I TAR d”Italia hanno emesso sentenze discordanti sui ricorsi presentati dai tanti, troppi, concorrenti all”ambita Sedia scolastica. Racconto di un”esperienza diretta. Di Ciro Raia
Mi ero ripromesso di non lasciarmi sfiorare minimamente dall’evento. Ma visto che -come accadeva al mugnaio- penso ci possa sempre essere un giudice a Berlino, una piccola considerazione la devo fare. La settimana appena trascorsa, per chi vive di cose di scuola, è stata caratterizzata dalla interminabile telenovela del concorso nazionale a posti di preside, anzi, scusate, di dirigente scolastico.
L’antefatto è che un numero esorbitante di concorrenti si era presentato alla fase preselettiva per l’accesso al concorso, nell’ottobre scorso. Dovevano dar prova di saper rispondere in tempi cronometrati (un’ora!) a cento quiz, a risposta multipla, elaborati da sedicenti esperti individuati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Due paradossi subito erano stati evidenti: 1) Molte delle risposte ai quiz erano errate già alla fonte; 2) Strano modo di schiudere (o chiudere?) le porte a un concorso per dirigente scolastico: erano tutti docenti coloro ai quali si chiedeva di sottoporsi a una preselezione.
I luminari del ministero pensavano, forse, che a concorrere vi fossero anche medici, calzolai, baristi, ginecologi, sarti, fruttivendoli, notai, biscazzieri, capotreni, agricoltori e carburatoristi, con certificazione di minimo cinque anni di servizio (il bando del concorso stabiliva “servizio di ruolo”, il Tar ha stabilito che non doveva essere necessariamente di ruolo!) nella scuola?
Dopo la preselezione, migliaia di candidati in tutta l’Italia, non sono stati ritenuti idonei, perché si sono attestati al di sotto delle 80 risposte esatte (soglia minima prevista). Sono scattati immediatamente i ricorsi, per chiedere l’invalidazione della preselezione. Ma hanno prodotto controricorso anche gli ammessi, per garantirsi che il numero degli aspiranti dirigenti restasse sfrondato, sì da avere maggiori possibilità di vittoria finale.
Per non portarla troppo per le lunghe, i Tar d’Italia, che sono stati investiti da ricorsi di tutti i tipi, hanno emesso sentenze contrastanti e, sul filo di lana, la sera prima della prova scritta del 14 e 15 dicembre, il Tar della Campania (unico in tutto il paese) ha ammesso, con riserva, qualche centinaia di candidati, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, prevista per metà gennaio.
Ora, credo (ma in Italia e nelle cose di scuola mai dire mai) che il concorso sarà invalidato. Però, è un vero peccato che in questo delicato settore (la scuola) si fa sempre tutto per prestare il fianco agli equivoci, per far sospettare imbrogli, per coprire imbroglioni. E penso di poter parlare con documentata esperienza. Io, per esempio, ho avuto una vita travagliata nei concorsi a preside a cui ho partecipato. Sono caduto, un paio di volte, molto prima degli orali. Non sapevo, non so e non saprò mai scrivere (o copiare).
Una volta, mi accadde nel novembre del 1990, all’Ergife Palace Hotel, via Aurelia n. 619, in Roma. Eravamo presenti, dalle sette del mattino, in ottomila per 149 posti messi a concorso a livello nazionale. Alle 11 ancora non era stata dettata la traccia, che, invece, già circolava tra molti concorrenti. L’avevano fornita, infatti, alcuni estranei al concorso, non si sa come presenti all’Ergife, che avevano detto di averla ascoltata al microfono, mentre la dettavano in un’altra sala. C’era stata una inutile contestazione, mentre scorreva inesorabile il tempo. Poi, a mezzogiorno, si era presentato un funzionario ministeriale, uno della commissione centrale (uno che, oggi, commenta su riviste specializzate tutta la normativa vigente nella scuola), che, garantendo la legalità di ogni atto, aveva dettato la traccia già nota da tempo.
Insieme a pochissimi altri concorrenti, avevo protestato con foga. Il ministeriale mi aveva redarguito dicendo: “lei è un facinoroso, che attenta alla serenità della prova ed impedisce a tante persone serie di svolgere il tema”. La maggior parte delle tante persone serie, intanto, si era tuffata negli ampi borsoni o nelle fodere delle giacche, per saccheggiare libri e fogli diligentemente selezionati per la copia. Appena possibile, dopo qualche ora, quando avevo chiesto di andare in bagno, avevo trovato, seduti per terra tra rivoli di piscio, aspiranti presidi, che copiavano a più non posso o strappavano intere pagine dai libri. Alcuni dei concorrenti –pochissimi me compreso- inoltrarono anche una inutile denuncia alla magistratura. Non successe perfettamente niente.
Un’altra volta, il 21 e 22 novembre 2005, a un nuovo concorso a preside, nella scuola dove erano stati assegnati quelli con le iniziali simile al mio cognome, anche avevano copiato quasi tutti. Ma non era successo ugualmente niente. Anzi. Si era ingarbugliata talmente la situazione che, tra ricorsi e contro ricorsi, erano stati ammessi molti che, probabilmente, non ne avevano titolo. Anche in quell’occasione si era cominciato a copiare molto prima di riflettere sulla traccia. Già. Ma riflettere su cosa? L’imperativo categorico (era) è (sarà) imbrattare la pagina; scrivere, scrivere qualunque cosa, non lasciare mai la pagina bianca. Molto prima degli esiti della valutazione erano circolate strane voci (tipo andirivieni di candidati dalla sede delle correzioni o da casa dei commissari), confermate, poi, dagli elenchi degli ammessi.
Nelle molteplici conversazioni avute con Gaetano Arfé, il senatore socialista mi ricordava che Federico Chabod era solito dire, a proposito delle baronie accademiche, come non fosse scandaloso che nella terna dei vincitori di un concorso figurassero studiosi di cui era previsto il successo, ma che, al contrario, come fosse scandaloso se ad entrare in quella terna fossero stati personaggi di cui nessuno, nel mondo scientifico, aveva mai avuto conoscenza.
L’ultimo concorso a preside, prima di quello odierno, risale al 2007. Fu facile. Quella volta, non mi potevano bocciare. Ma solo perché era prevista una prova non selettiva. Era, infatti, la coda di un corso riservato a presidi incaricati (tra cui io) ed era posta a conclusione di un corso di preparazione.
C’ero arrivato dopo avere superato, si fa per dire, un colloquio d’ammissione, che mi consentiva l’accesso ad ottanta ore di formazione on line e a ottanta ore di presenza in aula. Meglio stendere un velo pietoso sul tempo perso a risolvere i casi proposti. Una cosa, infatti, sono i problemi che la scuola presenta giorno per giorno, una cosa i giochini pensati da quelli dell’Indire. Mi sarebbe venuto di dire, anche a me, come era stato scritto più di quarant’anni fa, dagli allievi di Barbiana: “Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi”.
In ogni caso, anche in quell’ultima occasione concorsuale, dopo che la possibile traccia era stata comunicata con largo anticipo da quelli che tenevano il corso, quasi tutti i concorrenti si erano tuffati nella copia. La verità è che io non ho mai saputo copiare; ma, volendo, cosa avrei dovuto copiare di fronte ad una traccia simile? “Si illustrino, anche alla luce dell’esperienza diretta, ruolo e competenze di un dirigente scolastico nei rapporti con gli organi collegiali, con particolare riferimento al coinvolgimento del collegio dei docenti, nell’elaborazione, approvazione ed attuazione del Piano dell’Offerta Formativa”.
A scuola mi avevano insegnato la solita tecnica per svolgere un tema. Un mio maestro, in particolare, Vincenzo Langella, morto di infarto la sera del terribile sisma dell’80, mi aveva educato anche al gusto della frase elaborata, della cura dello stile, della parola ricercata. Nino Pino, poi, raccomandandomi di non omettere mai le fonti, mi aveva avviato, nella costruzione di un tema, all’eleganza delle citazioni.
In un paragrafo di Lettera a una professoressa, c’è scritto: “Le regole dello scrivere sono: Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo…Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato…Mi provai a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni”.
Una lezione, quella di don Milani, che è servita a ben poco. Anche quando non ci sono stati, infatti, ritardi, imbrogli, incomprensioni, fughe di notizie, paradossi o altro, le tracce sono state sempre più o meno assurde. Come quella volta (ma gli esempi abbondano) in cui fu dettato:
“L’organizzazione della scuola media deve trovare in un’idea valida e funzionale il suo motivo qualificante. Individuate questa idea in una domanda di educazione, nel convincimento che per essa è valorizzato il potenziale di umanità posseduto da ogni persona e sono svelati i valori di cui ciascun ragazzo è portatore e per cui apprende in maniera autentica il mestiere di uomo”.
E Luigi Compagnone su Il Mattino (20 novembre 1990) ironizzò: “Ma questa più che una traccia è un inverosimile scioglilingua e come tale non contempla alcuna possibilità di essere sottoposto alla pur minima analisi stilistica…Ciò avviene non di rado per le tracce emanate dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione (o Distrazione). Ma un altro inconveniente è che gli autori delle tracce ministeriali sono sempre degli irrintracciabili innominati. Segreto d’ufficio? O comprensibile vergogna?”.

