A GENNAIO LA SCUOLA DI FORMAZIONE ALL’IMPEGNO SOCIO-POLITICO

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In questo momento di “politica debole”, parte la Scuola diocesana per far emergere e coltivare la vocazione all”impegno sociale e politico. Destinatari? Uomini e donne di buona volontà. Di Don Aniello Tortora

Parte, finalmente, a gennaio, presso il seminario di Nola, la Scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e politico. In questo momento così difficile e di “politica debole” della nostra storia urge un rinnovato impegno per la cura del bene comune e il desiderio di crescere insieme per fare, della dimensione politica della vita, una vera esperienza di corresponsabilità.

Molteplici e puntuali gli interventi di Papa Benedetto e del cardinale Bagnasco alla comunità cristiana sulla necessità, oggi, di “una nuova generazione di laici cristiani, impegnati, in grado di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile” per dimostrarsi “capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica” (Benedetto XVI, a Cagliari, settembre 2008). Accogliendo questo invito e sollecitati continuamente dal nostro vescovo, un gruppo di laici della Commissione diocesana Problemi sociali e lavoro, dell’Azione Cattolica diocesana e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, ha maturato l’idea di ri-prendere nella nostra Chiesa locale una Scuola di Formazione all’impegno socio-politico, “per una cittadinanza attiva al servizio del territorio”.

Come obiettivo la Scuola diocesana di Formazione all’impegno Socio-politico si prefigge di contribuire all’edificazione di una cittadinanza attiva, educata ai valori della Costituzione italiana e del Magistero sociale della Chiesa. Tale obiettivo è perseguito mediante un’offerta formativa finalizzata a dotare i partecipanti delle necessarie conoscenze e competenze, per comprendere la realtà politica ed economica ed operare in essa. Il percorso formativo è strutturato in adesione all’intento di far emergere e coltivare la vocazione all’impegno sociale e politico. Destinatari saranno quanti, uomini e donne di buona volontà, vorranno acquisire tali competenze per esercitare una “cittadinanza attiva” sul nostro territorio.

Il percorso formativo si articolerà in quattro moduli: la Costituzione italiana; Economia e Politica; gli Enti locali; la Dottrina sociale della chiesa.
Il percorso si svilupperà nel periodo Gennaio- Giugno 2012 (9 gennaio – 12 giugno) con incontri settimanali (LUNEDI ore 18.30-20.30) – SEDE: Istituto Superiore di Scienze Religiose “Duns Scoto) – Seminario vescovile – Nola. Sono previste anche esperienze concrete in atto riguardo ai quattro moduli. La qualità della formazione offerta sarà garantita da un corpo docente qualificato, formato da docenti universitari ed esperti di settore. Durante il percorso saranno presentate anche figure significative del cattolicesimo sociale: Bachelet, La Pira, De Gasperi…

L’inaugurazione è prevista per LUNEDI 9 gennaio, ore 18.00. Interverrà il prof. Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica dell’Università di Roma Tor-Vergata.
Invito chi è interessato ad iscriversi alla Scuola. Diceva don Sturzo che in politica c’è bisogno di “moralità e competenza”
SEGRETERIA della Scuola per le iscrizioni e le informazioni: sito diocesano (chiesadinola.it), mail: SGR.SCUOLAPOLITICA@CHIESADINOLA.IT, cell. 3406825811 (Salvatore Cioffi).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

OTELLO, IAGO E IL MALE

Un Otello in cui il male è protagonista, un”insana suggestione, non più vendetta ma semplicemente fine a se stesso. In scena alla Galleria Toledo fino a domenica 18 dicembre. Regia di Laura Angiulli.

Uno spettacolo senza quinte, senza riparo per gli artisti, senza fondo. A volte gli spazi scenici costruiscono già un rifugio, un asilo. Lì gli attori possono sottrarsi per qualche minuto allo sguardo del pubblico e anche il pubblico può concentrare la propria attenzione esclusivamente su un fuoco, sull’azione in scena. Non è così per questo Otello. La regia di Laura Angiulli ha voluto spogliare il teatro dei suoi spazi tradizionali, degli aiuti, delle sicurezze. Così gli attori sono in scena sempre, i cambi sono semplici movimenti fisici, passaggi, che pure riescono a segnare il tempo e lo spazio. Tutto si racchiude in pochi metri, pochi elementi scenici, nessun aiuto per chi guarda né per gli attori.

In questo spazio vuoto, in cui si disegnano le identità solitarie dei protagonisti, è il male che tesse la trama. Un male che non nasce da un torto subito o da un ambizione di potere. Un male assoluto, banale, che vive di se stesso, compiacendosi dei propri effetti. Non c’è vendetta, non c’è spessore umano, è un male freddo, privo di passione, cerebrale, nel cui disegno il Moro soccombe. Desdemona, eroina ribelle alle convenzioni, che compie le proprie scelte per amore, non ha difesa.
Le trame delle opere di Shakespeare sono complesse, Angiulli ha restituito gli intrecci alla loro nudità. Lo spettacolo, prodotto da Il Teatro coop. produzioni/Galleria Toledo, fa parte della Trilogia del Male, con Riccardo III e Macbeth.

In scena fino a domenica 18 dicembre Alessandra D’Elia, Alassane Dou Lou Gou, Irene Grasso, Stefano Jotti, Agostino Chiummariello, Luca di Tommaso, Francesco Ruotolo. Drammaturgia e regia di Laura Angiulli, scene e costumi di Rosario Squillace, disegno luci di Cesare Accetta.

Orario spettacoli:
feriali ore 21 / domenica ore 18 Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario 34 – 80134 Napoli

informazioni e prenotazioni:
tel. 081.425037 – 081. 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org
(Fonte Foto: Ufficio Stampa)

A NAPOLI LA “GIORNATA PER LA LEGALITÁ DELLA PENA”

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Mostra mercato di prodotti realizzati nelle carceri della Campania. Sono oggetti speciali per l”impegno ed il desiderio di riscatto sociale di coloro che si sono adoperati per realizzarli. Di Simona Carandente

Sabato 12 dicembre, dalle ore 10 alle ore 18 presso la Galleria Umberto I di Napoli (foto), una mostra mercato di prodotti realizzati negli istituti penitenziari della Campania mostrerà l’altra realtà del carcere, quella positiva, concreta, fatta di legalità e volontà di recupero. La galleria difatti farà, per una giornata, da contenitore alla esposizione e relativa messa in vendita di prodotti artigianali e manifatturieri, provenienti dalle case circondariali campane e nazionali, realizzati all’interno di quest’ultime grazie alla manodopera di detenuti ed internati.

La manifestazione, che vedrà alle ore 12.00 l’intervento musicale di Pino de Maio ed i ragazzi di Nisida, prevede dalle ore 13 gli interventi del sindaco Luigi De Magistris, di Sergio D’Angelo, assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, della garante per i diritti dei detenuti Adriana Tocco, del provveditore dell’amministrazione penitenziaria Tommaso Contestabile, dell’Avv. Riccardo Polidoro, presidente della Onlus "Il Carcere Possibile", anche quest’anno in prima linea nell’organizzazione dell’iniziativa.

Lo scorso anno, con la prima edizione della "Giornata per la legalità della pena" venne allestito e ricostruito, nell’importante cornice di Piazza dei Martiri a Napoli, l’interno di una cella penitenziaria, con la possibilità di poter intraprendere un vero e proprio percorso virtuale, nell’ intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema carcere, anche simulando lo spazio vitale realmente a disposizione del detenuto.

Quest’anno il progetto, parimenti ambizioso e di ampio respiro, prevede l’offerta e la messa in vendita di prodotti "speciali": non solo per i materiali usati, ma anche e soprattutto per l’impegno ed il desiderio di riscatto sociale di coloro che, con grande cura, si sono adoperati per realizzarli.
Tanti i prodotti esposti: dal caffè prodotto dalle detenute di Pozzuoli, ai mosaici realizzati nella C.C. di Benevento, all’artigianato natalizio realizzato nell’O.P.G. di Napoli. Presenti altresì, tra gli altri, i lavori provenienti dalle case circondariali di Arienzo, Avellino, Lauro, Napoli Poggioreale e Secondigliano. (mail: simonacara@libero.it)

IL VOLANTINO

LA RUBRICA

L’ARTE DEL PRESEPE: UNA TRADIZIONE TUTTA ITALIANA

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Storia e mito del presepe. Da Greccio a Bologna passando per Napoli, ecco l”itinerario storico di un”usanza millenaria e di una tradizione tutta nostrana.

Nonostante esistano testimonianze di raffigurazioni della Natività precedenti, ufficialmente il presepe ha origine a Greccio, nei pressi di Rieti, nel Natale del 1223. Si racconta, infatti, che fu San Francesco d’Assisi a realizzare nel piccolo paese una rappresentazione “vivente” della Nascita di Cristo, invitando gli abitanti del luogo a interpretare i personaggi principali del brano evangelico.

Il successo di questa iniziativa è testimoniato dalla fortuna che il tema della Natività ebbe nell’arte dei secoli successivi. Difatti, proprio dopo il presepe di Greccio, cominciò a nascere una vera e propria iconografia del genere. Scultori come Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio, pittori come Giotto e Pietro Cavallini non poterono fare a meno, tra il XIII e XIV secolo, di trattare, nelle loro opere, questo soggetto, consapevoli (come lo stesso Francesco) di quanto esso fosse vicino alla religiosità popolare. È nel corso del Rinascimento, tuttavia, che alle numerosissime rappresentazioni pittoriche della Nascita di Cristo cominciarono ad affiancarsi i primi veri presepi. È nel Quattrocento, infatti, che troviamo, a Napoli, le prime tracce di una vera e propria arte presepiale.

Sembra anzi che questo genere di opere d’arte esistesse in città già da molto tempo, addirittura dal 1025. È noto, ad esempio, che la regina Sancia d’Aragona, moglie di Roberto d’Angiò, regalò nel 1340 un presepe alle clarisse della chiesa di Santa Chiara. Nel XVI secolo, mentre a Napoli si consolidava il mestiere dello scultore presepiale, nelle botteghe artigianali bolognesi cominciava intanto a svilupparsi un particolare tipo di ricostruzione plastica della Natività, con statuette in ceramica, ispirata alla pittura di quegli anni: il presepe bolognese. Fu dopo il Concilio di Trento, comunque, che questo tipo di rappresentazione iniziò a diffondersi, da Napoli e Bologna, in tutta Italia.

Difatti, la Chiesa controriformista, tra il XVI e XVII secolo, aveva intrapreso una politica per immagini che sollecitava gli artisti a produrre opere capaci di suscitare il trasporto emotivo dei fedeli, soprattutto del popolo minuto. Il presepio, con il suo straordinario realismo tridimensionale, non poteva che rientrare tra queste. Nel Seicento, sotto la spinta del movimento Barocco, il presepe napoletano acquisisce la sua “spettacolarità”. Prendendo spunto dai quadri dei grandi maestri della pittura barocca partenopea, i presepisti daranno vita a veri e propri capolavori d’arte traducendo plasticamente le due correnti principali del tempo: il classicismo barocco, evidente nelle vesti leggere e cangianti degli angeli e della Sacra Famiglia, e il realismo caravaggesco presente nelle scene di genere, come le botteghe, la locanda o il mercato, tutti elementi immancabili della tradizione presepiale napoletana.

Nel XVIII secolo, mentre a Bologna veniva istituita la Fiera di Santa Lucia, famoso mercato di statuine per il presepe, a Napoli questa tradizione inizia ad assumere un valore sempre più grande. Lungo via San Gregorio Armeno cominciano a moltiplicarsi le botteghe degli artigiani specializzati nella realizzazioni di presepi, all’epoca un lusso ancora per pochi. Sono per lo più i nobili napoletani, infatti, i committenti di queste straordinarie opere; nei loro suntuosi palazzi colossali composizioni di sughero e cartapesta riempiono intere camere. Stoffe pregiate e gioielli autentici, accuratamente scelti dagli aristocratici, vestono e decorano i “pastori” di questi magnifici e scintillanti presepi.

Proprio perché ispirato alla pittura barocca non deve stupire che alcuni personaggi del presepe campano vestano abiti “moderni” (seicenteschi, settecenteschi o persino ottocenteschi), o che la scena presepiale sia ambientata in una Napoli del XVII o del XVIII secolo. Già dalla fine del Cinquecento, infatti, era divenuta una prassi pittorica rappresentare le scene evangeliche in contesti contemporanei. Ne sono un esempio le numerosissime tele di Caravaggio, forse il primo ad adottare questo stratagemma, che raffigurano Cristo, la Vergine o i Santi tra la gente vestita con gli abiti del tempo. L’idea, legata al nuovo spirito controriformista, era quella di rendere ancora più diretto il messaggio evangelico facendo figurare l’immagine di Gesù o di Maria in un contesto storico più attuale.

È risaputo che Carlo III di Borbone amava fare il santo presepio “per esser Egli devotissimo di Gesù Bambino”. “Era cosa mirabile”, scrive il D’Onofri nel 1789, “vederlo a certe ore sfaccendate del giorno con le regie sue mani impastar de’mattoncini, e cuocerli, disporre i soveri [i sugheri], formar la capanna, architettar le lontananze, situarvi i pastori, ecc., e tener tutto pronto per la sacralissima notte del Santo Natale”. È tra il Settecento e l’Ottocento, infatti, che il presepe divenne, per i napoletani, un culto. Ogni chiesa e convento di Napoli aveva il suo presepe ed era quasi obbligatorio visitarli tutti. Agli inizi del Novecento non c’era casa a Napoli che non avesse un presepe. Persino chi non poteva permetterselo si cimentava, con i materiali più svariati, a costruirne uno. Allestire il presepio divenne così un’usanza doverosa del Natale napoletano ed italiano.

È durante questo periodo, quando cioè il presepio diviene di “dominio pubblico”, che nascono le varie leggende legate ai personaggi tipici della tradizione presepiale napoletana, come Benino (o Benito), il “pastore dormiente” che sogna lo stesso presepe, e Cicci Bacco (raffigurato con un fiasco di vino in mano o seduto su una botte), personificazione del dio Bacco e simbolo, come le colonne spezzate o le rovine di templi e di palazzi antichi, dell’imminente fine, con la venuta di Cristo, del mondo pagano. Nel Novecento, grazie alla massiccia emigrazione, il presepe arriva nelle case di tutti gli italiani e ha grande fortuna all’estero. Negli Stati Uniti è possibile, oggi, trovare con facilità statuine provenienti da Napoli. Esistono inoltre numerose tipologie di presepi che si sono sviluppate in Europa negli ultimi secoli, ma quella presepiale resta senza dubbio una tradizione tutta italiana e un orgoglio del made in Italy.

Negli ultimi anni l’usanza dell’albero di Natale sta ormai offuscando lentamente quella del presepe, sebbene attualmente sia possibile trovarlo di ogni forma e dimensione. È nostro compito preservare e custodire questa tradizione. Perché il presepio è qualcosa di speciale, di magico, è un rito che si ripete ogni anno, che comincia a novembre e termina la notte di Natale quando il Bambino, unico pezzo mancante, viene posto nella mangiatoia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

INDAGINI DI VITTIMIZZAZIONE E POLITICHE DI SICUREZZA

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Il tema dell”insicurezza fa parte della nostra realtà quotidiana. In questo scenario, le luci della ricerca si sono accese sulla vittima dei reati. Di Amato Lamberti

La ricerca criminologica scopre la vittima, come oggetto di analisi e di interesse scientifico, nel momento in cui il tema dell’insicurezza entra a far parte della nostra realtà, tanto, come dice Castel, "da strutturare persino, in larga misura, la nostra esperienza sociale". Altri autori, come Boudon e Wacquant, legano lo sviluppo della vittimologia, come ricerca finalizzata a "rimettere ordine" nella società, ad una situazione che si afferma nelle società occidentali, di "declino dello Stato economico, diminuzione dello Stato sociale e glorificazione dello Stato penale".

Non è un caso che i due assunti principali delle teorie che sostengono le ricerche vittimologiche siano: 1) il "carattere sacro degli spazi pubblici" è condizione necessaria della vita urbana e, al contrario, il "disordine" del quale si compiacciono le classi povere rappresenta il terreno di coltura naturale del crimine; 2) si diviene criminali non a causa delle privazioni materiali, caratteristiche di una società ineguale, ma per carenze mentali e morali. La nascita di questa nuova prospettiva è legata alla pubblicazione di "The Criminal and His Victim" di von Henting (1948) dove, in modo critico rispetto agli studi criminologici allora correnti, si propone un approccio dinamico al reato, attraverso lo studio della vittima e del suo ruolo.

Vengono introdotti i temi della "victim precipitation", cioè del contributo che la vittima dà alla realizzazione dell’evento criminale, e della "victim proneness", cioè di una sorta di propensione della vittima a subire un reato. Solo più tardi, con Hindelang e altri (1978), queste tesi trovarono sistemazione nel "lifestyle model", e successivamente, con Cohen e Felson, nel "routine activity approach", che si basano entrambi sull’idea che il rischio di subire un reato sia in relazione con le attività svolte quotidianamente dal soggetto e con le sue abituali frequentazioni, in termini di persone e di luoghi. Le ricerche mettevano però in evidenza numerosi aspetti problematici, come il "paradosso della paura" (Stafford e Galle): le persone anziane e le donne sono meno esposte ad episodi criminali e sono meno vittimizzate, ma hanno maggiore paura di subire un reato, rispetto ai giovani maschi della classe lavoratrice che pure sono i più colpiti da episodi criminali.

In Italia, contrariamente a quello che è avvenuto in altri Paesi europei e anche nelle Università americane, la ricerca sulle esigenze di sicurezza dei cittadini, in quanto vittime potenziali di reato, è stata subito finalizzata, anche perché totalmente finanziata dal Ministero degli Interni, alla individuazione e programmazione più efficace delle azioni repressive di prevenzione del crimine, realizzando una saldatura anomala tra professionalità impegnate istituzionalmente nell’attività di prevenzione e contrasto del crimine e mondo accademico e professionale.

Gli esempi "migliori" sono le indagini sulla sicurezza urbana promosse dal consorzio "Città Sicure" dove le esigenze "politiche", di visibilità e di intervento "a breve" di riassicurazione dell’opinione pubblica, sono largamente prevalenti rispetto al pur necessario approfondimento scientifico dei problemi legati alla diffusione, nel territorio esaminato, del rischio e dell’insicurezza, in particolare per quanto riguarda cause sociali e comportamenti istituzionali.

La ricerca, "La svolta napoletana: da vittime che subiscono a cittadini che decidono", promossa da Prefettura, Comune, Provincia, di Napoli e Regione Campania, realizzata, nel 2007, da Transcrime con il contributo di autorevoli studiosi napoletani, vuole dimostrare che "criminalità e disordine urbano progrediscono in modo parallelo e che l’efficacia collettiva, cioè la capacità dei cittadini di rendersi consapevoli di questi problemi ed agire da protagonisti per eliminarli, può fare arretrare questi fenomeni". Ora, che criminalità "predatoria" e "disordine" urbano siano fattori che producono alti livelli di insicurezza nei cittadini è fuori di dubbio, a Napoli come nel resto del mondo.

Più difficile è dimostrare che esista un rapporto di causalità reciproca tra criminalità e disordine urbano, da intendersi, come "incivilities", come si evince dalla ricerca, che non possono però essere addebitate ai cittadini in genere, ma, per un verso all’amministrazione comunale e per un altro agli stessi criminali che in tal modo "segnano" il loro territorio.

Piuttosto è un circolo vizioso che là dove si instaura -perché si può avere criminalità in un contesto ordinato e disordine urbano senza criminalità- produce preoccupanti situazioni di insicurezza. Per quanto riguarda "l’efficacia collettiva", vale a dire, "l’insieme di aspettative condivise e impegno reciproco tramite cui i residenti in un quartiere esercitano controllo sociale informale sullo stesso", visto l’alto numero di associazioni di volontariato e la presenza di strutture istituzionali, andava, forse, modificato l’approccio considerando anche altri fattori, più tipicamente legati alla "cultura di base" del territorio, come il "capitale sociale" del gruppo familiare, che comunque hanno funzioni di controllo della violenza.

L’approccio "multi-agency" e la "community crime prevention", privilegiati come riferimenti teorici dalla stessa ricerca, sono la strada obbligata, come da anni vado anch’io ripetendo, di politiche non-repressive che vogliano realmente raggiungere livelli, accettabili da tutti i cittadini, di sicurezza. Il problema è, però, quello di come coinvolgere, non tanto i cittadini-vittime, ma gli stessi cittadini-incivili in un processo di trasformazione che riguardi, contemporaneamente, i livelli individuali, di rapporti familiari e sociali, di rispetto delle regole e delle Istituzioni.

Su questo terreno si gioca la capacità, non tanto dei cittadini quanto delle Istituzioni, di promuovere processi di "risocializzazione civile" capaci di coinvolgere tutti gli strati sociali, a partire da quelli marginali. Su questi temi, e, in particolare, sul nuovo approccio ai problemi della criminalità diffusa, che va sotto il nome di “vittimologia” torneremo in maniera più sistematica nei prossimi interventi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

Donne diaboliche

Streghe, santoni, istigatori e vittime: ci inoltriamo in un mondo di impulsi, paure e credenze che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento. Di Carmine Cimmino Da “La Repubblica“ dell’ 11 giugno 2008: “Un libro scritto da una studiosa, Gaetana Mazza, su documenti dell’ Inquisizione conservati nell’archivio diocesano di Sarno, Curia diocesana di Nocera Inferiore – Sarno, ha scatenato la furia di una entità che sembrerebbe un fantasma da operetta se non fosse reale: la censura ecclesiastica. All’autrice, che aveva inviato cortesemente una copia al vescovo della diocesi prima di mettere in distribuzione l’opera già stampata, è stato intimato di mandare al macero l’intero secondo volume dell’opera che riproduceva documenti d’archivio (definiti “testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore“ ) e di sottoporre il primo volume all’esame di una commissione ad hoc al fine di emendarlo secondo quello che sarebbe stato imposto.”. I volumi già stampati vennero distrutti, perché la curia diocesana di Nocera Inferiore-Sarno sostenne che la studiosa “non aveva un regolare permesso di riproduzione dei documenti storici”. Nel 2009 il lavoro di Gaetana Mazza venne ristampato e distribuito dall’editore Carocci: con la presentazione di Adriano Prosperi, che è un sontuoso documento di nobile sdegno per “un caso tanto strano da sembrare inventato“. “Streghe, guaritori, istigatori “- questo è il titolo del libro- descrive un cosmo di impulsi, di paure e di credenze, che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento: durante l’epidemia colerica del 1893 i medici di Ottajano furono costretti a registrare i nomi di alcuni “infetti“ che, dopo aver ricusato “assolutamente le cure dell’arte medica, perché dubbiosi dei medici e delle autorità“, inutilmente avevano cercato di salvarsi con pozioni e unguenti di erbe. Le streghe, i santoni, gli “istigatori“ e le loro “vittime“, nei termini di una uguale pena di vivere, che la sensibilità della studiosa coglie e registra in ogni suo aspetto, sono parti di una stessa trama di valori culturali: la magia naturale, i riti della religiosità popolare, il sapere dell’esperienza che ha radici negli strati più remoti di una civiltà millenaria, edificata lungo il fiume dei Sarrastri, di fronte al Monte di fuoco. E mentre scrivo sale alla superficie della memoria e si delinea davanti ai miei occhi, prima confusa, poi, a poco a poco, più nitida, l’immagine di Chiarina, una gentile donna di Sarno, che, non pochi decenni fa, tre volte alla settimana veniva a Ottaviano sul carretto del fratello, a vendere gli ortaggi della sua terra ferace, e, aggiustandosi continuamente sul naso, con nervosa timidezza, gli occhiali troppo larghi, descriveva alle donne, strette intorno a lei in mezzo al cortile, le virtù delle lattughe, delle cipolle, e degli “odori”: il sedano, il prezzemolo, il basilico. Racconta il libro di Gaetana Mazza che a metà del Settecento una donna di Sarno, Teresa, imparentata con una delle più antiche e più note famiglie della città, confessa a un frate francescano, delegato del vescovo, di aver ceduto alle lusinghe della magia per vincere il tormento della “tristezza“: la malinconia depressiva, “affezione“, allora, esclusiva delle nobildonne innamorate o in cerca dell’amore. Un giorno, mentre Teresa stava in cucina con altre persone, davanti al focolare, è apparsa , manifestandosi solo a lei, una donna, non bella, ma elegante nel parlare: in seguito, avrebbe confessato di essere “delle pagliare di San Gennaro“, di San Gennaro di Palma. Ella dà a Teresa una “piccola cartella“ in cui c’è una misteriosa “polvere“: che la malinconica ingoia. Ma quando, alcuni giorni dopo, la donna di San Gennaro, manifestandosi nello stesso modo, le consegna altre “tre cartelline di polvere“, la signora “triste“ chiede consiglio al confessore, il quale getta nel fuoco la malefica medicina. La donna di San Gennaro ricompare, rimprovera Teresa perché non ha saputo mantenere il segreto, la invita a incontrare, di notte, tre sue amiche, che l’aiuteranno a guarire. L’incontro avviene su “una loggia“ della casa: Teresa viene invitata dalle quattro donne a buttar via tutte “le devozioni dei Santi“ che porta addosso. Ma non riescono a convincerla: e perciò prima che l’alba rischiari il cielo, le quattro “magare“ scompaiono, e non si faranno più vedere. Teresa si affida agli esorcisti patentati, la cui diagnosi non pare assai diversa da quella delle “donne diaboliche“: le dicono che la sua “tristezza“ è provocata dai “malefici ritrovati più volte e di varie maniere in camera e in letto, come pure nelle proprie vesti “. I rimedi consigliati contro “la fattura“ sono i soliti: medicine spirituali, e cioè la fede in Dio, la preghiere e le reliquie dei Santi, e la medicina naturale del digiuno penitenziale a pane a acqua. La “polvere“ della “magara“ di San Gennaro compare in molte situazioni analoghe, tra il Seicento e il Settecento: è probabile che fosse non una diabolica mistura, ma quel sale di sassifraga, che Giovan Battista della Porta, centocinquanta anni prima degli incontri della malinconica sarnese, consigliava come purgativo potente contro tutti gli umori che inquinano l’apparato della digestione e quello dei sentimenti: questo sale “ti farà immune dal cibo e dal pane velenato, e ti guarda dalla peste e dall’infezione dell’aria pestilenziale…ammazza i vermi, purga il sangue, provoca il sudore, giova assai nella cura del mal francese (la sifilide). Il sale cavato dalla pimpinella, se uno lo mangia per tre giorni, per ogni tre mesi, per tutto il tempo della sua vita, lo farà sicuro dalla idropisia, etica (la tisi) e apoplessia… conferma il corpo meravigliosamente dallo aere pestilente. “. Riservando per un altro articolo la splendida storia della strega Palmetella chiudo con una preghiera e con uno scongiuro recitati da due donne di Sarno, e diffusi, fino a ieri, in tutto il territorio: Sant’ Anna vecchia potente, aprite l’uocchie e tinitice mente./ quanno ‘o remmonio nce vene a tentà, Vuie, Sant’ Anna, nc’ avite aiutà. Sant’ Antò, cammina tu / lengua santa, parla tu. / Trirece grazie faie o iuorne. (Foto: Quadro di Salvator Rosa, “Le tentazioni di Sant’ Antonio”

A SCUOLA UNA TELEFONATA NON ALLUNGA LA VITA

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Fenomenologia dell”uso del cellulare di coloro che lavorano nella scuola, o vi studiano. A proposito: avete notato? Mai una volta che un genitore sia gentile dopo il sequestro del telefonino al figlio. Di Ciro Raia

Anche nella mia scuola, come in tutte le altre, ad inizio d’anno viene fatto sottoscrivere un patto di corresponsabilità, che vincola operatori e fruitori di un bene pubblico quale, di fatto, è l’istituzione scolastica. Uno dei punti più discussi e più difficili da digerire è quello relativo al divieto dell’uso del cellulare per alunni, docenti e personale ata. Dichiaro in anticipo che è una guerra difficile da combattere. Dovrei, infatti, stare -per tutto il tempo che sono a scuola- in giro per vietare di telefonare. Ma mica si può passare la giornata così? E, anche a una certa età (parlo di adulti), c’è sempre bisogno di un controllore?

Se, girando per la scuola (e se ci sono le porte delle aule aperte), mi imbatto in qualche docente che conversa tranquillamente in classe, mi fermo e, con insistenza, lancio uno sguardo torvo, minaccioso e interrogativo. Il malato di comunicazione mobile, che ha però il buon senso di coprirsi -mentre parla- la bocca con la mano libera (lo fa per discrezione o per poter mandare messaggi in codice?), cerca goffamente di scusarsi, dicendo che è capitato per un caso urgente (ma chi ci crede?) e che non capiterà più (ma chi ci crede?). Anzi, aggiunge che raccomanda sempre ai propri alunni di astenersi dall’uso del telefonino a scuola.

Il personale ata, invece, fa del telefonino un uso diverso. Generalmente, gli assistenti amministrativi ricevono uno squillo sul cellulare e, visualizzato il numero in entrata, subito si precipitano a richiamare lo stesso numero dal telefono fisso (quello dell’ufficio). È facile capire, in quel caso, che si tratta della telefonata di un familiare. Se sono colti sul fatto, si giustificano dicendo che era un figlio o una vecchia madre o uno zio ammalato, che aveva esaurito il credito. E, quindi, preoccupati, l’hanno dovuto richiamare, ma non succederà più (ma chi ci crede?).

Se, al contrario, gli stessi assistenti amministrativi schizzano dalla sedia e si precipitano su un terrazzino, in uno spigolo di corridoio, in un bagno, in un archivio, allora, è facile capire che dall’altro capo del telefono c’è, probabilmente, lui/lei, l’innominato o il fratello col quale hanno litigato la sera precedente (quasi sempre per questioni d’eredità) o l’agenzia di viaggi che sta confermando un biglietto per Pantelleria, Vipiteno o tre giorni e due notti a Parigi tutto compreso.
Preside, mi scusi, si trattava di una questione delicata ma non succederà più.

I collaboratori scolastici (i bidelli), invece, fanno un uso del cellulare molto più plateale e rumoroso. Parlano a voce alta, in dialetto e, se non concludono prima la conversazione, non si curano minimamente di una classe senza sorveglianza, di un alunno che chiede un pennarello, di una mamma che ha un colloquio con un docente.
– Innanzitutto, abbassate la voce e non parlate in dialetto…
– Perché (pecchè), preside?
– Perché siete in una scuola e non siete al mercato…e, poi, vi ho detto mille volte che il telefonino non lo dovete usare se non per fatti urgenti, gravi e con molta discrezione…
– Preside, nun facite accussì…chiane, chiane ‘nce state luvanne pure l’aria!

Ovviamente, l’uso del cellulare è vietato anche e soprattutto agli alunni. Quando si riesce a cogliere qualcuno sul fatto (ma bisognerebbe soggiornare molto nei bagni, come si fa?), allora, scatta il sequestro e, per riprendere il gioiellino di ultima generazione, è richiesto l’intervento di uno dei genitori. Raramente un papà o una mamma collaborano. Spesso, a dire il vero, si incazzano (contro la scuola), perché, sfortunato figlio!, è stato sorpreso a telefonare quell’unica volta, proprio quando aveva avuto necessità di chiamare a casa per un’urgenza personale. Boh! Qual è, quale sarà questa urgenza personale, visto che, al primo sintomo di malanno (ma anche di malessere), chiedono -ed ottengono subito- che la scuola chiami a casa? Non voglio insistere, ma credo di aver letto di recente che addirittura un genitore si sia rivolto alla magistratura, perché la scuola aveva vietato al figlio l’uso del telefonino, a suo dire, mezzo di comunicazione ma anche di controllo e di contatto.

Qualche giorno fa, a Roma, l’Eurispes ha presentato il Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza 2011. Dalla lettura dei dati è emerso che il 97% dei ragazzi italiani possiede un telefonino (il 10% ne possiede più di uno!). Una buona percentuale dei giovani possessori di cellulari invia (o invia e riceve) sms o mms a sfondo sessuale; chiama a linee per solo adulti; confeziona messaggi e/o telefonate per “semplici” atti di bullismo. Il cosiddetto cyber bullismo (bullismo online) è una pratica molto in voga; anzi, nelle stime percentuali del bullismo, quello online rappresenta il 34% !

E, se si clicca su YouTube, su Facebook, su Google Video, su Myspace o, anche, su un sito come www.scuolazoo.com si scopre tutto un mondo di filmati, che, se da un lato mettono a nudo fatti che (purtroppo) realmente accadono tra le pareti dell’istituzione, dall’altra confermano che l’uso dei telefonini in classe supera, ormai, ogni tolleranza. Il video della professoressa del liceo di Monteroni ha fatto il giro del mondo; come infiniti altri video, e non solo a sfondo sessuale. Senza contare, poi, che, con i telefonini di ultima generazione (tipo quello del giovanotto che, estasiato dal suo NGM, cammina per le strade come se fosse in trance, e nemmeno si accorge che sta per essere falciato da un auto) è possibile -e sta già accadendo- anche giocare online.

Proprio qualche giorno fa, Daniele Grassucci, il direttore di www.scuola.net, intervistato da Franco De Mare a “Uno Mattina”, ha messo in guardia dal pericolo costituito dal gioco d’azzardo in rete. Ha riportato le stime di un sondaggio condotto su un consistente campione di ragazzi (fascia d’età 11-19 anni): 2 ragazzi su 3 giocano abitualmente su internet. A cosa? La grande maggioranza a giochi sociali; un 13% a poker. Però, ciò malgrado, guai a sequestrare un telefonino a scuola! Non ho ancora trovato un genitore che sia stato gentile (e nemmeno comprensivo) con me o con l’insegnante, che ha, eventualmente, provveduto alla momentanea confisca di un prezioso cellulare.

Voglio solo aggiungere che, il divieto dell’uso del telefonino a scuola, non è un capriccio personale o un eccesso di pedanteria. Oltre 4 anni fa, l’allora ministro alla P.I, Fioroni, emanò una direttiva (15/3/2007) avente ad oggetto “Linee di indirizzo e indicazioni in materia di utilizzo di telefoni cellulari e di altri dispostivi elettronici durante le attività didattiche, irrogazioni di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti”. E solo per eccesso di precisione (non è un eufemismo), aggiungo che il divieto dell’uso dei cellulari al personale della scuola risale alla C.M. 362 (25/8/1998), avente ad oggetto “Uso del telefono cellulare nelle scuole”.
(Fonte foto: Rete Internet)

DIARIO DI UN PRESIDE

AMBIENTE E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Criminalità organizzata e ambiente, un settore quello delle ecomafie che secondo il bilancio equivale a 20 miliardi di euro all’anno, 1,7 miliardi in più rispetto al 2010: una torta suddivisa tra 290 clan.

Uno dei più proficui dei settori economici che le organizzazioni criminali sfruttano è di sicuro quello delle Ecomafie. Anche quest’anno Legambiente, con il suo Rapporto Ecomafia 2011, fa il bilancio dell’andamento dei fenomeni che coinvolgono l’ambiente.

Il settore delle ecomafie risulta ad oggi, avere un business che vale quasi 20 miliardi di euro all’anno, rispetto ai 19,3 miliardi di euro di fatturati nel 2010: una torta suddivisa tra 290 clan.
Gli illeciti ambientali accertati nel 2010 risultano 30.824, pari a 84 al giorno e 3,5 ogni ora (il 7,8% in più rispetto 2009). Questi, in sintesi, alcuni dei dati.

La criminalità organizzata è riuscita ad oggi a predisporre una filiera di società senza impianti solo per creare false fatture, nonché di altre dotate di impianti per recupero, trasporto e smaltimento rifiuti, con imposizione ai produttori di avvalersi di tali filiere oppure aggiudicandosi commesse pubbliche per gestire i relativi servizi. Nel caso invece di imprese operanti nel settore al di fuori dalla filiera mafiosa, vi è comunque l’imposizione di tangenti estorsive.

Non bisogna, poi, trascurare il fatto che il ricorso all’illegale smaltimento dei rifiuti pericolosi è attuato da chi li produce per ottenere un notevole risparmio sui ai costi da sostenere rispettando la vigente normativa.
Un altro dato interessante è costituito dall’abbattimento dei prezzi per lo smaltimento dei rifiuti presso i termovalorizzatori tedeschi (da 186 euro a tonnellata l’anno scorso, a 66 euro di quest’anno), determinato da un minore afflusso di rifiuti, che evidentemente prendono altre strade.

Ovviamente, come dice Pietro Grasso il Procuratore nazionale antimafia, “i rifiuti pericolosi sono quelli ai quali bisogna prestare maggior attenzione e per ottenerne un tracciamento più soddisfacente si è già approntato dal Ministero dell’Ambiente il sistema Sistri (Sistema integrato trattamento dei rifiuti), che registra i vari passaggi dal produttore allo smaltitore”.

Nella trattazione delle problematiche relative al contrasto in materia di traffico illecito di rifiuti si aprono, poi, molteplici fronti e, fra questi, anche quello concernente le forme societarie che possono assumere le imprese che trattano la specifica “materia”.
È evidente che anche le attività illecite svolte nella materia indicata sono di norma effettuate mediante società lecitamente – e, talvolta, appositamente – costituite, che contemporaneamente operano sia nel rispetto sia nella violazione della legge.

A tali commistioni lecito-illecito si aggiungono, poi, le ordinarie o strumentali mutazioni delle imprese (forma o organi sociali; spostamenti di sede legale, ecc.) che normalmente avvengono e che sono regolarmente consentite.
Il quadro, già di per sé complesso, non migliora quando si tratta di appalti pubblici o subappalti, tramite i quali vengono gestiti servizi pubblici di raccolta, trasporto o smaltimento di rifiuti, ovvero nel momento in cui attività estorsive impongono ai produttori di servirsi esclusivamente di filiere di imprese per il trattamento dei rifiuti in mano alla criminalità organizzata.

Già sin d’ora si rappresenta l’opportunità di una mappatura delle imprese esistenti nel territorio nazionale che producono il maggior quantitativo di rifiuti speciali o pericolosi, e di quelle che operano nel settore della raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento, per poter poi effettuare un’analisi sia dal punto di vista economico-finanziario, sia dal punto di vista esecutivo delle dette operazioni, finalizzata a formare con l’ausilio dei Servizi centrali di polizia giudiziaria una black list di soggetti e ditte segnalati come dediti ai traffici di rifiuti.

Proprio sul piano legislativo però, si devono fare ancora notevoli passi avanti.

LA RUBRICA

UNA SPLENDIDA MADONNA BIZANTINA AL RIONE SANITA”

Nella Basilica di Santa Maria della Sanità è stata inaugurato l”8 dicembre scorso il restaurato dell”affresco di una Madonna con Bambino tra due santi vescovi

Napoli è una città in cui la storia ha lasciato tracce e opere a volte magnifiche, a volte nascoste, in cui scoprire nuovi splendori è un’emozione che può capitare ovunque, inaspettatamente. Il risultato è una città stratificata, in cui il barocco è dato dalla convivenza di stili ed opere di diverse epoche, che si incastrano, si incontrano, comunicano tra loro in modi unici e sorprendenti. Di tanto in tanto si riscoprono passati nuovi, ci si riappropria di un patrimonio artistico e civile.

È il caso di questa madonna bizantina, appena restaurata. L’affresco, databile alla seconda metà del IX secolo, presenta evidenti influssi bizantini propri dell’età del vescovo Atanasio (849-872). Si trova nella cripta paleocristiana delle Catacombe di San Gaudioso.

Il dipinto, scoperto nel 1991 da Padre Giuseppe Rassello, ex parroco della Basilica, è una conferma della radicata tradizione cultuale mariana a Napoli tra tarda antichità e alto medioevo. L’intervento di restauro al Rione Sanità fa parte della campagna «Teniamo in vita il passato», presentata il 13 aprile scorso con il recupero di alcuni affreschi nelle catacombe di San Gennaro. Un’iniziativa che nasce dalla convinzione che solo la bellezza e la cultura possano ritornare a fare grande la città ed è rivolta a tutte quelle persone disposte a mettere in gioco le proprie risorse al servizio del bene comune.

Un esempio di moderno mecenatismo sempre più importante per poter conservare, restaurare e valorizzare un patrimonio la cui vastità richiede una cura altrimenti impossibile da sostenere. I primi a rispondere al progetto di restauro sono stati l’ex Procuratore della Repubblica Vincenzo Galgano, il Gruppo Giovani Industriali di Napoli, il Gruppo Giovani ACEN, l’UGDC e l’Associazione Art Raising.

Il restauro della Madonna Bizantina, in particolare, è stato possibile grazie al sostegno dagli imprenditori Di Fiore Fotografi s.a.s., che hanno deciso di sostenere la campagna di restauro dopo aver percorso l’itinerario turistico del Miglio Sacro, che attraversa il Rione Sanità dalla collina di Capodimonte sino alla Porta San Gennaro, passando per le Basiliche, le Catacombe e i Palazzi settecenteschi.
(Fonte foto: Ufficio stampa)

ATTENZIONE A COME SI CRITICA L’INSEGNANTE

Accusare la maestra di usare metodi hitleriani può integrare gli estremi dell”ingiuria o della diffamazione.

Il caso
Una maestra di scuola elementare è stata denunciata da una mamma di una sua alunna perché la maestra l’avrebbe offesa nell’onore e nel decoro, dicendole che essa insegnava alla figlia di mentire. La maestra assolta dal Tribunale ma condannata in Appello, porta la questione in Cassazione.

La maestra in sede difensiva sostiene che era stata offesa e provocata dalla mamma dell’alunna, tanto è vero, che la stessa mamma della bambina aveva ammesso d’aver qualificato il metodo d’insegnamento della maestra con il termine di "hitleriano", tanto che l’insegnante aveva, prima minacciato di chiamare i carabinieri e poi pronunciato la frase ritenuta offensiva.
Pertanto l’espressione costituiva legittima reazione e la maestra doveva esser dichiarata non punibile.

Deve osservarsi che la Suprema Corte con la Sentenza del 21 gennaio 2008, n. 3131 riconosce che tra la mamma dell’alunna e la maestra era intervenuto un "acceso scontro verbale", avente ad oggetto l’opportunità o meno di adottare determinati provvedimenti disciplinari nei confronti dell’alunna, caratterizzato da un "atteggiamento di sostanziale chiusura e prevenzione" da parte della mamma nei confronti dell’insegnante, cui si contestavano, alla presenza del direttore dell’istituto e della stessa minore, non corretti metodi didattici e disciplinari.

In tale contesto dialettico aver attribuito alla maestra criteri formativi inappropriati e non convenienti, adoperando l’epiteto "hitleriano" per qualificare il comportamento professionale dell’insegnante, non può non considerarsi fatto ingiusto che, per le modalità con cui era stato realizzato, aveva la potenzialità di suscitare, nell’immediatezza dell’accadimento, un giustificato turbamento nell’animo della maestra. La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.

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