LA MUSICA DEGLI R&FUSION A GALLERIA TOLEDO

Questa sera alle 21 la band nata all”ombra del Vesuvio presenterà il video di “Ego”, primo singolo estratto da “Dalla terra dei fuochi”. Musica da non perdere.

Countdown per l’atteso concerto degli R&Fusion. La spettacolare band ha scelto il palco di Galleria Toledo per presentare il suo primo video. Una musica che nasce dalla commistione di generi ed esperienze diverse, impegnata, ma allo stesso tempo ironica, a volte tagliente, come nel testo di 150 anni, brano inserito nella classifica dei dodici brani delle band emergenti (e non) selezionati
tra i dischi recensiti dalla redazione online del Corriere del Mezzogiorno.

Prima data live dei R&fusion, dopo l’uscita del disco, durante la quale la band presenterà il video di “Ego”, brano estratto dal disco d’esordio «Dalla Terra dei Fuochi» (Magmamà – Fullheads, distribuzione Audioglobe): album sperimentale, intensamente jazz, ma supportato da slanci pop fino alle ricercatezze della musica classica. Il video di “Ego” produzione di Gianfranco Portogallo e Magmamà ha visto impegnati 30 attori, 80 comparse, 8 operatori tra cui regista, autori, direttore di fotografia, grafici e aiuto regia in una location d’eccezione come il Cenacolo Belvedere. Diretto e scritto da Giorgio Molfini e Paolo Russo, con la collaborazione di Magmamà, “Ego” è una storia che racconta la vita di coppia da diversi e bizzarri punti di vista, un discorso sull’amore scevro da luoghi comuni e forzature di sorta: ti amerò per il momento è l’unica certezza.

Ad ospitare l’imperdibile evento, uno dei teatri sperimentali di Napoli più importanti e seguiti, il teatro stabile per l’innovazione Galleria Toledo, da sempre sotto i riflettori per le sue avanguardistiche produzioni. «Dalla Terra dei Fuochi», titolo che richiama il dramma dei luoghi tossici di rifiuti illegali campani, è un’esperienza da vivere senza pause: un unicum coerente che schiaffeggia l’attualità in un salto continuo tra il pubblico e il privato, i testi carichi di impegno sociale e l’eco dei dolori personali. Ha sostenuto come sponsor la produzione del video di “Ego” il Cenacolo Belvedere. Sponsor della serata del 4 gennaio: Bianco Arredamenti, Lo.Co Costruzioni, Music Aptitude Development.

Per info prevendite e prenotazioni: Teatro Galleria Toledo 081 42 50 37 – www.galleriatoledo.org.  Teatro Galleria Toledo è convenzionato con il "Super garage" che si trova in Via Shelley n.11 sito: http://www.supergarage.it  
(Fonte foto: Ufficio Stampa dell’evento)

POMPEI: QUANDO IL SIMBOLO DI UNA CIVILTà RISCHIA DI DIVENTARE POLVERE

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L”ultimo episodio di crollo registrato agli Scavi della città vesuviana è solo l”ennesimo esempio dello stato di degrado dei Beni Culturali italiani. L”oscuro presagio: prepararsi a dire addio alla memoria storica del nostro Paese.

"Finché starà il Colosseo starà Roma. Quando cadrà il Colosseo finirà anche Roma. Ma quando Roma finirà, finirà anche il mondo".

È questo il celebre detto attribuito a Beda il Venerabile, monaco, storico nonché santo inglese, cui si ricorre fin troppo spesso per avvalorare e pubblicizzare il patrimonio archeologico di cui gode la Capitale. Ma nell’ VIII secolo, Beda scriveva non dell’anfiteatro nel suo pieno fulgore, di quel luogo di spettacolo che accoglieva migliaia di spettatori e che, da subito, era divenuto, nell’immaginario collettivo, l’emblema delle fortune di Roma, dei suoi successi e dei suoi trionfi, ma di un edificio che aveva quasi settecento anni di storia alle spalle e quindi di un colossale rudere che continuava a vivere e a far rivivere la storia della Roma Imperiale, eppure continuava a morire giorno dopo giorno, segnato dall’ingrato e irreversibile destino che è di tutte le cose.

Dunque, la profezia del Venerabile suona tutt’altro che un grido di trionfo: al contrario, è un allarme, un ammonimento sempre attuale. C’è di più: se nell’aforisma, come alle prese con un’ equazione algebrica, sostituiamo a “Colosseo” o a “Roma” un’altra incognita, ad esempio “Scavi di Pompei”, per la proprietà transitiva avremo che quando delle vestigia della città vesuviana non rimarrà in piedi più nulla allora cadrà il mondo e il risultato, quindi, non cambia; crollerà un mondo che trasuda storia, che ha insegnato per secoli il valore alto della cultura, crollerà un vero e proprio portale spazio-temporale, l’unico nell’Universo in grado di catapultare il visitatore indietro di quasi duemila anni facendogli vivere le magie dell’antica Roma.

Ed ora di crollo “materiale” si è tornato a parlare, il 22 dicembre scorso: ha interessato un pilastro del pergolato della domus di Loreio Tiburtino, nella insula della II Regio, probabilmente causato dalle intemperie cui il sito è sottoposto. Ma quest’ultimo è solo l’ennesimo atto di un dramma andato in scena dopo gli episodi ripetuti del novembre-dicembre 2010 e quelli di ottobre 2011. Sulla vicenda è intervenuto l’archeologo Andrea Carandini, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, che ha affermato: “L’allarme non è affatto chiuso. È una fortuna che sia crollato solo un pilastro esterno, poteva succedere molto di peggio […]. A Pompei i crolli si ripeteranno fino a quando non ci sarà la manutenzione ordinaria, che non è ancora cominciata. Nel frattempo si può puntellare quello che all’occhio sembra più a rischio. E sperare nella fortuna”.

Riflessioni amare sullo stato di degrado cui il sito è condannato, dove si è costretti ad intervenire solo laddove il rischio è maggiore e sperare che Giove Pluvio ce la mandi buona. Una considerazione sul concetto di rovine è tutt’altro che consolatoria e rigira il coltello nella piaga della cultura: se la tradizione orientale manca del senso delle rovine tanto che, in Cina, i pittori e i calligrafi si astennero dal rappresentarle e, in Giappone, i templi sono ricostruiti ogni dieci anni e i giardini zen ogni giorno, quella occidentale è, invece, endemicamente legata a quelle testimonianze mutili “di una civiltà particolare, di una evoluzione significativa o di un avvenimento storico”, tanto da renderle linfa vitale della riflessione storica, artistica e letteraria.

Così, come sottolinea Cesare Brandi in un celebre saggio, pietra miliare per gli interventi di restauro e recupero (Teoria del Restauro,1963), diventa fondamentale preservare quell’ “indivisibile unità” che caratterizza ogni opera d’arte e di architettura e che può continuare ad esistere e a manifestarsi anche se l’originale è ridotto in pezzi, allo stato di rudere. “Il fascino delle rovine è che un’opera dell’uomo viene percepita alla fine come un’opera della natura. Le stesse forze che danno alla montagna il suo aspetto – le intemperie, l’erosione, le frane, l’azione della vegetazione – qui hanno agito sui ruderi (…). Le rovine creano la forma presente di una vita passata, non restituendo i suoi contenuti o i suoi resti, bensì il suo passato in quanto tale”.

Così parlò Georg Simmel, nel 1919. È un’altra, indispensabile testimonianza quella del filosofo tedesco che suffraga la necessità di preservare un patrimonio che forse non ci meritiamo, ma che dobbiamo cercare di mantenere in vita quanto più a lungo possibile, attraverso interventi mirati, “curandolo” senza strumentalizzazioni politiche. Gli Scavi di Pompei vanno tutelati prima che sia troppo tardi: in nessuna cultura, le macerie hanno mai potuto parlare delle origini e della storia di una civiltà.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

INTERVISTE PER AIUTARE A PREVENIRE REATI

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L”indagine di vittimizzazione, attraverso le interviste alle vittime dei reati, può essere d”aiuto a quanti hanno il compito di prevenire e rendere più efficaci le politiche di sicurezza. Di Amato Lamberti

Con la nascita della vittimologia, si apre il campo anche per nuovi strumenti di ricerca, anch’essi orientati allo studio della vittima di reato. Si tratta in special modo delle "inchieste di vittimizzazione", che diventano in breve tempo lo strumento fondamentale per lo sviluppo di tutta la disciplina. Senza i risultati innovativi dati dalle inchieste di vittimizzazione, infatti, non sarebbe stato possibile il passaggio dall’analisi della vittima ai fini della ricostruzione del fatto di reato, alla sua presa in considerazione in quanto tale, relativamente, dunque, al danno subito e agli strumenti per la sua difesa.

Un’indagine di vittimizzazione è una ricerca statistica la cui finalità principale è quella di identificare il numero ed il tipo di reati commessi in un dato territorio, attraverso interviste effettuate direttamente alle vittime. Contattare i soggetti vittimizzati offre al ricercatore la possibilità di sviluppare analisi molto più approfondite rispetto alla mera consultazione dei freddi dati forniti dalle forze dell’ordine. Come ogni indagine statistica, che giustifica la propria esistenza nell’essere un supporto alle decisioni operative, anche la presente, con tutti i limiti del caso, vorrebbe essere d’aiuto ai decision makers coinvolti nel problema:

1. forze di polizia statali e locali per incrementare l’azione di prevenzione in quelle aree dove la percezione d’insicurezza è maggiore;
2. amministrazioni periferiche che grazie ai dati raccolti hanno la possibilità di avere un quadro organico della situazione attuale e quindi possono rendere più efficaci le politiche della sicurezza già esistenti;
3. soggetti privati (es. istituti di vigilanza e installatori di sistemi di protezione) che possono utilizzare tale indagine per concentrare la propria attenzione in quelle aree più sensibili al problema sicurezza;
4. tutti quei cittadini che, sviluppando una visione completa ed oggettiva dei fenomeni criminali del proprio comune di residenza e di quelli limitrofi, possono arrivare a valutare il problema criminalità nella sua giusta importanza senza pericolose sopravalutazioni o sottovalutazioni.

Infatti, tra le applicazioni principali delle indagini di vittimizzazione troviamo:
• determinare il numero oscuro, ovvero l’insieme dei reati non denunciati alle forze dell’ordine e relative motivazioni della mancata denuncia;
• investigare sulla percezione della sicurezza diffusa, correlandola alle caratteristiche socio – demografiche degli intervistati (età, titolo di studio, professione, genere);
• individuare il gradimento nei confronti delle forze dell’ordine da parte dei cittadini;
• capire se esiste una relazione tra soggetti vittimizzati e alterazione delle loro abitudini quotidiane.

Anche per quanto riguarda lo sviluppo dello strumento, è possibile identificare un parallelismo con quanto ha invece interessato la vera e propria disciplina.
In una prima fase, che va grosso modo dagli anni ’50 agli anni ’70, infatti, le inchieste di vittimizzazione furono considerate uno strumento per la raccolta di dati riguardanti le vittime e il fatto di reato, finalizzata, da un lato, alla copertura della cifra oscura della criminalità, dall’altro alla spiegazione delle cause del crimine. L’approccio quindi era quello focalizzato sull’evento – reato e sulla ricostruzione delle sue caratteristiche.

A partire invece dagli anni ’70, si assiste ad un’estensione dell’applicazione delle inchieste di vittimizzazione, che iniziano a prevedere anche domande relative alla vittima stessa, alle sue caratteristiche personali e socio – culturali. Di fronte cioè ad un modello teorico che mette al centro della propria analisi la vittima come individuo ed il suo contesto sociale di riferimento, coerentemente si elabora una tipologia di indagine che sia in grado di fornire dati che oltrepassano la dimensione dell’evento. In questo senso Fattah parla di un passaggio della vittimologia da un approccio macro, diretto a determinare il volume della vittimizzazione, a un approccio micro, in grado di studiare il contesto sociale e personale in cui i reati hanno luogo.

Dall’inizio ad oggi, l’utilizzo di inchieste di vittimizzazione ha raggiunto un notevole livello di affinamento, anche attraverso la formulazione di specifici questionari diretti ad approfondire determinate tipologie di evento e di contesto, in particolare dopo i primi modelli sempre fondati sulle analisi nazionali, sono state elaborate inchieste di vittimizzazione su base locale (che permettono un maggiore approfondimento di tematiche specifiche ed un maggiore dettaglio nell’identificazione dei soggetti coinvolti) e su base internazionale (che permettono invece l’osservazione comparata degli stessi fenomeni in realtà affini). Questi studi, in contrapposizione all’assunzione del punto di vista dell’autore del fatto delittuoso, assumono il punto di vista della vittima e attraverso queste risalgono al numero di reati da esse subiti. Si tratta di indagini di popolazione che rilevano se gli individui o le famiglie hanno subito alcuni tipi di reati.

Inoltre, offrono informazioni importanti anche sull’aspetto soggettivo della sicurezza, ovvero la paura, la preoccupazione di subire i reati, la capacità di governo del territorio da parte delle forze dell’ordine così come percepita dai cittadini e il contesto sociale ed ambientale in cui si vive.
Riassumendo quindi, le prime generazioni di indagini si focalizzano soprattutto sul numero oscuro dei reati, mentre le indagini così dette di seconda generazione pongono maggiore enfasi sulla percezione della sicurezza in quanto elemento essenziale nel contribuire alla qualità della vita.

In Italia si è dovuto aspettare fino al 1997 per la prima inchiesta nazionale di vittimizzazione, realizzata dall’Istat. Da allora l’Istituto nazionale di statistica conduce con cadenza quinquennale un’indagine di vittimizzazione, l’Indagine sulla sicurezza dei cittadini, che permette di inquadrare, sul modello delle principali esperienze internazionali, sia il fenomeno della criminalità reale sia il suo impatto sulla qualità della vita dei cittadini. Attraverso questa indagine è possibile definire l’entità e la diffusione del fenomeno della criminalità rispetto ai reati rilevati, definire la percentuale del sommerso, evidenziare quali sono i gruppi della popolazione più a rischio di subire furti, rapine, aggressioni o minacce e violenze, di calcolare quale è il danno e la perdita associata a questi reati e di individuare attraverso quali modalità si sono verificati o di conoscere la relazione con l’autore del reato e cosa espone di più le vittime.

Grazie ad essa sono rilevati i luoghi di rischio ed è delineato il quadro della sicurezza dei cittadini dal punto di vista soggettivo, del degrado socio – ambientale e del rischio percepito di criminalità della zona in cui si vive. È importante infatti definire le relazioni tra paura, esperienza di vittimizzazione, preoccupazione sociale e vulnerabilità ed esaminare le strategie che il cittadino mette in atto per difendersi, come pure il rapporto con le forze dell’ordine. ( – continua -1 )
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

LA PAZIENZA DEL BACCALÁ

Gli alimenti parlano e hanno una loro moralità. Ci illudiamo di asservirli alla nostra fame, ma gli schiavi siamo noi. Il baccalà si piega paziente alle fantasie dei cuochi, sembra subire, ma non si dissolve. Si trasfigura. Di Carmine Cimmino

L’anno venturo, deis iuvantibus, dovrei pubblicare le mie ricerche sulla storia dell’alimentazione nella Campania Felice dal sec.XVIII ad oggi. Un capitolo l’ho dedicato al linguaggio e all’etica del cibo: tentando di sviluppare un suggerimento di Folco Portinari e di Alain Corbin. Gli alimenti parlano e svelano molte verità: e hanno una loro moralità. Spesso trasparente, talvolta dubbia, o equivoca. Noi ci illudiamo di manipolarli e di asservirli alla nostra fame e al nostro piacere: al piacere della gola, al piacere dell’esibizionismo, al piacere della sorpresa e dell’oltranza. In realtà, gli schiavi siamo noi.

Ho tracciato il percorso della storia sociale e morale del baccalà: il paragrafo della storia morale è un elogio della sua pazienza. La fama del baccalà nasce dall’umiltà. Nei conventi poveri – c’erano anche conventi poveri-, che non potevano permettersi né il pesce fresco, né le anguille del Sarno o di Benevento, il baccalà era il piatto “magro“ dei giorni di penitenza. Dalle cucine dei conventi si trasferì, con il fratello, lo stocco, nelle cantine e nelle osterie disseminate lungo le strade della fede: stocco e baccalà hanno un ruolo centrale nella storia sociale dei grandi culti mariani della Campania.

Occuparono poi, il baccalà e lo stocco, le taverne lungo la strada percorsa dai carrettieri che trasportavano grano dal Tavoliere al mercato di Nola, e da qui ai mulini di Palma e di Torre Annunziata. Quei “salumi“ costavano poco, relativamente. Nel 1752 a Ottajano un rotolo, quasi 900 grammi, di baccalà costava un carlino, e un contadino guadagnava mediamente quasi tre carlini al giorno; nel 1854 la Municipalità di Nola nell’assisa dei salami, a cui facevano riferimento non solo il distretto nolano, ma anche alcuni comuni vesuviani, stabiliva questi prezzi, per rotolo: grana 11 per il “mossillo nuovo di baccalare“, grana 10, cioè un carlino, per “le scelle nuove di baccalare“, grana 8 per lo “stocco verace“. Il salario del contadino era salito a quattro carlini, e quello dei vignaioli a cinque, cioè a metà ducato: ma il prezzo di stocco e baccalà era rimasto, in un secolo, invariato.

Tuttavia, per capire meglio quale fosse la condizione di povertà dei contadini vesuviani e nolani alla metà dell’ Ottocento, giova ricordare che 900 grammi di “cacio muscio pecorino fresco“ costavano due carlini, la metà della “giornata“ di un contadino, e che una pari quantità di alici salate costava 17 grana, più di un carlino e mezzo. Chi acquistava ricotta e cacio direttamente dai produttori, e non nei mercati, risparmiava non più di due grana al rotolo.
Stocco e baccalà restarono piatti relativamente “poveri“ fino agli ’80 del secolo scorso. Quando i figli dei contadini inurbati durante il miracolo economico cominciarono a credere nel mito del recupero delle “tradizioni“ e degli “antichi piatti“ – il mito della cucina della nonna – lo stocco, più delicato nel sapore e più digeribile, divenne un alimento costoso, mentre si riduceva a poco a poco il consumo del baccalà.

Al baccalà non giovò nemmeno l’antico rapporto con la devozione del Natale, che per esempio spingeva mia madre a mettere in tavola, la sera del 24 dicembre, un abbondante fritto di baccalà, anche dopo la morte di mio padre, il solo in famiglia che non avesse mai disdegnato di farne un assaggio.
Un “baccalà“ è lo stupido integrale, quello che manifesta la sua stupidità anche nella forma del corpo: che è allampanato, e più che alto, è allungato, in misura conforme all’antica e ingenerosa idea che i lunghi siano corti di cervello, e i corti siano pieni di malizia: curto e male ‘ncavato. Consapevole della sua fibra tigliosa – “non l’ho potuto mai digerire“ dichiarava impietosamente l’Artusi – il baccalà ha cercato di prestarsi umilmente a ogni tipo di trattamento, di soggiacere a ogni esperimento che mettesse un po’ di potenza nel suo sapore, e un po’ di morbidezza nella sua sostanza.

Qualche anno fa mi capitò di mangiare a casa di amici toscani il baccalà all’agliata. ”Devi mangiarlo per forza – mi ordinò cortesemente la padrona di casa -, è diventato un piatto politico da quando Berlusconi ha dichiarato guerra all’aglio”. Sistemato Berlusconi, i miei amici attaccarono i liguri: “Si sono appropriati l’agliata. Ma l’agliata è una salsa italiana, in uso già nel Medioevo dalla Lombardia alla Sicilia, nel segno delle virtù dell’aglio, che mette in fuga i vermi, il diavolo e i vampiri”. E intanto pestavano nel mortaio sale, aglio e mollica di pane intrisa di aceto non balsamico, e poi schiacciavano meticolosamente il miscuglio usando, di punta e di taglio, una forchetta di legno dai lunghi denti.

Condita con l’olio della Lucchesia, la salsa venne diffusa, in un velo uniforme, sui pezzi di baccalà, tolti dalla padella prima che la doratura diventasse troppo intensa. Prima di entrare in padella, i pezzi erano rimasti a lungo a bagnarsi alcuni nel latte, altri nel vino. Il vino era un morellino, che servì anche a liberare la bocca e la gola dai vapori insidiosi dell’aglio. Mi parve un piatto finissimo, che mi suggerì l’idea della pazienza del baccalà. La neutra legnosità del “salume“ esaltò i valori dell’aceto e dell’aglio, temperandoli con la robusta eleganza del pane, dell’olio e del vino (nessuno riuscì a farmi assaggiare il baccalà ammollato nel latte ). Mi parve che in quel piatto il baccalà si comportasse così come il grigio celeste, il grigio Payne, si comporta in certi quadri: esalta, per contrasto, la luminosità dei colori, si mette al loro servizio.

Ma poi osservi attentamente la tela e ti accorgi che il tono e il ritmo della scala cromatica sono dettati proprio dal grigio della mesticatura: che si fa assorbire dai colori per poi assorbirli e restare padrone della scena. La sostanza tigliosa del baccalà si piega paziente a tutti gli “attributi“ che le impone la fantasia dei cuochi: aglio, cipolla, pomodoro, peperoncino, l’oliva nera, i funghi, i capperi, gli spinaci, il rosmarino, le cozze, le vongole. La sostanza tigliosa si imbeve di succhi e di umori, sembra che si dissolva, e invece si trasfigura. Alla fine, il baccalà ricompare, è diventato “un signor“ baccalà.

Non mi piace il sorriso, da Professore e da Banchiere, di qualche nuovo ministro. Spero che nessuno di loro condivida, con alcuni ministri che furono, l’idea che gli Italiani siano un popolo di minchioni smemorati. Di baccalà: ne fai quello che vuoi. Non conviene fidarsi delle sostanze che sembrano, al primo contatto, neutre e tigliose.
(Quadro: Giovanni Ponticelli, Il supplizio di Tantalo, 1871- Collezione d’arte della Provincia di Napoli)

LA RUBRICA

GINO CURCIONE GIOCA CON IL PUBBLICO IN UNA “SCOSTUMATISSIMA TOMBOLA”

A Teatro Galleria Toledo il 2012 inizia con uno spettacolo divertente e imprevedibile, in cui il pubblico è protagonista di scherzi e battute. Un continuo di racconti, canzoni e “Nummeri” esilaranti.

Divertente e coinvolgente dopo il successo di Natale Galleria Toledo replica. «Assolutamente imperdibile» , «Spassosissima» , «Si ride tutto il tempo!» uscendo dal teatro sono questi i commenti del pubblico che ha avuto modo di vedere la Scostumatissima Tombola di Gino Curcione.
Galleria Toledo ha deciso di replicare – eccezionalmente domenica 1° gennaio 2012 alle ore 20.00 – "NUMMERE. SCOSTUMATISSIMA TOMBOLA".
Ancora un appuntamento per assistere ad un happening linguistico di tutto gusto, una estrazione-spettacolo che parte dalla neutra astrattezza dei numeri, per tradursi nel più palpitante vissuto dei vicoli a Natale, soprattutto nei Quartieri Spagnoli: spettacolarizzazione di vita vera e ripetuta.

Spettacolo in cui Gino Corcione gioca e scherza, cantando e ballando con il pubblico. Regala momenti di protagonismo ad un pubblico che si diverte, si racconta e partecipa. Gli spettatori, vincitori di ambi, terni, etc., sono convocati sul palcoscenico e sottoposti ad una serie di provocazioni, sberleffi affettuosi, simpatia, travolti dall’esuberanza allegra e malinconica di quest’attore napoletano. Quello che rende davvero originale e simpatica questa operazione teatrale è la naturalezza, priva di ogni compiacimento cerebrale, della celebrazione di un rito-gioco dove l’attore e il pubblico si divertono insieme con la vecchia tombola dal sapore antico.
Informazioni e prenotazioni

Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 80134 Napoli
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

biglietti

intero – 15 euro
ridotto – 12 euro
inclusi nel prezzo : due cartelle, fetta di panettone, spumante, premi. Per ogni cartella aggiuntiva, il costo è di euro 2,50.

convenzionati con
Supergarage – via Shelley 11 – Napoli
tel. 0815518708
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LA CITTÁ GENTILE

È possibile in questi tempi parlare di Città Gentile? No, probabilmente. Però, la gentilezza si può apprendere, attraverso un percorso che reca in sè il cambiamento capace di costruire relazioni. Di Michele Montella

Pioviggina. Pioviggina. / Penso a Paula che è assente. / In lontananza si vede un albero immenso / come una barca che naviga nella pioggia; / d’un tratto fa cadere un fiore rosso che è l’ancora, / e sento un bussare gentile alla porta.

L’intensa poesia che ho citato può ben introdurre il tema dell’articolo, perché si presenta come una allegoria della nostra condizione umana, tesa tra la nostalgia di un mondo migliore e l’impotenza di considerarlo come qualcosa di possibile.
È possibile nei nostri tempi parlare di Città Gentile? Cosa può voler dire gentilezza nel tempo della passione per la distruzione e dell’attrazione per l’arroganza?

Io non credo che sia possibile, perché alla base della violenza ci sono meccanismi causativi globali, che si innescano automaticamente, malgrado la volontà del singolo o il desiderio riposto dei popoli.
Però come per Paula che bussa alla porta, con la gentilezza dell’amore che sorprende chi attende o rende felice chi ha disimparato ad attendere, noi crediamo che la gentilezza si possa apprendere, perché essa è un’attitudine, che abita le profondità dell’esistenza umana. Anche il più malevolo degli uomini sente di tanto in tanto un bussare gentile alla porta della sua coscienza.

È dunque a partire da questa immanenza, che ci abita e di cui sentiamo il richiamo, che possiamo avventurarci in un percorso educativo, tale che ci permetta, più che di parlare di gentilezza, di educarci alla gentilezza. L’educazione reca con sé la promessa del cambiamento futuro e su questa promessa noi educatori dobbiamo fondare la nostra quotidiana azione di tessitura sociale.
Da questo primo concetto ne consegue un altro: se la gentilezza è fattore di apprendimento, allora vuol dire che è in grado di costruire relazioni, di stabilire comportamenti di attenzione agli altri, di ascolto e, infine, di individuare, come qualità della persona, il suo aver bisogno molto più che il suo offrire aiuto.

Per declinare questi concetti ho pensato di seguire le piste di tre città archetipe che simboleggiano stili di vita, modi pensare e prospettive spirituali di fronte alle domande sull’esistenza. Così Atene rappresenta la capacità di darsi delle regole democratiche, all’interno delle quali si possa coniugare la laicità con la cittadinanza; Cartagine ci fa venire in mente lo struggimento d’amore, il bisogno di sentirsi amati, che incide di sé una traccia drammatica nei nostri tempi, ma anche l’istinto animalesco della guerra; Itaca è invece il luogo dei nostri approdi, del desiderio di pace per il quale siamo disposti a spenderci e ad investire risorse.

A queste tre città dell’uomo vorrei aggiungere una città del desiderio, a dirla con Calvino, che rappresenta l’insopprimibile esigenza di ritrovare la nostra identità nella ricomposizione delle diversità di cui ciascuno di noi è ricco: Gerusalemme. Il centro delle religioni monoteiste è il luogo a cui i secoli hanno guardato come allo spazio in cui l’uomo può sperare di incontrare l’infinito e la perfetta sapienza di amore.
Nei prossimi articoli ne parleremo distesamente.
(“Pioviggina” è una poesia di Poesia di Nino J.A. Tratta da “Mi fa male la pancia del cuore”, ed. Sonzogno 2001, pag. 23)

LE CITTÀ INVISIBILI

I DANNI DEI FIGLI SCOSTUMATI LI PAGANO I GENITORI

I genitori sono responsabili per gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa.

Il fatto
I genitori di un ragazzo minorenne denunciavano al Tribunale di Bologna, i genitori di un altro ragazzo, anch’egli minorenne, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti dal loro figlio, per un incidente verificatosi durante lo svolgimento di una partita di calcio.

I genitori sostenevano che il figlio era stato vittima di una “testata“ da parte dell’altro ragazzo, a gioco fermo. Il ragazzo autore del danno veniva condannato al risarcimento dei danni, ma le domande risarcitorie nei confronti dei genitori esercenti la potestà sul minore venivano rigettate. Ad eguale conclusione perveniva la Corte d’appello. Sicché ai genitori del danneggiato non è rimasto altro che ricorrere in cassazione.

Motivi della decisione
La Cassazione con sentenza del 6 dicembre 2011, n. 26200 ha accolto il ricorso ed ha affermato che i criteri in base ai quali va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai figli minori consistono, sia nel potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, sia anche, e soprattutto, nell’obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l’educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari (Cass. 13.3.2008 n. 7050; Cass. 20.10.2005 n. 20322; cass. 11.8.1997 n. 7459). La norma dell’art. 2048 c.c. è costruita in termini di presunzione di colpa dei genitori (o dei soggetti ivi indicati).

In relazione all’interpretazione di tale disciplina, quindi, è necessario che i genitori, al fine di fornire una sufficiente prova liberatoria per superare la presunzione di colpa desumibile dalla norma, offrano, non la prova legislativamente predeterminata di non aver potuto impedire il fatto (e ciò perché si tratta di prova negativa), ma quella positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all’età, al carattere ed all’indole del minore.

Inoltre, l’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata su di un minore, può essere ritenuta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 c.c. (Cass. 7.8.2000 n. 10357). Nella specie, non solo una tale prova liberatoria non è stata fornita, ma le modalità stesse del fatto sono tali da apparire suscettibili di essere interpretate come indice di un deficit educativo.

La ricostruzione del fatto operata dalla Corte è del seguente tenore: «…il N., nel corso di una partita di calcio, ebbe a colpire con una violenta testata alla bocca il giocatore della squadra avversaria T. M. e ciò mentre il gioco era fermo e senza avere in precedenza subito un’aggressione da parte del T.». Ora, in considerazione di questo accertamento in fatto – rilevante e non contestato -, la Corte ha ritenuto che nessun rilievo, infatti, acquista né la impossibilità di intervento nel corso della competizione da parte dei genitori, né un dovere di vigilanza che, in questo caso, potrebbe ritenersi spettare agli organi sportivi. Ciò che è rilevante è il difetto di un adeguato insegnamento educativo che ha permesso al minore di ritenere lecito od anche solo consentito – nell’ambito di un evento sportivo ed in assenza di una qualche giustificazione anche solo presunta – un comportamento così violento, impulsivo ed ingiustificato in danno di un altro minore, giocatore anch’egli.

Pertanto, ai sensi dell’art. 2048 c.c., i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare.

LA RUBRICA

IL PRANZO DI CAPODANNO CHE UNIFICA L’ITALIA

L”Italia borghese è unita in cucina –fin dal 1891- grazie ad alcuni piatti provenienti dall”Eldorado nazionale del mangiar bene. Unita era anche la società contadina, con la tavola della miseria. Di Carmine CimminoSono quasi tutti d’accordo: con la “Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene“, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1891, Pellegrino Artusi unificò, almeno a tavola, l’Italia borghese. In questo progetto di unificazione egli seguì il metodo di Kant, il quale riteneva che l’intelletto funzionasse secondo categorie universali, e che queste categorie fossero i modi di pensare degli europei di Berlino, di Parigi e di Londra.

Artusi unificò la cucina della borghesia italiana intorno ad alcuni piatti che appartenevano all’Eldorado del mangiar bene: l’Emilia, la Romagna, la Lombardia padana, l’alta Toscana. Lo dimostra il pranzo che egli suggeriva per il capodanno. Si apre, il menù, con il “composto di cappelletti di Romagna“. I cappelletti si chiamano così perché hanno la forma di un cappello medioevale, una specie di tricorno sghembo: nel sec. XV lo portavano i mercenari dell’esercito veneziano. È una pasta che i romagnoli riempiono con petto di cappone, o con lombata di maiale “tritati – dice Artusi – fine fine con la lunetta“, e con tre tipi di formaggio: ricotta, parmigiano e “cacio raveggiolo“, che era un formaggio fresco non salato, e che oggi può essere sostituito dalla crescenza o dallo stracchino molle.

I cappelletti reggiani, invece, erano, e sono, ripieni soprattutto di carne, manzo, maiale, vitello, con l’aggiunta del prosciutto crudo tritato finissimo, e di parmigiano. In entrambe le versioni c’era la noce moscata: nei suoi cappelletti all’uso di Romagna Artusi prevedeva anche la presenza di un po’ di scorza di limone. Questa pasta ripiena va cotta nel brodo di cappone, “di quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini”.

Rimminchionito, olocausto: Artusi “drammatizza“ la lingua di cucina, è abile con le metafore, così come con i sughi. L’immagine di questo cappone stupido che si offre in olocausto impiglia il mio istinto analogico in un fastidioso sospetto: vuoi vedere che le caste vecchie e nuove della politica, della finanza, di un certo giornalismo ci ritengono non diversi da questi capponi “rimminchioniti”…E perciò conviene ricordare che un amico di Artusi “crepò“ per aver mangiato cento cappelletti in brodo. Dunque, bisogna essere prudenti: “a un mangiatore discreto bastano due dozzine“, concedeva lo scrittore: oggi è sufficiente anche la metà.

Cappelletti e tortellini in brodo divennero un piatto nazionale, perché rappresentavano in modo conveniente l’idea della grassa abbondanza, e per la duttilità del ripieno, che poteva fare a meno anche dell’involucro di pasta, Infatti, il “composto“ consigliato da Artusi era il solo ripieno, senza la sfoglia: una raffinatezza per golosi contro cui aveva già lanciato il suo anatema, seicento anni prima, Salimbene Adami. Ricordiamo il resto del menù solo per curiosità: cotolette di vitella o di petto di pollo o di tacchino, spalmate di balsamella sotto e sopra, e fritte “nell’olio o nello strutto”; bue alla brace con carote; pasticcio di starne e pernici; arrosto di anatra domestica e piccioni. Dopo un tale macello ci vuole il dolce.

Il gateau à la noisette – “diamogli un titolo pomposo alla francese, che non sarà del tutto demeritato“ – è una sinfonia di nocciuole e di mandorle dolci, tenuta insieme dalle uova, dal burro e dalla farina di riso, e illuminata dalla vainiglia, mentre il dolce di Torino è una struttura a più strati di savoiardi, “tagliati in due parti per il lungo“, bagnati con il rosolio e con l’alkermes, spalmati, sopra e sotto, con cioccolata. Il dolce va preparato il giorno prima: “prima di servirlo, lisciatelo tutto alla superficie con la lama di un coltello scaldato al fuoco, e, in pari tempo, piacendovi, ornatelo con una fioritura di pistacchi oppure di nocciole leggermente tostate, gli uni e le altre tritate finissime”.

Queste ricette descrivono meglio di un romanzo l’atmosfera di una ricca casa borghese sul finire del sec.XIX: ci vedi i salotti che incantarono D’Annunzio giovane e Gozzano, lo zio monsignore, i sigari, i merletti, le alte cucine piene di fumo, le chiacchiere di cuochi e di cameriere, le signore morbide nella lettura di lacrimevoli poeti d’amore, e occhiute e rapaci nell’amministrazione del patrimonio. Artusi “racconta“ anche la ricetta del rosolio tedesco: “sminuzzate tutto intero un limone, togliendovi i semi e unendovi la buccia che avrete grattata in precedenza, dividete in piccoli pezzetti la vainiglia, mescolate tutto con lo spirito di vino del migliore, con lo zucchero e con il latte in un vaso di vetro, e vedrete che subito il latte impazzisce. Agitate il vaso una volta al giorno e dopo otto giorni passatelo per pannolino e filtratelo per carta.

“I toscani dicono che il latte impazzisce quando si raggruma, rifiuta di mescolarsi e di perdere la propria identità: è una bella metafora, che dà l’idea della battaglia che si svolge in quel vaso tra il latte e lo “spirito del vino“.

Nel 1881 la Commissione presieduta da Stefano Jacini pubblicò le relazioni ufficiali dell’ inchiesta agraria e trenta anni dopo Oreste Bordiga illustrò le condizioni dei contadini della provincia napoletana ai membri della commissione parlamentare. I testi descrivono una società contadina che dal Veneto alla Sicilia è stata saldamente unificata non da Garibaldi e dai Savoia, ma dalla tavola della miseria: erbe, vino annacquato, farina di granoturco, castagne. Tra Acerra, Nola e il Vesuviano interno i contadini mangiano, di mattina, pane e frutta, a mezzogiorno pane e un piatto caldo, “per lo più di legumi all’olio“, e talvolta un pezzo di baccalà, e a sera pane, frutta e un po’ di formaggio. I maccheroni sono il piatto della domenica: li accompagnano, raramente, le braciole di maiale, e più frequentemente melanzane e pomodori.

Quelli che coltivano il tabacco prendono un salario più sostanzioso e si possono permettere il pecorino di Turchia e il “caso muscio“ dei pastori avellinesi. La frittata d’uova, “ ‘o filoscio“, imbottito di “caso muscio” e il pane bagnato nei fagioli furono una nutriente e ineluttabile piacevolezza della nostra infanzia: di noi, nati subito dopo la guerra. E in case in cui non c’era spazio per il lusso. Fortunatamente.
(Quadro di Silvestro Lega, “Canto di uno stornello”, 1867)

L’OFFICINA DEI SENSI

“LA LEGALITA IN OGNI SCUOLA”. UN PROGETTO RIVOLTO ALLE POLITICHE DEL LAVORO

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È iniziata la II annualità del progetto “Le(g)ali al sud: un progetto per la Legalità in ogni scuola” presso il Liceo Linguistico-Scientifico -Scienze Umane G. Mazzini di Napoli. Di Annamaria Franzoni

Le conoscenze e le competenze chiave che i giovani devono acquisire rappresenta, per tale progetto, il requisito fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Conferenza di Lisbona per il 2010 e riformulati con il traguardo del 2020.

In tale contesto si collocano, infatti, gli interventi dei PON finanziati con i Fondi Strutturali Europei che costituiscono gli strumenti per attivare azioni concrete finalizzate al miglioramento della qualità del servizio scolastico per uno “sviluppo integrale dei giovani e della Scuola” attraverso un’educazione ispirata ai principi di legalità e rispetto delle regole di convivenza civile.

Il 10 novembre si era conclusa la I annualità con una manifestazione presso la sede del liceo Mazzini coordinata dal dirigente Pasquale Malva alla quale hanno partecipato il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ex allievo dello stesso Liceo, la Dirigente delle Politiche Sociali, dott.ssa Giulietta Chieffo, il presidente della V Municipalità Vomero-Arenella Mario Coppeto, oltre ai tutor del progetto, proff. Tescione e Nolli per il Liceo Mazzini e il dott. Prato per il Comune di Napoli.
il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ex allievo dello stesso Liceo.

In quell’occasione i ragazzi hanno presentato, dinanzi ad un pubblico vasto e interessato, il libretto riepilogativo, che ha costituito la prova d’opera finale dedicato alle “politiche sociali”, oggetto di indagine dello scorso anno.
Quest’anno invece il progetto è rivolto alle “politiche del lavoro”con approfondimento delle seguenti aree:

Mercatini (commercio su aree pubbliche)
Artigianato (attività di acconciatore, estetista, panificatore)
Commercio al dettaglio
Tempi e orari della città: la movida
Valorizzazione delle competenze e sviluppo professionale delle donne
Promozione e valorizzazione del turismo
Avviamento alla professione e compiti dell’assistente sociale
Lavoro e formazione: COF
Nidi di mamme
Orientagiovani

E sulla definizione di tali aree si sono svolte le due giornate di apertura dei lavori durante le quali gli studenti partecipanti sono stati guidati alla progettazione condivisa di tale seconda annualità dal dott. Elio Scribani e da chi scrive: entrambi abbiamo tenuto conto delle conclusioni alle quali sono pervenuti i corsisti alla fine della prima annualità, impegnandoci a costituire il giusto anello di congiunzione tra il percorso precedente e le successive 40 ore che li vedranno attivamente impegnati sul territorio cittadino in relazione alle politiche sociali.
Ecco le conclusioni dei corsisti che costituiscono la chiusura del “manuale d’uso” che si apre con uno slogan molto significativo:

Dal disagio al sollievo,
dal dire al fare,
dallo sperdimento al progetto,
dall’estraneità alla partecipazione.

“In una civiltà sempre meno attenta al rispetto delle leggi, noi ci siamo posti l’obiettivo di colpire e rispettare la legalità. Innanzitutto abbiamo conosciuto persone nuove, visitato dei luoghi pubblici, di cui, a volte, non conosciamo bene le funzioni.
Abbiamo visitato, ad esempio, la sede della cooperativa Dedalus: un’ abitazione confiscata alla camorra e che fornisce agli immigrati, soprattutto minorenni, accoglienza e permessi di soggiorno. Nonostante l’importanza di questo grande progetto abbiamo dovuto constatare che quando i ragazzi arrivano all’età adulta devono tornare al loro paese d’origine, per la scadenza del permesso di soggiorno e ciò ci sembra una cosa ingiusta, oltre che uno spreco di risorse.

Inoltre, molto spesso, capita a progetti come questo e altri che abbiamo conosciuto, di essere ostacolati dai pregiudizi delle persone o dalla mancanza di fondi.
Questa esperienza ci ha fatto percepire in maniera diversa il ruolo del Comune, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di ristabilire l’ordine e la legalità nella comunità napoletana, inoltre ci fa rendere conto di quante tematiche legate ai bisogni sociali esso abbia trattato ma, di quante ce ne siano ancora da trattare.
Con questo PON, abbiamo potuto conoscere nuove cose in prima persona, andando sul posto, parlando con chi lavora nel settore, dialogando e discutendo e rendendo pratica le teorie studiate”
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LE IDI DI MARZO

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Il nuovo film di George Clooney è un thriller che ha l”ambizione di sondare il ruolo della comunicazione e il suo rapporto con la politica, tra idealismo e lotta per la sopravvivenza.

Stephen è un giovane addetto alle comunicazioni nella campagna elettorale per scegliere il candidato democratico alle presidenziali americane. Sotto la supervisione di Paul Zara, Stephen è un fuoriclasse naturale, in grado di manipolare la stampa e le notizie, dunque le persone.

Ma la sua adesione alla causa di Mike Morris è sincera: nel candidato presidente dei democratici vede una personalità in grado di riportare in alto il Paese con una fedeltà assoluta e sentita agli ideali più liberal. In questo gioco tra cinismo dei mezzi (la manipolazione attraverso la comunicazione) e idealismo delle convinzioni, Stephen si troverà immischiato in manovre poco chiare che coinvolgeranno le due macchine elettorali, fino a toccare anche il candidato presidente e i suoi segreti. La fedeltà alla causa si scontrerà con la voglia di emergere in un settore dove è necessario sapere giocare anche sporco.

George Clooney si mostra sempre più a suo agio dietro la macchina da presa. Adattando un testo teatrale, conduce in modo saldo una storia che può essere letta a diversi livelli. Al centro della scena troviamo il rapporto tra potere e comunicazione, con diversi soggetti a tenere le redini del gioco: i guru delle campagne elettorali, la stampa, i politici. Senza moralismi, Clooney parte da uno scenario che viene dipinto come inevitabile. I colpi bassi delle campagne elettorali – in America crudeli meccanismi dove ogni aspetto della vita dei candidati viene trasformato in spettacolo, più o meno veritiero – non sconvolgono, sono uno strumento per arrivare alla vittoria.

Nessuno viene rappresentato come un’ingenua Alice nel Paese delle Meraviglie. Tutti accettano le regole non scritte della competizione e dimostrano di saperle usare nel modo più spregiudicato. L’elemento che differenzia Stephen dagli altri è l’adesione iniziale alla causa, la volontà di portare alla vittoria – con tutti i mezzi possibili – il candidato ritenuto migliore. Le lusinghe di un avversario scalfiranno questa convinzione, segnando l’inizio del declino; un declino professionale ma anche morale, che porterà Stephen ad innalzare ulteriormente l’asticella del cinismo per restare a galla.

Il film funzione perfettamente nella sua dimensione di thriller politico. La costruzione dei colpi di scena non è mai forzata, bensì sorretta da una sceneggiatura solida e da personaggi che si muovono naturalmente nell’ambiguità. Un gruppo di attori straordinario (su tutti Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti e Marisa Tomei) contribuisce all’ottimo risultato e, soprattutto nella seconda parte, lo spettatore viene trascinato dal precipitare degli eventi in un clima sempre più cupo e pessimista. Dove il film cede qualche punto è proprio nell’evoluzione del protagonista.

Interpretato da un attore misteriosamente sulla cresta dell’onda hollywoodiana (l’inespressivo Ryan Gosling), la figura di Stephen non riesce a dare al film un personaggio centrale forte, in grado di penetrare nei meccanismi che portano un giovane esordiente nel campo delle comunicazioni a trasformarsi in giocatore cinico capace di minacciare quello stesso candidato prima idolatrato. Non aiuta, in questo senso, una figura di candidato presidente (interpretata dallo stesso Clooney) abbastanza piatta, raffigurata solo da qualche stereotipo liberal (le energie pulite, il rispetto delle scelte sessuali, ecc) e “minacciata” da uno stereotipo altrettanto evidente (che ovviamente non diremo). Sull’asse Stephen-Mike Morris il film si giocava la possibilità di rendere più complesso il suo messaggio, puntando sulla difficoltà a far coesistere convinzioni ideologiche e scelte professionali. Ma quest’aspetto viene solo abbozzato.

Le Idi di marzo rimane comunque un ottimo esempio di thriller politico intelligente e ben strutturato in tutte le sue parti. La debolezza nell’evoluzione del protagonista non intacca un film che, nel complesso, riesce ad intrattenere e ad offrire uno sguardo sull’abbraccio complesso tra politica e comunicazione, lasciandoci con la sgradevole sensazione che lo spazio per gli ideali, in politica, sia sempre più ridotto.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di George Clooney, con Ryan Gosling, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, George Clooney, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Durata: 105 minuti
Uscita nelle sale: 16 dicembre 2011
Voto: 6,5

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