SOMMA VESUVIANA, AL VIA IL PROGETTO “I CUNTI DEGLI ALTRI”

Il 31 gennaio sarà presentato il progetto che vedrà impegnati bambini, italiani e stranieri, in un lavoro di raccolta ed elaborazione di “cunti” provenienti da diverse tradizioni orali.

Il racconto è il modo più antico di trasferire conoscenza da una generazione alla successiva, è alla base della tradizione, permette da sempre di tramandare la conoscenza di un popolo. Il progetto che vedrà impegnata l’associazione culturale «Il Torchio» per tutto il 2012 parte proprio dal racconto per creare un momento di conoscenza tra bambini che vengono da culture diverse. Saranno proprio questi bambini, italiani e stranieri, i protagonisti de «I Cunti degli Altri», che vede Il Torchio avvalersi della partnership delle associazioni «Il Pioppo» e «Giancarlo Siani». Il progetto è un tentativo di raccontare la realtà vesuviana dal punto di vista di bambini che in essa vivono. Questo pezzettino di mondo visto attraverso gli occhi dei bambini, i suoi giovani abitanti, sarà raccontato in una performance teatrale, utilizzando lo strumento più tipico della tradizione narrativa vesuviana: «il cunto», racconto, che da sempre è stato al centro della cultura popolare.

«I Cunti degli Altri» sarà l’occasione per un gruppo di venticinque giovanissimi di fare un percorso che li porterà a conoscersi e conoscere il territorio in cui vivono. L’incontro con il territorio avverrà attraverso la voce e le esperienze di testimoni diretti e attraverso visite a scorci e luoghi carichi di storie. Il progetto culturale, che porterà alla costruzione di una performance teatrale, è un tentativo di utilizzare il racconto e il teatro per creare l’incontro tra bambini che pur vivendo nello stesso territorio vengono da culture lontane, che rischiano di chiudersi e non comunicare.
Il progetto è organizzato dall’associazione culturale Il Torchio, impegnata nel sostegno e recupero delle tradizioni locali, attraverso linguaggi creativi, grazie al sostegno dalla Fondazione Banco di Napoli Per l’Assistenza all’Infanzia (FBNAI).

Gli incontri si svolgeranno durante tutto il 2012 e vedrà il coinvolgimento di bambini, italiani e stranieri, in un lavoro di raccolta ed elaborazione di «cunti» provenienti da diverse tradizioni orali, fino alla realizzazione di una performance teatrale finale.
(Fonte Foto:Rete Internet)

IL MATERIALE PUBBLICITARIO NON RICHIESTO PROVOCA UN DANNO MORALE CHE VA RISARCITO

L”invio di e-mail e fax promozionali, senza il consenso, costituisce danno morale, ovvero provoca fastidio e turbamento dovuti alla plurima ricezione di materiale non desiderato.

Il caso
Due professionisti denunciavano al tribunale di Brindisi/Ostuni  di aver ricevuto tre fax da certa E. s.r.l. che offriva i propri servizi in relazione all’attuazione della normativa sui dati personali, mostrando così di possedere dati relativi all’attività; la società, però, non era stata mai destinataria di alcun consenso al trattamento dei dati; inoltre, nonostante le assicurazioni fornite a seguito delle proteste scritte degli esponenti, la società non solo non aveva cancellato i dati in proprio possesso, ma aveva inviato alla fine del 2004 tre e-mail di carattere promozionale e pubblicitario.; 

La denuncia promossa dai professionisti risulta fondata. Ai fini della decisione risulta fondamentale  la nota Cassazione civile sez. unica, data 11 novembre 2008. In essa è stato chiarito che "Il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi "previsti dalla legge", e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.:

(a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale;
 (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni);
(c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale".

In punto di fatto, non vi è dubbio che la società E. fosse a conoscenza della volontà degli esponenti di cancellare i dati personali e non ricevere altre proposte commerciali. Ne consegue che del tutto abusivi risultano sia l’invio del fax promozionale sia l’invio delle tre e-mail tra la fine del 2004 ed il gennaio 2005. Le mail inviate, certamente non sono né accidentali né dovute a software maliziosi di terzi.

Il Tribunale  di Bari con Sentenza 19-23 novembre 2009, n. 3480 ha ritenuta la sussistenza del danno morale, consistente nel fastidio e turbamento dovuti alla plurima ricezione di materiale non desiderato ed alla necessità di riservare attenzione alle necessarie risposte e diffide, peraltro regolarmente ignorate nonostante esplicita ammissione di responsabilità per iscritto.
Il danno è stato quantificato ad equità in € 5000,00, oltre interessi dalla data  della sentenza  al saldo.

LA RUBRICA

POLITICA DEBOLE E SOTTOMESSA

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Lo stato di salute della nostra società nelle parole del Cardinale Bagnasco. Intanto, procede il lavoro della Scuola diocesana all”impegno socio-politico. Di Don Aniello Tortora

Puntuale, come sempre, il riferimento allo “stato di salute” della società italiana, nell’ultima Prolusione del Cardinale Bagnasco al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale italiana (Roma, 23 – 26 gennaio 2012).

Riferendosi alla “crisi economica che da almeno quattro anni sta scuotendo il mondo” il Presidente della Cei ha affermato che «il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il lavoro-campeggio (cfr Bauman): si va dove momentaneamente l’industria sta meglio come se l’ “altro” non esistesse. E per “l’altro” è in primo luogo da intendersi proprio il lavoratore».

«La “fluidità” di valori, relazioni e riferimenti, non impedisce affatto – semmai favorisce – il formarsi di coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli, tali da rendere la politica sempre più debole e sottomessa. Mentre invece dovrebbe essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e renderla irrilevante, e quasi inutile. Ed è quel che sembra accadere sotto gli occhi attoniti della gente. Quando il criterio è il guadagno più alto e facile possibile e nel tempo più breve possibile, allora il profitto non è più giusto, ma diventa scopo a se stesso giocando sulla vita degli uomini e dei popoli. Al di là di ogni ventata antipolitica, va detto che la politica è assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione».

«Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo. Il dubbio è che si voglia proprio dimostrare ormai l’incompetenza dell’autorità politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta, e dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall’imperiosità del mercato».

Accennando, poi, al problema dell’ICI, Bagnasco ha affermato che “la Chiesa non ha esitazione ad accennare questo discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso questo è addirittura motivo di scandalo”. Nella Prolusione il Cardinale fa anche un accenno al Sud. “Sta crescendo – ha detto -nel Meridione la speranza di potersi liberare un giorno non remoto dal giogo della malavita organizzata, e non è un caso probabilmente che questa si stia spingendo verso le città del nord, che faranno bene a rinforzare la vigilanza e moltiplicare gli anticorpi”.

Riflettendo su queste precise “provocazioni” del Cardinale Bagnasco, io penso che tutti conveniamo sul fatto che la crisi economica, che sta scuotendo il mondo, non solo mette in crisi l’idea ingenua di un progresso illimitato e quasi automatico, ma svela pure la radice di un processo che, prima che economico e politico, è etico e culturale.
Un altro aspetto mi piace, qui, sottolineare. Il Cardinale, analizzando la crisi economica, ha evidenziato il crescente divario tra la finanza e il lavoro. Questo scarto che è all’origine del drammatico fenomeno della disoccupazione giovanile, che nel Sud ha raggiunto livelli insostenibili, chiama in causa la responsabilità politica.

E sollecita un impegno di laici cristiani in politica che sappiano farsi interpreti credibili dei principi della dottrina sociale della Chiesa. L’Italia ha bisogno di “una nuova generazione” di politici, i quali antepongano il bene comune agli interessi di parte. È anche questo lo scopo della Scuola diocesana all’impegno socio-politico, che con l’on.le Raffaele Cananzi, ha avuto un autorevole inizio con due incontri, interessantissimi, sulla Costituzione (Nascita e Princìpi della Carta Costituzionale).
(Fonte foto: diocesinola.it)

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” LE INIZIATIVE – FARO E LA CRESCITA INTELLIGENTE”

Agenda 2020 ha individuato due iniziative-faro in riferimento alla crescita sostenibile. Vediamo quali sono, qual è il ruolo della scuola e la progettualità messa in campo a livello europeo. Di Annamaria Franzoni

Le iniziative- faro che la Commissione ha declinato con dovizia di particolari segnalano in modo ben definito non solo gli impegni che l’Unione si assume, ma anche i compiti che le singole nazioni devono assumersi per favorire la crescita intelligente e lo sviluppo tecnologico.
Il miglioramento dei risultati si otterrà anche attraverso la mobilità di studenti e tirocinanti (Youth on the move) migliorando la qualità dell’istruzione e ampliando la possibilità di occupazione.
Altro punto nodale del programma risiede nello sviluppo del digitale che promuova e diffonda l’uso delle moderne tecnologie digitali.

In riferimento alla crescita sostenibile sono state individuate due iniziative –faro una in riferimento alla competitività ed una in riferimento al clima, energia e mobilità.
La prima si riferisce in particolare a migliorare il clima imprenditoriale adeguando i processi di produzione nell’ambito della globalizzazione per migliorare la nostra produttività e la nostra competitività nei confronti dei nostri principali concorrenti; la seconda si riferisce invece ala realizzazione di obiettivi inerenti ai consumi, alla riduzione delle emissioni inquinanti e all’uso più efficiente delle risorse.

L’agenda 2020 della comunità ha certamente dato un input notevole all’attenzione che il nostro Paese ha attribuito, nel corso degli ultimi anni, allo sviluppo, anche normativo, in riferimento alla formazione e all’istruzione: tra i numerosi progetti che rientrano in questa categoria ricordiamo il “Label europeo delle lingue” realizzato nell’ambito del Programma LLP che sostiene i progetti più innovativi e le esperienze svolte nell’insegnamento-apprendimento delle lingue straniere a fini professionalizzanti. Altro obiettivo misurabile a cui tendere è certamente la riduzione dell’abbandono scolastico e l’implementazione delle scuole della seconda opportunità che consentano di ridurre al meno del 10% l’abbandono scolastico.

Infatti, oltre a tutelare il diritto all’istruzione e alla formazione del singolo cittadino, questa riduzione consentirebbe la crescita economica e la competitività; il piano d’azione deve allora svilupparsi a più livelli: la prevenzione, migliorando la parità d’accesso alla scuola dell’infanzia, intervento immediato sui segnali premonitori di disagio ed infine la compensazione offrendo percorsi flessibili e personalizzati ai giovani che hanno prematuramente abbandonato la scuola.

Quest’ultimo aspetto si riferisce alla crescita inclusiva e all’iniziativa-faro di realizzare nuove competenze e nuovi posti di lavoro: iniziativa che inevitabilmente si aggancia alla piattaforma europea contro la povertà e corona e completa un quadro ampio, complesso che l’Europa deve e può realizzare proprio attraverso il fattivo contributo delle 27 nazioni.

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POGGIOMARINO. IMPRENDITORIA TUTTA AL FEMMINILE

Germana Buoninconti, Amelia Licenziato e Connie Saporito sono le titolari dell”agenzia “De Marinis Viaggi”. “Diamo assistenza a 360 gradi – spiegano – anche dopo il viaggio”.

Germana Buoninconti, Amelia Licenziato e Connie Saporito, di Poggiomarino, sono tre giovani donne che lavorano nel settore turistico. Sono da quindici anni sul mercato; l’esperienza se la sono fatta sul campo, come impiegate di agenzie turistiche. Un bel giorno hanno deciso di mettersi in proprio: armate solo della loro abilità, accumulata come un tesoro, hanno aperto una nuova agenzia, la “De Marinis Viaggi”, legandosi, già col nome, al proprio territorio: i marchesi De Marinis, infatti nel ‘700 erano i feudataridel luogo, e pare che, per salire a cavallo, avessero l’abitudine di salire su di un podio, ovvero un poggio.

Determinate, coraggiose, innovative, hanno sfruttato la loro sensibilità femminile per portare una ventata di fresco e proporsi come elemento trainante per il benessere della cittadina vesuviana. Nell’agenzia di Poggiomarino lavorano solo ed esclusivamente donne: oltre alle tre socie Germana, Amelia e Connie, vi lavorano anche Debora Martone, Francesca Castello, Monica Larice e Rosa, sorella di Connie, con funzioni di pubbliche relazioni. Anche questo fa parte della sfida: sette donne sette e, diciamolo, con una marcia in più. In occasione dell’inaugurazione della nuova sede di via Jervolino, abbiamo incontrato Germana Buoninconti, vera anima della “De Marinis Viaggi”, che ci ha raccontato della loro attività.

“Sono ormai quindici anni che abbiamo quest’agenzia. Io, Amelia e Connie avevamo già esperienza in questo settore, avendo lavorato in altre agenzie turistiche. Avevamo, dunque, tutto ciò che occorreva: la competenza, le motivazioni e la voglia di fare, perché la nostra attività, inizialmente, non richiede un grosso impegno di capitali. In principio l’investimento è stato fondamentalmente fatto su noi stesse: non avremmo più potuto contare su di uno stipendio, ma io incoraggiavo le mie socie, dicevo loro di non spaventarsi.I primi tempi sarebbero stati difficili, ma sapevo che, quand’anche le cose non fossero andate come speravamo, ci sarebbe comunque rimasta la nostra professionalità. Questo ci ha aiutato senz’altro a tenere duro ed andare avanti”.

“ Invece, sebbene il primo anno pensassimo di dover fare molti più sacrifici, le cose sono andate bene, e, da allora, sempre meglio. Siamo partite da subito con idee innovative rispetto a quelle della nostra categoria. Ad esempio, l’agenzia fa orario continuo dalle h 8.00 alle h 20.00. Le ragazze fanno dei turni, e così riusciamo ad assicurare un buon servizio per tutta la giornata lavorativa. Le nostre collaboratrici hanno un orario molto flessibile: ovviamente, siamo donne e ci immedesimiamo nei problemi di chi lavora con noi. Oltretutto, la nostra politica è quella di fare il possibile per andare incontro alle esigenze dei clienti, che, magari, hanno più tempo nelle pause pranzo. Anzi, se non possono venire in agenzia, siamo noi ad effettuare la consegna dei documenti a domicilio”.

“Inoltre, diamo assistenza a 360°, soprattutto durante, ma anche dopo il viaggio; ciò significa che il nostro rapporto col cliente non finisce lì: sarebbe una cosa che, in termini commerciali, non rientrerebbe mai. Siamo convinte che le agenzie non debbano essere solo intermediarie tra cliente e tour operator; la nostra visione, invece, è differente; molto spesso i tour operator, le grandi società, venduto il pacchetto viaggio, poi non hanno più cura della clientela.Praticamente, nel nostro settore l’assistenza è a compartimenti stagni; noi, invece, attuiamo una politica diversa. Ad esempio, forniamo alla nostra clientela un numero di cellulare aziendale: nel momento in cui si presenta un qualsiasi problema, in qualunque parte del mondo dove essi siano, siamo reperibili 24 ore su 24, pronte a risolvere tutto. È un servizio che forniamo da cinque anni, e funziona benissimo”.

Se un cliente richiede un viaggio particolare, come operate?
“Secondo la richiesta: in primo luogo ci basiamo sulla nostra esperienza personale, perché siamo tante e viaggiamo molto, senza, però, dimenticarci mai della nostra professionalità. Vediamo di persona i posti, e, naturalmente, non solo da turiste; torniamo sempre con delle brochure e facciamo il punto sulle cose positive e su quelle negative; attingiamo, dunque, anche dai nostri giudizi personali. Naturalmente, non possiamo conoscere tutte le location del mondo, ma, continuando a seguire il cliente anche dopo il viaggio, ci valiamo molto dell’esperienza dei singoli viaggiatori. Quando, poi, non abbiamo la possibilità di avere informazioni concrete, ci rivolgiamo ai tour operator, che ci mettono a disposizione lo specialista di prodotto, una figura professionale in grado di poterci fornire tutte le risposte e chiarirci tutti i dubbi”.

“Un’altra cosa importante, è seguire di anno in anno la qualità delle location: nel nostro settore le statistiche e le previsioni non servono; basta che cambi la gestione di un albergo, ad esempio, e cambia il servizio offerto.Tutto il lavoro dell’agenzia, insomma, è teso ad assicurare il meglio al cliente. È l’unica carta vincente e non c’è pubblicità che tenga: solo se il cliente rimane soddisfatto ritorna da noi. Anche quando vendiamo un pacchetto viaggio assolutamente già organizzato da altri, rimaniamo il primo step che ha rapporto diretto con la clientela: sono le agenzie che ci mettono la faccia. Se non è soddisfatto, il cliente è a noi che si rivolge, non all’organizzatore. Inoltre, penso che la professionalità debba sempre venire al primo posto: applichiamo in partenza commissioni bassissime, ma se il cliente ci chiede uno sconto non lo concediamo: ne soffrirebbe la nostra credibilità e il lavoro sarebbe squalificato. Anche se è una prassi in uso in molte agenzie, credo che questa sia la visione giusta di quello che è il nostro lavoro”.

L’”Agenzia De Marinis” opera solo a Poggiomarino?
“Fisicamente sì, ma operiamo virtualmente in tutt’Italia e all’estero: l’agenzia è il luogo funzionale dove si svolge il nostro lavoro. Facciamo parte di un gruppo di agenzie che operano principalmente al nord. Disponiamo di una serie di proposte vantaggiose che hanno bisogno di essere conosciute, e, quindi, per noi c’è la necessità di andare verso altri territori. Adesso che abbiamo inaugurato la nuova sede, comunque, abbiamo intenzione di seguire la clientela ancora più capillarmente, e pensiamo di espanderci”.

Quali sono i vostri progetti a breve termine?
“Ce n’è uno in particolare che ci sta molto a cuore. La nostra identità, come agenzia di viaggi dettagliante, sebbene sia quella di “out going”, ovvero quella di portare il cliente altrove, pensiamo di operare nell’”incoming”, ovvero portare turisti qui. Il nostro territorio si presta tantissimo: vicinissima alla costiera e alle aree archeologiche, Poggiomarino andrebbe maggiormente sponsorizzata e valorizzata dalle Istituzioni e dai cittadini stessi. Noi siamo sempre in prima linea persostenere iniziative che incrementino la qualità della vita, come quelle della Proloco e le attività sportive, indipendentemente se si richiedano o meno i servizi della nostra agenzia: è un fatto relativo, perché il benessere che si crea intorno a noi ha ricadute positive sul nostro lavoro”.

“Ricollegandoci al discorso dell’”incoming”, infatti, abbiamo deciso di sponsorizzare adeguatamente Poggiomarino portando turisti a Longola, dove c’è il villaggio protostorico venuto alla luce sulle rive del fiume Sarno, che si sta paventando di chiudere per mancanza di fondi. È negativo per il nostro territorio, togliendoci un’altra opportunità. Ci vorrebbe qualcuno che si prendesse la responsabilità di portare avanti questo progetto: lasciare il villaggio aperto significa fare strutture e strade per arrivarci, promuovere il luogo insieme all’Ente per il Turismo, dare la possibilità a privati di investire in quella zona, perché si potrebbe inserire l’area degli scavi nei circuiti turistici. Le possibilità sarebbero infinite: ne beneficeremmo tutti e si creerebbero posti di lavoro, di cui c’è estremo bisogno.

“Recentemente ho parlato col sindaco, il dottore Pantaleone Annunziata, che mi ha assicurato che la sua Amministrazione sta facendo il possibile perché le strutture lignee del villaggio non vengano ricoperte di nuovo. Quindi, come agenzia turistica, vogliamo richiamare l’attenzione sul sito di Longola, che è uno dei più importanti del sud: è un vero e proprio scempio pensare di chiuderlo. Portando il turismo qui, vogliamo tenere accesa l’attenzione su questo problema, sfidare chi dovrebbe valorizzarlo e invece lo elimina, far capire che è un patrimonio di tutti. Non è importantesolo per noi, ma per tutto il territorio: sarebbe una grave perdita, un’altra occasione mancata”.
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ANIELLO FALCONE, LA RIVOLUZIONE A COLPI DI SPADA E DI PENNELLO

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Capo di una gloriosa scuola di pittori e attivo partecipante alla rivolta popolare guidata da Masaniello, Aniello Falcone è un pezzo di storia napoletana: il pittore che per vendetta impugnò le armi

Nella prima metà del Seicento lo stile di Caravaggio ebbe particolare fortuna a Napoli, non solo grazie alla presenza in città dello stesso Merisi tra il 1606 e il 1607 e poi ancora tra il 1609 e il 1610, ma anche grazie all’opera di moltissimi artisti, come Battistello Caracciolo, Ribera, Artemisia Gentileschi e persino Velazquez, che studiarono a lungo il pittore lombardo e gli altri grandi maestri del tardo Rinascimento, piantando a Napoli il seme di una pittura grandiosa che sarebbe poi germogliato, nella seconda metà del secolo, nei capolavori di Luca Giordano, Salvator Rosa e Francesco Solimena. Aniello Falcone, napoletano di nascita, ebbe in questo processo un ruolo decisivo.

Nato nel 1600, o forse nel 1607, il pittore si formò, secondo il De Dominici, presso Jusepe de Ribera, ma non ci sono documenti a sufficienza per confermare questa ipotesi. Resta il fatto che nelle prime opere dell’artista traspare effettivamente un naturalismo decisamente caravaggesco, seppur filtrato attraverso la lezione di Velazquez, a Roma e poi a Napoli tra il 1629 e il 1630. È intorno alla prima metà degli anni ’30 del secolo, comunque, che nella pittura del Falcone avviene una svolta. Abbandonato il realismo dei primi anni, l’artista partenopeo si votò verso il classicismo di Annibale Carracci e della scuola bolognese maturando uno stile dai colori più chiari e brillanti.

A questo periodo risalgono le sue “Scene di battaglia” più famose, per le quali la sua firma divenne celebre in tutta Europa e per le quali ancora oggi è spesso ricordato. La fortuna di queste “battaglie” si deve soprattutto all’opera del mercante e collezionista Gaspare Roomer che inondò il Vecchio Continente dei dipinti del Falcone, facendo dell’artista napoletano uno dei più importanti specialisti del genere. Il pittore lasciò di rado Napoli ma le sue opere influenzarono non poco gli artisti del tempo.

Le “battaglie” del Falcone, sparse in tutto il continente, sono conosciutissime per essere “senza eroe”, cioè prive del protagonista o dei protagonisti principali del racconto, il che rende di frequente difficile identificare quale battaglia il dipinto descrive. Pochi elementi facilitano il compito degli storici dell’arte. È il caso dei Crociati all’assedio di Gerusalemme (foto), dove il ricorrere dello stemma crociato e le celebri possenti mura di Geusalemme, assediate dalle truppe cristiane (si notino le torri mobili con il ponte levatoio), aiutano a individuare il tema trattato.

Più in generale le “Scene di battaglia” del pittore napoletano sono grovigli di figure addossate l’una all’altra, uno schema caro all’ala meno classica della Barocco italiano, dove il soggetto “bellico” diviene puro pretesto per sfoggiare il prezioso naturalismo dei paesaggi e dei personaggi, le cui vesti e armature scintillanti molto devono alle varie forme di realismo “caravaggesco” e “bambocciante” che avevano trovato a Napoli terreno fertile.

Le sue battaglie divennero, in tutta Europa, un punto di riferimento per i pittori del genere e l’artista stesso divenne una guida per la pittura napoletana del tempo, che può dirsi in parte debitrice del Falcone. Nella sua bottega si formarono artisti come Micco Spadaro e Salvator Rosa, che ricavarono molto dallo stile del maestro, inaugurando uno dei più floridi periodi dell’arte napoletana.

Aniello Falcone fu un rivoluzionario non solo in campo artistico, fondendo nella sua pittura elementi classicheggianti con elementi straordinariamente realistici, ma anche in quello politico. Pare infatti che per vendicare la morte di un amico, ucciso da uno spagnolo, egli fondò la cosiddetta Compagnia della morte, con l’intento di uccidere tutti gli spagnoli presenti in città. Masaniello prese parte all’iniziativa ed è presumibile che i membri della bottega del Falcone fossero in prima linea quando il 6 giugno 1647 il giovane pescatore spinse i popolani ad appiccare il fuoco ai banchi del dazio a Piazza Mercato.

Che la bottega falconiana fosse vicina all’ambiente rivoluzionario è testimoniato inoltre dai pochi ritratti di Masaniello pervenutici, molti dei quali, non a caso, sono firmati da Aniello Falcone e dai suoi allievi. Quando dopo i due anni di Repubblica Napoli tornò ad essere Viceregno spagnolo, il pittore napoletano non godeva più dei favori dell’aristocrazia locale. Di lì a poco la sua bottega, la più importante in città, avrebbe ceduto il passo a quella di Luca Giordano.

La storia di Aniello Falcone si lega indissolubilmente a quella di Napoli ed è una storia di “battaglie” e di rivoluzioni, di mischie, zuffe e tafferugli dove è difficile distinguere, nel mucchio, i volti degli eroi.
(Fonte foto: Rete Internet

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PAURE IN CITTÁ, LA SICUREZZA IN CAMPANIA

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In Campania i cittadini si sentono molto insicuri e hanno scarsa fiducia nelle forze dell”ordine. Di seguito, l”analisi dei dati di una ricerca sulla sicurezza a Pompei. Di Amato Lamberti

La situazione generale della criminalità in Campania risulta caratterizzata da notevoli criticità. Gli elevati tassi di criminalità dipendono fondamentalmente da un lato dalla delinquenza collegata alla criminalità organizzata di tipo camorristico, tuttora fortemente radicata nel territorio, e dall’altro da altre forme di devianza favorite dalla persistente crisi economico sociale e dall’ingresso di immigrati clandestini che in molti casi vengono assorbiti nei giri criminali.

Per quanto riguarda la criminalità nel comune di Pompei si riscontra una situazione abbastanza controllata, mentre nel suo immediato nelle zone limitrofe, quali Torre Annunziata e Castellammare, il clima è alquanto devastante, poiché l’attività di contrasto e prevenzione risulta ostacolata anche da condizioni socio-ambientali sfavorevoli. I delinquenti comuni agiscono spesso in piccole bande costituite prevalentemente da minorenni immigrati e si dedicano in primo luogo a scippi e borseggi, inoltre persistono anche a rapine, furti d’auto e in appartamento, spaccio di stupefacenti. Un forte elemento di criticità nella città è costituito dal crescente fenomeno dell’immigrazione, prevalentemente Rom, la cui attività principale è costituita dall’accattonaggio.

Sono infatti numerosi quelli che non dispongono di un lavoro stabile e vivono gestendo autonomamente attività illecite di vario genere, prevalentemente utilizzando minorenni che si dedicano in primo luogo a scippi e borseggi.
In questo contesto generale cresce nell’opinione pubblica una sensazione diffusa di insicurezza e di conseguenza una forte esigenza di risposte più efficaci e concrete da parte del Governo e delle forze dell’ordine. Una richiesta di sicurezza crescente in particolar modo in seguito all’ulteriore diffusione dei crimini che suscitano l’allarme sociale che hanno coinvolto nelle guerre fra i clan anche cittadini estranei alle conflittualità criminali .

Alla domanda “Quali fatti costituiscono un problema nella zona in cui abita” il 31% degli intervistati afferma che nella città ciò che desta più preoccupazione sono gli scippi, seguiti dal 28% tra il traffico di droga e l’uso della stessa e una notevole percentuale anche per quanto riguarda il degrado ambientale.

Il vissuto degli intervistati rispetto ad episodi di criminalità e microcriminalità subìti evidenzia come il 30% dei cittadini sia stato mai vittima di un reato nella sua vita, e, nell’ultimo anno (2010), come questa quota sia pari al 42% dei pompeani con più di 18 anni. Il reato di cui sono più frequentemente vittima i residenti è il borseggio/scippo (45%), seguito dal furto di auto/motociclo (7%) e da altri furti (15%). Dunque, sono soprattutto i reati connessi alla micro delinquenza, in particolare i furti, a causare danno alla popolazione.
Tuttavia, una consistente parte delle vittime (41% circa) decide di non sporgere denuncia alle autorità; le ragioni principali di tale comportamento sembrano essere maggiormente attribuibili alla sfiducia che i cittadini hanno nell’operato delle forze dell’ordine (44% di consensi) e al fatto che non sia stato un episodio grave, in termini di perdite economiche subite (20%).

La sfiducia nelle forze dell’ordine non sembra, però, dovuta ad una mancanza di fiducia nella loro capacità d’indagine, quanto piuttosto deriva dalla consapevolezza della vittima che, data l’esiguità di informazioni sul reato subito, vi sono poche speranze che questi possano fare qualcosa.
La sensazione che la città sia diventata più pericolosa negli ultimi anni è molto presente nella popolazione. Infatti, circa il 65% dei residenti ritiene che la città sia diventata più pericolosa mentre oltre il 31% crede che sia ugualmente pericolosa rispetto al passato; solo il 4% dei residenti afferma che Pompei è diventata meno pericolosa in tale periodo.

Rispetto ai dati dell’indagine, multiscopo ISTAT, la Campania detiene, il primato per percezione, da parte dei cittadini, di insicurezza nella propria città, e del rischio di criminalità. Negli ultimi anni la percezione del rischio di criminalità è sempre stata superiore alla media nazionale e avvertito da una quota costantemente maggiore del 40% delle famiglie in tutto il periodo considerato, con punte di circa il 58%. La paura degli abitanti nei confronti degli episodi di microcriminalità genera una serie di comportamenti atti a ridurre il rischio di subire reati. Il cittadino cerca di evitare particolari zone della città o di uscire quando è buio e di essere solo in casa di notte, a volte anche modificando le consuete abitudini, come uscire a piedi per la città di sera.

Analizzando la domanda in cui si chiede ai residenti il grado di sicurezza che si ha camminando per strada quando è buio ed è solo nella zona in cui si vive, abbiamo i seguenti risultati: più del 50% degli intervistati è poco sicuro e il 38% non è per niente sicuro, solo il 2% ritiene di sentirsi molto sicuro. I cittadini ripongono la loro fiducia nelle forze dell’ordine nel seguente ordine, Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Municipale con circa 27% di coloro che ripongono molta fiducia in quest’ultima. In conseguenza di ciò i residenti ritengono opportuno che uno dei compiti assegnati alla polizia municipale dovrebbe essere proprio quello di sorveglianza delle scuole e luoghi pubblici, nonché dei quartieri di residenza. Inoltre un’altra problematica di interesse della polizia municipale secondo i cittadini dovrebbe essere l’accattonaggio, mediazione di litigi e conflitti e guida pericolosa.

I dati presentati in questa ricerca confermano l’esistenza di una forte differenza tra sentimento di insicurezza dei cittadini e condizioni di sicurezza del territorio: c’è più sicurezza nella realtà che nella percezione dei cittadini. Tuttavia non sempre la domanda di sicurezza risponde ad una realtà oggettiva, essendo spesso frutto del condizionamento effettuato dai media, che contribuiscono a gonfiare la percezione dei comportamenti criminali, anche laddove il loro peso quantitativo sia rimasto relativamente costante nel tempo.

Nonostante ciò non è possibile sottovalutare la percezione di insicurezza individuale e collettiva che esiste nel nostro Paese, in quanto tale sentimento non si esaurisce nella dimensione interiore dei singoli, non è un mero disagio psicologico. Esso è piuttosto una rappresentazione sociale che di per sé, a prescindere dalla sua fondatezza, condiziona i comportamenti individuali e collettivi, gli stili di vita, l’esercizio delle libertà fondamentali, come la libertà di spostarsi da un posto all’altro, la qualità delle relazioni interpersonali, l’opportunità di godere degli spazi della città a proprio piacimento. Se un cittadino ritiene che i delitti rimangono impuniti si sente insicuro, a prescindere dalla reale condizione di sicurezza propria e del proprio territorio. In Italia nel 2008 sono rimasti ignoti l’81% circa degli autori dei delitti denunciati, in particolare il furto è il reato per il quale si registra il più alto livello di impunità (92% circa).

Sicurezza significa anche certezza della pena e della sua esecuzione. Non è sufficiente che i processi siano effettuati in tempi compatibili con la civiltà giuridica di un paese avanzato, ma è necessario, soprattutto, che la pena sia effettivamente applicata. Le proposte di amnistia e di indulto (si veda la legge 241/2006) vanno contro questa esigenza, perché eludono e non risolvono i problemi, perché sottraggono senso e credibilità alle regole, il cui rispetto diventa un elemento opzionale e non un fondamento indefettibile della convivenza civile. L’abuso di atti di clemenza è di per sé un fattore che genera insicurezza.

Secondo la seconda indagine multiscopo, la regione con la più alta percentuale di persone che si sentono poco o per nulla tranquille uscendo da sole di sera è la Campania (38,9%). La situazione generale della criminalità in Campania, come abbiamo già detto, risulta caratterizzata da notevoli criticità. Gli elevati tassi di criminalità dipendono fondamentalmente da un lato dalla delinquenza collegata alla criminalità organizzata di tipo camorristico, tuttora fortemente radicata nel territorio, e dall’altro da altre forme di devianza favorite dalla persistente crisi economico-sociale e dall’ingresso di immigrati clandestini che in molti casi vengono assorbiti nei giri criminali.

È proprio la connotazione violenta dei delitti a spiegare perché è la Campania a detenere il primato per percezione, da parte dei cittadini, di insicurezza nella propria città, e del rischio di criminalità.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

IL PD DI OTTAVIANO PENSA IN GRANDE MA SI SCORDA DI OTTAVIANO

Troppo comodo per il PD locale parlare dell’Italia. Invece, troppe questioni cittadine sono cadute nell’oblio e il partito del sindaco ha il dovere di dare risposte su argomenti seri. I cittadini hanno il diritto di sapere. Di Carmine Cimmino

È sabato. Leggo un sobrio manifesto del PD ottavianese: annuncia un dibattito che si terrà nel pomeriggio, nell’aula consiliare. Interverranno il sindaco di Ottaviano e il commissario provinciale del partito. Ruoli di peso: lo esige il titolo del convegno: “Ripartiamo insieme. Ricostruiamo l’Italia“.

Niente di meno. Mentre gusto tutte le sfumature e tutti gli echi di tanto titolo – ci sono dentro D’Azeglio, Bixio, Garibaldi e la cultura del New Deal, ma non c’è, sia chiaro, l’augurio di cemento selvaggio -, e mentre provo un moto d’invidia per quelli che potranno essere presenti in quell’aula, che potranno dire, un giorno, ai figli e ai nipoti “C’ero anch’io“, gli amici mi mostrano la prima pagina del berlusconiano “Il Giornale“, con la fotografia dell’on. Bersani, che, nell’elegante silenzio di un pub, scrive il discorso che terrà all’assemblea nazionale del PD. È solo, il Segretario, con i suoi pensieri: impugna la penna col gesto di una nervosa incertezza, e la contrazione della guancia destra si rischiara al riflesso di un calice affusolato pieno di birra, che pare uscito da una natura morta fiamminga, di Kalf o di Flegel.

Quell’immagine ha scatenato sul web un gracidio di battute irriverenti, tanto facili quanto inopportune. Le contrazioni meditative del Segretario meritano quel rispetto che anche gli stranieri tributarono a Mazzini, quando il tormento per il destino dell’Italia lo sbalzava, cento volte al giorno, dal baratro di una melanconia micidiale al culmine dell’ira fiammeggiante e incontenibile. Che segno è quel sorprendente bicchiere di birra? I toni e i ritmi della voce dell’on. Bersani mi suggeriscono, di solito, l’associazione a un succo di frutta, all’acqua tonica, a un tè freddo: non alla birra, e meno che mai al vino. Mi viene il sospetto che l’astuto Segretario, prevedendo che l’avrebbero fotografato, abbia preparato la scena, per far propaganda, per lanciare messaggi.

Nella meravigliosa prefazione alla “Storia della birra“ di Ferruccia Cappi Bentivegna, Paolo Monelli racconta che gli studenti tedeschi nei loro inni alla birra irridevano il vino, “bevanda molle e indegna di uomini veri“, ed erano certi di diventare padroni d’ Europa, proprio in quanto bevitori di birra: “Tutta l’Europa guarda meravigliata a questa grande nazione tedesca; il succo dell’orzo è l’asse intorno al quale essa gira; quando nel nostro Olimpo viene Ebe a chiederci se desideriamo una coppa di nettare, rispondiamo: “portaci birra bavarese“.  Così cantavano già nella prima metà dell’ Ottocento i giovani di Germania.

Mi pare chiaro il significato di quel calice di birra: è un messaggio alla signora Merkel: è una promessa di assoluta lealtà. Noi stiamo con la birra tedesca e non con il vino francese. A Monaco, racconta ancora Monelli, il borgomastro della città e due assistenti procedevano, ogni anno, nel mese di marzo, all’assaggio della nuova birra. Indossate brache di cuoio, i tre si sedevano al centro della cantina, su una panca inondata da fiotti di “succo d’orzo“. Per un’ora restavano seduti, immobili, e intanto cantavano tre volte una certa canzone. Alla fine “della terza cantata, si alzavano in piedi, a comando, nel medesimo istante. Se la panca restava attaccata al fondo delle brache era buon segno, la birra era buona.“.

Solo i maligni oseranno pensare che l’on. Bersani abbia voluto trasmettere, con quel calice, oltre che un messaggio alla signora Merkel, anche un avvertimento ai suoi: ho innaffiato la mia sedia di segretario con barili di buona birra, e perciò essa, la sedia, resterà attaccata a me. Ma sulle sostanze che tengono le sedie incollate alle chiappe noi italiani non prendiamo lezione da nessuno. Siamo maestri di colla. E non da oggi.

E veniamo al Pd ottavianese. Che, indotto dall’abitudine di pensare in grande, fa come il pretore romano, che non si preoccupa delle quisquilie. Delle pinzillacchere. È cosa bella, giusta e santa “ricostruire l’Italia“, ed è cosa nobile e commovente “ripartire insieme“, nella speranza che questa volta al traguardo arrivino tutti, e non solo i soliti noti. Ma prima di dedicarsi alla ricostruzione dell’Italia, pare necessario che il Pd ottavianese risponda a qualche domanda su Ottaviano. Ne prendo, dal vasto assortimento, un paio, a caso.

Durante la seduta che il Consiglio Comunale tenne il 27 settembre 2011 – una seduta memorabile, per molti aspetti – un consigliere lesse, a nome del PD, un documento, che dava notizie sorprendenti: si avverte nel popolo di Ottaviano “un senso di insoddisfazione profonda” verso gli amministratori; c’è la sensazione che manchi una linea politica condivisa”, indispensabile in un momento così difficile; si percepiscono, in piccola scala, la “confusione, il distacco, quella tendenza alla navigazione a vista che sta caratterizzando il nostro paese“. E cioè l’Italia.

Dunque, non un consigliere di opposizione, ma un consigliere del PD, e cioè del partito che è il pilastro della maggioranza, ed è il partito del sindaco, disse, in consiglio comunale, che l’Amministrazione Iervolino, la sola Amministrazione di centro sinistra (diciamo così…) ad est del Vesuvio, non aveva una linea politica, e rilievo ancora più grave, era la fotocopia ridotta del governo Berlusconi. Penso che i cittadini di Ottaviano abbiano il diritto di sapere se il PD ha individuato le cause di quella navigazione “a vista“ e se il timoniere, intanto, ha corretto modi e tecnica di navigare.

Credo che il PD ottavianese abbia l’obbligo di dirci, per esempio, perché il Consiglio Comunale non ha speso fino ad oggi un solo minuto del suo tempo prezioso nell’ esaminare la complicata e costosissima questione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, e quella, non meno complicata, dei meccanismi che regolano la concessione di licenze edilizie. O forse il PD ottavianese ritiene che esami di tale genere non rientrino tra le competenze del Consiglio Comunale ? L’on. Bersani, che dovrebbe essere il modello di tutti i dirigenti del PD, suggerisce di scrivere dichiarazioni, discorsi e manifesti alla luce bionda di un calice di birra, e non nell’ombra di una coppa di nepente, l’omerica pozione che favoriva l’oblio.

P.S. Leggo, nella luminosa cronaca che Francesco Gravetti fa del dibattito, alcune dichiarazioni del primo cittadino di Ottaviano. Esse scaturiscono da un’analisi “storica“ che non mi convince nemmeno un poco. Credo che sia venuto il momento di toccare i nervi delle questioni, e soprattutto di stabilire, una volta per sempre, quante Ottaviano esistono.
(Foto: Velazquez, “Acquaiolo sivigliano”, 1618- 1620)

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LA RUBRICA 

IVAN COTRONEO INCONTRA GLI STUDENTI NAPOLETANI

Scrittore e sceneggiatore, Cotroneo torna nella sua Napoli per presentare una storia che ha emotivamente coinvolto i numerosi studenti delle scuole della città. Di Annamaria Franzoni

L’associazione Moby Dick ha proposto agli alunni di diverse scuole napoletane l’incontro nella sala del Cinema Ambasciatori conIvan Cotroneo, che torna a Napoli, la città in cui è nato nel 1968 e dove è iniziato tutta l’avventura che ha dato vita al suo film di esordio, “La kryptonite nella borsa”.
Ivan Cotroneo è nato a Napoli nel 1968, si è diplomato in sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia ed ha vinto tra gli altri il premio Solinas e il premio Moravia.

Per il cinema ha scritto sceneggiature per Pappi Corsicato e Daniele Luchetti. Per la televisione ha scritto diverse fiction tra cui “Tutti pazzi per amore” ed è autore di spettacoli comici come L’Ottavo Nano e del talk show Parla con me. Ha scritto radiodrammi e ha adattato romanzi per il teatro. È il traduttore per l’Italia delle opere letterarie di HanifKureishi e Michael Cunningham. Collabora inoltre con diverse riviste, fra le quali Rolling Stone e Rodeo. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta Il piccolo libro della rabbia e nel 2003 il suo primo romanzo Il re del mondo, cui ne sono seguiti altri, tra i quali “La kryptonite nella borsa” da cui ha tratto l’omonimo film, esordendo nella regia e dirigendo attori del calibro di Valeria Golino, Luca Zingaretti, Fabrizio Giffuni, Lucia Ragni.

La città partenopea non solo costituisce il set dove si racconta la storia della famiglia Sansone, ma la protagonista stessa di una storia che ha emotivamente coinvolto i numerosi studenti delle scuole napoletane che hanno già aderito alla proposta dell’Associazione Moby Dick, tra cui i Licei Scientifici“Caccioppoli”e “Vittorini” e il Liceo Classico “A.Genovesi”.Mercoledì 25 gennaio alle ore 10.00, sarà la volta degli studenti del Liceo scientifico “G. Mercalli, che, presso il Cinema Ambasciatori, assisteranno allo spettacolo cinematografico, parteciperanno al dibattito e proseguiranno in aula un confrontosulle tematiche emerse dalla storia, tratta dall’omonimo libro di cui Cotroneo è autore e che racconta una storia semplice, ma foriera certamente di riflessioni interessanti sull’amore, sul tradimento, sulla diversità e sulla famiglia.

L’ ambientazione partenopea negli anni ‘70 consente di aprire una finestra su un momento storico particolare della nostra città vissuta in tutte le sue sfaccettature ed anche in modo fantastico attraverso gli occhi del giovane protagonista, Peppino, che affronta le vicissitudini di una famiglia che oggi verrebbe definita disfunzionale, ma che nella Napoli del ‘73 si identifica con una situazione “scombinata”,adottato dai suoi zii ventenni che lo conducono in giro per la Swingin’ Naples, tra feste in scantinati, collettivi femministi, comunità greche che ballano in piazza, molte nudità, sigarette di contrabbando, qualche acido e parecchio alcool.

Alla colonna sonora hanno contribuito David Bowie, Iggy Pop e i Planet Funk che hanno contribuito a creare un’atmosfera che cattura lo spettatore e lo accompagna fino ai titoli di coda.Nella colonna sonora originale si trovano sia brani molto conosciuti come “Quand’ero piccola” di Mina e “Life on Mars” di David Bowie ma anche e musiche originali composte e arrangiate da Pasquale Catalano.

“La kryptonite nella borsa” (Italia, 2011) è un film di Ivan Cotroneo con ConValeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero de Rienzo, Luigi Catani, Vincenzo Nemolato, Monica Nappo, Massimiliano Gallo, Lucia Ragni, Gennaro Cuomo, Sergio Solli, Antonia Truppo, Carmine Borrino, Rosaria De Cicco, Nunzia Schiano, Fabrizio Gifuni,
prodotto da Indigo Film in collaborazione con Rai Cinema e con il sostegno della Film Commission Regione Campania.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI 

IN QUESTO DIARIO SI PARLA DI STORIE, NON DI PERSONE

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Nelle scuole è tempo di iscrizioni ma anche di elezioni (importanti per i sindacati ma non certo per la scuola). La Legge di stabilità annuncia tempi grigi per molti insegnanti. Di Ciro Raia

Il diarista è uno che scrive cronache di fatti, narrati e giudicati in relazione alle proprie personali esperienze (è più o meno questa la definizione che ne dà un qualsiasi vocabolario della lingua italiana). Le esperienze, naturalmente, sono la risultante delle conoscenze acquisite mediante il contatto con un determinato settore della realtà.

Io nella scuola ci sono da oltre quarant’anni; credo, perciò, di aver maturato una buona esperienza (conoscenza mediante contatto) nel predetto settore specifico, che è di natura molto complessa; un settore di cui tutti amano (specialmente i non addetti ai lavori) parlare o sentirne parlare, ma in cui non tutti (divisi per ruoli e funzioni) sono disponibili a rischiare, a metterci la faccia e tentare di bonificare un cammino minato di luoghi comuni e prese di posizioni di categoria. Lo so, è una premessa insolita ma necessaria per la pagina del diario. Sta accadendo, infatti, che qualche malizioso lettore, più che analizzare i fatti, voglia a tutti i costi dare una fisionomia o un nome alle innumerevoli figure, che vivono nelle pagine del “mio” diario, aggiungendo anche un caldo suggerimento (figlio della sindrome della coda di paglia.): è meglio che i panni sporchi si lavino in famiglia!

Dunque, oltre quarant’anni di servizio nella scuola (animatore delle libere attività complementari, docente di lettere [in alcuni quartieri giudicati fortemente a rischio della città di Napoli], formatore [di innumerevoli operatori scolastici e in svariati luoghi del nord, del centro, del sud e delle isole d’Italia], preside [in scuole di diverse realtà geografiche]) sono valsi a farmi conoscere – tra l’altro- una miriade di sfumature caratteriali appartenenti a una ben definita cerchia di profili professionali (funzionari ministeriali, presidi, docenti, segretari, amministrativi e bidelli).

E in tutti i contesti –nessuno escluso-, in cui ho avuto la fortuna (per l’arricchimento professionale avuto) di lavorare, ho (immancabilmente e come sempre accade nella vita) incontrato funzionari eccezionali e funzionari che avrebbero fatto meglio a cambiar mestiere (non parlo nemmeno di professione!), presidi veri maestri di vita e presidi da cancellare da ogni graduatoria, docenti che si sarebbero voluti anche come padri o fratelli e docenti rovinosi, segretari vera anima della scuola e segretari che è meglio non parlarne, bidelli attenti più di angeli custodi e bidelli sgradevoli, scostanti e lavativi.

Tutte esperienze e conoscenze che, com’è ovvio, connotano il mio diario come una cronaca di fatti e personaggi, visti dal mio punto di vista, con le lenti della mia sensibilità, della mia cultura, della mia curiosità e delle mie aspettative professionali, facendo ricorso a spaccati di realtà, a costruzioni di fantasia, a spazi di creatività, a giochi di parole (la mania del calembour), all’uso di aneddoti sapidamente provocatori, a un metodo sillogistico. Per cui, chi ancora volesse sforzarsi di riconoscersi in un personaggio (un figuro) o in una qualunque situazione tracciata nel diario (ancora manifesta sindrome della coda di paglia), rischierebbe di fare la fine dello sciocco del villaggio, che quando gli indicano la luna, è solitamente folgorato (resta a bocca aperta) dalla vista del dito!

È di nuovo tempo di iscrizioni. C’è, nelle scuole, un viavai continuo di genitori, che sollecitano informazioni, chiedono di visitare le aule e i laboratori (quando ci sono), si preoccupano di sapere se la struttura è dotata di tutte le certificazioni previste (agibilità e collaudo statico, impianto di messa a terra, prevenzione incendi, piano di evacuazione, planimetrie aggiornate etc.), si raccomandano (non è peccato mortale, visti i tempi che corrono!) per l’assegnazione a una determinata sezione (dove ci sono docenti preparati e che non si assentano a scadenze fisse).
Quest’anno l’iscrizione alle prime classi è possibile farla anche online; solo che bisogna saper smanettare sul computer!

In tempi di vacche magre e in previsione di vacche magrissime, il responsabile dell’ufficio amministrativo della mia scuola (ma credo che sia avvenuto in ogni scuola) mi ha chiesto se, caso mai, avessi pensato -tra le possibili misure da adottare- di aumentare la tassa d’iscrizione per il prossimo anno scolastico. Certo, i soldi servirebbero, di sponsor nemmeno l’ombra, le riserve sono al rosso e il ministero accredita, ogni tanto, piccole somme e col contagocce.
– Troviamo una soluzione. Si prevede un anno difficilissimo. Come faremo?
– In un qualche modo faremo. Secondo me, non dovremmo esigere nemmeno la quota d’iscrizione, così come richiesta da qualche anno. Al massimo potremmo richiedere una quota per pagare l’assicurazione per eventuali infortuni… cosa offriamo d’altro, per esigere una tassa di iscrizione? È mai possibile che le famiglie si devono pagare anche la carta igienica?

Intanto, in tutte le scuole (non solo nella mia scuola!) si respira aria di elezioni: nel prossimo mese di marzo ci sarà il rinnovo delle RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie). Sono elezioni importanti per i sindacati ma non per la scuola. Sono elezioni che determineranno il peso di ciascuna sigla sindacale con tutto quel che segue. Ma, forse, arrivano in un tempo sbagliato e rappresentano, agli occhi dei più, un inutile spreco di risorse e di energie. Sono concordi con questa stima anche molti sindacalisti seri e pragmatici. Ma, come si dice?, ius summum saepe summa malitia est (il diritto estremo, spesso, è un estremo torto).

Queste consultazioni giungono, infatti, ad anno scolastico inoltrato (o quasi finito), con tutte le operazioni più importanti (organici, contrattazione d’istituto) praticamente già superate. E con la certezza che tutte le scuole, dimensionate dal prossimo settembre (legge di stabilità n.183 del 12/11/2011), dovranno obbligatoriamente indire, a breve (settembre) nuove elezioni per le RSU, visto che risulterà modificata la composizione dei collegi dei docenti. Ecco perché queste elezioni giungono come un inutile spreco di risorse e di energie! Ma, forse, lo specchietto per le allodole delle elezioni RSU serve a far dimenticare gli effetti deleteri che la già citata legge di stabilità avrà sul mondo della scuola.

All’inizio del nuovo anno scolastico, infatti, molti insegnanti in esubero, circa diecimila (di cui una consistente fetta in servizio nelle scuole superiori e nelle regioni meridionali), rischieranno -al termine di un calvario che prevede una mobilità forzosa regionale, oltre che intercompartimentale- il licenziamento.

Tutte le scuole, poi, per essere riconosciute tali, dovranno garantire almeno la frequenza di 600 alunni (400 alunni per le scuole delle piccole isole, delle comunità montane e delle aree con specificità linguistiche). Alle scuole al di sotto dei predetti parametri non saranno assegnati né dirigenti scolastici né segretari titolari ma solo reggenti. Man mano, infine, si assisterà alla cancellazione dall’ordinamento dei circoli didattici e delle scuole medie, che saranno accorpati sotto l’etichetta di istituti comprensivi “costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”.

Tempi duri in vista. Tempi che richiedono, però, una permanenza pugnace più che una fuga comoda ma indecorosa. Come sempre, anche le valutazioni sul proprio futuro professionale passano attraverso gli stili di vita di ciascuno. I pavidi e gli egoisti preferiscono la via di casa; i passionali e i donchisciotte restano, rodendosi il fegato e lo stomaco. In fondo ogni passione vive solo in simbiosi con l’entusiasmo, che si sente e che si cerca di trasmettere per tutto ciò a cui si mette mano. Nell’insegnamento come nella politica, nella preparazione del sugo della domenica come in ogni piccolo gesto di vita quotidiana, nella preghiera come nella speranza.

Il mondo cammina perché ci sono creature entusiaste: quelle che sanno rinascere ogni giorno dalle loro ceneri, quelle che pongono fervore in ogni cosa che fanno, sia che compongano una sinfonia, raccolgano francobolli o riparino la presa del ferro da stiro. Perché non è la vera morte che conta; è la piccola morte quotidiana che fa paura. Il coraggio sta proprio nel superare la piccola morte di ogni giorno, il bilancio modesto di una giornata, con dentro ore di noia, di delusione, di molestia. Sta nell’accettare il risultato di ogni giorno e amarlo, perché è pur sempre la nostra vita.” (Ulisse Cantalupo, La lettura del medico, n.2/1970).

Oltre 30 anni fa, una direttrice didattica, una di quelle da non dimenticare, mi diede in lettura queste parole di Cantalupo. Da allora non mi hanno più lasciato. Ho piacere, oggi, di dedicarle a mariposa (nickname, commento al Diario di un preside del 16 gennaio u.s.), perché non perda mai il suo entusiasmo e la sua passione per l’insegnamento (e per tutte le cose che fa).

DIARIO DI UN PRESIDE