1° GENNAIO 2012, GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

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Il tema dell”evento entra nel vivo di una questione urgente nel mondo di oggi: ascoltare e valorizzare le nuove generazioni. Di Don Aniello Tortora

Anche quest’anno si celebrerà il 1° Gennaio la “Giornata mondiale della Pace”. La profonda intuizione di Paolo VI, un Papa grandissimo (ancora da riscoprire), viene ri-presentata all’inizio del nuovo anno ancora dai sui successori. Lo stesso Giovanni Paolo II, un Papa attento al sociale, alla Giustizia e alla Pace, negli anni passati ci ha donato messaggi bellissimi.

Il Santo Padre Benedetto XVI ha scelto il seguente tema per la celebrazione della 45ª Giornata Mondiale della Pace del prossimo 1° gennaio 2012: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace». Il tema entra nel vivo di una questione urgente nel mondo di oggi: ascoltare e valorizzare le nuove generazioni nella realizzazione del bene comune e nell’affermazione di un ordine sociale giusto e pacifico dove possano essere pienamente espressi e realizzati i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo.

Risulta quindi un dovere delle presenti generazioni quello di porre le future nelle condizioni di esprimere in maniera libera e responsabile l’urgenza per un “mondo nuovo”. La Chiesa accoglie i giovani e le loro istanze come il segno di una sempre promettente primavera ed indica loro Gesù come modello di amore che rende «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). I responsabili della cosa pubblica sono chiamati ad operare affinché istituzioni, leggi e ambienti di vita siano pervasi da umanesimo trascendente che offra alle nuove generazioni opportunità di piena realizzazione e lavoro per costruire la civiltà dell’amore fraterno coerente alle più profonde esigenze di verità, di libertà, di amore e di giustizia dell’uomo.

Di qui, allora, la dimensione profetica del tema scelto dal Santo Padre, che si inserisce nel solco della “pedagogia della pace” tracciato da Giovanni Paolo II nel 1985 («La pace ed i giovani camminano insieme»), nel 1979 («Per giungere alla pace, educare alla pace») e nel 2004 («Un impegno sempre attuale: educare alla pace»). I giovani dovranno essere operatori di giustizia e di pace in un mondo complesso e globalizzato. Ciò rende necessaria una nuova “alleanza pedagogica” di tutti i soggetti responsabili.

Il tema preannuncia una preziosa tappa del Magistero proposto da Benedetto XVI nei “Messaggi per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace”, iniziato nel segno della verità (2006: «Nella verità la pace»), proseguito con le riflessioni sulla dignità dell’uomo (2007: «Persona umana, cuore della pace»), sulla famiglia umana (2008: «Famiglia umana, comunità di pace»), sulla povertà (2009: «Combattete la povertà, costruire la pace»), sulla custodia del creato (2010: «Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato») e sulla libertà religiosa (2011: «Libertà religiosa, via per la pace»), e che ora si rivolge alle menti e ai cuori pulsanti dei giovani: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace».

La società tutta deve accogliere questo messaggio e prestare più attenzione ai giovani, i quali hanno il diritto-dovere di realizzare il senso della loro vita mediante un lavoro dignitoso.
Credo che questa sia la sfida epocale dei prossimi anni. Non è la precarietà o la flessibilità-precaria che dà dignità ai giovani. Con forza dobbiamo gridare il nostro No allo sfruttamento dei giovani nel mondo del lavoro. Farli vivere in perenne precariato significa togliere loro i sogni, le speranze, il futuro.

Il nuovo anno sia veramente l’ “anno dei giovani”. Sognando insieme con loro, anche noi, meno giovani, saremo sempre giovani e pieni di vita.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

SANT”ANASTASIA. DA DOVE NASCE L’ANIMOSITÁ DEL SINDACO ESPOSITO

neAnastasis ripercorre la storia dell”attuale Piano Regolatore per spiegare l”astio del sindaco Esposito verso l”Associazione e i suoi associati.

I cittadini di Sant’Anastasia, leggendo ed ascoltando quanto apparso su una pagina Facebook del 10 dicembre scorso (titolata “Sant’Anastasia Oggi”), si saranno chiesti probabilmente da che cosa deriva tanta animosità del loro sindaco nei riguardi dell’ing. Vincenzo Spadaro, tanta animosità da farlo scantonare in insulti volgari che di certo squalificano e di molto chi li pronuncia, specie nella sua veste di primo cittadino.

Noi di neAnastasis abbiamo già censurato con un pubblico manifesto, inviato pure a questo giornale, tale comportamento assolutamente inaccettabile nei confronti di un nostro associato, reo, agli occhi del sindaco, di scrivere articoli che, anziché innalzare lodi al suo operato, più semplicemente n’analizzano i provvedimenti emessi.

Con il presente articolo vorremmo contrapporre alle denigranti offese del sindaco fatti puntuali affinchè i cittadini che seguono queste vicende possano farsene un’opinione.
Il nostro associato cercherà, quindi, di chiarire da quali motivi scaturisce probabilmente tanta acrimonia, considerando che non c’entrano affatto i rapporti personali che, del resto, non ci sono mai stati. Bisogna allora risalire agli anni ’80 del secolo scorso allorché iniziò la lunga storia dell’attuale Piano Regolatore.

Erano gli anni della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia che interessò anche Sant’Anastasia, con tutto il bagaglio di corruzione che ne scaturì. Anni della prima legge sul condono edilizio che diede la stura a perpetrare ulteriori e più numerosi abusi, nella convinzione diffusa che ci sarebbero stati ulteriori provvedimenti legislativi in tal senso. Anni in cui l’attuale sindaco si affacciò alla politica anastasiana, militando nel partito socialista. In rapida ascesa ricoprì prima la carica d’assessore comunale alle finanze e, in una successiva amministrazione, quella di vice-sindaco.

Dopo questa breve parentesi su quegli anni, ritorniamo all’attuale Piano Regolatore. Questo piano era stato preceduto nel 1971 da un Piano di Fabbricazione incentrato su uno sviluppo dell’edilizia abitativa di vastissime proporzioni. Prevedeva, difatti, la costruzione di 23.000 nuovi vani, che aggiunti a quelli esistenti o già in costruzione, avrebbero dovuto consentire il raggiungimento di un’edilizia residenziale di 35.000 vani e, conseguentemente, in base al parametro di un vano per abitante, l’alloggiamento di una popolazione di 35.000 abitanti (ricordiamo qui che la popolazione di Sant’Anastasia era di 19.378 unità al censimento 1971 ed ha raggiunto 28.023 nel del 2001.

All’inizio degli anni ’80, pur essendo in pieno svolgimento il Piano di Fabbricazione (che difatti rimase operante sino a dicembre 1994), ma trascorsi i dieci anni di validità e non avendo il Comune ottemperato alla redazione del Piano Regolatore Generale, la Provincia di Napoli nominò un commissario ad acta perché approntasse il nuovo piano.
Da quanto esposto sui parametri del Piano di Fabbricazione e considerando la piaga dell’abusivismo edilizio che dilagava in quegli anni, era abbastanza evidente che il nuovo piano dovesse essere essenzialmente rivolto alla realizzazione d’infrastrutture idonee a modernizzare Sant’Anastasia, a valorizzarne le risorse, a mettere ordine all’edificato realizzato, anziché rivolto a nuova ed indiscriminata cementificazione del territorio ad uso residenziale.

Purtroppo i redattori del Piano, sotto la pressione delle forze politiche e degli interessi economici del settore, seguirono tutt’altro indirizzo.
Il commissario ad acta, dopo una prima ipotesi, ventilata ai partiti politici nel marzo 1984 e contestata dall’ing. Spadaro, di costruzione di 16.000 nuovi vani abitativi, adottò e sottopose ad inchiesta pubblica nel settembre 1985, un Piano Regolatore che prevedeva, invece, l’edificazione di 13.000 nuovi vani per una popolazione prevista di 31.245 a dicembre 1993.
A questo piano l’ing. Spadaro inoltrò ricorso nei termini legali. In particolare, con un’analisi demografica rigorosa e la stima dei vani non riportati dal censimento del 1981, ma con concessione edilizia rilasciata, e quelli abusivi, dimostrò che la stima della popolazione al 1993 era di 28.369 abitanti e la necessità di nuovi vani da edificare, con il parametro di un vano per abitante, si attestava su circa 2.750 vani.

Queste contestazioni, unitamente ad altre di più stretto carattere tecnico, convinsero il sindaco di allora, avv. Manno ( vice l’attuale sindaco dott. Esposito) a firmare e far firmare a tutti i consiglieri comunali della DC il suddetto ricorso ed indussero il commissario a ritirare il piano.

Successivamente, come sempre accade allorché la classe politica non trova omogeneità d’intenti, fu nominata una commissione, composta dall’ing. Spadaro ed altri, per la definizione degli indirizzi programmatici su cui progettare il Piano Regolatore. La commissione affrontò le varie problematiche dell’organizzazione del territorio e ne prospettò possibili soluzioni con varie relazioni scritte. In particolare, sul delicato aspetto della previsione demografica e delle unità abitative necessarie, si approfondì l’indagine sui vani abusivi e su quelli con concessione edilizia rilasciata ma non ancora completati e si elaborarono varie ipotesi di sviluppo demografico. Il risultato finale fu che, pur spostando al 1995 l’orizzonte temporale del piano, la necessità di nuovi vani oscillava, con le varie ipotesi, tra 3.400 e 250 ca.

Questo lavoro della commissione, pur se non fu accettato integralmente sotto la spinta del partito del mattone, contribuì a ridimensionarne le mire. Il nuovo Piano Regolatore, difatti, dopo vari peripezie, fu approvato, a dicembre 1995, con una disponibilità di 8.000 nuovi vani abitativi, la metà di quanto il commissario ad acta aveva prospettato all’inizio. In seguito questa disponibilità di nuovi vani fu praticamente dimezzata con l’approvazione del Piano Paesaggistico e poi del tutto annullata, per la parte non realizzata, con la legge regionale 21/2003 sulla zona rossa.

Queste vicissitudini ed il relativo ruolo svolto dall’ing. Spadaro sono evidentemente ben presenti nei ricordi del nostro sindaco. Sono questi i ricordi che spingono il sindaco ad apostrofare l’ing. Spadaro come “ignorante” e “opportunista”?
In campagna elettorale ha di nuovo chiamato a raccolta tutti i personaggi che negli anni ’80 spingevano per un’edificazione selvaggia del nostro territorio. Avranno pensato, questi personaggi, dalla nostra parte c’è ora un sindaco, non più vice-sindaco come negli anni ’80, l’amministrazione provinciale e quella regionale, oltre a quella nazionale, nessuno può ora fermarci.

Si sono accorti, loro malgrado, che i loro referenti politici in provincia e regione non hanno alcun’intenzione di seguirli nell’assurda campagna contro la zona rossa. La presenza in giunta regionale d’assessori, vigili alla tutela del territorio, ha rappresentato per loro una sorpresa non attesa e non gradita.

L’associazione neAnastasis, di cui l’ing. Spadaro si onora di far parte, nello scorso anno ha già affrontato le problematiche del nuovo piano urbanistico, che occorre redigere, con vari articoli pubblicati su questo giornale e un convegno pubblico, in occasione del quale è stato distribuito un opuscolo con le proposte di piano e continuamente sollecita l’Amministrazione comunale affinché apra il confronto con la società civile.
Tutto ciò potrebbe spiegare il perché delle invettive e degli insulti che il nostro egregio sindaco profonde a destra e a manca contro chi contesta i suoi propositi.

Le ultime invettive le ha lanciate di nuovo contro la nostra associazione in un’intervista apparsa su questo giornale il 27 dicembre scorso. In quest’intervista dichiara, tra l’altro, che non ci riconosce come associazione civica e non è disposto ad incontrarci sino a quando non avremo un comportamento costruttivo per il paese. Evidentemente il nostro sindaco ha un’evidente concezione putiniana dei rapporti con la società civile. Vuole rapportarsi solo con chi tesse le lodi del suo operato e tiene alla larga, se non insulta, chi vuole confrontarsi in modo puntuale sui problemi che incombono sul paese e delle possibili soluzioni.
(Fonte foto: Wikipedia)

NEL CASO SI FOSSE COINVOLTI IN ATTIVITÁ DI POLIZIA GIUDIZIARIA:

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Alcune informazioni utili riguardo all”arresto e al fermo di polizia giudiziaria. Di Simona Carandente

A ciascuno di noi, sia perché coinvolto personalmente e proprio malgrado in attività di Polizia Giudiziaria, sia per semplice curiosità, può capitare di venire a contatto con terminologia ed istituti strettamente giuridici, apparentemente incomprensibili, ma dall’indiscussa portata pratica ed applicativa.

Fermo, arresto, custodia cautelare sono solo alcuni degli istituti del codice di rito entrati a far parte prepotentemente del linguaggio comune, venendo di fatto utilizzati impropriamente, proprio a causa del rigido tecnicismo del legislatore, districabile solo da limitate nicchie di "addetti ai lavori".
Il fermo e l’arresto di P.G. costituiscono provvedimenti privativi della libertà personale a carattere temporaneo: difatti, l’unico soggetto legittimato dall’ordinamento a poter privare un individuo della libertà ante iudicium è il giudice, nominato a seguito di concorso pubblico indetto periodicamente.

L’arresto dell’indagato può avvenire solo in flagranza di reato o nella cd. "quasi flagranza": esse ricorrono mentre si viene sorpresi a commettere un reato o subito dopo, come nel secondo caso, laddove il presunto reo sia colto con tracce o cose dalla quali emerga la commissione del reato stesso. Nel caso di fermo, invece, manca il requisito della flagranza, richiedendosi per procedervi un pericolo di fuga attuale e concreto, ancorato alla sussistenza di precisi limiti di pena edittale o alla commissione di reati riguardanti le armi ed il terrorismo, per i quali esso è sempre consentito.

L’autorità di Polizia procedente all’arresto o al fermo ha taluni obblighi: avvertire il fermato della facoltà di nominare un difensore di fiducia, informare immediatamente l’eventuale difensore di ufficio, avvisare i familiari laddove vi sia il consenso del diretto interessato. Tali adempimenti, comuni all’arresto ed al fermo, devono precedere per legge la celebrazione della cd. udienza di convalida. Sia il fermo che l’arresto, difatti, possono avere una durata massima, improrogabile, di 96 ore: nelle 48 ore dal fermo o dall’arresto il Pubblico Ministero deve chiedere la convalida al giudice, che deve provvedere nelle successive 48 ore. L’udienza di convalida avviene in un’udienza chiusa al pubblico, con la presenza necessaria del difensore del fermato o arrestato.

Altro istituto è, invece, quello dell’interrogatorio di garanzia: esso si rende necessario a seguito dell’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare, custodiale o meno, e viene reso innanzi al Giudice per le Indagini Preliminari entro 5 giorni dalla richiesta di custodia cautelare in carcere, e 10 negli altri casi. Scopo dell’interrogatorio quello di valutare la permanenza delle condizioni di applicabilità della misura cautelare già disposta, provvedendo in caso contrario alla sua revoca o sostituzione. (mail:simonacara@libero.it)

LA RUBRICA

“NATALE ALLA REGGIA”: ECCO COME CASERTA TRASCORRE LE FESTIVITà NATALIZIE

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Dal 15 dicembre al 6 gennaio la Reggia di Caserta saluta il Natale con mostre ed eventi speciali. Un”occasione unica per visitare un patrimonio storico-artistico che tutto il mondo ci invidia.

Anche quest’anno la Sovrintendenza, l’Ente Provinciale per il Turismo e il Comune di Caserta hanno organizzato l’evento “Natale alla Reggia”. La manifestazione, che racchiude una serie di mostre, spettacoli e concerti, è ormai divenuta una tradizione del Natale casertano.

Il programma è ricco di appuntamenti. Fino al 31 dicembre, negli Appartamenti Storici della Reggia, è possibile visitare la mostra “Neoclassiche compostezze. Il gusto per l’antico nel Real Palazzo di Caserta” dedicata alle antichità classiche raccolte a corte fino al XIX secolo. Nella Sala degli Alabardieri e delle Guardie del Corpo è invece possibile ammirare “Le piccole meraviglie del re. Galanterie e collezionismo alla corte dei Borbone” un’esposizione di manufatti artigianali e piccole opere d’arte realizzate nel corso dei secoli per i membri della famiglia reale. Un assortimento di oggetti di uso quotidiano finemente decorati e impreziositi per ostentare lo sfarzo della corte borbonica.

Particolarissima anche la mostra, dal titolo “Natalizi…Reali”, allestita per l’occasione nella Biblioteca Palatina. Si tratta di una rassegna di tutte le odi, gli inni e i sonetti che i sudditi hanno composto in occasione dei “Natalizi” (compleanni) dei re e delle regine di Napoli. Fino al 9 gennaio, inoltre, nella Sala dei Porti, sarà possibile apprezzare i lavori realizzati dai ragazzi degli istituti d’arte e dei licei artistici delle province di Caserta e Benevento per il concorso d’arte presepiale “Tradizioni contemporanee”.

Numerose anche le iniziative musicali. Oltre al tradizionale “Concerto per un giorno di festa” del 26 dicembre, sono in programma in questi giorni il concerto dell’Orchestra Suzuki Casagiove (il 29 e il 30 dicembre) e il “Concerto dell’Epifania”, al Teatro di Corte, che come sempre il 6 gennaio chiuderà la manifestazione. “Natale alla Reggia” resta, come tutti gli anni, un’occasione particolare per visitare uno dei monumenti più belli d’Italia, soprattutto quest’anno. Da marzo 2011 infatti, grazie al progetto “Maestà Regia” e ai recenti lavori di restauro, il Palazzo Reale di Caserta si presenta con un volto nuovo, con l’apertura al pubblico di tutte le sale degli Appartamenti Reali, il riordino delle collezioni e l’allestimento di nuovi spazi espositivi.

È ora possibile così visitare, attraverso la “Scala Regia”, la Volta ellittica di copertura del Vestibolo, capolavoro dell’ingegno tecnico del Vanvitelli, e ammirare nella nuova Quadreria i 140 dipinti inediti (tra cui le “Nature morte” e i “Soggetti Orientali” di Michele Scaronia) provenienti dai depositi della Reggia. Altri 120 dipinti, quelli dei “Fasti Farnesiani” e i ritratti dei Borbone, mai esposti prima e appena restaurati, sono stati raccolti, invece, nella Pinacoteca al piano nobile. Imperdibile, negli Appartamenti Storici, infine, il riallestimento della collezione “Terrae Motus”, una delle più importanti raccolte pubbliche di arte contemporanea, donata nel 1992 da Lucio Amelio al Palazzo Reale di Caserta e oggi arricchita da nuove acquisizioni.

Quella di “Natale alla Reggia” è solo una delle tante iniziative che la Sovrintendenza e il Comune di Caserta portano avanti per la valorizzazione del Palazzo. La Reggia vanvitelliana è in questo senso un esempio per molte realtà museali sia campane che italiane. Tuttavia, a dispetto dei risultati positivi ottenuti, molto ancora deve essere fatto. “L’auspicio”, spiega Mario Resca, Direttore Generale del MiBAC, “è quello che, anche grazie alla sua veste rinnovata, la Reggia si confermi non solo polo di attrazione culturale ma anche simbolo di rinascita economica e sociale per tutto il territorio, così come era nelle intenzioni del sovrano borbonico Carlo III che ne volle la costruzione”.

Una struttura di riferimento per l’incremento turistico e il potenziamento dell’offerta museale casertana, va aggiunto, è, senza dubbio, la Reggia di Versailles che ha saputo mettere a punto, nel corso degli anni, un efficientissimo piano aziendale per la valorizzazione del sito e del territorio circostante. Ancora oggi, così, quasi fosse uno scherzo del destino, la Reggia francese continua ad ispirare, come in origine, quella casertana che rafforza nuovamente l’appellativo di “Versailles italiana”. Ci si augura che questi giorni di festa possano essere, dunque, un’opportunità per visitare un’icona artistica del nostro Paese che, nonostante tutto, resta una meta di riferimento per il turismo culturale italiano ed internazionale.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CI SONO PERSONE “PREDISPOSTE” AD ESSERE VITTIME DI REATI

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Continuiamo il nostro approfondimento sulla “vittimizzazione”, ragionando su alcune teorie le quali hanno dimostrato che certe persone sono maggiormente predisposte a subire un reato. Di Amato Lamberti

Mendelsohn, come Von Hentig, focalizzò l’attenzione sul ruolo giocato dalle vittime nel determinare i crimini violenti. La sua classificazione è fondata su una sorta di scala della partecipazione morale della vittima, e la elaborò sulla base dei suoi studi con un approccio giuridico-legale, cercava, infatti, di individuare il grado di provocazione della vittima nell’interazione con il criminale. Egli distingueva tra:

-La vittima completamente innocente. Si tratta di coloro che non hanno alcun comportamento provocatorio o facilitante prima dell’attacco dell’aggressore (come nel caso dei bambini). La vittima, in questo caso, ha un ruolo totalmente passivo.
-La vittima che ha meno colpa del criminale. In questo caso la vittima ha sì un ruolo attivo, ma solo perché ha adottato un comportamento imprudente o negligente, finendo per porsi in una situazione di pericolo. Mendelsohn denominava questo secondo gruppo anche “vittime dovute all’ignoranza”.
-La vittima colpevole tanto quanto il criminale. Si tratta di una categoria particolare che includeva i casi di suicidio e coloro che assistevano o cooperavano con altri nel commettere dei crimini, cadendone vittime.

-La vittima provocatrice. Tale categoria raggruppa le vittime che istigano e provocano l’atto criminale.
-La vittima più colpevole del criminale. In questo gruppo sono incluse le figure di criminale-vittima, ossia di criminale che nel corso dell’esecuzione dell’azione illecita subisce la vittimizzazione da parte del suo antagonista che agisce per autodifesa.

Gli assunti su cui si basavano le teorizzazioni di Von Hentig e Mendelsohn hanno destato vivo interesse tra gli studiosi di criminologia, provocando un ampio dibattito intorno alla figura della vittima, tanto da aprire un nuovo settore di indagine e da porre le premesse per nuovi programmi di ricerca. In particolare, alcuni studiosi hanno ulteriormente elaborato i concetti esposti dai due studiosi e hanno condotto ricerche dirette ad approfondire la conoscenza delle caratteristiche individuali che favoriscono la vittimizzazione.

La convinzione che la probabilità di diventare vittima di un crimine non sia ugualmente distribuita fra tutti gli individui e che certe persone siano maggiormente predisposte a subire un reato è stata dimostrata, fra gli altri, da Fattah (1971). Facendo riferimento al concetto di vittima latente di Von Hentig, Fattah riteneva che nella vittima esistessero tre differenti tipi di predisposizioni specifiche: biopsicologiche (età, sesso, razza), sociali (occupazione, condizione economica, condizioni di vita) e psicologiche (deviazioni sessuali, desiderio di appagare il bisogno sessuale, estrema confidenza e fiducia, tratti del carattere).

Nel 1958 Wolfgang espose il concetto di “victim-precipitation” indicando, con questo termine, tutti quei casi in cui sarebbe la vittima ad essere implicata direttamente ed attivamente nella genesi, nella dinamica e nell’esito finale dell’azione criminale, avendo determinato il proprio rischio di vittimizzazione e facendo “precipitare” il reato. In realtà, questo concetto suscitò diverse critiche in
relazione al fatto che il ruolo del criminale poteva risultare del tutto passivo, visto come soggetto che entra in azione attraverso le sollecitazioni della vittima. È per questi motivi che diversi autori preferiscono sostituire l’espressione “victim-precipitation” con “victim-partecipation”, sottolineando da una parte la partecipazione e la facilitazione fornita dalla vittima, dall’altra l’interazione con un soggetto comunque attivo.

Lo stesso concetto di partecipazione della vittima nella dinamica del reato è ravvisabile negli studi di Avison che, interessandosi ai casi di omicidio avvenuti tra il 1950 e il 1968, sostenne che nella quasi totalità dei delitti considerati era stata la futura vittima ad incoraggiare un comportamento violento da parte dell’aggressore.
Uno studio più organico relativo alle qualità della vittima e al suo rischio di vittimizzazione è quello fornito da Sparks. L’autore sostenne che sei sono le caratteristiche più importanti:

• la vulnerabilità, tipica di quei soggetti che, per il loro comportamento, stile di vita, status sociale, risulta ad alto rischio di vittimizzazione;
• l’opportunità, ossia la disponibilità di un bene;
• l’attrazione, relativa alla tentazione che un bene della vittima ha sul criminale;
• la facilitazione, come situazione rischiosa in cui la vittima si trova per imprudenza o negligenza;
• la precipitazione, indicante comportamenti della vittima che incoraggiano reazioni violente del criminale; 53
• l’impunità, ossia l’improbabilità che la vittima denunci a breve il reato per cui l’autore può agire senza timore.

A seguito di queste e di simili ricerche, tuttavia, è stato sottolineato come in molti casi non sia il comportamento della vittima a far scattare il reato, ma la percezione, spesso distorta, che di esso ha l’autore del crimine: attraverso meccanismi di neutralizzazione del sentimento di colpa, quest’ultimo attribuisce alla vittima intenzioni e responsabilità in realtà inesistenti.
Dopo i primi studi pioneristici, incentrati in prevalenza sulla relazione autore-vittima, la vittimologia ha sviluppato nuove linee di ricerca, che hanno attribuito rilevanza alle situazioni e al contesto sociale che favoriscono la vittimizzazione.

Il primo tentativo di sviluppare un modello teorico in grado di spiegare le differenze nel rischio di diventare vittima di reato deve essere fatto risalire al 1978, anno in cui Hindelang, Gottfredson e Garofalo elaborarono il cosiddetto “modello di vittimizzazione basato sullo stile di vita o sull’esposizione al rischio” (lifestyle/exposure model of victimization). Secondo questo modello, lo “stile di vita” (intesa come la consueta attività svolta dalle persone, inerente sia alla loro sfera lavorativa sia al loro tempo libero) inciderebbe sulla probabilità di diventare vittima di un reato contro la persona e ciò, in particolare, attraverso l’intervento di due variabili:
-L’esposizione al rischio, cioè il grado di esposizione delle persone nei luoghi e nei momenti caratterizzati da un differente rischio di vittimizzazione;
-Le associazioni, cioè la frequenza con cui le persone si trovano in associazione con altri individui più o meno inclini a commettere reati.

Questo modello è stato ripreso da Cohen e Felson (1979) e ribattezzato “approccio basato sull’attività routinaria” (routine activity approach), laddove per attività routinaria si intende: «ogni ricorrente e prevalente attività che soddisfa i bisogni fondamentali della popolazione e dei singoli individui». Come sottolinea Garofalo esistono notevoli somiglianze tra i due modelli in quanto entrambi trascurano l’indagine sulle motivazioni che possono spingere un individuo a commettere un atto criminale e considerano l’inclinazione criminale come un dato di fatto; entrambi rivolgono la loro attenzione al contesto che permette alle inclinazioni di trasformarsi in vere e proprie azioni; entrambi attribuiscono rilevanza, più che alle caratteristiche individuali delle persone, al comportamento dei gruppi consociati.

Sono state poi elaborate teorie di vittimizzazione che fanno riferimento non alle persone o alle situazioni, ma alle caratteristiche dei luoghi, le cosiddette “deviant place theory” (Starks 1987). Quest’ultime hanno messo in evidenza il fatto che il tasso dei reati è particolarmente elevato in quartieri poveri, densamente popolati, con alta mobilità della popolazione.
Sampson e Castellano (1982) osservano, in base a quanto emerge dai dati statistici del National Crime Survey, che esiste una relazione negativa tra condizione economica dei quartieri (misurata in base alla percentuale media di reddito e di disoccupazione) e percentuali di crimini contro la persona nelle zone metropolitane di alcune città degli Stati Uniti.

In tempi recenti, la vittimologia si è posta anche l’obiettivo di conoscere più da vicino quelle che sono le conseguenze psicologiche, economiche e sociali vissute dalle vittime del reato, per alleviarne disagi e sofferenze. Studiando tali conseguenze, la letteratura criminologica internazionale ha distinto il danno “primario” dal danno “secondario”: mentre il primo deriva direttamente dal reato, il secondo deriva dalla risposta informale o formale alla vittimizzazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA VITTIMA DEI REATI

GIORGIO BOCCA E LE AMARE VERITÁ SU NAPOLI

Lo scrittore piemontese non ha mai lesinato critiche a Napoli, ai napoletani e alla “napoletanità”. Senza mai temere, spietatamente lucido. Di Carmine Cimmino

In Napoli Giorgio Bocca, “l’antitaliano“, vedeva uno dei paradigmi di quell’Italia corrotta, cinica, criminale, figlia degenere dell’antifascismo, che il caotico sviluppo economico degli anni ’60, il “Miracolo all’ italiana“, aveva definitivamente depravato. Contro le storture di quel “miracolo“ Bocca emise la prima, durissima condanna in un articolo del gennaio del ‘1962, dedicato alla città di Vigevano, e pubblicato su “Il Giorno“.

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai, venticinquemila, di milionari, battaglioni affiancati; di librerie, neanche una”. La sentenza fu inappellabile, e la condanna, definitiva. Alle sconcezze che esibiva in quanto città italiana Napoli aggiungeva sconcezze proprie e particolari, in nome del principio che, secondo Bocca, riassumeva tutta la filosofia napoletana: qui il peggio rientra nella normalità. “L’Italia è tutta uno schifo, ma a Napoli va un po’ peggio“. Tra il 2004 e il 2005 il giornalista, sollecitato dalle prime scene dello spettacolo della monnezza, dedicò alla città alcuni articoli assai aspri.

Quegli articoli provocarono a Napoli commenti stizziti e risposte furibonde, che egli poi trascrisse, nel 2006, nel libro “Napoli siamo noi“. Un titolo volutamente ambiguo, aperto a una doppia lettura: Napoli siamo noi, perché la città è, con chiarezza didattica, la sintesi di tutti i mali italiani, oppure perché, se non risolviamo i problemi di Napoli, non risolveremo i problemi dell’Italia. Nel 2004 Bocca aveva formulato un duro giudizio sulla napoletanità, intendendola come “folklore che copre l’insipienza del disordine, finta solidarietà che copre il perdurante sfruttamento dei deboli“: “questa napoletanità risulta francamente repellente, indegna di una grande città civile”.

Questa grande città non risolve mai nessuno dei suoi problemi, a Napoli “il problema vero è sempre un altro, che altri dovrebbero risolvere… Napoli è stata fatta così com’è oggi dalla sua storia, e la sua storia è segnata da una mancanza o dalla debolezza di una classe dirigente capace di perseguire il bene comune. L’unica giustificazione di questa storia è che nella modernità il perseguimento del bene comune non è né possibile né desiderato”. La napoletanità tanto severamente condannata da Bocca era, diciamo così, un’idea di Raffaele La Capria. Napoli è abitata da due “nazioni“: il popolo alto e la plebe. Atterrito dalla violenza plebea del 1799, il popolo “alto“ decide di creare un patrimonio di miti da condividere con la plebe, per convincerla che il popolo napoletano è uno solo, e soprattutto per ammansirla.

I “miti“ comuni, costruiti nel tempo, sono il dialetto, la pasta, la pizza, la canzone, il teatro di Viviani e di Eduardo. Questa è la napoletanità di Raffaele La Capria. Il quale, ritenendo di essere un bersaglio degli articoli di Bocca, rispose, prima dichiarando, garbatamente, che la napoletanità
“è una vera e propria forma di civiltà”, e dunque non può essere espressione di una città che sia solo “un paese di camorristi adoratori di pulcinella”; poi, riconoscendo, maliziosamente, che alla napoletanità avrebbe giovato un po’ dell’ “austero e severo moralismo“ di Bocca, ma anche che lo spirito della napoletanità avrebbe addolcito, nel giornalista, se egli ne avesse accettato l’influenza, “la monotona seriosità del giustiziere“: e voleva dire, La Capria, che mancava a Bocca quel senso dell’umorismo ironico che scintilla, invece, nell’intelligenza dei napoletani.

Ma non fu garbata la reazione di Ermanno Rea, il quale classificò i “pezzi“ di Bocca come “l’invenzione di una vecchia scarpa littoria carica di nostalgia“: un insulto sanguinoso per uno che pensava e scriveva i suoi articoli con l’animo di chi non ha mai cessato di sentirsi un partigiano in guerra contro tutte le possibili versioni e riedizioni del fascismo. Il sindaco di Napoli, signora Iervolino, adombrò il sospetto che gli articoli fossero un attacco premeditato al centrosinistra che governava la città, e quindi giovassero alla causa di Berlusconi. Un professore della Federico II bollò Bocca come “tuttologo“.

A tutti Bocca rispose in “Napoli siamo noi: rispose indirettamente, attraverso il “medaglione“ dedicato a Amato Lamberti: “Amato Lamberti è nato a San Maurizio Canavese, ha fatto le scuole a Bussoleno in Val di Susa, ma poi è andato a Napoli, di cui è un grande conoscitore per aver diretto, per anni, l’ Osservatorio sulla camorra e fatto parte dell’ amministrazione cittadina. Parlare di Napoli con uno che ha fatto le scuole a Bussoleno, sotto il Roccamelone e l’abbazia di Novalesa, è tornare alla chiarezza. Con Lamberti non si recita, si parla, non si fa ammuina, si comunica”. Amato Lamberti gli spiegò, tra l’altro, che nella Napoli delle due “nazioni“ la camorra aveva preso il posto della napoletanità di La Capria: assicurava la sopravvivenza dei “ marginali “ e impediva loro di “assaltare i regolari”.

Giorgio Bocca avrebbe potuto, prendendo le mosse da questa amara verità, riconsiderare il ruolo che i piemontesi svolsero a Napoli tra il 1861 e il 1864, riconoscere la gravità degli errori che essi commisero, la vergogna dei soprusi di cui furono responsabili. Non lo fece: il rigore morale piemontese era un cardine della sua visione del mondo, del suo modo di essere: non avrebbe mai nutrito dubbi sulla sua verità storica. E poiché questo rigore si manifestava prima di tutto nel culto della giustizia, Bocca indagava gli uomini e le cose con una lucidità spietata, perché nell’ Italia gaglioffa che egli descriveva come “antitaliano“ conoscere la realtà era in sé un primo atto di giustizia.

Gli estremisti dell’idealismo hanno spesso il genio e il gusto del realismo estremo. Bocca interrogava uomini e cose in una prospettiva agonistica: l’incontro era sempre un confronto, e le interviste erano duelli. Nel luglio del ’79 intervistò Lucio Dalla, e aprì l’articolo con questo raffinato gioco retorico: Lucio Dalla “piacerebbe anche a me se non fosse elettrico e retrattile come un gatto durante il temporale, impaziente di farmi sapere subito, in due minuti, come è e il contrario di come è, semplice? no, sofisticato; sofisticato? no, semplice; amico? sì, ma con il sottinteso che per lui puoi anche essere uno stronzo”.

Giorgio Bocca è stato un italiano scomodo. Il destino gli ha concesso il privilegio di osservare, meravigliandosi fino all’ultimo giorno, a quali altezze sanno salire gli Italiani, e in quali baratri possono sprofondare. Forse vide in Napoli la Sirena che poteva incantarlo, confondergli le carte, e indurlo al dubbio. Si difese con la piemontesità : “ … io sono di Cuneo e se gioco, gioco ai tarocchi o alle bocce. Sai cosa dicono i giocatori di bocce al momento di contare i punti, dalle mie parti?: bocce ferme. Nessun trucco, nessuno spostamento dell’ultimo secondo, le cose stanno come sono”.

Nemmeno in fotografia la luce di Napoli permette che le cose stiano come sono. Ma forse è un pregio, una “virtù” filosofica.
(Foto: Norman Rockwell, “Libertà di parola”, 1943)

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L’IMPORTANZA DEL CONSENSUS PER LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Quando non è sufficiente ottenere il controllo del proprio territorio attraverso metodi violenti e sanguinolenti, è necessario il consensus.

Le organizzazioni criminali sappiamo che tendono sempre ad avere il controllo del proprio territorio. Questo controllo non è sufficiente ottenerlo esclusivamente attraverso metodi violenti e sanguinolenti, è necessario il consensus e la capacità di penetrare in ambiti diversi dai propri, nel mondo della politica, delle istituzioni e delle imprese con un forte controllo del mercato e dell’economia.

L’organizzazione criminale si presenta come struttura imprenditoriale, un modello comportamentale, che è arrivato ad imporsi e a conquistare potere e consensus in vaste aree della vita sociale e politica. Dove una volta conquistata la supremazia, perché il suo potere venga accettato, riconosciuto e allargato, tenderà ad attivarsi per l’ottenimento di consensus da determinati strati sociali, gruppi di potere e partiti politici di turno.
Centinaia sono i giovani educati dalla strada, le famiglie instabili, i disoccupati, gli emarginati che aderiscono in massa. L’organizzazione criminale rappresenta il senso di identità, di appartenenza ad un sistema potente: ci si sente finalmente rispettati e importanti.

Per le organizzazioni criminali il consenso è di fondamentale importanza per la propria sopravvivenza. Le motivazioni dell’importanza del consenso per la sopravvivenza delle organizzazioni criminali, possono essere le più diverse:

• Il bisogno di utilizzare il meno possibile lo strumento della violenza, per poter mantenere un basso profilo, nei confronti dei controlli delle autorità;
• il silenzio da parte della società civile riguardo i metodi delle loro imprese;
• il potere di dominio del territorio senza l’utilizzo della forza, contro quello di altre organizzazioni di natura similare.

Questi sono solo alcune caratteristiche che rendono di fondamentale importanza il consenso per la criminalità orgnizzata. La quale per l’appunto tramite esso può agire indisturbata, continuando i propri traffici illeciti senza troppe difficoltà. Ovviamente il consenso è di fondamentale importanza anche per la coesione interna di codeste organizzazioni, nelle quali, come in ogni altro tipo di organizzazione e di gruppo, avvengono dinamiche disgregative, conflittuali.
Le quali tramite il consensus tendono a tacere con una re-stabilizzazione dell’equilibrio interno, grazie alla figura di leader carismatico o autoritario che sia.

Lo strumento del consensus viene utilizzato in modi lievemente differenti dalle varie organizzazioni che costellano il nostro globo. Vi solo talune che creano consenso garantendo protezione, altre che lo gestiscono creando opportunità lavorative sommerse che possono creare beneplacito nella popolazione meno abbiente, altre ancora che la gestiscono coercitivamente, altre che sono un vero e proprio stato, che per antonomasia è il detentore del consensus.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LE PROVE D”ESAME SONO SINDACABILI SOLO IN PRESENZA DI MACROSCOPICI ERRORI

Quando la scuola agisce con criteri democratici e collegiali, nessun tribunale può cambiare l”esito della sua decisione.

Il caso
I genitori di un alunno del liceo scientifico ricorrevano al TAR del Piemonte contro il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in persona del Ministro pro tempore, perché ritenevano ingiusta la non ammissione alla classe successiva del loro figlio. Essi chiedevano l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento di non ammissione alla classe successiva (IV Scientifico), implicitamente contenuto nel "verbale dello scrutinio finale"; chiedevano, altresì, di far ripetere da parte di altra Commissione di Esame, previa eventuale "verificazione", la valutazione del percorso scolastico dell’alunno, nonché la valutazione finale.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte, con sentenza 12 settembre 2008, n. 1891, respinge il ricorso, non prima di aver precisato i seguenti punti:

ha rammentato, in punto di diritto, che la valutazione delle prove d’esame costituisce attività che è tipica manifestazione di discrezionalità tecnica che non è sindacabile se non sotto il profilo di macroscopici errori e vizi estrinseci o in presenza di evidenti illogicità o contraddittorietà e rispetto alla quale, quindi, non essendo consentito al Giudice amministrativo di sostituirsi all’organo amministrativo valutatore, il sindacato giudiziale è ammesso “solo nei ristretti limiti dell’illogicità e della contraddittorietà manifeste in quanto, diversamente opinando, il tribunale indebitamente finirebbe per invadere l’area dell’insindacabile merito valutativo riservata al succitato organo tecnico”. (T.A.R. Toscana, Sez. I, 16 novembre 2005, n. 6223; in terminis, T.A.R. Toscana, I, 24.5.2007, n. 797);

il TAR, pertanto, ha reputato corretto l’operato del Consiglio di Classe là dove ha formulato il giudizio di non ammissione del giovane alunno alla classe successiva in applicazione dei Criteri di non promozione prestabiliti nella riunione del Collegio dei docenti;

inoltre, l’Organo di giurisdizione amministrativa ha ritenuto destituita di fondamento la censura di eccesso di potere per disparità di trattamento, posto che tale doglianza non può trovare ingresso in materia di non ammissione di alunni alla classe successiva, secondo pacifica giurisprudenza condivisa dal Collegio:

“in quanto si verte in materia di valutazione della complessiva personalità del soggetto e, quindi, qualunque raffronto – avvenendo fra situazioni non omogenee, anche se i voti fossero uguali – non può assumere alcun valore dimostrativo della eventuale disparità, potendo essere diversa la risposta di due soggetti all’impegno scolastico” (T.A.R. Sardegna, 15 luglio 2002, n. 882), affermandosi anche che “al giudice amministrativo non è consentito, se non in caso di manifesta e palese illogicità, valutare la disparità di trattamento nel giudizio attribuito ad uno studente rispetto ad altri compagni di classe, poiché ciò implicherebbe la sostituzione del giudice all’amministrazione scolastica nella valutazione del rendimento e del profitto degli alunni”.(T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. IV, 3 febbraio 2006, n. 178).

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44

“IL MERCALLI SULLE SCALE”. VOLONTARIATO E SOLIDARIETÁ

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Gli studenti del Liceo Mercalli hanno cantato a favore delle Associazioni. Si irrobustisce il legame tra il mondo della scuola e il Volontariato. Di Annamaria Franzoni

Sulla gradinata Francesco d’Andrea, tra via Filangieri e via dei Mille, il 20 dicembre scorso, i giovani allievi del Liceo Mercalli di Napoli, hanno intonato “la cantata di Natale” tra gli sguardi attenti di una Napoli impegnata nel frenetico shopping natalizio, in favore delle associazioni Telethon, Mani tese, Tuttunaltromondo e dell’onlus Carmine Gallo che opera nel reparto oncologico del Pausillipon.

Il Liceo Mercalli il cui Dirigente, prof. Luigi Romano, è particolarmente sensibile alle iniziative che offrano ai giovani la giusta combinazione di conoscenze, abilità ed attitudini per la realizzazione di una cittadinanza attiva e consapevole, ha mostrato, in tempi e modi diversi, una vocazione ad approfondire i possibili collegamenti tra il mondo della scuola e quello del volontariato. La sua storia risale almeno a qualche decennio ed ha trovato nell’ Associazione “TUTTUNALTROMONDO” la sua ragion d’essere in forma statuita e normata nel 2003, anno in cui fu costituita tale associazione i cui fini ed obiettivi sono strettamente interrelati con le finalità formative ed educative espresse dal Piano dell’Offerta Formativa dell’Istituto.

In particolare l’art. 2 di tale statuto esprime, tra l’altro, la distinzione tra il termine “solidarietà come forma, predisposizione ed atteggiamento di vita, come scelta di fondo” e il “volontariato come modalità concreta di attuazione, come strumento per esercitare una scelta”.
La manifestazione, soprannominata "Il Mercalli sulle scale", presenta come ci ha riferito il Prof. Pasquale Cava, vicepreside del liceo, un titolo un pochino sibillino…, “le scale, sinonimo di discesa, sono anche sinonimo di salita, di impegno, di costanza ….forse è proprio questo che manca, ora è tempo di salire, ma non di dimenticare i valori fondanti il nostro vivere”.

Vivere il territorio è quanto la scuola deve fare per rispondere ad un’esigenza di comunicazione che diviene sempre più forte in una società nella quale è sempre più difficile trovare spazi di condivisione e di riflessione ed è quanto a provato a fare il liceo Mercalli: l’impegno del volontario ha infatti caratterizzato da diversi anni il processo di formazione dei giovani adolescenti di questo liceo con l’obiettivo di realizzare un’educazione integrale.
Nel processo di educazione alla cittadinanza nazionale, europea, mondiale è necessario favorire nei giovani l’apertura verso l’altro in una fase della vita in cui si è particolarmente sensibili e in cui si vuole cambiare il mondo; il nostro ruolo di mondo degli adulti, di educatori di formatori deve favorire il desiderio di un inserimento sociale comunitario che confermi la ricerca dell’autonomia personale.

Le risposte che i ragazzi hanno dato ai giornalisti che li hanno intervistati durante la manifestazione hanno offerto il netto segnale di questa esigenza vitale, sincera e sentita dai giovani alla capillare diffusione della cultura della solidarietà che si fa interprete dei bisogni e dei diritti di deboli ed emarginati dando esempio di collaborazione propositiva e di stimolo.

La scuola e il territorio su cui la scuola agisce è uno dei terreni più fertili dove lavorare: i ragazzi d’oggi saranno gli uomini che guideranno la società di domani e la realizzazione del cambiamento sociale, passa attraverso la diffusione tra le giovani generazioni di valori quali: la solidarietà, la condivisione, il rispetto reciproco, la tolleranza.
(Fonte foto: Repubblicanapoli.it)

NATALE 2011: SPERANZA E OPPORTUNITÁ

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Che Natale sarà quest”anno? Borghese o cristiano? Nelle case si parla più di Spread, Btp, Bund, Borsa, di Pensioni, di Iva, di art. 18, di crisi economica che di nascita di Gesù. Di Don Aniello Tortora


Il Natale è la principale festa dell’anno, dopo quella della Pasqua. Festa che nella tradizione popolare era legata alla chiusura di un ciclo stagionale e alla apertura del nuovo ciclo.
La festa appartiene all’anno liturgico cristiano, in cui si ricorda la nascita di Gesù Cristo, che nella Cristianità occidentale cade il 25 dicembre, mentre nella Cristianità orientale viene celebrato il 6 gennaio. La nascita di Gesù viene fatta risalire dal 10 al 4 a.C.

Il Natale non viene introdotto subito come festa cristiana, ma bisogna aspettare l’arrivo del Quarto secolo nell’Impero Romano, e più tardi ancora nelle zone dell’Oriente. La festa cristiana si intreccia con la tradizione popolare. Prima del Natale cristiano c’era la festa del Fuoco e del Sole, perché in questo periodo avviene il solstizio d’inverno, con il giorno più corto dell’anno, e da questa data (21 dicembre) le giornate iniziano ad allungarsi.

Nell’antica Roma si festeggiavano i Saturnali in onore di Saturno, dio dell’agricoltura ed era un periodo di pace, si scambiavano i doni, e si facevano sontuosi banchetti. Tra i Celti invece si festeggiava il solstizio d’inverno. Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano decise che il 25 dicembre si festeggiasse il Sole. Da queste origini risale la tradizione del ceppo natalizio, ceppo che nelle case doveva bruciare per 12 giorni consecutivi e doveva essere preferibilmente di quercia, un legno propiziatorio: osservandolo bruciare si presagiva l’anno nuovo.

Il ceppo natalizio nei nostri giorni si è trasformato nelle luci e nelle candele che addobbano case, alberi, e strade. Il nostro Natale deriva da tradizioni borghesi del secolo scorso, con simboli e usanze sia di origine pagana che cristiana.

Che Natale sarà quest’anno? Borghese o cristiano? Nelle case si parla più di Spread, Btp, Bund, Borsa, di Pensioni, di Iva, di art. 18, di crisi economica che di nascita di Gesù.
Il Natale è, ancora oggi, un’opportunità per ri-mettere in discussione i nostri stili di vita, le nostre ipocrisie, le nostre chiusure, i nostri egoismi. Anche in questa “natalizia” manovra economica bastava un po’ di solidarietà in più e il superamento degli egoismi corporativistici perché fosse più equa e attenta alle categorie più deboli.

E allora, Buon Natale a tutti. Ai lavoratori della Fiat, che stanno tornando al lavoro a Pomigliano.
Ai precari, perché non perdano mai la speranza. Nella vita bisogna lottare contro le ingiustizie e guardare sempre avanti. Ai Sindacati, perché ritrovino l’unità e il gusto di difendere, comunque e sempre, i diritti dei lavoratori.
Buon Natale anche a Marchionne, perché non si irrigidisca sulle sue posizioni, non si adegui alle ferree e inique leggi del mercato e restituisca dignità ai lavoratori.

Buon Natale ai politici, perché ritrovino il gusto di servire il bene comune.
Buon Natale a noi tutti, perché il Sole di Giustizia, il Bambinello Gesù, ci scomodi sempre di più dalle nostre comode posizioni e ci dia il dono di “rischiare” la vita per gli altri.
(Fonte foto: Rete Internet)

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=27