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INTERVISTE PER AIUTARE A PREVENIRE REATI

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L”indagine di vittimizzazione, attraverso le interviste alle vittime dei reati, può essere d”aiuto a quanti hanno il compito di prevenire e rendere più efficaci le politiche di sicurezza. Di Amato Lamberti

Con la nascita della vittimologia, si apre il campo anche per nuovi strumenti di ricerca, anch’essi orientati allo studio della vittima di reato. Si tratta in special modo delle "inchieste di vittimizzazione", che diventano in breve tempo lo strumento fondamentale per lo sviluppo di tutta la disciplina. Senza i risultati innovativi dati dalle inchieste di vittimizzazione, infatti, non sarebbe stato possibile il passaggio dall’analisi della vittima ai fini della ricostruzione del fatto di reato, alla sua presa in considerazione in quanto tale, relativamente, dunque, al danno subito e agli strumenti per la sua difesa.

Un’indagine di vittimizzazione è una ricerca statistica la cui finalità principale è quella di identificare il numero ed il tipo di reati commessi in un dato territorio, attraverso interviste effettuate direttamente alle vittime. Contattare i soggetti vittimizzati offre al ricercatore la possibilità di sviluppare analisi molto più approfondite rispetto alla mera consultazione dei freddi dati forniti dalle forze dell’ordine. Come ogni indagine statistica, che giustifica la propria esistenza nell’essere un supporto alle decisioni operative, anche la presente, con tutti i limiti del caso, vorrebbe essere d’aiuto ai decision makers coinvolti nel problema:

1. forze di polizia statali e locali per incrementare l’azione di prevenzione in quelle aree dove la percezione d’insicurezza è maggiore;
2. amministrazioni periferiche che grazie ai dati raccolti hanno la possibilità di avere un quadro organico della situazione attuale e quindi possono rendere più efficaci le politiche della sicurezza già esistenti;
3. soggetti privati (es. istituti di vigilanza e installatori di sistemi di protezione) che possono utilizzare tale indagine per concentrare la propria attenzione in quelle aree più sensibili al problema sicurezza;
4. tutti quei cittadini che, sviluppando una visione completa ed oggettiva dei fenomeni criminali del proprio comune di residenza e di quelli limitrofi, possono arrivare a valutare il problema criminalità nella sua giusta importanza senza pericolose sopravalutazioni o sottovalutazioni.

Infatti, tra le applicazioni principali delle indagini di vittimizzazione troviamo:
• determinare il numero oscuro, ovvero l’insieme dei reati non denunciati alle forze dell’ordine e relative motivazioni della mancata denuncia;
• investigare sulla percezione della sicurezza diffusa, correlandola alle caratteristiche socio – demografiche degli intervistati (età, titolo di studio, professione, genere);
• individuare il gradimento nei confronti delle forze dell’ordine da parte dei cittadini;
• capire se esiste una relazione tra soggetti vittimizzati e alterazione delle loro abitudini quotidiane.

Anche per quanto riguarda lo sviluppo dello strumento, è possibile identificare un parallelismo con quanto ha invece interessato la vera e propria disciplina.
In una prima fase, che va grosso modo dagli anni ’50 agli anni ’70, infatti, le inchieste di vittimizzazione furono considerate uno strumento per la raccolta di dati riguardanti le vittime e il fatto di reato, finalizzata, da un lato, alla copertura della cifra oscura della criminalità, dall’altro alla spiegazione delle cause del crimine. L’approccio quindi era quello focalizzato sull’evento – reato e sulla ricostruzione delle sue caratteristiche.

A partire invece dagli anni ’70, si assiste ad un’estensione dell’applicazione delle inchieste di vittimizzazione, che iniziano a prevedere anche domande relative alla vittima stessa, alle sue caratteristiche personali e socio – culturali. Di fronte cioè ad un modello teorico che mette al centro della propria analisi la vittima come individuo ed il suo contesto sociale di riferimento, coerentemente si elabora una tipologia di indagine che sia in grado di fornire dati che oltrepassano la dimensione dell’evento. In questo senso Fattah parla di un passaggio della vittimologia da un approccio macro, diretto a determinare il volume della vittimizzazione, a un approccio micro, in grado di studiare il contesto sociale e personale in cui i reati hanno luogo.

Dall’inizio ad oggi, l’utilizzo di inchieste di vittimizzazione ha raggiunto un notevole livello di affinamento, anche attraverso la formulazione di specifici questionari diretti ad approfondire determinate tipologie di evento e di contesto, in particolare dopo i primi modelli sempre fondati sulle analisi nazionali, sono state elaborate inchieste di vittimizzazione su base locale (che permettono un maggiore approfondimento di tematiche specifiche ed un maggiore dettaglio nell’identificazione dei soggetti coinvolti) e su base internazionale (che permettono invece l’osservazione comparata degli stessi fenomeni in realtà affini). Questi studi, in contrapposizione all’assunzione del punto di vista dell’autore del fatto delittuoso, assumono il punto di vista della vittima e attraverso queste risalgono al numero di reati da esse subiti. Si tratta di indagini di popolazione che rilevano se gli individui o le famiglie hanno subito alcuni tipi di reati.

Inoltre, offrono informazioni importanti anche sull’aspetto soggettivo della sicurezza, ovvero la paura, la preoccupazione di subire i reati, la capacità di governo del territorio da parte delle forze dell’ordine così come percepita dai cittadini e il contesto sociale ed ambientale in cui si vive.
Riassumendo quindi, le prime generazioni di indagini si focalizzano soprattutto sul numero oscuro dei reati, mentre le indagini così dette di seconda generazione pongono maggiore enfasi sulla percezione della sicurezza in quanto elemento essenziale nel contribuire alla qualità della vita.

In Italia si è dovuto aspettare fino al 1997 per la prima inchiesta nazionale di vittimizzazione, realizzata dall’Istat. Da allora l’Istituto nazionale di statistica conduce con cadenza quinquennale un’indagine di vittimizzazione, l’Indagine sulla sicurezza dei cittadini, che permette di inquadrare, sul modello delle principali esperienze internazionali, sia il fenomeno della criminalità reale sia il suo impatto sulla qualità della vita dei cittadini. Attraverso questa indagine è possibile definire l’entità e la diffusione del fenomeno della criminalità rispetto ai reati rilevati, definire la percentuale del sommerso, evidenziare quali sono i gruppi della popolazione più a rischio di subire furti, rapine, aggressioni o minacce e violenze, di calcolare quale è il danno e la perdita associata a questi reati e di individuare attraverso quali modalità si sono verificati o di conoscere la relazione con l’autore del reato e cosa espone di più le vittime.

Grazie ad essa sono rilevati i luoghi di rischio ed è delineato il quadro della sicurezza dei cittadini dal punto di vista soggettivo, del degrado socio – ambientale e del rischio percepito di criminalità della zona in cui si vive. È importante infatti definire le relazioni tra paura, esperienza di vittimizzazione, preoccupazione sociale e vulnerabilità ed esaminare le strategie che il cittadino mette in atto per difendersi, come pure il rapporto con le forze dell’ordine. ( – continua -1 )
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

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