CONNIVENTI, CONVIVENTI E RARITÁ!

0
Questa è la ripartizione che si potrebbe fare del ceto politico italiano, in rapporto alla questione “mafiosa”.

C’è chi continua a vedere il fenomeno mafioso come un fenomeno prettamente meridionale.
Ma basta lanciare uno sguardo ai fatti più o meno recenti avvenuti sul territorio italiano per rendersi conto che questa visione del fenomeno non è reale e veritiera.
Soltanto prendendo in considerazione i fatti di cronaca accaduti in Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Liguria, in Lombardia e nel basso Lazio, nell’ultimo anno, si capisce che non è così.

“Conniventi, conviventi e rarità!”
Questa è la ripartizione che si potrebbe fare del ceto politico italiano, in rapporto alla questione “mafiosa”. Dall’unità d’Italia a oggi, l’insieme degli attori della politica nazionale e locale possono essere raggruppati in tre categorie:

• coloro che hanno “trescato” con poteri mafiosi, utilizzandoli anche a scopo di controllo sociale e politico;
• quelli che hanno sempre sottovalutato la pericolosità degli effetti perversi di questo intreccio sull’intera politica nazionale, derubricando la questione mafiosa a semplice questione criminale, nonché relativa ad alcune aree del Mezzogiorno;
• e infine, una esigua minoranza che a questo fenomeno ha disperatamente tentato di opporsi, spesso agendo nell’isolamento, nell’indifferenza e in qualche caso pagando con la vita.

È in questo schema comportamentale del ceto politico italiano che è rintracciabile la causa dell’inestirpabilità dei poteri criminali di tipo mafioso? Si domanda Ugo Di Girolamo.
Il quale afferma che il rapporto tra mafie e politica è una costante della storia unitaria italiana, ma non è stato mai un semplice fenomeno, un fenomeno lineare. Si sono avuti alti e bassi, ma non si è mai interrotto del tutto.

Ogni qualvolta si raggiungevano livelli di pericolosità sociale elevati a tal punto da mettere in pericolo la legittimità stessa delle istituzioni scattava la fase repressiva, seguita da una stasi e da una nuova ripresa del fenomeno mafioso.
Fenomeno che a causa della seconda categoria, di quelli che sottovalutano la pericolosità degli effetti perversi dell’intreccio politica-istituzioni e organizzazioni criminali, non fa altro che alimentare il fenomeno mafioso che riprende silenziosamente così i suoi traffici.

LA RABBIA E L’ENERGIA DEGLI ZERO LAB STATION

“Il mondo di sotto” racconta la rabbia di una generazione che esplode in testi e azioni di impegno sociale. Un lavoro che accoglie dieci anni di musica, descrive la vita di una società ai margini.

Una musica in cui l’energia è il vero leitmotiv, le parole sono il racconto arrabbiato di chi si assume la responsabilità di rivelare la vita del «mondo di sotto», quella che da sempre non trova rappresentazioni, quella che non trova luogo nei libri di storia e nelle pagine dei giornali, quella studiata come fenomeno di sociologia. Il disco vuole essere «descrizione di quel che avviene nel livello più basso della società. Una testimonianza della e dalla vita materiale, quella di tutti i giorni, per intenderci». È anche un espressione del disagio di vivere in «un paese, il nostro, dove è sempre più difficile essere intellettuali onesti, non asserviti al potere. Liberi. Senza essere prima anche morti.»

L’album è la raccolta di dieci anni di attività e di musica, frutto del lavoro di un intero anno.
Impegnati fino a fine marzo in live in tutta Italia, ma soprattutto in città e provincia del centro-nord e centro-sud, il tour ha fatto tappa a Saviano. Il gruppo napoletano, composto da Lino Barbiero (batterista), Antonio Gallo (bassista), Davide M. D’Angelo (chitarra) e Gianluca Panaccione (voce), è attualmente impegnato nella lavorazione di un nuovo album. Gianluca Panaccione, voce del gruppo e autore dei testi, ci racconta l’impegno della band e le attività parallele alla lavorazione del disco «attualmente Davide e Antonio sono impegnati in un progetto di strumentazione ed effettistica musicale, in collaborazione con Salviati Instruments».

La rabbia che esplode in musica e l’irruenza delle parole dei testi non vengono da uno sterile intellettualismo, è evidente che nascono da un impegno sociale, radicato, da un esperienza vissuta. E’ sempre Gianluca a raccontare la ricaduta di un progetto che si trasforma in un impegno attivo «come educatore sono attualmente impegnato in un progetto con gruppi di ragazzi, presso il centro aggregativo Matemù, da qui è nato un gruppo di giovani rapper, i Matemusik, saranno loro ad aprire il concerto di Roma».
Per seguire gli Zero Lab Station:
www.myspace.com/zerolabstation
www.facebook.com/zerolabstation.officialpage
(Fonte Foto:Rete Internet)

CON I GEMELLI RADDOPPIANO I GIORNI DI CONGEDO

Nessuno può negare l”appagamento dei bisogni affettivi e relazionali di ciascun bambino. In caso contrario, la legge prevede un sostanzioso risarcimento.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia respingeva il ricorso proposto da una mamma per ottenere il risarcimento del danno subito, a seguito della omessa concessione dei periodi di riposo giornaliero per maternità in misura doppia, dopo la nascita di due figlie gemelle, come richiesto dall’interessata.

Avverso la predetta sentenza, veniva proposto l’atto di appello in esame, al fine di ottenere l’unica tutela possibile, di tipo risarcitorio, in corrispondenza di un diritto ormai irreversibilmente leso: quello di assicurare al bambino di età inferiore ad un anno un “completo rapporto (fisico, psichico, affettivo e di assistenza diretta) con il genitore (madre o padre)” impegnato in attività lavorativa.
Il Consiglio di Stato con sentenza del 09-05 2011 n. 2732 ritiene che l’appello sia fondato.
Nella situazione in esame, infatti, risulta stabilito con forza di giudicato che sia la legge n. 53/2000, sia la normativa previgente imponesse, in caso di parto gemellare, il raddoppio dei periodi di permesso per il genitore che ne facesse richiesta al proprio datore di lavoro (anche di natura pubblica), in considerazione dei maggiori oneri di cura e assistenza dei minori interessati.

La mancata concessione (per un periodo più o meno lungo) del beneficio in questione, accordato a tutela della genitorialità, ha comportato “in re ipsa” un danno, corrispondente all’omesso soddisfacimento delle esigenze, che la legge intendeva soddisfare: non solo la protezione della salute della donna e la maggiore attenzione per le necessità fisiologiche dei neonati nel primo anno di vita, ma anche l’appagamento dei bisogni affettivi e relazionali di ciascun bambino, per realizzare il pieno sviluppo delle loro personalità (cfr. anche, in tal senso, Corte Cost., 1° aprile 2003, n. 104).

Tenuto conto, pertanto, della natura di diritto soggettivo della situazione soggettiva risultata lesa e del carattere immateriale del beneficio che a suo tempo non è stato esercitato, deve ritenersi che la mamma in questione – anche in assenza di specifiche allegazioni su un possibile danno materiale (come la necessità di ricorrere a personale a pagamento per l’assistenza dei bambini, in corrispondenza delle ore di permesso negate) – possa comunque richiedere la valutazione equitativa, di cui all’art. 1226 cod. civ., per la mancata corrispondenza ai bisogni relazionali sopra specificati, quale danno certamente non suscettibile di prova nello specifico ammontare, ma sussistente per le stesse ragioni giustificatrici delle norme a tutela della genitorialità.

Il Collegio ritiene che il risarcimento possa essere equitativamente fissata nella misura complessiva di €. 5.000,00 stabilendo, così, il principio che va tenuto presente l’appagamento dei bisogni affettivi e relazionali di ciascun bambino.

LA RUBRICA

NOLA. INAUGURATA LA SCUOLA ALL’IMPEGNO SOCIO-POLITICO

0
Nell”intervista rilasciata da Mario Monti alla Radio Vaticana e all”Osservatore Romano, si trovano molte ragioni che hanno ispirato (ben prima del Governo Tecnico) l”iniziativa della Scuola all”impegno socio-politico e alla cittadinanza attiva…

Sabato 14 gennaio il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti è stato ricevuto in Vaticano da Papa Benedetto XVI. È stato intervistato, in quella visita, dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano. Un’intervista interessantissima, sotto il profilo ecclesiale e socio-politico.

Alla domanda se “la crisi economica dell’Occidente sia causata anche da una crisi etica e di valori” Monti ha risposto dicendo che «nessuno è in grado oggi di stabilire quando finirà l’attuale crisi economica e finanziaria, poi diventata sempre di più crisi sociale. È meno conosciuta, ma non meno grave, per le “povertà nascoste” che pure ha causato: emarginazione, perdita di speranza, denatalità, disgregazione delle comunità, delle famiglie, delle realtà associative. La giustizia e la pace sono la risposta più efficace alla perdita di senso che la crisi economica ha, in modo latente, provocato nella quotidianità delle persone. La crisi, per essere superata in tutti i suoi gravi profili, richiede quindi di guardare in avanti con coraggio, con speranza, ma anche di riscoprire le proprie radici».

Gli hanno chiesto, poi, se “la classe dirigente italiana fosse consapevole che è in atto una frattura tra il Paese reale e il Paese legale”. E lui ha replicato dichiarando che «il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha riconosciuto nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia una tappa fondamentale per un compiuto esame di coscienza collettivo. Il che significa innanzitutto interrogarsi sul valore della convivenza civile e sulla credibilità delle Istituzioni. I rappresentanti delle Istituzioni sono chiamati ad assolvere al proprio compito secondo quanto sancito nella nostra Costituzione: “con disciplina e onore».

«I cittadini hanno diritto di chiedere condotte trasparenti e credibili, ma non è convogliando i malesseri sociali su facili via di fuga che si ristabilisce un ordine ragionevole e un rapporto corretto tra opinione pubblica e Istituzioni. Essere credibili cosa significa? Io credo che significhi soprattutto anteporre il bene comune a ogni interesse di parte. Il senso dello Stato si misura sulla volontà e sulla coerenza di ciascuno di tradurre la coscienza e il sentimento per la democrazia in regola di vita, esigente per se stessi e solidale per gli altri».

Gli intervistatori gli hanno posto, infine, una delle domande più interessanti del colloquio. Gli hanno chiesto, cioè, come vede “questo rinnovato protagonismo dei cattolici nella vita sociale, a servizio del bene comune”. E Monti ha risposto così:

«Il magistero del Papa e la sua personale, forte testimonianza, il contributo importante della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana sono elementi propulsivi e critici di fondamentale rilievo. Di fronte al bene comune non si può fuggire. Poco dopo la sua elezione, Benedetto XVI usò un’espressione ancora più chiara: “Non fuggire, per paura, davanti ai lupi”. Penso che anche di fronte alla tempesta così prolungata che stiamo vivendo, dobbiamo coltivare sapientemente – e anche pazientemente, direi – la speranza. Alla crisi, cittadini e Istituzioni non devono rispondere fuggendo come di fronte ai lupi, ma restando saldamente uniti».

«Con le parole del Santo Padre possiamo dire: “con i mezzi della nostra ragione dobbiamo trovare le strade”. Il che non significa affatto relegare la fede ad una nicchia di intimistico personalismo: al contrario, significa riaffermarne l’autonomia rispetto alla politica, non renderla – sono parole di Joseph Ratzinger – un “mero corollario teorico ad una determinata visione del mondo”».

All’ultima domanda, su “quali vie la Chiesa può dare il proprio specifico contributo a sostenere lo Stato”, il Presidente Monti ha affermato: «Nella formazione, nell’integrazione, nella responsabilità civile e morale, il contributo della Chiesa è davvero prezioso. Il Santo Padre ha chiaramente affermato che “la distinzione tra l’ambito politico e quello religioso” serve a tutelare la libertà religiosa e a riconoscere la responsabilità dello Stato verso i cittadini. Il Presidente Napolitano ha dichiarato che “il senso della laicità dello Stato abbraccia il riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso”. Mi riconosco pienamente nel criterio della distinzione e della reciproca collaborazione. Certamente la fede è un valore, innanzitutto da vivere e da condividere secondo lo stile e la sensibilità propria di ciascuno, dentro un perimetro di libertà comune a tutti».

«Considero di estrema e immutata attualità le parole scritte da Joseph Ratzinger nel 1968: “Tanto il credente quanto l’incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede. Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nemmeno alla fede. E chissà mai che proprio il dubbio non divenga il luogo della comunicazione”».

In questa ottica si sta muovendo anche la Chiesa di Nola. È stata inaugurata la Scuola all’impegno socio-politico, aperta a tutti. Gli studenti sono 150, molti giovani. Bellissima partecipazione e voglia di “imparare” ad essere cittadini attivi, a servizio del bene comune nel e per il nostro territorio.
(Fonte foto: Rete Internet) 

LA RUBRICA

LA SCUOLA ITALIANA E LA SCUOLA EUROPEA: SISTEMI SCOLASTICI A CONFRONTO

La scuola è un organizzazione complessa e in una società interculturale assume un ruolo significativo per valorizzare le richieste degli obiettivi di Lisbona 2020. Di Annamaria Franzoni

Nei principali paesi europei, i sistemi scolastici, sebbene diversamente articolati, presentano grande attenzione alla fase prescolare: in particolare in Danimarca si riscontrano quatto tipi di istruzione prescolare, gratuiti per le scuole municipali e sostenuti dal pagamento di una tassa per quelle private. Anche la Francia prevede un’educazione prescolare dai 2 ai 6 anni con un vero e proprio programma di insegnamento e indicazioni per gli apprendimenti, gratuita e facoltativa. In Finlandia, inoltre, è curata l’istruzione prescolare gratuita per tutti i bambini che abbiano 6 anni, con un contributo in base al reddito familiare per i bambini dalla nascita fino a 6 anni.

Nei Paesi Bassi, dove l’istruzione primaria inizia a 4 anni per divenire obbligatoria a 6 anni e presenta una frequenza del 99% .Il Regno Unito sta ampliando l’istruzione prescolare che, soprattutto per i bimbi dai 3 mesi ai 3 anni, è caratterizzata principalmente dall’apporto del privato. In Spagna fino ai 6 anni l’istruzione prescolare individua le proprie finalità nello sviluppo fisico, intellettivo, emotivo sociale e morale del bambino.

Mediamente i citati paesi europei si sono assestati su una media di dieci anni in riferimento all’obbligatorietà della frequenza, con l’eccezione del regno Unito che anticipa tra i 4 e 5 anni l’istruzione obbligatoria, anche se sono in cantiere diverse riforme in corso.
In riferimento alla istruzione superiore il ventaglio europeo si presenta maggiormente diversificato: di durata biennale o triennale, con calendari diversi, legati principalmente alle caratteristiche climatiche e talvolta, come in Finlandia, organizzati in corsi, invece che a classi.

Gli elementi comuni che caratterizzano,poi, la conclusione degli studi superiori in Europa sono “indipendenza, imparzialità e centralità”: ad esempio le commissioni d’esame in Francia e le prove sono decise a livello centrale laddove il titolo ha una connotazione prevalentemente conclusiva oppure quando l’esame è funzionale all’ammissione alle università come in Gran Bretagna o Spagna. Inoltre la composizione delle commissioni è guidata dal principio del “controllo indipendente” e le modalità che regolano la correzione dei compiti sono, in tutti i paesi a cui abbiamo fatto riferimento, tese ad assicurare il massimo dell’imparzialità.

La valutazione dei percorsi di istruzione e formazione sono ovviamente particolarmente complessi: ecco perché i diversi paesi europei stanno operando un confronto sulla validità dei del percorso virtuoso valutazione – miglioramento – qualità; da tale percorso, come si evince dal Rapporto Eurydice 2004 sulla scuola dell’obbligo in Europa, emerge infatti che i fattori facilitanti della crescita sono da ricercarsi nell’autonomia e nel dinamismo e che da essi, grazie ad una valida gestione delle risorse umane, può nascere una produttiva innovazione foriera di crescita culturale e formativa.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

L’INCIDENTE PROBATORIO NEL PROCESSO MINORILE

0
Passiamo in rassegna il caso di un minore convocato in Tribunale per un”udienza innanzi al Gip, nelle forma anticipate dell”incidente probatorio. Di Simona Carandente

Entrato a far parte quasi del linguaggio comune, alla luce del massiccio utilizzo fatto dai mass media ed organi di stampa, l’incidente probatorio si presenta quale istituto peculiare del diritto processuale penale, dotato di una massiccia importanza pratica ed applicativa.

Grazie ad esso, su istanza del pubblico ministero o della difesa è possibile richiedere l’assunzione anticipata dei mezzi di prova, normalmente delegata alla fase processual-dibattimentale, nel caso in cui sussistano particolari e specifiche esigenze per la genuinità dell’acquisizione probatoria stessa.
Istituto peculiare della fase delle indagini preliminari, può trovare applicazione anche in quella dell’udienza preliminare, purchè ricorrano i presupposti previsti tassativamente dalla legge.
Dal punto di vista strettamente concettuale, tali ipotesi possono ricondursi al rischio che la prova, se rinviata al dibattimento, possa subire inquinamenti; al rischio di deterioramento della stessa o di futura impossibilità di acquisizione; alle prove concernenti chiamate in correità; alla necessità di assunzione di perizia in casi di particolare complessità.

Nel caso di specie, i genitori naturali di un giovane infradiciottenne si rivolgevano al legale perché raggiunti da una convocazione del Tribunale per i minori: di lì a qualche giorno, difatti, si sarebbe tenuta l’udienza innanzi al Giudice per le Indagini preliminari, nelle forme anticipate dell’incidente probatorio, allo scopo di verificare se il giovane fosse realmente responsabile di una rapina di telefoni cellulari commessa in danno di malcapitati minori.

Per quel che concerne la ricognizione di persona, prevista dagli art. 213 e ss. del codice di rito, la legge prevede che si proceda in forme ben specifiche e tassative: alla presenza del difensore dell’imputato, premessi taluni avvisi attinenti alla genuinità della prova, il giudice procura la presenza di almeno due persone (cd. birilli) che devono essere il più possibili somiglianti a quella sottoposta a ricognizione, anche nell’abbigliamento. Quest’ultimo, inoltre, è chiamato dal giudice a scegliere la posizione nella quale mostrarsi, con facoltà di modificarla in caso di plurime e susseguenti attività di riconoscimento.

Data la particolare delicatezza dell’attività ricognitiva, fatta da minori nei confronti di indagato minore, è previsto che il giudice disponga che l’atto sia compiuto senza che quest’ultimo possa vedere i primi, dandone chiaramente atto nel relativo verbale, redatto alla presenza dei difensori e del pubblico ministero procedente. Nel caso di specie, tuttavia, in udienza appariva immediatamente evidente una circostanza: l’evidente sproporzione fisica tra l’indagato, alto e filiforme, rispetto ai birilli, piuttosto in carne e di non particolare altezza, tale da falsare la genuinità stessa del riconoscimento.

Tale dato, difatti, non poteva che alterare il buon esito dell’intera attività di indagine del pubblico ministero: anche se i giovani, difatti, avessero riferito che il loro aggressore era "alto e magro", in mancanza di analoghi e validi termini di comparazione, l’intera attività sarebbe stata da dichiararsi nulla. Lo svolgimento della ricognizione nelle forme dell’incidente probatorio consente, di fatto, un intervento del difensore dell’imputato sulle modalità del riconoscimento stesso, attività di fatto preclusa nel caso di individuazione di persona innanzi ai soli organi di polizia.(mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

NUOVE IMPRESE: POMIGLIANO E DINTORNI HANNO UNA MARCIA IN PIÙ

I nuovi dati della Camera di Commercio di Napoli sulla creazione di aziende nel 2011: a fare da traino sono i comuni intorno alla città della Fiat, mentre il Vesuviano e il Nolano frenano

Il sistema imprenditoriale napoletano resiste al prolungarsi della crisi, ma da comune a comune, come è ovvio che via, varia la vitalità delle imprese. Gli ultimi dati diffusi di recente dal Bollettino di statistica della Camera di commercio di Napoli arrivano fino al settembre del 2011: "non si registra un forte processo di chiusura delle aziende che operano sul mercato", registra l’Ufficio di statistica di Piazza Bovio, "ma piuttosto una comprensibile esitazione ad avviare nuove attività in un momento caratterizzato ancora da incertezza".

A livello provinciale, il numero di imprese è cresciuto dello 0,63 percento, nei primi nove mesi dell’anno appena trascorso. Una crescita timida, dunque, ma l’impatto della crisi avrebbe potuto essere di certo peggiore. Le previsioni per il 2012, infatti, non sono rosee: si prevede che il tasso di disoccupazione, nella nostra regione, salga ancora di tre punti, e in particolare il tasso di disoccupazione giovanile potrebbe raggiungere livelli ancora più drammatici, vicini al 45 percento. In questo anno appena iniziato, ci dicono le previsioni, il Pil regionale appare destinato ad abbattersi di quasi un punto percentuale.

Il barometro dell’economia, dunque, volge al peggio. E visto che calano i consumi delle famiglie (la previsione per quest’anno è di un meno 0,7 percento in Campania), a soffrire sono sopratutto i settori legati alla domanda interna, in particolare il commercio e il mattone. L’export, invece, prova a sollevare la testa, e nei primi nove mesi del 2011 fa registrare un incoraggiante più dieci percento nel complesso della provincia di Napoli. In questo quadro, il bollettino di Piazza Bovio fa il bilancio, comune per comune, dei morti e dei nati, in termini di imprese: le nuove iscrizioni alla Camera di Commercio, e le cessazioni di attività, disegnano una mappa variegata sul territorio a Nord-Est di Napoli.

Come al solito, l’imprenditorialità è più vivace a Pomigliano e dintorni: questa è l’area più dinamica della provincia, superata solo dalla cintura dei comuni della fascia Giugliano-Frattamaggiore. Da gennaio a settembre 2011 il numero di imprese attive nel Pomiglianese è cresciuto dello 0,77 percento: merito non tanto di Pomigliano, ma dei comuni vicini. Crescono le varie Mariglianella, Castelcisterna, Volla, San Vitaliano, con tassi di sviluppo delle imprese superiori al 2 percento. Il Pomiglianese, che in questa classificazione comprende anche Acerra, Casalnuovo e Marigliano, nel suo complesso frena, tuttavia, rispetto ai primi mesi del 2010, quando il numero di imprese cresceva di oltre un punto percentuale.

Anche l’area vesuviana prova a fare da traino, con un più 0,60 percento di imprese da gennaio a settembre 2011: tuttavia a rallentare è Somma. Nei primi nove mesi dell’anno, nascono 112 imprese e ne muoiono 108, con un saldo positivo di appena quattro unità. Sant’Anastasia perde colpi (meno 0,37 percento di imprese registrate), mentre crescono Terzigno e San Giuseppe, con tassi vicini all’uno percento. L’area vesuviana costiera, dal canto suo, appare abbastanza ferma, con una crescita di appena lo 0,15 percento nel numero di imprese, e neppure l’area nolana vola, nonostante i grandi investimenti legati al polo commerciale e ai trasporti (il numero di imprese cresce dello 0,33 percento contro lo 0,66 del periodo gennaio-settembre 2010).

Certo, sono numeri puramente quantitativi e non danno indicazioni sulla qualità dell’economia. Paradossalmente, il proliferare di imprese potrebbe, in alcuni casi, essere sinonimo di frammentazione del tessuto economico. Tanto che Casartigiani Napoli di recente ha lanciato un monito: attenzione, hanno segnalato i rappresentanti degli artigiani, la crisi spinge un numero crescente di persone a mettersi in proprio. E così si assiste, ad esempio, a un boom delle pizzerie da asporto a Napoli e dintorni. Si tratta di gesti di vitalità, forse, ma è anche il risultato dell’erosione delle opportunità più strutturate.

Pochi giorni fa, intervistato dal Corriere del Mezzogiorno, Carmine Crisci, segretario provinciale della Cisl casertana, è andato oltre in questa analisi: c’è un fenomeno strisciante di prostituzione da crisi, ha segnalato il sindacalista: il fenomeno vede protagoniste donne italiane che hanno perso il posto, o i cui mariti hanno perso il posto. Non sono certo registrate alla Camera di Commercio, ma in questo caso è evidente che si fa strada una micro-imprenditorialità guidata più dalla disperazione che dalla creatività.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

LA LIBERTÁ CREATIVA E LA GEOMETRIA: FAUSTO MELOTTI AL MADRE

0
Il museo partenopeo ospita una mostra che ripercorre la carriera dell”artista di Rovereto attraverso i suoi lavori più significativi

La prima personale di Fausto Melotti si tenne alla galleria Il Milione, a Milano. Il catalogo della mostra, in cui erano presentate al pubblico diciotto sculture, “tutte del 1934 in gesso e metallo verniciato e cromato”, era corredato da un testo che significativamente individuava i cardini di una personalità artistica eccentrica e fuori dal comune, animata da un’originalissima considerazione dell’arte che, secondo l’artista di Rovereto, classe 1901, “è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge all’intelletto, non ai sensi. Per questo è priva di importanza la pennellata in pittura, e in scultura la modellazione.

Non la modellazione ha importanza ma la modulazione. I fondamenti dell’armonia e del contrappunto plastici si trovano nella geometria. Ma di quanti critici e artisti parlano e fanno della pittura e della scultura, quanti hanno veramente capito la geometria?”. La geometria, vera chiave della modernità, è l’elemento fondante della produzione scultorea che mina le basi di tutta un produzione plastica ancora legata al figurativo e al naturalismo, non intesa come rigore creativo, non il sinonimo di una visione conservatrice, ma la valvola si sfogo “di un’ identità spirituale che [lascia] la più ampia libertà nel campo della creazione pura”.

L’idea di una classicità moderna, “incanalata da una intelligenza attenta e vigile”, oggi è di scena al Madre, con oltre duecento opere in una mostra organizzata da Germano Celant che si protrarrà fino agli inizi di aprile (in realtà non sappiamo per quanto ancora potremo goderne, considerando che, mai come in queste ultime ore, la situazione del museo napoletano appare legata ad un sottilissimo filo dove l’intrecciarsi di problemi economici e rese dei conti politici sembrano decretare la chiusura definitiva dell’istituzione). Dunque, un’antologica che ricostruisce una carriera prolifica, capace di costeggiare e rapportarsi sinergicamente con le avanguardie del Novecento senza finire confinata entro i limiti di alcun regime convenzionale, in piena sintonia con quell’anelito di libertà che attraversa i lavori di Melotti, venati di una poesia frizzante, che diventa un esperimento eclettico; al maestro di Rovereto piace mescolare ritmi ed effetti, l’arte greca con la musica classica e i suoni di Bach o Stravinsky.

È un artista nel senso più completo ed eterodosso possibile. La sua cultura, la sua formazione roveretana rappresenta, evidentemente, uno spartiacque importante per il Melotti maturo. Proprio nella città natale collabora con Carlo Belli, attivo fiancheggiatore del panorama astrattista milanese negli anni Trenta, e soprattutto, a Rovereto, c’è Fortunato Depero, che è in contatto con Giacomo Balla con il quale aveva redatto (1915) il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”, dove si proponevano di creare una nuova realtà, introducendo nelle opere oggetti del quotidiano “per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente” al fine di trovare “degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo” da combinare “insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.

È quest’ambiente, nutrito di atteggiamenti nuovi e fuori dall’ordine costituito, a rafforzare in Fausto Melotti i suoi interessi complessi e contribuisce a spiegarne gli esiti diversi. Basti pensare all’incrociarsi di un Melotti musicista, elettrotecnico e artista atipico. Le mani dello scultore, il lampo dello scienziato e il talento fantasioso del pianista jazz. Il roveretano inedito al Madre schiude al visitatore il suo universo, un universo che predilige la terracotta (materiale della tradizione più povera rispetto all’ “aulico” marmo o al bronzo), ma aperto all’uso di maioliche e gessi, sculture a tecnica mista e in ferro, ceramiche e lavori in inox.

Un excursus artistico che procede dai lavori “smaterializzati” degli anni Trenta, indice della personalissima interpretazione astratta dell’artista, passando per le piccole e grandi terracotte degli anni Cinquanta e degli ultimi trent’anni della sua attività, “sporcate” con i materiali più diversi (garze, tessuto, vetro e ottone) tra cui spiccano i fantasiosi Teatrini in terracotta colorata, palcoscenici su cui va in scena uno spettacolo vivace di figure, personaggi ed oggetti, pieni di quella vitalità e di quella leggerezza che sono l’anima scalpitante del suo lavoro, in sintonia perfetta con una sua celebre affermazione: “Un moscerino è una cosa da niente. Eppure si tratta di una macchina capace di alzarsi in verticale come un elicottero e volare in tutte le direzioni, zeppa di congegni elettronici per determinare la posizione, le direzioni, per sfruttare in complicati meccanismi la misteriosa energia di propulsione. Eppure è un niente”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

LE VITTIME DIMENTICATE, I COLPEVOLI RECUPERATI

0
In alcuni Comuni della provincia di Napoli sono state svolte indagini di vittimizzazione. Dati interessanti sono emersi anche dalla prima inchiesta sulle vittime dei reati in Italia. Di Amato Lamberti

Assistiamo quotidianamente a situazioni nelle quali “le vittime della criminalità, degli incidenti e dei disastri, attraverso diverse umane esperienze, constatano come il ronzio delle telecamere, il flash delle macchine fotografiche, il girare silenzioso dei registratori e lo scrivere rapido sul taccuino del cronista, sottraggono loro dolore attraverso l’indiscreto afferrare parole, singhiozzi, lacrime, dichiarazioni. Mentre non raramente all’autore del reato si riservano primi piani e si abbozzano giustificazioni che traggono origine dal raptus, dall’infanzia sofferta per le più diverse carenze e ingiustizie sociali”.

Emerge una grave situazione di sperequazione nel trattamento tra rei e vittime che si registra non solo a livello mass-mediatico, ma si ripercuote talvolta anche nella dimensione sociale e istituzionale senza tener conto di un assunto fondamentale, ossia che se “il delitto è interazione è necessario porre in una situazione simmetrica coloro che interagiscono, favorendo la ri-socializzazione del reo, ma contestualmente favorendo il riadattamento della vittima nel proprio ambiente” e, in quest’ottica sarebbe molto utile se non indispensabile istituire centri di assistenza per la vittima in parallelo ai centri sociali per la devianza giovanile e per gli adulti autori di reato. Esiste infatti da tempo una rete di sostegno per coloro che adottano condotte devianti e criminose senza alcun corrispettivo per la vittima.

Un autore di reato, al momento della detenzione in carcere, può essere oggetto di grande sorveglianza affinché non adotti condotte autolesive. In contrapposizione a ciò non esistono sistemi specifici di emergenza che sostengano le vittime soprattutto quando stanno precipitando nella depressione o nell’isolamento sociale.
Grazie ai risultati delle prime inchieste di vittimizzazione e grazie anche alla polemica scatenata dalle teorie della victimprecipitation, ci si è concentrati sulla vera e propria condizione di vittima, sul danno cioè derivante dalla vittimizzazione e sulle problematiche della seconda vittimizzazione, spesso rappresentata dagli effetti del sistema giudiziario sugli individui che hanno subito un reato.

Se le prima analisi individuano in generale un lieve e transitorio impatto della vittimizzazione, gli approfondimenti successivi hanno permesso di distinguere tra effetti diretti ed indiretti della vittimizzazione e di identificarne, conseguentemente, la portata. Se gli effetti diretti hanno infatti natura transitoria e sono legati al danno immediatamente quantificabile prodotto dall’evento – reato, la vittimizzazione indiretta riguarda gli effetti durevoli nel tempo, relativi alla sfera psichica ed emotiva del soggetto, connessi quindi con il reato inteso come esperienza. Parallelamente si è sviluppato un grande interesse per la vittima, da parte non solo degli studiosi di criminologia, ma anche dell’opinione pubblica.

È a partire infatti dagli anni ’60 e ’70 che, negli Stati Uniti prima, in Europa poi, nascono movimenti di difesa delle vittime di reato, che vedono con gli anni aumentare le proprie dimensioni e la propria capacità di influenza. In questo modo l’intervento a difesa della vittima è entrato nelle agende politiche di molti governi, attraverso la costruzione di commissioni di studio per la riforma dei sistemi giudiziari, la definizione di statuti e di carte dei diritti delle vittime e soprattutto fondi e finanziamenti per le vittime di reato; a livello internazionale sono state prodotte, nel 1984, la Dichiarazione sulla protezione delle vittime dell’Onu e, nel 1983, la Convention Européen relative audédommagementdesvictimes d’infractionviolentes del Consiglio d’Europa.

Tra necessità simbolica e tentativo di prendersi carico di un soggetto da sempre trascurato, interventi di questo genere hanno comunque segnato un passo verso una tutela effettiva della vittima e un generale cambio di prospettiva. Un esempio concreto di questo nuovo orientamento è dato dall’affermazione di meccanismi nuovi di giustizia informale, diretti sia ad alleggerire il peso che grava sulla lenta macchina del sistema giudiziario, sia soprattutto ad intervenire nella risoluzione dei conflitti in modo da raggiungere la punizione del colpevole, tenendo però conto degli specifici interessi degli individui coinvolti.

Dalla prima inchiesta di vittimizzazione in Italia sono emersi dei risultati interessanti sul tema delle vittime.Dal punto di vista del genere si potrebbe dire che, se non si considerassero i reati sessuali di cui sono quasi esclusivamente vittime le donne, i maschi e le femmine subiscono lo stesso numero di reati. Uomini e donne, infatti, non differiscono per la quantità dei reati subiti, ma per la loro tipologia.
I maschi sono più soggetti a subire reati violenti come rapine, aggressioni e furti senza contatto, mentre sono le femmine a subire di più furti con contatto come scippi e borseggi.

Inoltre uomini e donne sono vittimizzati in modo diverso e in orari diversi relativamente agli stessi reati; ad esempio le aggressioni perpetrate a danno delle donne accadono più di frequente in casa e da parte di aggressori conosciuti, come d’altronde anche le violenze sessuali, mentre quelle contro gli uomini avvengono principalmente in strada o nei luoghi del tempo libero, come la discoteca, e sono commesse da estranei. Infine, le donne subiscono maggiormente i reati di giorno, gli uomini di notte.

Ad essere vittime, inoltre, sono soprattutto i giovani, contrariamente all’immagine diffusa dai media circa il rischio più elevato per la popolazione anziana. Fanno eccezione soltanto i dati sui borseggi e sugli scippi che presentano un maggior numero di vittime nelle classi adulte della popolazione.
I giovani inoltre hanno subito un maggior numero di reati tentati rispetto agli anziani, che quando subiscono i reati difficilmente riescono ad opporvisi.La vittima prediletta oltre ad essere giovane è anche celibe e separata o divorziata. Soprattutto per i reti violenti, che avvengono più spesso di sera, è maggiore l’associazione con lo stato civile, forse a causa del comportamento più autonomo e sganciato dal nucleo familiare che presentano queste vittime. Separati, divorziati e celibi sono in effetti meno sedentari.

Il titolo di studio e la condizione lavorativa possono essere considerati indicatori indiretti della classe socioeconomica di appartenenza della vittima. All’aumentare del livello di istruzione e della posizione nella gerarchia delle professioni aumenta la vittimizzazione da reati contro la proprietà. La classe socioeconomica è anche utile per spiegare i reati subiti dalle famiglie: furti in abitazione, di veicoli, di oggetti al loro interno sono tanto più frequenti quanto più è alta la posizione della famiglia nella gerarchia sociale.Dal punto di vista territoriale più un’area è depressa più è a rischio; più è lasciata a se stessa più inviterà gli altri a deturparla ulteriormente e a considerarla terra di nessuno.

Da queste considerazioni potremo, negli articoli successivi, verificare i risultati di indagini di
vittimizzazione realizzate dai miei studenti in alcuni Comuni della nostra provincia.( 3- fine –)
(Fonte foto: photocommunity.qtp.it/)

LA RUBRICA 

LE PERLE DEL SIG. BOSSI UMBERTO

Anche se il CapoLega smentisce un attimo dopo quello che ha detto un momento prima, è evidente che le sue chiacchiere svelano rappe. E i leghisti sono sempre più incazzati con lui. Di Carmine Cimmino

Il diavolo è un ottimista
se crede di poter peggiorare gli uomini ( Karl Kraus).

L’altra sera, nel salotto televisivo della Gruber, la Dandini ha detto che i nostri politici sono campioni della comicità involontaria: fanno ridere soprattutto quando sono convinti di parlare seriamente. Ma la comicità non è un carattere oggettivo della realtà: è una “potenza” dell’osservatore. C’è gente capace di “vedere“ come ridicole persone, parole e situazioni che per tutti gli altri risultano indifferenti, e talvolta perfino tinte di dramma. È una “deformazione“ dell’occhio, spiegava Hogarth, quando gli domandavano perché la sua rappresentazione del mondo tendesse implacabilmente al grottesco.

Secondo la Holbrechts-Tyteca, che ha scritto un libro mirabile sulla retorica del comico, l’ignoranza, la fretta e la presunzione ci costringono sovente a costruire i nostri ragionamenti su una struttura logica troppo fragile, incapace di sorreggere il peso delle nostre parole o di resistere alle manipolazioni e alle interpretazioni del nostro interlocutore: al primo urto essa si schianta e apre il varco all’irrisione. Esemplare è un colloquio tra Nasser, il rais dell’Egitto, e Kossygin, ministro degli esteri dell’Urss.

È il giugno del 1967. L’Egitto è in guerra con Israele. Che con un attacco preventivo distrugge l’aviazione nemica: poche ore dopo, è il 6 giugno, le truppe corazzate israeliane circondano, nel Sinai, le divisioni di Nasser, fanno migliaia di prigionieri, si impadroniscono di enormi quantità di armi, compresi cannoni e carri armati. Per l’Egitto è la disfatta. Ma Nasser non si arrende. Dice all’alleato Kossygin: “Devi mandarmi al più presto 500 aerei e 1000 carri armati.”. E Kossygin ribatte sarcastico: “Agli Israeliani serve altro? “. In verità, la battuta non è nuova. L’aveva già fatta Annibale, rispondendo a una domanda di Antioco di Siria, di cui era ospite.

Antioco, che si appresta a dichiarare guerra a Roma, fa sfilare davanti al condottiero cartaginese il suo esercito. Gli mostra con orgoglio la cavalleria, sfavillante di corazze dorate, di falere e di briglie d’argento, i carri falcati protetti da borchie di bronzo, gli elmi e gli stendardi luccicanti di oro. Pare non un esercito, ma un immenso, mobile scrigno di metalli preziosi. Antioco domanda ad Annibale: Basterà tutto questo per i Romani? E Annibale: credo che basterà, anche se i Romani sono insaziabili.

I nostri politici si trovano in una condizione oggettivamente straniante. Accusati di imprevidenza e di inettitudine, sono stati commissariati dai tedeschi, dai francesi e dal mondo della finanza. Sanno che il governo Monti durerà quanto il dott. Monti vorrà, sanno che la loro obbedienza dovrà essere cieca e totale, come quella che i Gesuiti giurano al Papa. Sanno anche che devono in qualche modo giustificare la loro esistenza e i loro stipendi e privilegi. I più furbi si sono chiusi in silenzio che dovrebbe apparire indignato, ma è solo prudente. I meno furbi parlano. Parlo, dunque sono. Parlano come sanno, purtroppo per loro: e le parole, che spesso sono serpenti velenosi, li mordono.

Soprattutto nei titoli degli articoli di giornale: per due motivi: perché un titolo è di per sé, per la necessità della sintesi, un’acrobazia logica, e poi perché un titolo sta in mezzo ad altri titoli, e spesso il confronto è un urto, e l’urto sprigiona scintille di comicità. Fabrizio Roncone ( Corriere della Sera, 13 gennaio ) intervista un sottosegretario del governo Monti, che possiede 96 fabbricati e 61 terreni, e riconosce che durante tutto il colloquio l’intervistato non è stato né supponente, né arrogante. Ma l’articolo ha questo titolo: Il sottosegretario con 95 immobili: “Non sono ricco”. Proprio così ha detto, il sottosegretario: non sono ricco. Poche pagine prima, Enzo Ghigo, del PDL, commentando la decisione della Consulta di dichiarare inammissibili i referendum sulla legge elettorale, esorta i partiti a “migliorare l’attuale legge elettorale“. È facile fare sarcasmo: Migliorarla come? Eliminando del tutto le preferenze e bloccando le liste nella loro interezza? Un porcellum integrale, al 100 %. ?

Come ogni oggetto toccato dal mitico Mida si trasformava in oro, così ogni parola del sig. Umberto Bossi è, per chi ha quella “deformazione“ di cui prima si parlava, una perla di comicità. La causa è nell’abito filosofico del sig. Bossi: egli coglie e vive l’attimo. Si immerge tutto in esso, annulla il passato e il futuro. È un modo di vivere solido e pieno. Il martedì il sig. Bossi dice che la Lega voterà “sì“ per l’arresto dell’on. Cosentino. Ma la notte e il telefono di Berlusconi portano consiglio. Il mercoledì il sig. Bossi lascia libertà di coscienza ai suoi, ma in realtà ordina di votare no. “Nelle carte non c’è nulla“ dice, drastico. E il dott. Giandomenico Lepore, ex procuratore capo di Napoli, si augura, sarcastico, che quando ha letto le carte, il sig. Bossi abbia almeno inforcato gli occhiali (La Repubblica, 12 gennaio). Ma il sig. Bossi non si ferma, cerca il sublime.

E lo trova: la Lega non è forcaiola, dice. Mi pare che questa proposizione rappresenti oggettivamente, al livello più alto, la straordinaria capacità che ha quel signore di straniarsi tutto intero dalla memoria non dico dell’ieri, ma dell’oggi, di un momento fa. Ma nemmeno lui è perfetto: non sa che quando il piatto e la tasca incominciano ad essere vuoti, le chiacchiere si spogliano, si struccano, svelano rughe e rappe: manifestano ciò che sono: solo chiacchiere. La crisi finanziaria schiarisce la vista e allunga la memoria: anche i leghisti ora ricordano, vedono, capiscono. E sanno. Sono incazzati, con il loro capo. Tanto che mi pare che la proposizione “la Lega non è forcaiola“ più che un misero straccio di pezza d’appoggio (‘a pezza a colore) sia un augurio che il sig. Bossi, preoccupato, rivolge a sé stesso.

I giudici ci diranno se l’on. Cosentino è colpevole o innocente. Noi possiamo soltanto notare che egli è stato uno “strumento“ di cui si è servita la storia – la storia sa essere ironica- per sbeffeggiare il sig. Bossi: la Lega è nel caos ad opera di un onorevole campano, che i magistrati accusano, tra l’altro, di essere “un referente nazionale delle cosche casalesi.”. Ma forse si avvicina una svolta epocale nella riflessione filosofica (che Zenone mi perdoni…) che la Lega conduce sulla storia.

Si avvicina il momento in cui il sig. Bossi dirà ai suoi: “Toglietevi gli elmi e smontate il carroccio. È venuto il momento di riconoscere che l’Italia è una e indivisibile. Ma non è stato Garibaldi a unificarla.” “E chi è stato?“ gli chiederà un deluso discendente di Viridomaro. Il sig. Bossi sospirando dirà: “È un segreto di Stato.”. E intanto penserà: Di che cosa sono stati capaci questi terroni…
(Quadro di Meret Oppenheim, “Donna di pietra”, 1938)

LA RUBRICA