Questa è la ripartizione che si potrebbe fare del ceto politico italiano, in rapporto alla questione “mafiosa”.
C’è chi continua a vedere il fenomeno mafioso come un fenomeno prettamente meridionale.
Ma basta lanciare uno sguardo ai fatti più o meno recenti avvenuti sul territorio italiano per rendersi conto che questa visione del fenomeno non è reale e veritiera.
Soltanto prendendo in considerazione i fatti di cronaca accaduti in Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Liguria, in Lombardia e nel basso Lazio, nell’ultimo anno, si capisce che non è così.
“Conniventi, conviventi e rarità!”
Questa è la ripartizione che si potrebbe fare del ceto politico italiano, in rapporto alla questione “mafiosa”. Dall’unità d’Italia a oggi, l’insieme degli attori della politica nazionale e locale possono essere raggruppati in tre categorie:
• coloro che hanno “trescato” con poteri mafiosi, utilizzandoli anche a scopo di controllo sociale e politico;
• quelli che hanno sempre sottovalutato la pericolosità degli effetti perversi di questo intreccio sull’intera politica nazionale, derubricando la questione mafiosa a semplice questione criminale, nonché relativa ad alcune aree del Mezzogiorno;
• e infine, una esigua minoranza che a questo fenomeno ha disperatamente tentato di opporsi, spesso agendo nell’isolamento, nell’indifferenza e in qualche caso pagando con la vita.
È in questo schema comportamentale del ceto politico italiano che è rintracciabile la causa dell’inestirpabilità dei poteri criminali di tipo mafioso? Si domanda Ugo Di Girolamo.
Il quale afferma che il rapporto tra mafie e politica è una costante della storia unitaria italiana, ma non è stato mai un semplice fenomeno, un fenomeno lineare. Si sono avuti alti e bassi, ma non si è mai interrotto del tutto.
Ogni qualvolta si raggiungevano livelli di pericolosità sociale elevati a tal punto da mettere in pericolo la legittimità stessa delle istituzioni scattava la fase repressiva, seguita da una stasi e da una nuova ripresa del fenomeno mafioso.
Fenomeno che a causa della seconda categoria, di quelli che sottovalutano la pericolosità degli effetti perversi dell’intreccio politica-istituzioni e organizzazioni criminali, non fa altro che alimentare il fenomeno mafioso che riprende silenziosamente così i suoi traffici.

