LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE : VERA “EXTREMA RATIO”?

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È quanto mai attuale il tema del sovraffollamento delle carceri. Sulla detenzione, però, nonostante le recenti misure del Governo, l”ultima parola spetta sempre al magistrato. Di Simona Carandente

Tema scottante e vero e proprio leitmotiv dell’anno appena trascorso, quello del sovraffollamento carcerario si presenta già come vero e proprio tormentone del 2012, al punto tale da indurre il nuovo governo, già dai primi esordi, ad emanare misure urgenti volte a contrastarne la portata dirompente. Con il decreto legge 211/11, viene di fatto ad essere ampliata la portata applicativa della cd. "svuota carceri", prevedendo un tetto ben più ampio (complessivi 18 mesi) di pena detentiva da poter scontare presso il proprio domicilio, laddove ricorrano le condizioni e sussistano i requisiti previsti dalla legge.

Nel tentativo di snellire la grave situazione carceraria italiana si è cercato, nelle more dell’emanazione di una presunta amnistia, di introdurre strumenti di natura deflattiva, volti a far si che la custodia in carcere si applichi, quantomeno per i detenuti cosiddetti "definitivi", solo nei casi più gravi e per reati specificamente previsti. L’esperienza delle aule di giustizia, tuttavia, dimostra che non basta un singolo provvedimento legislativo a risolvere il problema: non dimentichiamoci, difatti, che l’ultima parola in tema di detenzione è rimessa sempre e comunque al magistrato ed alle sue valutazioni, sia in fase cautelare che di sorveglianza.

Sempre al magistrato spetta il difficile compito di applicare la custodia cautelare in carcere solo in via residuale, laddove tutte le altre misure si rivelino inadeguate rispetto al concreto pericolo di reiterazione di ulteriori condotte delittuose: non dimentichiamoci, difatti, che il codice di rito prevede un vasto novero di misure, dall’obbligo di presentazione alla P.G. al divieto ed obbligo di dimora, fino agli arresti domiciliari, idonei a seconda dei casi a tutelare la collettività e contenere il rischio di recidive.

Qualche giorno fa, una donna si presentava innanzi al legale affinchè assumesse la difesa del proprio marito, arrestato perché in possesso di cento grammi di sostanza stupefacente, del tipo marijuana, all’interno della propria abitazione. Al giovane veniva contestata la finalità di spaccio di detta sostanza, avendo peraltro rinvenuto uno strumentario rudimentale (comune cellophane da cucina) per il confezionamento della stessa. All’esito dell’udienza di convalida, il giudice per le indagini preliminari applicava al giovane la misura custodiale carceraria, sull’assunto della concreta pericolosità sociale dell’indagato, in uno all’esistenza di una pregressa condanna per evasione, ritenuta ostativa alla concessione degli arresti domiciliari.

Solo successivamente il tribunale per il riesame, accogliendo le doglianze difensive, sostituiva la misura carceraria con quella dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ritenendo correttamente tale misura adeguata e proporzionata ai fatti commessi, dando prova di estremo equilibrio nella valutazione della posizione del giovane e delle motivazioni connesse al reato commesso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=33

REMBRANDT A NAPOLI, CARAVAGGIO A MOSCA: DUE GIGANTI A CONFRONTO

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Il “Martirio di Sant”Orsola” del Caravaggio, a Palazzo Zevallos-Stigliano, in Via Toledo, fa momentaneamente spazio al “Ritratto di anziana signora” del Rembrandt, a Napoli fino al 26 febbraio 2012.

Dal 26 novembre fino al 26 febbraio 2012 Palazzo Zevallos-Stigliano, sede museale della Banca Intesa Sanpaolo, ospita un’opera di Rembrandt, gentilmente concessa dalla raccolta del Museo Statale delle Belle Arti “A.S. Puškin” di Mosca “in cambio” della “Sant’Orsola” del Caravaggio, pezzo forte della collezione del palazzo partenopeo. L’iniziativa è stata promossa dal Gruppo Bancario che ha soddisfatto la richiesta del museo russo di esporre l’ultimo capolavoro di Michelangelo Merisi alla mostra monotematica a lui dedicata, dal titolo “Caravaggio in Russia”, che si sta svolgendo parallelamente presso il museo moscovita.

L’evento, organizzato in concomitanza dell’ “Anno della cultura e della lingua italiana in Russia e della cultura e della lingua russa in Italia”, dà modo ai napoletani di apprezzare un’opera importante del grande artista olandese e di scoprire quanto di “caravaggesco” vi sia nella sua pittura. Due giganti a confronto che pur non incontrandosi mai nella loro vita (Rembrandt è una generazione più giovane del Merisi) seppero inaugurare in Europa quel grande filone “mistico” e “tenebroso” della storia dell’arte.

Il connubio “Rembrandt-Caravaggio”, d’altronde, ha origini remote. Sin dal XVIII secolo, per molte caratteristiche comuni, i due artisti furono spesso associati. Nel 2006 il Rijksmuseum e il Van Gogh Museum di Amsterdam dedicarono persino un’intera mostra a questi due grandi geni della pittura barocca, la prima ad esporre “faccia a faccia” le loro opere con più di 25 dipinti provenienti dai musei di tutto il mondo.

Rembrandt non fu mai in Italia ed è probabile che egli abbia conosciuto indirettamente Caravaggio attraverso le opere dei molti pittori olandesi di ritorno dal Bel Paese. Nel Seicento, infatti, era prassi comune per gli artisti europei visitare l’Italia per formarsi a contatto con le rovine antiche e apprendere i segreti della cultura classica nonché per ammirare i capolavori dei grandi maestri del Rinascimento italiano, su tutti Michelangelo e Raffaello.

Lo stesso Pieter Lastman, suo maestro, visse per alcuni anni a Roma, assorbendo l’influsso del pittore paesaggista Adam Elsheimer e dello stesso Caravaggio. È dal Lastman e dagli altri “caravaggisti” olandesi, dunque, che il Rembrandt conobbe la pittura del Merisi. Ma, a differenza di molti altri artisti europei, egli seppe completamente impadronirsi dello stile del pittore lombardo e capire l’importanza della “pittura dal vero”, percependone il carattere innovativo e rivoluzionario. Così, come spesso accade nella storia dell’arte, l’allievo superò il maestro.

Più che per i suoi paesaggi “criptoromantici”, che discendono in parte dall’Elsheimer e che caratterizzano un lungo periodo della sua vita, Rembrandt è celebre per i suoi ritratti, soprattutto per quelli a mezzobusto. È in essi, difatti, che il gioco di luci e ombre caravaggesco diviene evidente ed è in essi che l’artista olandese, come il lombardo, sperimenta il suo talento, dipingendo dal vivo i personaggi più svariati dell’aristocrazia e del popolo olandese, curando ogni volta, con un tocco veloce e quasi sommario, un nuovo particolare: un’espressione, una smorfia, una ruga, un sorriso.

Il “Ritratto di anziana signora” (foto), opera di un Rembrandt già maturo, mostra tutte le caratteristiche della ritrattistica dell’illustre pittore olandese. Da uno sfondo scuro ed omogeneo emerge il corpo di una figura investita da un fascio di luce. Le pennellate veloci e decise della penombra si affiancano alle pennellate dense e corpose delle zone illuminate. Lì dove la luce è più forte, ad esempio sul viso e sulle mani dell’anziana signora, tocchi leggeri e sottili definiscono i particolari e gli elementi si fanno più chiari e distinti. Lo sfondo e il resto del corpo sembrano, al contrario, a malapena abbozzati.

L’occhio dello spettatore cade in questo modo sui dettagli principali: l’anello all’anulare destro, segno della condizione coniugale e dell’agiatezza della donna, e gli occhi, spenti, privi di alcun naturale riflesso di luce, che rivelano quella straordinaria capacità di indagine psicologica che fu propria del Rembrandt. Con i suoi ritratti il pittore olandese inaugurò una fortunatissima stagione del genere ed è a lui che i ritrattisti delle generazioni successive, specie ottocentesche, guardarono.

L’esposizione a Palazzo Zevallos-Stigliano può essere un’occasione unica per scoprire e conoscere uno dei più importanti artisti della storia. Ammirato e conosciuto in tutto il mondo, Rembrandt è, come Caravaggio, un colosso dell’arte europea e, visto che le opere del genio olandese conservate in Italia sono poche, quella oggi a Napoli merita una visita.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA GRANDE IMPORTANZA DELLE INDAGINI SULLE VITTIME DEI REATI

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Chi è vittima di reato vede compromessa la propria fiducia con sè stesso, nel rapporto con le persone care, nelle istituzioni. Queste ultime perchè non hanno saputo prevenire, nè proteggere dai rischi criminali. Di Amato Lamberti

Le indagini di vittimizzazione non rilevano tutti i reati, bensì si soffermano su quelli che hanno una vittima consapevole nell’individuo e nella famiglia, quelli per cui è più semplice individuare dei parametri oggettivi di rilevazione e quelli adatti ad essere investigati nel contesto di un’indagine orientata a intervistare gli individui in qualità di vittime dei reati.

Vengono rilevati i furti dalla persona (come lo scippo, il borseggio), i furti in abitazione, i furti dei veicoli o degli oggetti dai veicoli, i furti semplici senza contatto, le rapine e le aggressioni, gli ingressi abusivi, gli atti di vandalismo e alcuni reati sessuali, come le molestie e le violenze.
Nella terza edizione del 2008 è stata posta una nuova attenzione alla rilevazione di alcuni reati emergenti come la truffa, il phishing, il furto e la clonazione delle carte bancarie di credito, nonché di alcuni comportamenti negativi sul lavoro come il mobbing e lo straining.

La rilevazione di una sola parte dei reati costituisce la critica principale mossa alle indagini di vittimizzazione ed in particolare il fatto che rilevano solo il crimine di strada e solo quei reati di cui la vittima è consapevole, con il conseguente rischio di sottostimare il numero dei reati realmente accaduti. La possibilità che alcuni reati si possano dimenticare, perché poco gravi o, al contrario, omettere, perché molto gravi, esiste ed è legata al fatto che queste indagini sono basate sul coinvolgimento diretto dei protagonisti. Tuttavia è proprio questo l’aspetto che le rende un potente strumento di conoscenza.

Queste indagini sono comunque condotte in modo molto accurato allo scopo di fornire stime precise sui reati; la lunga progettazione ha previsto infatti lo studio rigoroso degli aspetti più problematici che la rilevazione dei reati comporta e delle strategie atte a risolverli o almeno a contenerli.
Il tema delle vittime rappresenta oggi un elemento costante del dibattito scientifico come di quello politico e sono molteplici gli aspetti e gli ambiti in cui le tematiche relative alle vittime si inseriscono ormai di diritto. La situazione però, non è sempre stata questa.
L’importanza assegnata alle vittime di reato come oggetto di analisi, come abbiamo già detto in precedenza, è relativamente recente per quanto riguarda la dimensione criminologica, come pure quella relativa al sistema giudiziario, all’opinione pubblica e, di conseguenza, alla dimensione politica.

Si può infatti affermare che, fino dai primi studi di quella che tenterà poi di assumere le caratteristiche di scienza autonoma, la vittimologia, la vittima è sempre stata relegata in un ruolo di secondo piano rispetto alle dinamiche del reato e della criminalità. Sarà negli Stati Uniti, a partire degli anni ’50, che verrà avviata una riflessione sul ruolo della vittima, che si evolverà fino a toccare aspetti processuali, la dimensione del welfare, l’indagine scientifica.
Ma cosa intendiamo oggi con il termine vittima?

Se si esula da una definizione meramente giuridica secondo la quale la vittima viene descritta come la persona offesa dal reato, sono diverse le definizioni di vittima che possono essere menzionate.
Innanzitutto, si può pensare alla Decisione Quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 15 marzo 2001 che, relativamente alla posizione della vittima nel procedimento penale, descrive questa come la persona fisica che ha subito un pregiudizio fisico o mentale, sofferenza psichiche, danni materiali causati da atti od omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale, oppure, più sinteticamente, ma in modo altrettanto incisivo, si può affermare con R. Bisi che la vittima è “principalmente una persona che è stata mortificata nella sua dignità umana, frutto di identità fisica ma anche psicologica” o ancora, con E. Viano, possono essere individuati quattro momenti significativi che segnano il passaggio allo status di vittima:

• presenza di un danno: il concretizzarsi di stati di sofferenza causati dall’atto criminale;
• percepirsi come vittima (auto – riconoscimento): l’accettarsi come vittima ovvero “riconoscere la vittimizzazione come un’esperienza immeritata e ingiusta”;
• cosa fare: decidere se confidare ad una persona cara la propria esperienza di vittima, oppure renderla pubblica attraverso il ricorso allo strumento della denuncia penale;
• riconoscimento da parte della comunità (etero – riconoscimento): ricevere sostegno sociale, solidarietà e riconoscimento dalla comunità di appartenenza.

La vittima può, inoltre, essere considerata come un soggetto espropriato di quella fondamentale aspettativa (la fiducia) avente valenza positiva che, in condizioni di incertezza, è capace di rassicurarlo rispetto alle azioni ed alle comunicazioni che intrattiene con il contesto nel quale vive ed opera. Nei vari passaggi che concorrono a definire l’esperienza vittimizzante, l’evento dannoso va ad intaccare significativamente la dimensione della fiducia propria di un soggetto, il quale perde i punti di riferimento della propria quotidianità e il senso di prevedibilità costruito in base alla sua esperienza.

Al contempo, viene compromessa inevitabilmente la fiducia nei rapporti con le persone care, a maggior ragione quando, e questa situazione si verifica non di rado, preesiste un legame di parentela o comunque affettivo, tra l’autore di reato e la sua vittima; infine, viene pregiudicata anche la fiducia di tipo istituzionale proprio perché le istituzioni non sempre sono in grado di prevenire la criminalità, o quanto meno di ridurre i rischi di vittimizzazione, né di proteggere i cittadini nemmeno successivamente all’episodio vittimizzante.

Così la vittima, disorientata e, non di rado, ritenuta parzialmente responsabile di quanto accaduto, è costretta a mettere in discussione il sistema di conoscenze e di interpretazione della realtà che le ha consentito, almeno fino al quel momento, di vivere in un ambiente sicuro.
La vittima deve suo malgrado fare i conti con una realtà che sembra non appartenerle più. Pertanto, lo studio della vittima, non come mero soggetto passivo nell’interazione criminale, contribuisce da un lato a comprendere meglio la genesi e la dinamica del delitto e, dall’altro lato, ad individuare le esigenze e i bisogni di quanti subiscono le conseguenze drammatiche di un fatto – reato.

Paradossalmente fino a poco tempo fa nello studio della dinamica criminale, ma non solo (si pensi ad esempio all’iter processuale o all’interesse dei media e dell’opinione pubblica), l’attenzione veniva esclusivamente focalizzata sulla figura del reo, mentre la vittima restava nell’ombra; ancora oggi è palese come la vittima diventi protagonista e goda di attenzioni solo immediatamente dopo l’evento vittimizzante, poiché viene sottoposta ad una spettacolarizzazione puramente mediatica dopodiché, una volta spenti i riflettori, resta nel buio per essere presto dimenticata, mentre la figura del reo, in certi casi, viene addirittura spettacolarizzata, tanto è vero che ci si ricorda solo di questa. (- continua -2) (Fonte foto: photocommunity.qtp.it)

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ALLA LEGA NORD ANDREBBE DEDICATO UN <i>CANTO A FIGLIOLA </i>

Nel Canto a Figliola avviene lo sfregio dei nomi ai quali il canto si rivolge. Invece, a coloro che hanno consentito alla Lega di governare bisognerebbe scuncecare i nomi. Di Carmine Cimmino

In tutto il territorio delle province di Napoli e di Terra di Lavoro non ci fu cantina in cui il tuocco a vino non scatenasse risse furibonde e duelli all’ultimo, o al penultimo sangue. Col tuocco la comitiva si sceglieva il padrone, che nominava un sottopadrone (in qualche documento di polizia è chiamato anche il cane). Incominciava il giro del vino: il padrone stabiliva, a suo piacimento, chi poteva bere, e chi no. Capitava che qualcuno restasse fuori da tutti i giri del boccale, e che l’esclusione venisse interpretata come un affronto.

Il calore del vino e il tormento della sete dettavano parole grosse: da qui allo scatto dei coltelli a serramanico il passo era breve. Nel gennaio del 1908 una comitiva di camorristi vesuviani gioca al tocco nella cantina di Stefano Manca che sta alla Marchesa di Boscoreale, in una posizione strategica per il controllo delle decine di carri che ogni giorno trasportano pietre e brecciame dalle cave ai cantieri per la ricostruzione di strade e di case devastate dall’eruzione del 1906. A un certo punto Raffaele Massa di Ottajano, non sopportando l’accanimento con cui il padrone, Antonio Arlitti di Sant’ Anastasia, lo esclude dalla bevuta, gli chiede spiegazioni.

L’Arlitti risponde a muso duro, i due arrivano a mettersi capa e capa, e prima che gli altri si muovano a separarli, Massa uccide il padrone con due colpi di sferra. Interrogato dal capitano dei carabinieri di Torre Annunziata, l’omicida si giustifica così: m’’a miso le mani ‘nfaccia. Mi ha messo le mani in faccia, che per un camorrista è un gesto più umiliante dello schiaffo. Proprio l’anno prima aveva tentato di spiegarlo a un giudice Luigi Fucci, “ ‘o gassusaro”, che fu screditato capintesta della camorra napoletana e mediocre attore di quella truce sceneggiata che va sotto il nome di “processo Cuocolo“. ‘O gassusaro cercò di spiegare al giudice che lo schiaffo è un’umiliazione sanguinosa, ma, a ben vedere, lo schiaffeggiatore ha paura dello schiaffeggiato, e perciò cerca di imporsi a lui con l’uso immediato della forza.

Era un principio che regolava le risse della nostra adolescenza: se corrono i papagni, e cioé i ceffoni che stordiscono e fanno lo schiocco come i papaveri, vince chi ha “allungato“ il primo schiaffo. È il primo schiaffo che rimane impresso nella memoria di tutti, oltre che sulla guancia o sul muso di chi l’ha ricevuto. Chi, invece, poggia la mano sulla faccia di un altro, e gli copre la bocca e gli occhi, lo umilia perché occupa il suo spazio, lo tratta da servo e da guaglione: nel codice della camorra è un’offesa sanguinosa. Ma anche al di fuori della camorra e dei suoi codici, c’è chi non sopporta, per esempio, che un estraneo gli metta la mano sulla spalla, soprattutto se la mano incomincia a picchiettare: si vede, nel gesto, la memoria dei riti del vassallaggio.

Le notizie più precise sullo sfregio le fornisce Abele De Blasio. C’erano tre tipi di sfregio: a scippo, a sbarzo, a caca faccia. I primi due erano tagli impressi sulla guancia della vittima con pezzi di vetro (a scippo) e con rasoi affilati; il terzo era uno sfregio incruento: sulla faccia della vittima l’aggressore spalmava un cartoccio di sterco umano, e condiva il gesto con una sequenza di ingiurie volgari. A Napoli si sfregiava ogni giorno, ma i cronisti non si stancavano di descrivere la cruda usanza, atto finale, quasi sempre, di melodrammatiche storie di furiosa gelosia.

Nel 1910 il giovane figlio del proprietario della più nota ditta napoletana di pompe funebri, attiva ancora oggi, lasciò la fidanzata, una ventenne bustaia, figlia del portiere del Palazzo di Giustizia, bella, “con certi occhi grandi, neri, espressivi, ciò che si dice ‘na capa nenna.“. La ragazza non gradì e davanti al Conservatorio di S.Pietro a Maiella punì chi l’aveva abbandonata infliggendogli uno sfregio: non in faccia, ma in una natica.

Lo sfregio fa parte della pratica camorrista dello “scunceco“. La figura del nemico deve essere deturpata e sconciata in ogni modo: le organizzazioni criminali spesso non si accontentano di ammazzare chi si mette di traverso: ne infamano anche la reputazione orchestrando, prima e dopo la morte, cori di corvi e di calunnie. Tecnica raffinata è lo sfregio, lo “scunceco“, del nome. Il camorrista si rivolge al suo antagonista cambiandogli, o storpiando con ironia, il nome: che importa a me se ti chiami Pasquale e non Francischiello; per quello che vali….; talvolta, invece, lo apostrofa con un epiteto sprezzante. L’impiegato comunale diventa ‘o nguacchiacarte, il panettiere che fa la spia dei carabinieri è ntostavrenna, il medico che non “si mette all’ordine“ è pisciazzella, e l’avvocato è spilachiacchiere.

Lo sfregio del nome rientra tra le funzioni del canto a figliola. Nel Natale del 1910, in una bettola al vico Cristallini, in Napoli, Ciro Sproviero, cocchiere di piazza e camorrista quotato, canta a figliola contro Giuseppe Leone, che chiamano ‘o tagliacape, forse perché ha un banco di pescivendolo e dunque squama, sventra e decapita pesci. “Fronna ‘e fetente! – intona il cocchiere – Te chiammo ‘ o tagliacape e nun vai niente.”. Il pescivendolo si mantiene calmo, e ricorda all’altro: mi chiamo Peppino, e non ‘o tagliacape. Ma Sproviero non si arrende: Fronna ‘e pesiello. Zi’ Peppe è ‘o nomme d’’o cantariello.

Cantaro, nome del vaso da notte, è tra gli insulti più volgari della lingua napoletana. Ma il termine potrebbe anche indicare il vaso in cui il pescivendolo lava il pesce dopo averlo squamato e sbudellato. Cantariello, invece, non lascia spazio al dubbio: è un piccolo vaso da notte. Il diminutivo accresce, attraverso l’irrisione, la violenza dell’oltraggio. Si arriva al duello: da una parte lo Sproviero con tre compagni, dall’altra Leone con il suo mastino. Si spara. Resta ucciso il cane. Solo il cane.

Chi sa cosa avrebbero cantato Ciro Sproviero e ‘ O schiuccaiuolo ‘e Miano, uno degli assi del canto a figliola, a Calderoli, a Maroni e a tutti quei simpaticoni padani che non perdono occasione per sparlare di Napoli. Ma forse non li avrebbero considerati degni di una loro “sbrasata “. Avrebbero preferito “scuncecare “ i nomi di quei parlamentari del Sud, “destri“ e “sinistri“, che con i loro voti o con i loro distinguo, ma, forse, può darsi, hanno consentito alla Lega di governare per anni l’Italia.
(Quadro: Taverna a Posillipo, di Vincenzo Migliaro)

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RIAPRONO LE SCUOLE, RICOMINCIANO GLI SQUILLI

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Per qualche giorno avevamo rimosso l”ansia delle albe agitate delle scuole. Da stamattina, invece, si riprende con la convinzione che sono gli squilli del telefono a dettare il futuro della giornata scolastica. Di Ciro Raia

Si riprende. In verità, a parte i giorni delle feste comandate, non si è mai chiuso se non per studenti e professori. Si riprende col suono della campanella d’entrata. Ma non sono gli squilli prolungati, che mettono ansia! Sono gli squilli intermittenti del telefono a segnare di nuovo le albe agitate delle scuole. Quelli che annunciano una malattia, un impegno improcrastinabile, un giorno di L.104 (per chi ce l’ha) per sopraggiunti ed imprevisti problemi del familiare assistito, un ritardo per un ingorgo stradale e -se piove- per una maledetta interruzione della scorciatoia sterrata ma battuta da tutti i ritardatari.

Non c’è differenza negli squilli del telefono: tutti uguali. A pochi minuti dall’inizio delle lezioni sembra -quasi sempre- un bollettino di guerra: sono assenti quattro professori, due bidelli, un assistente amministrativo e, se è una giornata nera, anche il segretario. Bisogna, allora, dividere le classi (c’è sempre chi ha da fare un compito in classe o ha un’aula troppo angusta e chiede di essere esonerato da eventuali responsabilità nei confronti di danni a persone), scrivere l’ordine di servizio per i bidelli (chi sta ai cancelli, chi sorveglia l’ingresso, chi provvede a spostare gli alunni nelle varie classi, chi controlla, contemporaneamente, corridoio, bagno e palestra), chiedere al superstite personale di segreteria di essere sollecito nello svolgimento dei propri compiti (che significa, almeno per una volta, rinunciare al rito del caffè del bar, alla sigaretta sul ballatoio, alle telefonate mattutine ai vari familiari ed amici).

Madonna santa! Per qualche giorno avevo rimosso tutto. Mi cullavo ancora nei sorrisi, nei baci e negli abbracci dell’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze. Gli auguri, sinceri o falsi che siano, non si negano a nessuno. Il tempo delle festività riserva antidoti per ogni tipo di veleno.

Da stamattina, invece, si riprende. Il preside è un fascista. Sì, è un fascista e rompicoglioni, perché non fa fumare negli uffici (nostalgia dei tempi in cui si viveva in un impasto di afrori, nicotina e panini con la mortadella), ha vietato l’uso dei cellulari e quello delle macchinette da caffè sparse ai quattro angoli della scuola (sapientemente azionate dalle mani della bidella o della stessa professoressa), è stato poco comprensivo (sinonimo elegante di molto scorbutico, molto incazzato) alla richiesta di un giorno di malattia, è stato disumano nei confronti dei bidelli (come si fa sorvegliare, contemporaneamente, bagno e corridoio?), non ha avuto tatto col personale di segreteria (tutti hanno avuto o hanno un parente o un amico, che chiedono attenzione giornaliera!).

Dopo, poi, l’angosciante suono della campanella si aggiungono gemme a gemme: il professore, solito incallito ritardatario, non intende accettare in classe tre alunni arrivati in ritardo; la professoressa di religione chiede un intervento perché la classe non ha fatto i compiti durante le vacanze (“Fai una ricerca sulla festa del Natale nel mondo”); la bidella del secondo piano è incavolatissima, invoca una ramanzina (mi era parso, però, che avesse detto una romanzina) perché già alla prima ora alcune ragazze hanno fatto richiesta di un assorbente (“e che è? A casa non avevano niente, a scuola subito hanno le mestruazioni?”).

Intanto, ci sono già i genitori in attesa di essere ricevuti, con le loro querimonie: l’insegnante di lettere del corso P è un assente abitudinario; quello di strumento musicale prende troppi permessi di studio e se ne va, invece, a suonare con … come si chiama quel cantante? ora mi sfugge il nome; l’intervallo concesso ai ragazzi è troppo breve, non ce la fanno a consumare la colazione; l’intervallo concesso ai ragazzi è troppo lungo, si perdono preziosi minuti alle lezioni…
Stamattina non piove; meno male! Altrimenti c’era anche da combattere con le infiltrazioni d’acqua, il lucernario senza sigillante, l’ufficio tecnico comunale, che sta, da alcuni anni, espletando una gara per la manutenzione degli uffici scolastici.

Finalmente un momento di calma. Mi affaccio in sala professori. Che sbaglio! Sono bersagliato da domande a cui non so rispondere: a che età si potrà andare in pensione? E i sindacati che posizione hanno? Ma la liquidazione sarà in contanti o in titoli di Stato? L’insegnamento non è un lavoro usurante? Si affaccia anche un bidello, che reclama un incremento d’organico per il prossimo anno o, quanto meno, una richiesta per alcune unità di LSU (lavoratori socialmente utili), perché, per quello che si guadagna mensilmente, non vale proprio la pena lavorare (so che non c’è un costrutto logico ma è un costrutto consueto).

– Colleghi, tra qualche settimana si chiude il primo quadrimestre… cominciate ad approntare le valutazioni, confrontatevi, tenete conto delle programmazioni, del Pof, della partecipazione degli alunni ai tanti progetti, ai Pon…
– Ah, preside, lei vuole parlare per forza e sempre di didattica!

Un paio d’anni fa, il settimanale “Io Donna” promosse una ricerca sui docenti delle scuole europee e sulle loro retribuzioni. Tra gli intervistati, un docente tedesco dichiarò che insegnava educazione fisica e matematica (prassi frequente) e che il suo stipendio dipendeva dal numero delle ore effettivamente lavorate; un docente spagnolo disse, invece, che il proprio stipendio non prevedeva scatti per anzianità ma aumenti rapportati al superamento di esami in corsi di aggiornamento professionale; un docente francese, infine, rivelò che era il preside a stabilire stipendi e incarichi (secondo la valenza personale) da assegnare, secondo il principio che più si era richiesti dalle famiglie degli studenti, più si guadagnava. Ancora utopie, dalle nostre parti, per le quali, però, non rinuncio ad esprimere almeno i desideri!

Perciò, vorrei che dei lavoratori della scuola non si facesse di un’erba un fascio, vorrei che si riconoscesse la professionalità di chi lavora con scrupolo e sapienza, vorrei che si premiasse l’etica di chi è puntuale nelle presenze e negli orari; vorrei che il numero degli alunni per classe costituisse un ulteriore piccolo metro per la retribuzione… Invece, no. Tutti uguali, tutti sottoposti all’effetto della pialla, della cartavetro, del livellamento (in basso, del lavoro e del prodotto).

Un giorno, negli uffici del vecchio provveditorato agli studi, ero alla ricerca di una soluzione condivisa (e legale) per l’assegnazione di ore di sostegno a un docente su cattedra orario esterna (su due scuole) e in allattamento (1 ora in meno al giorno). Io, in verità, mi preoccupavo della sorte (integrazione e sostegno) dell’alunno disabile. Un sindacalista, senza mezzi termini, mi invitò a non preoccuparmene troppo e mi ricordò che i diritti dei lavoratori, frutto di lotte e di conquiste, erano molto più sacrosanti delle mie preoccupazioni, come dire, pedagogiche. No, non ero in un altro paese; e non ero nemmeno in un altro tempo! Ero in Italia ed era il mese di ottobre del 2011.

Ora dalla segreteria mi avvertono che, prima di denunciarmi per comportamento antisindacale, una delle O.O.S.S. di categoria chiede copia di tutta la documentazione riguardante la contrattazione integrativa d’istituto.
Sì, si, preparatela. Se ne parla domani.
Fortunatamente, il suono della campana sopraggiunge a decretare la fine della giornata scolastica (almeno di quella con la presenza degli alunni nelle classi).

Ma chissà quanto guadagna un preside!
Se qualcuno è interessato a saperlo, può collegarsi al sito di ogni scuola: ci dovrebbero essere, tra le altre cose, anche il curriculum vitae e il cedolino del (preside) dirigente scolastico.
In ogni caso, sul sito della “mia” scuola queste informazioni ci sono.

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“UNGHIE” CHIUDE LA RASSEGNA DI NATALE DI GALLERIA TOLEDO

Un”esperienza struggente, che mette in discussione il corpo e la sua identità. Questa sera in scena lo spettacolo di Marco Calvani e Marco Marra regia Marco Calvani con Monica Scattini.

Uno spettacolo dal carattere cinematografico, un tema difficile da affrontare in un monologo che non stanca. Mette in scena pensieri, angosce, speranze tradite, un’esperienze di una trans in bilico tra due identità, tra due generi, soglia estrema di un esistenza in cui il corpo diventa un’esperienza assoluta.
Notte fonda, quasi l’alba. Kim rientra a casa e si prepara per la sua vita «normale», un lavoro in biblioteca, tra i cui libri dice di nascondersi. Eppure il dramma esistenziale si manifesta in continue presenze, un contatto con l’esterno mediato da telefono e citofono che riportano ad una vita «diversa». Stanca e sciupata Kim è una donna dal seno prosperoso, fianchi sinuosi, labbra scolpite ma un pube ancora declinato al maschile.

Mentre fuori il mondo riprende a girare, Kim cerca di ritrovare una pace impossibile. Qualcosa, quella notte, è andato terribilmente storto.
UNGHIE racconta in modo attento e poetico, eppure inquietante, l’ultimo atto di una identità irrimediabilmente diversa. E cerca al contempo di stuzzicare l’immaginario collettivo che vuole le transessuali esseri umani alieni e clandestini. Esseri umani a cui sono cresciute le unghie per vocazione e per difesa.
Nel dolore di questa vita il rancore si spegne, diventa ironia, nella consapevolezza che la propria diversità sia incolmabile, perché radicata in un corpo che non rappresenta l’identità interiore.

«Diventa quello che sei» è una delle frasi raccolte nel taccuino in cui Kim segna i suoi pensieri e ciò che ha imparato in una vita che l’ha esposta alla soglia estrema della propria identità.
Il desiderio è quello di una vita normale, di essere una donna normale, che possa camminare tra la gente indifferente.
UNGHIE ha debuttato sotto forma di studio il 20 giugno 2010 al Teatro Belli di Roma nell’ambito della XVII rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde diretta da Rodolfo di Giammarco.
Scene Francesco Mari, costumi Raffaello Rivi, musiche originale Diego Buongiorno, luci Emiliano Pona, trucco e parrucco Roberto D’Antonio.
Ultima replica questa sera ore 18- nformazioni e prenotazioni
Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 80134 Napoli
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

MENO PRANZI NATALIZI E PIÙ LAVORO E GIUSTIZIA SOCIALE

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Aumentano i cittadini poveri, ai quali non solo mancano i soldi ma vengono negati anche i diritti. Il clima non è sereno, ma c”è troppa passività E anche la Chiesa: faccia meno pranzi natalizi e si impegni per lavoro e giustizia sociale…

I rapporti annuali su “Povertà ed esclusione sociale in Italia” costituiscono un’occasione per richiamare l’attenzione della comunità cristiana, della società civile e delle istituzioni pubbliche sul fenomeno complesso e diffuso delle povertà nel nostro Paese. Le notizie di quest’anno sono purtroppo peggiorative rispetto al precedente rapporto. I cittadini italiani colpiti dalla povertà relativa sono 8 milioni e 272 mila, corrispondenti al 13,8 % della popolazione.

All’interno di questo quadro chi sta peggio, cioè i poveri vittime di povertà assoluta sono 3 milioni 129 mila, equivalenti al 5% della popolazione. Ma quello che maggiormente preoccupa, al momento attuale, è l’impoverimento crescente di persone e famiglie del ceto medio-basso, circa il 20% della popolazione. Persone che per il passato hanno goduto di una relativa tranquillità economica, ma che ora, avendo esaurito i loro risparmi, guardano con trepidazione al loro futuro, a rischio reale di caduta in povertà.

È un titolo fortemente evocativo quello del nuovo rapporto Fondazione-Zancan su povertà ed esclusione sociale in Italia: “Poveri di diritti”. Un titolo che nasce da una semplice, ma non scontata considerazione: alle persone che vivono in condizioni di povertà si pensa solo in termini di insufficienti risorse economiche, ignorando che esiste tutta una serie di altre privazioni che peggiorano lo stato di precarietà e ne impediscono il superamento. Il diritto alla casa, al lavoro, alla famiglia, all’alimentazione, alla salute, all’educazione, alla giustizia – pur tutelati dalla Costituzione italiana – sono i primi a essere messi in discussione e negati. Allo stesso modo, viene regolarmente violato il “diritto a non scomparire per effetto statistico”, visto che le statistiche sulla povertà non riescono a documentare gli effetti devastanti della crisi per molte famiglie.

Come nella passata edizione del rapporto, anche quest’anno va registrata una sostanziale difformità tra i dati ufficiali relativi alla povertà e la reale condizione del paese, che tutti sperimentano quotidianamente e che richiederebbe un’integrazione dell’attuale metodo di rilevazione con soluzioni più sensibili ai cambiamenti. Se i poveri avessero dei diritti, il primo sarebbe quello di poter sperare in una vita migliore, per sé e per i propri figli, e di sapere che l’uscita dalla povertà è possibile. Invece oggi esiste una “cultura diffusa” secondo cui le azioni a favore dei poveri da parte dello stato sono una specie di benevolenza, una concessione, una cura di mantenimento per povertà di lungo periodo da cui è difficile uscire.

È proprio questo atteggiamento a comportare la negazione di alcuni tra i diritti fondamentali. Il diritto alla famiglia, in primis. La povertà colpisce con particolare violenza le famiglie numerose, con più di due figli. Senza un adeguato sostegno, le famiglie non saranno incentivate a fare figli e le ripercussioni a livello demografico saranno pesanti. Segue, poi, il diritto al lavoro. In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito sono quasi 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. Ci sono poi tre categorie particolarmente vulnerabili: i giovani (l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010); le donne (in Italia lavora solo il 47%); le persone diversamente abili.

Ma c’è anche un altro diritto negato: il diritto al futuro per i giovani. I giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni Novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
Cosa fare in questa situazione? Certo non è facile dare una risposta. Io credo che una società che vede ogni giorno aumentare i poveri, privandoli di diritti essenziali riguardanti lo sviluppo della persona e l’esercizio della cittadinanza attiva, è da considerare una società malata sotto il profilo etico e incompiuta sotto il profilo democratico. Mi preoccupa l’attuale manovra economica. Rischia di colpire, ancora una volta, i ceti medio-bassi-deboli. In certi momenti critici della storia dell’umanità la solidarietà non può, non deve essere un optional, ma un obbligo morale sentito da tutti, soprattutto da chi ha di più.

Ma anche gli stessi poveri devono superare un certo costume di passività, di fatalismo, di rassegnazione. Anche la Chiesa, a mio avviso, deve passare da una cultura dell’assistenza e della beneficenza ad una cultura della promozione vera della persona umana. In altre parole, meno pranzi natalizi nelle chiese, meno pacchi, meno mense dei poveri e più lavoro e giustizia sociale per tutti.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

EMOTIVI ANONIMI

Il cioccolato e l”emotività unisce i destini di Angèlique e Jean-Renè. Amèris dirige due straordinari attori in un film di una semplicità estrema. Tra qualche sorriso e un po” di zucchero in eccesso, Emotivi Anonimi vola via senza lasciare troppe tracce.

Angélique e Jean-René sono uniti da un’emotività incontrollabile che impedisce loro di avere relazioni sociali ed umane normali.

Angélique è una cioccolataia straordinaria, ma incapace di mostrarsi al pubblico e relegata, per errore, a fare la responsabile per le vendite nella fabbrica di Jean-René, ormai prossima al fallimento. Per quest’ultimo l’emotività è problematica soprattutto nel rapporto con le donne, dalle quali è terrorizzato e non riesce a fare altro che scappare; Angélique entra in crisi ad ogni domanda, conversazione, attenzione, sopraffatta da una sorta di ansia da prestazione che le impedisce anche di prendersi i meriti per la sua straordinaria abilità. Questi due personaggi perennemente sull’orlo del collasso (uno in cura da uno psicologo, l’altra membro di un gruppo di recupero chiamato “Emotivi Anonimi”) incroceranno le loro strade sia nel lavoro sia nella vita privata, inseguendo un inevitabile lieto fine.

Chiariamo subito che il film di Améris è una commedia romantica con il ritmo e la struttura di una favoletta. I due personaggi principali – anzi, gli unici veri personaggi del film – sono definiti in partenza come instabili, ma niente viene approfondito circa le cause del malessere. Probabilmente, nelle intenzioni del regista, le due trovate narrative dello psicologo e del gruppo di recupero avrebbero dovuto arricchire la psicologia dei due protagonisti; in realtà entrambe le situazioni – e soprattutto il circolo di emotivi di Angélique – non fanno altro che portare altre gag divertenti al film, evitando nella sostanza ogni possibilità di approfondimento. I due protagonisti sembrano così i personaggi naif di una fiaba, dati una volta per tutte, con i quali difficilmente lo spettatore può stabilire un’empatia di qualche tipo.

Scelta voluta o incapacità di approfondire il discorso che sia, Emotivi Anonimi finisce per essere un film talmente leggero da sembrare quasi inconsistente. Lo spettatore viene trascinato – in particolare nella prima parte – da una serie di trovate divertenti che fanno tutte perno sull’emotività della coppia e sul loro essere ingenuamente estranei ad ogni convenzione sociale. In alcuni casi i risultati sono divertenti: la valigetta delle camicie di Jean-René (per ovviare al sudore) e la passeggiata dei due sotto il diluvio per evitare di andare a dormire nella stanza con un unico letto, sono trovate originali e divertenti. In altri casi il risultato non è esaltante e si avverte una certa ripetitività nelle soluzioni narrative, inevitabile perché l’unico aspetto che muove il racconto è l’emotività dei protagonisti.

Il film dribbla con leggerezza anche il potenziale elemento simbolico del cioccolato e il rifugiarsi di entrambi nell’innocenza del dolce viene appena sfiorato.
Emotivi Anonimi scende veloce in un’unica sorsata, risultando più convincente per alcune situazioni ironiche che nella dimensione romantica. A reggere il film ci sono soprattutto i volti dei due straordinari attori protagonisti, talmente bravi da coprire le lacune di una storia e di una sceneggiatura semplici e facilone.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Jean-Pierre Améris, con Benoit Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravatta, Lise Lamétrie
Durata: 80 minuti
Uscita nelle sale: 23 dicembre 2011
Voto 5,5

LA RUBRICA

LA COMPLESSITÁ, LA TRANSITORIETÁ, LA SEPARATEZZA E IL “PIANETA SCUOLA”

I cambiamenti che avvengono oggi, intorno all”uomo, non sono di poco conto. Cerchiamo di capire in che modo il mondo della scuola ne prende atto e come prepara il cosiddetto “capitale umano”. Di Annamaria Franzoni

La principale sfida che la scuola oggi si trova a fronteggiare nell’era della globalizzazione è quella di dover mediare tra le istanze provenienti dalle Istituzioni Europee e le connotazioni peculiari delle identità nazionali del vecchio continente e di proporsi come luogo di elaborazione, e non solo di trasmissione, di un sapere che includa la cultura del passato e quella delle nuove tecnologie.

Il nuovo modello di istruzione e formazione, percorribile in una realtà ricca e variegata come quella attuale, aperta a dimensioni internazionali e transnazionali necessita, infatti, di un sistema che riesca a racchiudere in sé tradizione e innovazione esercitando un’influenza determinante anche nella creazione di nuovi ambienti di comunicazione che favoriscano l’incontro con le “culture altre” per una cittadinanza unitaria e plurale. La complessità, la transitorietà e la separatezza sono, per Zigmunt Baumann, gli aspetti peculiari della società globale, ma al contempo dobbiamo tener conto dell’ “unitarietà e della interazione” che costituiscono per Edgar Morin le categorie imprescindibili dello sviluppo democratico di un moderno percorso formativo.

In questa direzione va la raccomandazione del Parlamento e del Consiglio europei del 2006 sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente da acquisire entro la fine dell’obbligo di istruzione/formazione della persona, del cittadino, del lavoratore, in sintesi del capitale umano.
Ne deriva che, alla luce di questa esigenza, il processo di istruzione e formazione debba mirare all’acquisizione di competenze cognitive, relazionali, sociali, affettive, organizzative di tipo trasversale e interdisciplinare.

Non sminuendo il ruolo e l’importanza dei contenuti, il cittadino contemporaneo deve essere in grado di affrontare i repentini cambiamenti e accogliere, raccogliere, interpretare, costruire da ciascuna esperienza formale, non formale ed informale lo sviluppo del pensiero autonomo e consapevole per una equilibrata formazione che possa proiettarsi in una dimensione temporale che duri quanto l’intero arco della vita.

Per risalire alla storia degli ultimi decenni che ha condotto l’Europa ad una definizione delle competenze chiave di cui necessita il “cittadino europeo” credo sia necessario partire dalle indicazioni presenti nel documento di Lisbona 2000/10, riferendoci in particolare alle raccomandazioni relative alle competenze chiave per l’apprendimento permanente.
Le sfide, infatti, che la globalizzazione pone e la rapidità con la quale le società evolvono ci pongono di fronte alla necessità di fornire il cittadino europeo di un’ampia gamma di competenze che gli consentano di adattarsi in modo flessibile al rapido movimento di una società sempre più “liquida”.

"Vita liquida", "Società liquida", "Modernità liquida" sono espressioni create dal sociologo Zygmunt Bauman, per descrivere le caratteristiche del mondo in cui viviamo: parliamo di una vita che si svolge in una società nella quale sembra non ci siano punti fermi; tutto cambia troppo velocemente: stiamo ancora imparando come affrontare una situazione, ma, nel frattempo, la realtà è cambiata, la situazione è diversa, e i nostri strumenti diventano subito inadeguati o, come si dice oggi, "obsoleti". Tutto si mescola, che noi vogliamo o no, e si presenta diverso da come era in passato!

Il "melting pot", cioè la pentola dove le cose si mescolano insieme, era l’espressione creata, negli Stai Uniti, qualche anno fa, per descrivere la mescolanza delle razze, delle culture, delle tradizioni, degli stili che confluivano a comporre la società americana e questo modo di essere, che adesso chiamano "fusion", si sta estendendo pian piano a tutto il mondo costituendo certamente il valore aggiunto del successo che il “pianeta scuola” si prefigge di raggiungere in relazione ai suoi obiettivi chiaramente definiti all’interno di ogni singola istituzione.
(Fonte foto: Rete Internet)

REGGONO GLI INVESTIMENTI PER L’INNOVAZIONE IN CAMPANIA

Tiene, secondo l”Istat, la spesa di imprese ed enti per le attività di “ricerca e sviluppo” nella nostra regione. In questo settore le imprese hanno assunto 400 nuovi addetti nel solo 2009, l”anno più nero della crisi.

Nel 2009 la spesa per le attività di ricerca e sviluppo ha sostanzialmente retto in Campania. È un dato positivo, da non sottovalutare, questo pubblicato pochi giorni fa dall’Istat, anche perché il 2009 è stato, perlomeno finora, l’anno più critico in Italia per l’economia. In un rapporto sulla “ricerca e sviluppo” in Italia, l’istituto di statistica scrive che, rispetto a un recente passato, gli investimenti per l’innovazione sembrano avviarsi a essere meglio distribuiti nelle varie aree del Belpaese, sebbene il grosso della spesa (oltre il 60 percento) resti concentrato in poche regioni-traino, cioè Lombardia, Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto.

Tuttavia, spiega l’Istat, regioni finora in seconda linea, come Campania e Toscana, hanno retto il passo nonostante il tracollo dei mercati nel 2009. Nell’anno in cui il Pil è crollato, in Italia, di cinque punti percentuali, le imprese campane hanno aumentato del 10 percento il numero di addetti in attività di ricerca e sviluppo “intra muros”, Parliamo, cioè, di quelle attività, a carattere tecnico e scientifico, che le imprese decidono di svolgere “in casa”, con i propri dipendenti e le proprie attrezzature, allo scopo di trovare nuove soluzioni tecnologiche per i prodotti e i servizi, oltre che per i metodi di produzione.

Il numero di addetti, nel solo settore privato, è salito da 4mila a 4mila e quattrocento nel 2009. Un termometro quanto mai appropriato, questo, per misurare la propensione a innovare e ad aprire nuovi mercati. Il dato sugli addetti è misurato in termini di “equivalenti tempo pieno”: così, per i fini di questa statistica, assumere due addetti part-time vale, pressappoco, quanto assumerne uno a tempo pieno. Quindi non è un dato che può essere gonfiato dal proliferare di contratti atipici e a tempo parziale. Il totale degli addetti, calcolato con questo metodo, era pari due anni fa a 14mila e trecento unità nella nostra regione, comprendendo, oltre alle imprese, anche soggetti pubblici e nonprofit.

Se gli addetti aumentano, cala però, paradossalmente, la spesa per l’innovazione in Campania. Nel 2008 imprese, organizzazioni nonprofit, università e istituzioni spendevano per attività di ricerca e sviluppo 1 miliardo 321mila euro, mentre l’anno successivo se ne sono spesi 1 miliardo 223mila, con un calo di sette punti percentuali e più. A tagliare sono soprattutto le università, particolarmente colpite dalla dieta imposta ai bilanci pubblici: gli atenei campani hanno speso, per la ricerca e sviluppo, quasi 55 milioni di euro in meno nel 2009, rispetto all’anno precedente, con un calo del 9,44 per cento in termini di spesa e del 13,81 in termini di addetti.

Anche le imprese spendono di meno (il dato passa da 523 milioni di euro a 480), però l’Istat sottolinea che in Campania stanno emergendo nuove imprese che svolgono ricerca. Ci si consola, insomma, pensando che il disimpegno delle aziende sarebbe potuto essere di certo più drammatico, in una fase di particolare incertezza come quella vissuta nel 2009.
(Fonte foto: Rete Internet)

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