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PER SUPERARE MONTI E BERLUSCONI OCCORRE:EQUILIBRIO

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Nel dialogo di questa settimana, i personaggio del prof. Giovanni Ariola discutono dei mammasantissmi della politica italiana, e trovano la parola giusta per la Repubblica che verrà.

Il prof. Carlo è appena tornato da Milano. È stato ben lieto di accettare l’offerta da parte di un amico di un posto di loggione alla prima del Don Giovanni di Mozart alla Scala. Che piacevole sensazione, ma non è stata la prima volta, quella di trovarsi a guardare dall’alto in giù “la bella magnifica gente azzimata, luccicante di gioielli e lustrini, vistosamente fatueggiante, sistemata in platea e nei palchi”!.

Per non parlare della vista entusiasmante (figuriamoci!) delle autorità e dei pesimassimi della politica, dello spettacolo, dell’economia: primi fra tutti quelli in bella mostra nel palco reale. Ebbene, dati per scontati e condivisi gli apprezzamenti dell’opera e degli interpreti, a sipario chiuso, ad applausi cessati, fluendo verso l’uscita, gli sono giunte alle orecchie, pur nel brusio da sciame di vespe o di calabroni della folla, le considerazioni dell’amico.

– Sai, – gli dice – m’è venuto uno strano pensiero…Nel vedere la scena finale quando il Commendatore, il celebre invitato di pietra, dà la mano a Don Giovanni e ne preannuncia, in realtà ne provoca, la morte, ho pensato che si potrebbe fare un parallelo tra quella stretta di mano e l’altra con la quale il premier Monti a Palazzo Chigi congedava il suo predecessore…

– Mi sembra – gli risponde a caldo il prof. Carlo – un parallelo un po’ forzato, ecco esagerato…
– Se rifletti – insiste l’amico – quella stretta di mano, dico del prof. Monti in divisa ‘sorriso sobrio’, ha decretato ufficialmente la fine (politica, s’intende) di un uomo che in qualche modo è stato il “don Giovanni della politica” e questo non solo per la sua intensa attività amatoria…bensì anche per tutta una sua euforia vitalistica, una sorta di scialacquatura festaiola, debordante dagli schemi della politica tradizionale ma anche dai limiti imposti dalle regole etiche e sociali universalmente consolidate.

Ora, seduto al suo tavolo in Istituto, il prof. ripensa alle parole dell’amico e s’accorge che in esse c’è un innegabile fondo di verità. Tuttavia non può fare a meno di aggiungere a mo’ di chiosa un’altra riflessione. L’uscita di scena (temporanea, credo) dell’ilare cavaliere non deve far pensare che sia finito un certo modo di fare politica che impropriamente viene chiamato berlusconismo, che invece è retaggio dell’epoca precedente (della prima repubblica), anzi di epoche più lontane, addirittura prefasciste. In fin dei conti il cavaliere è stato soltanto “il sintomo di una malattia”(“Il Venerdì” di “La Repubblica, 2 Dicembre 2011) di cui è affetta una parte non si può dire quanto estesa degli Italiani che spesso “il libito” fa “licito in sua legge”.

Molto volentieri, in verità, accoglie l’arrivo dei colleghi che lo distoglie dai suoi amari pensieri.
– Se per la Prima Repubblica – va dicendo il prof. Eligio – la parola significativa, dominante e caratterizzante fu ‘assistenzialismo’ e per la Seconda Repubblica è stata ‘libera iniziativa individuale’ (= ognuno s’arrangi se e come può senza aspettarsi l’aiuto di chicchessia, tanto meno dallo Stato), quale sarà quella che connoterà la Terza? Si è passati da un eccesso all’altro opposto. Si può sperare che nel periodo che è appena iniziato si cerchi e si trovi una parola, cui corrisponda nella prassi una condotta coerente e conseguente, che colga il punto virtuoso, che coniughi sintetizzandoli e amalgamandoli gli elementi positivi delle due posizioni estreme?

– È vero – concorda il prof. Geremia – tra il positivo e il negativo esiste il punto limite o punto critico di rottura superando il quale si passa facilmente dall’una all’altra condizione. Così, ad esempio, la propria libertà presenta il suo punto limite nella libertà degli altri e se oltrepassa la sfera di quest’ultima diventa da valore, disvalore. Perciò credo che lo sforzo massimo di tutti dovrebbe essere per il futuro quello di individuare i punti critici, puncta dolentia, in ogni situazione, in ogni processo e di cercare di evitarli, di fermarsi in tempo al di qua.

– Chissà, – ribatte il collega Eligio – forse la risposta alla domanda che ponevo prima potrebbe essere la parola ‘equilibrio’: per tradurre in termini pratici, si può auspicare uno Stato che non fa mancare la sua presenza vigile, previdente e provvidente, ma tale da non soffocare anzi da stimolare la iniziativa libera e creativa di tutti i cittadini, soprattutto dei giovani. Nello stesso tempo dovrebbe intervenire in misura maggiore per supportare, sostenere, guidare, aiutare insomma qualora ci fossero persone che da sole non ce la fanno…

– Ecco, – sbotta il prof. Piermario, che stamane si sente e si manifesta particolarmente ‘rivoluzionario’ – la solita tecnica del bottaio: “na botta ’o chirchio e na botta ’o tumpagno” (= “un colpo al cerchio e uno alla botte” – Per l’esattezza, tumpagno = ciascuno dei due fondi della botte, dal lat. tympanium, dimin. di tympanum =timpano e, in senso lato, pannello di chiusura)…intanto voi continuate a girare intorno alle parole e non vi accorgete che siete e siamo in una gabbia ben chiusa, anzi blindata, come si dice oggi…e se non rompiamo le sbarre e ci riappropriamo della libertà di muoverci in uno spazio aperto e ampio abbastanza, non cambieremo mai il nostro stato.

Fuor di metafora dobbiamo deciderci ad uscire da questo sistema capitalistico in cui siamo costretti a vivere, che ha liquidato qualsiasi progetto alternativo al libero mercato sfrenato, selvaggio e senza regole e che per di più ci strozza con il suo vortice consumistico
– Con che cosa lo sostituiremo? – chiedono quasi in coro i due colleghi.
– Cominciamo con lo spazzare via questo canagliume imperante… – quasi grida con volto acceso il prof. Piermario.

– Amici – interviene il prof. Carlo – la cosa più saggia è quella di bandire almeno per ora ogni discorso che poggi su ipotesi e aspettative palingenetiche più o meno illusorie, anzi imponiamoci un periodo intermedio di riflessione. Attenzione, non siamo ancora nella terza repubblica… questa inizierà quando sarà finita questa crisi planetaria e avremo trovato una qualche idea da eleggere come luceguida che possa consentire di dare una svolta decisiva alla storia nostra e del mondo.

Ora ci sia una sorta di epochè (=sospensione di ogni giudizio e anche di qualsiasi aspettativa), si faccia silenzio, si studi, si ricerchi, si pensi…La questione coinvolge gli abitanti di tutto il pianeta come sottolinea il noto studioso Howard Gardner…ascoltate…”…dubito che il pianeta possa sopravvivere se ogni nazione…ha le proprie direttive professionali e i propri costumi civici. Una parte troppo grande del pianeta è ormai interconnessa, e col tempo lo diventerà ancora di più. Al tempo stesso, dobbiamo sviluppare modelli di cittadinanza che possano essere fatti propri dalle popolazioni più varie del mondo: istituzioni come il Tribunale internazionale e documenti come la Dichiarazione dei diritti umani rappresentano i primi tentativi in questo senso. Solo alla luce di concezioni convergenti di buon lavoro e buona cittadinanza possiamo sperare in una buona vita sul nostro fragile pianeta” (Da “Verità, bellezza, bontà – Educare alle virtù nel ventunesimo secolo”, Feltrinelli, Milano, 2011, p.110).

– Un bel pensiero – commenta amaro il prof. Piermario – ma non ci illudiamo che questo avvenga senza lottare contro i detentori, a livello mondiale, del capitale e del potere che remeranno contro per difendere i loro interessi…
– Quando i tempi saranno maturi – ribatte convinto il prof. Carlo – “la freccia si staccherà da sola dall’arco” come insegna la filosofia Zen.
Una parola per questo periodo di attesa? Secondo me, l’unica parola che mi sembra proponibile e forse necessaria, è, insieme con la riflessione, solidarietà sociale anzi universale…Chi ha di più (in termini di risorse materiali, ma anche spirituali e perché no? di attività lavorative), condivida quello che possiede con chi è in difficoltà.

– Propongo di inserire – dice visibilmente eccitato il prof. Geremia (o Fantasia come ama definirsi), traendo dalla tasca un foglietto – nel depliant di auguri da spedire ai nostri iscritti e da pubblicare sul nostro sito questa poesia di un mio amico ingiustamente poco apprezzato Corrado Abeille…ascoltate…si intitola “Fra noi”.

“La prima ora ho afferrato un remo/ abbiamo tirato la barca alla riva al sicuro/ l’onda l’avrebbe trascinata via// la seconda ora sono sceso nell’interrato/ abbiamo scavato con le pale le cose da salvare/ non una sarebbe venuta fuori da sola// la terza ora ho detto parola dopo parola/ abbiamo costruito un discorso ben strutturato/ si rischiava una babele con caos mortale// la quarta la quinta la sesta e ancora/ io fra noi abbiamo fatto il dovuto/ così l’impresa è giunta a buon fine// tutte le ore una a una le ore fino a sera/ abbiamo mosso mani occhi parole/ abbiamo dipanato la nostra aseità”. Auguri a tutti!

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