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LA CITTÁ GENTILE

È possibile in questi tempi parlare di Città Gentile? No, probabilmente. Però, la gentilezza si può apprendere, attraverso un percorso che reca in sè il cambiamento capace di costruire relazioni. Di Michele Montella

Pioviggina. Pioviggina. / Penso a Paula che è assente. / In lontananza si vede un albero immenso / come una barca che naviga nella pioggia; / d’un tratto fa cadere un fiore rosso che è l’ancora, / e sento un bussare gentile alla porta.

L’intensa poesia che ho citato può ben introdurre il tema dell’articolo, perché si presenta come una allegoria della nostra condizione umana, tesa tra la nostalgia di un mondo migliore e l’impotenza di considerarlo come qualcosa di possibile.
È possibile nei nostri tempi parlare di Città Gentile? Cosa può voler dire gentilezza nel tempo della passione per la distruzione e dell’attrazione per l’arroganza?

Io non credo che sia possibile, perché alla base della violenza ci sono meccanismi causativi globali, che si innescano automaticamente, malgrado la volontà del singolo o il desiderio riposto dei popoli.
Però come per Paula che bussa alla porta, con la gentilezza dell’amore che sorprende chi attende o rende felice chi ha disimparato ad attendere, noi crediamo che la gentilezza si possa apprendere, perché essa è un’attitudine, che abita le profondità dell’esistenza umana. Anche il più malevolo degli uomini sente di tanto in tanto un bussare gentile alla porta della sua coscienza.

È dunque a partire da questa immanenza, che ci abita e di cui sentiamo il richiamo, che possiamo avventurarci in un percorso educativo, tale che ci permetta, più che di parlare di gentilezza, di educarci alla gentilezza. L’educazione reca con sé la promessa del cambiamento futuro e su questa promessa noi educatori dobbiamo fondare la nostra quotidiana azione di tessitura sociale.
Da questo primo concetto ne consegue un altro: se la gentilezza è fattore di apprendimento, allora vuol dire che è in grado di costruire relazioni, di stabilire comportamenti di attenzione agli altri, di ascolto e, infine, di individuare, come qualità della persona, il suo aver bisogno molto più che il suo offrire aiuto.

Per declinare questi concetti ho pensato di seguire le piste di tre città archetipe che simboleggiano stili di vita, modi pensare e prospettive spirituali di fronte alle domande sull’esistenza. Così Atene rappresenta la capacità di darsi delle regole democratiche, all’interno delle quali si possa coniugare la laicità con la cittadinanza; Cartagine ci fa venire in mente lo struggimento d’amore, il bisogno di sentirsi amati, che incide di sé una traccia drammatica nei nostri tempi, ma anche l’istinto animalesco della guerra; Itaca è invece il luogo dei nostri approdi, del desiderio di pace per il quale siamo disposti a spenderci e ad investire risorse.

A queste tre città dell’uomo vorrei aggiungere una città del desiderio, a dirla con Calvino, che rappresenta l’insopprimibile esigenza di ritrovare la nostra identità nella ricomposizione delle diversità di cui ciascuno di noi è ricco: Gerusalemme. Il centro delle religioni monoteiste è il luogo a cui i secoli hanno guardato come allo spazio in cui l’uomo può sperare di incontrare l’infinito e la perfetta sapienza di amore.
Nei prossimi articoli ne parleremo distesamente.
(“Pioviggina” è una poesia di Poesia di Nino J.A. Tratta da “Mi fa male la pancia del cuore”, ed. Sonzogno 2001, pag. 23)

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