: l’obbligo di leva e il trasferimento al Nord. Molti dei briganti erano “sbandati“ e renitenti alla leva: ma Lamarmora e Cialdini, respingendo le esortazioni a una maggiore flessibilità che venivano dalla stampa e dai politici più avveduti, furono ostinati –un’ostinazione sospetta– nel pretendere che la legge dell’obbligo di leva e le norme contro i renitenti venissero applicate nel modo più rigoroso.

La scena più frequentemente descritta nelle deposizioni dei briganti è quella dei “signori“, proprietari, notai, avvocati, sensali, che a testa bassa e “con il cappello in mano“ aspettano di essere ricevuti in udienza dal capobanda o ascoltano, in atterrito silenzio, i suoi proclami. Ma a metà del ’63 non c’è capobanda che non abbia capito d’essere stato venduto alle forze dell’ordine dai “galantuomini“ borbonici in cambio di quella pacificazione tra le vecchie caste e le nuove consorterie di “liberali“, che avrebbe fatto dell’ Italia unita un Paese nato già vecchio e già malato di “borbonismo“. La prova oggettiva sta proprio nelle carte: dal 1830, anno in cui salì al trono Ferdinando II, al 1896, anno della disfatta di Adua e del tramonto definitivo di Crispi, non c’è ricambio significativo di cognomi nei Consigli Comunali del Mezzogiorno.

I verbali degli interrogatori, pur annacquati da magistrati, cancellieri e scrivani, che spesso interrogavano i briganti con l’aiuto di “interpreti“ e di “traduttori“, dicono chiaramente che il brigantaggio ritornò, nella sua ultima stagione, alla sua forma prima e universale : fu una rivolta disperata dell’odio e del risentimento degli “umili“ contro i potenti che non perdono mai, e che mettono le mani su tutto, anche sulla verità. Conclusa la pace tra vecchi e nuovi gruppi di potere, a nessuno interessava sapere cosa fosse veramente successo tra il ’60 e il ’63: anche quando i briganti raccontavano storie e facevano nomi, gli inquirenti fingevano di non sentire: non era dignitoso andar dietro alle calunniose chiacchiere di delinquenti feroci, di “iene“.

Secondo le fonti più attendibili, nel marzo del ‘ 64 un pagliaio in cui Ninco Nanco e due dei suoi si erano nascosti venne circondato dalle guardie nazionali di Avigliano: che prima appiccarono il fuoco alla sterpaglia intorno al pagliaio e poi intimarono ai tre di arrendersi. Ninco Nanco uscì dopo i due compagni: ma fece solo pochi passi. Una guardia nazionale gli sparò addosso, forse per vendetta privata, forse per ordine di un importante proprietario del luogo, che voleva “seppellire“ il suo recente passato di amico e protettore dei briganti. Il corpo di Ninco Nanco venne appeso in una piazza di Avigliano.

In quegli anni i bollettini dell’esercito e i giornali ispirati dai comandi militari portavano il conto delle teste dei briganti mozzate e confitte sui pali lungo le strade del Sud. Alla ferocia dei rivoltosi lo Stato rispose con una ferocia non inferiore, e certamente, in quanto ferocia delle istituzioni, di gran lunga più spregevole.
(Nella foto il corpo di Ninco Nanco, Fonte Internet)

LA RUBRICA

NEANASTASIS: “ESPOSITO É INCAPACE DI ESSERE SINDACO DI TUTTI”

I membri dell”Associazione civica si dicono stufi di subire gli insulti che il sindaco rivolge loro in ogni occasione. E replicano: “Il sindaco urlatore pensi ad affrontare i problemi del paese”.

La democrazia si basa sul rispetto delle idee altrui e delle persone che le sostengono. Senza questa regola fondamentale c’è solo la demagogia e la barbarie.
Il Sindaco di S. Anastasia, invece, non perde occasione per infrangere questa regola d’oro. Lo fa anche in modo gratuito, nei confronti di persone che con le proprie idee cercano soltanto di contribuire alla crescita del paese.

In questi anni abbiamo cercato di entrare nel merito di varie questioni della città: il ciclo dei rifiuti, l’isola ecologica, il piano regolatore, la questione del rischio Vesuvio, etc.. Lo abbiamo fatto con argomentazioni che si possono anche non condividere, ma sempre nel rispetto delle istituzioni e delle persone che le rappresentano, a cominciare dal primo cittadino. Eppure, proprio sul trascorso politico del Sindaco ci sarebbe stato molto materiale a disposizione per poter speculare, ma non l’abbiamo mai fatto.

Il Sindaco, invece, non riesce a fare altrettanto e si abbandona a deliranti invettive additando uno a uno i membri dell’associazione. Lo fa in assisi istituzionali, dove arriva a cacciar via da Sant’Anastasia “quelli di neAnastasis” senza dare loro la possibilità di replica; lo fa dalle pagine dei giornali, dove ci indica con epiteti quali immorali, integralisti, ignoranti; lo fa in deliranti pseudo conferenze stampa, dove accusa persone che con la loro integrità hanno servito nel passato le istituzioni.

Finora abbiamo sopportato questi soprusi. Ora riteniamo doveroso informare la cittadinanza.

Il comportamento del Sindaco è la prova della sua incapacità di essere il Sindaco dell’intera città. È una sola voce che urla (ma non argomenta), prevaricando la sua stessa maggioranza. È la dimostrazione delle sue scarse e confuse idee sul futuro di questo paese.
Sulla questione della Zona Rossa sta cercando di riportare questo paese al passato facendo credere in uno sviluppo che non ci porta da nessuna parte. Per fortuna in questo suo disegno è stato isolato da tutte le istituzioni sovra comunali, Provincia e Regione, nonostante queste siano del suo stesso colore politico (ammesso che ne abbia uno, visto i suoi camaleontici mutamenti partitici ancora oggi in atto).

Allora, anziché scaricare su altri le sue responsabilità, il Sindaco dovrebbe spiegare alla cittadinanza:
1.Perché non si è ancora realizzata l’isola ecologica di cui i “week-end fuori” sono solo una precaria supplenza;
2.Perché non ha fatto nulla per realizzare quanto oggi è possibile fare a Sant’Anastasia,
a cominciare dalle aree per gli insediamenti industriali (PIP);
3.Perché dopo venti mesi dal mandato allo studio Benevolo, il PUC non è ancora
disponibile.

Queste sono le cose che interessano ai cittadini. Non le volgari e aggressive invettive che il Sindaco adopera contro chi non la pensa come lui. Sant’Anastasia merita di più, a cominciare da un clima di confronto costruttivo all’insegna della civiltà, della democrazia e del rispetto. Per questo neAnastasis continuerà a battersi.

PER SUPERARE MONTI E BERLUSCONI OCCORRE:EQUILIBRIO

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Nel dialogo di questa settimana, i personaggio del prof. Giovanni Ariola discutono dei mammasantissmi della politica italiana, e trovano la parola giusta per la Repubblica che verrà.

Il prof. Carlo è appena tornato da Milano. È stato ben lieto di accettare l’offerta da parte di un amico di un posto di loggione alla prima del Don Giovanni di Mozart alla Scala. Che piacevole sensazione, ma non è stata la prima volta, quella di trovarsi a guardare dall’alto in giù “la bella magnifica gente azzimata, luccicante di gioielli e lustrini, vistosamente fatueggiante, sistemata in platea e nei palchi”!.

Per non parlare della vista entusiasmante (figuriamoci!) delle autorità e dei pesimassimi della politica, dello spettacolo, dell’economia: primi fra tutti quelli in bella mostra nel palco reale. Ebbene, dati per scontati e condivisi gli apprezzamenti dell’opera e degli interpreti, a sipario chiuso, ad applausi cessati, fluendo verso l’uscita, gli sono giunte alle orecchie, pur nel brusio da sciame di vespe o di calabroni della folla, le considerazioni dell’amico.

– Sai, – gli dice – m’è venuto uno strano pensiero…Nel vedere la scena finale quando il Commendatore, il celebre invitato di pietra, dà la mano a Don Giovanni e ne preannuncia, in realtà ne provoca, la morte, ho pensato che si potrebbe fare un parallelo tra quella stretta di mano e l’altra con la quale il premier Monti a Palazzo Chigi congedava il suo predecessore…

– Mi sembra – gli risponde a caldo il prof. Carlo – un parallelo un po’ forzato, ecco esagerato…
– Se rifletti – insiste l’amico – quella stretta di mano, dico del prof. Monti in divisa ‘sorriso sobrio’, ha decretato ufficialmente la fine (politica, s’intende) di un uomo che in qualche modo è stato il “don Giovanni della politica” e questo non solo per la sua intensa attività amatoria…bensì anche per tutta una sua euforia vitalistica, una sorta di scialacquatura festaiola, debordante dagli schemi della politica tradizionale ma anche dai limiti imposti dalle regole etiche e sociali universalmente consolidate.

Ora, seduto al suo tavolo in Istituto, il prof. ripensa alle parole dell’amico e s’accorge che in esse c’è un innegabile fondo di verità. Tuttavia non può fare a meno di aggiungere a mo’ di chiosa un’altra riflessione. L’uscita di scena (temporanea, credo) dell’ilare cavaliere non deve far pensare che sia finito un certo modo di fare politica che impropriamente viene chiamato berlusconismo, che invece è retaggio dell’epoca precedente (della prima repubblica), anzi di epoche più lontane, addirittura prefasciste. In fin dei conti il cavaliere è stato soltanto “il sintomo di una malattia”(“Il Venerdì” di “La Repubblica, 2 Dicembre 2011) di cui è affetta una parte non si può dire quanto estesa degli Italiani che spesso “il libito” fa “licito in sua legge”.

Molto volentieri, in verità, accoglie l’arrivo dei colleghi che lo distoglie dai suoi amari pensieri.
– Se per la Prima Repubblica – va dicendo il prof. Eligio – la parola significativa, dominante e caratterizzante fu ‘assistenzialismo’ e per la Seconda Repubblica è stata ‘libera iniziativa individuale’ (= ognuno s’arrangi se e come può senza aspettarsi l’aiuto di chicchessia, tanto meno dallo Stato), quale sarà quella che connoterà la Terza? Si è passati da un eccesso all’altro opposto. Si può sperare che nel periodo che è appena iniziato si cerchi e si trovi una parola, cui corrisponda nella prassi una condotta coerente e conseguente, che colga il punto virtuoso, che coniughi sintetizzandoli e amalgamandoli gli elementi positivi delle due posizioni estreme?

– È vero – concorda il prof. Geremia – tra il positivo e il negativo esiste il punto limite o punto critico di rottura superando il quale si passa facilmente dall’una all’altra condizione. Così, ad esempio, la propria libertà presenta il suo punto limite nella libertà degli altri e se oltrepassa la sfera di quest’ultima diventa da valore, disvalore. Perciò credo che lo sforzo massimo di tutti dovrebbe essere per il futuro quello di individuare i punti critici, puncta dolentia, in ogni situazione, in ogni processo e di cercare di evitarli, di fermarsi in tempo al di qua.

– Chissà, – ribatte il collega Eligio – forse la risposta alla domanda che ponevo prima potrebbe essere la parola ‘equilibrio’: per tradurre in termini pratici, si può auspicare uno Stato che non fa mancare la sua presenza vigile, previdente e provvidente, ma tale da non soffocare anzi da stimolare la iniziativa libera e creativa di tutti i cittadini, soprattutto dei giovani. Nello stesso tempo dovrebbe intervenire in misura maggiore per supportare, sostenere, guidare, aiutare insomma qualora ci fossero persone che da sole non ce la fanno…

– Ecco, – sbotta il prof. Piermario, che stamane si sente e si manifesta particolarmente ‘rivoluzionario’ – la solita tecnica del bottaio: “na botta ’o chirchio e na botta ’o tumpagno” (= “un colpo al cerchio e uno alla botte” – Per l’esattezza, tumpagno = ciascuno dei due fondi della botte, dal lat. tympanium, dimin. di tympanum =timpano e, in senso lato, pannello di chiusura)…intanto voi continuate a girare intorno alle parole e non vi accorgete che siete e siamo in una gabbia ben chiusa, anzi blindata, come si dice oggi…e se non rompiamo le sbarre e ci riappropriamo della libertà di muoverci in uno spazio aperto e ampio abbastanza, non cambieremo mai il nostro stato.

Fuor di metafora dobbiamo deciderci ad uscire da questo sistema capitalistico in cui siamo costretti a vivere, che ha liquidato qualsiasi progetto alternativo al libero mercato sfrenato, selvaggio e senza regole e che per di più ci strozza con il suo vortice consumistico
– Con che cosa lo sostituiremo? – chiedono quasi in coro i due colleghi.
– Cominciamo con lo spazzare via questo canagliume imperante… – quasi grida con volto acceso il prof. Piermario.

– Amici – interviene il prof. Carlo – la cosa più saggia è quella di bandire almeno per ora ogni discorso che poggi su ipotesi e aspettative palingenetiche più o meno illusorie, anzi imponiamoci un periodo intermedio di riflessione. Attenzione, non siamo ancora nella terza repubblica… questa inizierà quando sarà finita questa crisi planetaria e avremo trovato una qualche idea da eleggere come luceguida che possa consentire di dare una svolta decisiva alla storia nostra e del mondo.

Ora ci sia una sorta di epochè (=sospensione di ogni giudizio e anche di qualsiasi aspettativa), si faccia silenzio, si studi, si ricerchi, si pensi…La questione coinvolge gli abitanti di tutto il pianeta come sottolinea il noto studioso Howard Gardner…ascoltate…”…dubito che il pianeta possa sopravvivere se ogni nazione…ha le proprie direttive professionali e i propri costumi civici. Una parte troppo grande del pianeta è ormai interconnessa, e col tempo lo diventerà ancora di più. Al tempo stesso, dobbiamo sviluppare modelli di cittadinanza che possano essere fatti propri dalle popolazioni più varie del mondo: istituzioni come il Tribunale internazionale e documenti come la Dichiarazione dei diritti umani rappresentano i primi tentativi in questo senso. Solo alla luce di concezioni convergenti di buon lavoro e buona cittadinanza possiamo sperare in una buona vita sul nostro fragile pianeta” (Da “Verità, bellezza, bontà – Educare alle virtù nel ventunesimo secolo”, Feltrinelli, Milano, 2011, p.110).

– Un bel pensiero – commenta amaro il prof. Piermario – ma non ci illudiamo che questo avvenga senza lottare contro i detentori, a livello mondiale, del capitale e del potere che remeranno contro per difendere i loro interessi…
– Quando i tempi saranno maturi – ribatte convinto il prof. Carlo – “la freccia si staccherà da sola dall’arco” come insegna la filosofia Zen.
Una parola per questo periodo di attesa? Secondo me, l’unica parola che mi sembra proponibile e forse necessaria, è, insieme con la riflessione, solidarietà sociale anzi universale…Chi ha di più (in termini di risorse materiali, ma anche spirituali e perché no? di attività lavorative), condivida quello che possiede con chi è in difficoltà.

– Propongo di inserire – dice visibilmente eccitato il prof. Geremia (o Fantasia come ama definirsi), traendo dalla tasca un foglietto – nel depliant di auguri da spedire ai nostri iscritti e da pubblicare sul nostro sito questa poesia di un mio amico ingiustamente poco apprezzato Corrado Abeille…ascoltate…si intitola “Fra noi”.

“La prima ora ho afferrato un remo/ abbiamo tirato la barca alla riva al sicuro/ l’onda l’avrebbe trascinata via// la seconda ora sono sceso nell’interrato/ abbiamo scavato con le pale le cose da salvare/ non una sarebbe venuta fuori da sola// la terza ora ho detto parola dopo parola/ abbiamo costruito un discorso ben strutturato/ si rischiava una babele con caos mortale// la quarta la quinta la sesta e ancora/ io fra noi abbiamo fatto il dovuto/ così l’impresa è giunta a buon fine// tutte le ore una a una le ore fino a sera/ abbiamo mosso mani occhi parole/ abbiamo dipanato la nostra aseità”. Auguri a tutti!

LA RUBRICA

CONCORSO A PRESIDE: UN TERRENO LIMACCIOSO

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I TAR d”Italia hanno emesso sentenze discordanti sui ricorsi presentati dai tanti, troppi, concorrenti all”ambita Sedia scolastica. Racconto di un”esperienza diretta. Di Ciro Raia

Mi ero ripromesso di non lasciarmi sfiorare minimamente dall’evento. Ma visto che -come accadeva al mugnaio- penso ci possa sempre essere un giudice a Berlino, una piccola considerazione la devo fare. La settimana appena trascorsa, per chi vive di cose di scuola, è stata caratterizzata dalla interminabile telenovela del concorso nazionale a posti di preside, anzi, scusate, di dirigente scolastico.

L’antefatto è che un numero esorbitante di concorrenti si era presentato alla fase preselettiva per l’accesso al concorso, nell’ottobre scorso. Dovevano dar prova di saper rispondere in tempi cronometrati (un’ora!) a cento quiz, a risposta multipla, elaborati da sedicenti esperti individuati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Due paradossi subito erano stati evidenti: 1) Molte delle risposte ai quiz erano errate già alla fonte; 2) Strano modo di schiudere (o chiudere?) le porte a un concorso per dirigente scolastico: erano tutti docenti coloro ai quali si chiedeva di sottoporsi a una preselezione.

I luminari del ministero pensavano, forse, che a concorrere vi fossero anche medici, calzolai, baristi, ginecologi, sarti, fruttivendoli, notai, biscazzieri, capotreni, agricoltori e carburatoristi, con certificazione di minimo cinque anni di servizio (il bando del concorso stabiliva “servizio di ruolo”, il Tar ha stabilito che non doveva essere necessariamente di ruolo!) nella scuola?
Dopo la preselezione, migliaia di candidati in tutta l’Italia, non sono stati ritenuti idonei, perché si sono attestati al di sotto delle 80 risposte esatte (soglia minima prevista). Sono scattati immediatamente i ricorsi, per chiedere l’invalidazione della preselezione. Ma hanno prodotto controricorso anche gli ammessi, per garantirsi che il numero degli aspiranti dirigenti restasse sfrondato, sì da avere maggiori possibilità di vittoria finale.

Per non portarla troppo per le lunghe, i Tar d’Italia, che sono stati investiti da ricorsi di tutti i tipi, hanno emesso sentenze contrastanti e, sul filo di lana, la sera prima della prova scritta del 14 e 15 dicembre, il Tar della Campania (unico in tutto il paese) ha ammesso, con riserva, qualche centinaia di candidati, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, prevista per metà gennaio.

Ora, credo (ma in Italia e nelle cose di scuola mai dire mai) che il concorso sarà invalidato. Però, è un vero peccato che in questo delicato settore (la scuola) si fa sempre tutto per prestare il fianco agli equivoci, per far sospettare imbrogli, per coprire imbroglioni. E penso di poter parlare con documentata esperienza. Io, per esempio, ho avuto una vita travagliata nei concorsi a preside a cui ho partecipato. Sono caduto, un paio di volte, molto prima degli orali. Non sapevo, non so e non saprò mai scrivere (o copiare).

Una volta, mi accadde nel novembre del 1990, all’Ergife Palace Hotel, via Aurelia n. 619, in Roma. Eravamo presenti, dalle sette del mattino, in ottomila per 149 posti messi a concorso a livello nazionale. Alle 11 ancora non era stata dettata la traccia, che, invece, già circolava tra molti concorrenti. L’avevano fornita, infatti, alcuni estranei al concorso, non si sa come presenti all’Ergife, che avevano detto di averla ascoltata al microfono, mentre la dettavano in un’altra sala. C’era stata una inutile contestazione, mentre scorreva inesorabile il tempo. Poi, a mezzogiorno, si era presentato un funzionario ministeriale, uno della commissione centrale (uno che, oggi, commenta su riviste specializzate tutta la normativa vigente nella scuola), che, garantendo la legalità di ogni atto, aveva dettato la traccia già nota da tempo.

Insieme a pochissimi altri concorrenti, avevo protestato con foga. Il ministeriale mi aveva redarguito dicendo: “lei è un facinoroso, che attenta alla serenità della prova ed impedisce a tante persone serie di svolgere il tema”. La maggior parte delle tante persone serie, intanto, si era tuffata negli ampi borsoni o nelle fodere delle giacche, per saccheggiare libri e fogli diligentemente selezionati per la copia. Appena possibile, dopo qualche ora, quando avevo chiesto di andare in bagno, avevo trovato, seduti per terra tra rivoli di piscio, aspiranti presidi, che copiavano a più non posso o strappavano intere pagine dai libri. Alcuni dei concorrenti –pochissimi me compreso- inoltrarono anche una inutile denuncia alla magistratura. Non successe perfettamente niente.

Un’altra volta, il 21 e 22 novembre 2005, a un nuovo concorso a preside, nella scuola dove erano stati assegnati quelli con le iniziali simile al mio cognome, anche avevano copiato quasi tutti. Ma non era successo ugualmente niente. Anzi. Si era ingarbugliata talmente la situazione che, tra ricorsi e contro ricorsi, erano stati ammessi molti che, probabilmente, non ne avevano titolo. Anche in quell’occasione si era cominciato a copiare molto prima di riflettere sulla traccia. Già. Ma riflettere su cosa? L’imperativo categorico (era) è (sarà) imbrattare la pagina; scrivere, scrivere qualunque cosa, non lasciare mai la pagina bianca. Molto prima degli esiti della valutazione erano circolate strane voci (tipo andirivieni di candidati dalla sede delle correzioni o da casa dei commissari), confermate, poi, dagli elenchi degli ammessi.

Nelle molteplici conversazioni avute con Gaetano Arfé, il senatore socialista mi ricordava che Federico Chabod era solito dire, a proposito delle baronie accademiche, come non fosse scandaloso che nella terna dei vincitori di un concorso figurassero studiosi di cui era previsto il successo, ma che, al contrario, come fosse scandaloso se ad entrare in quella terna fossero stati personaggi di cui nessuno, nel mondo scientifico, aveva mai avuto conoscenza.
L’ultimo concorso a preside, prima di quello odierno, risale al 2007. Fu facile. Quella volta, non mi potevano bocciare. Ma solo perché era prevista una prova non selettiva. Era, infatti, la coda di un corso riservato a presidi incaricati (tra cui io) ed era posta a conclusione di un corso di preparazione.

C’ero arrivato dopo avere superato, si fa per dire, un colloquio d’ammissione, che mi consentiva l’accesso ad ottanta ore di formazione on line e a ottanta ore di presenza in aula. Meglio stendere un velo pietoso sul tempo perso a risolvere i casi proposti. Una cosa, infatti, sono i problemi che la scuola presenta giorno per giorno, una cosa i giochini pensati da quelli dell’Indire. Mi sarebbe venuto di dire, anche a me, come era stato scritto più di quarant’anni fa, dagli allievi di Barbiana: “Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi”.

In ogni caso, anche in quell’ultima occasione concorsuale, dopo che la possibile traccia era stata comunicata con largo anticipo da quelli che tenevano il corso, quasi tutti i concorrenti si erano tuffati nella copia. La verità è che io non ho mai saputo copiare; ma, volendo, cosa avrei dovuto copiare di fronte ad una traccia simile? “Si illustrino, anche alla luce dell’esperienza diretta, ruolo e competenze di un dirigente scolastico nei rapporti con gli organi collegiali, con particolare riferimento al coinvolgimento del collegio dei docenti, nell’elaborazione, approvazione ed attuazione del Piano dell’Offerta Formativa”.

A scuola mi avevano insegnato la solita tecnica per svolgere un tema. Un mio maestro, in particolare, Vincenzo Langella, morto di infarto la sera del terribile sisma dell’80, mi aveva educato anche al gusto della frase elaborata, della cura dello stile, della parola ricercata. Nino Pino, poi, raccomandandomi di non omettere mai le fonti, mi aveva avviato, nella costruzione di un tema, all’eleganza delle citazioni.

In un paragrafo di Lettera a una professoressa, c’è scritto: “Le regole dello scrivere sono: Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo…Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato…Mi provai a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni”.

Una lezione, quella di don Milani, che è servita a ben poco. Anche quando non ci sono stati, infatti, ritardi, imbrogli, incomprensioni, fughe di notizie, paradossi o altro, le tracce sono state sempre più o meno assurde. Come quella volta (ma gli esempi abbondano) in cui fu dettato:

L’organizzazione della scuola media deve trovare in un’idea valida e funzionale il suo motivo qualificante. Individuate questa idea in una domanda di educazione, nel convincimento che per essa è valorizzato il potenziale di umanità posseduto da ogni persona e sono svelati i valori di cui ciascun ragazzo è portatore e per cui apprende in maniera autentica il mestiere di uomo”.

E Luigi Compagnone su Il Mattino (20 novembre 1990) ironizzò: “Ma questa più che una traccia è un inverosimile scioglilingua e come tale non contempla alcuna possibilità di essere sottoposto alla pur minima analisi stilistica…Ciò avviene non di rado per le tracce emanate dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione (o Distrazione). Ma un altro inconveniente è che gli autori delle tracce ministeriali sono sempre degli irrintracciabili innominati. Segreto d’ufficio? O comprensibile vergogna?”.

LA RUBRICA

ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Quando le istituzioni non sono efficaci ed efficienti, ci si può ritrovare in quella “zona grigia” dove le regole del gioco non sono ben definite, e dove le organizzazioni criminali sono più forti.

“Quando le istituzioni non riescono ad essere efficaci ed efficienti cosa accade?”.
È una domanda che gli aspiranti sociologi nei corsi universitari spesso si pongono dando svariate risposte. È certo che quando le istituzioni non riescono ad essere efficaci ed efficienti, è come se venissero a mancare delle “regole del gioco”.

Questa zona di mancanza, di distorsione delle regole del gioco, costituisce una fascia protettiva che avvolge determinati fenomeni. Mi sento di paragonare questa fascia alla cosiddetta “zona grigia” con la quale Raffaele Cantone intende riferirsi a quella parte della società che pur non essendo parte integrante delle organizzazioni mafiose ha con esse contatti di varia natura, soprattutto sul piano della connivenza e degli affari.

Realtà che si è molto estesa negli ultimi anni e che è la vera forza di questa nuova mafia che spara sempre meno e fa sempre più affari in apparenza leciti, e se riesce a fare affari di questo tipo lo fa grazie soprattutto a questa famosa “zona grigia”, a queste regole del gioco distorte.

Distorte nell’evolversi della società, nel cui processo evolutivo tende a modificare sia nel tempo che nello spazio organizzazioni, valori, norme, ciò la costituisce.
Anche il minimo cambiamento di un valore sia esso morale o di altro genere, un’usanza incardinata nella cultura di appartenenza, l’alternarsi di un ciclo economico, un periodo di recessione o di boom economico può portare ad un mutamento delle istituzioni o viceversa.

In questi frangenti vengono a crearsi nuove dinamiche, nuove strutture e sovrastrutture che con il passare del tempo muteranno al loro interno portando a successivi stravolgimenti come una catena consequenziale di eventi. Le stesse organizzazioni criminali, nascono da uno o più di questi stravolgimenti. Nascono in quel che si chiama breaking point che porta ad uno scostamento del normale procedere di una linea retta dalla quale si distacca allontanandosi in una direzione altra su un piano spaziale.

I mutamenti istituzionali sono delineati in questo caso da una relazione simbiotica tra istituzioni e organizzazioni criminali che si sono sviluppate come risposta alla struttura dalle prime e dal processo di retroazione in base al quale gli uomini percepiscono e reagiscono alle modificazioni della “società”.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

AVVISO AI GENITORI: ATTENTI ALLE PAROLE QUANDO SGRIDATE I FIGLI

Sgridare va bene, ma spesso succede che le parole fanno davvero male e portano serie conseguenze. La responsabilità dei genitori per gli stati ansioso-depressivi del figlio.

Il caso
La nostra attenzione si rivolge ad un adolescente che, come tanti suoi coetanei, non ha una grossa predilezione per lo studio e la scuola. All’esito del primo quadrimestre la sua pagella lascia molto a desiderare. Dopo il colloquio con i professori , i genitori tornati a casa, iniziano a mortificare il figlio, rivolgendogli frasi quali: «sei uno stupido, un buono a nulla, uno che non combinerà mai niente di buono nella vita», e prospettandogli una sicura bocciatura alla fine dell’anno scolastico. All’esito dell’anno scolastico arriva la paventata bocciatura. Dopo poche settimane il ragazzo incomincia a soffrire di insonnia e di attacco di panico.

I genitori secondo la Cassazione hanno commesso il reato di abuso dei mezzi di correzione. Il reato si consuma nel momento che ne derivi il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente. Dal punto di vista fisico la giurisprudenza ha precisato che per malattia vada intesa qualsiasi contusione o alterazione, sia pure lievissima, dell’integrità fisica personale (Cassazione 26-11-82, n. 11344); dal punto di vista mentale il discorso si fa naturalmente più complesso in quanto la menomazione non è ovviamente visibile, né percepibile con i comuni strumenti della medicina. Sul punto la Suprema Corte ha specificato che la nozione di malattia nella mente si estende fino a ricomprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento (Cassazione del 3-5-2005, n. 16491).

La suprema Corte pur ritenendo che la condotta dei genitori rientri nell’ambito dei comportamenti leciti, non essendo sfociata nel compimento di alcun atto di violenza fisica, conclude, sulla scorta delle pronunce giurisprudenziali nell’affermare la penale responsabilità di entrambi i genitori per il delitto di abuso di mezzi di correzione. Per la Cassazione esiste, infatti, il nesso causale tra i reiterati comportamenti dei genitori, qualificabili come maltrattamenti di tipo psicologico e i disturbi ansioso-depressivi, manifestatosi in insonnia e attacchi di panico del figlio.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44