QUANDO L’EVASIVITÁ DEL NAPOLETANO AIUTA A NON SOFFRIRE

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Le domande dei lettori sono uno spaccato della realtà a cui un giornale non può rinunciare. Le risposte del prof. Giovanni Ariola, poi, sono pezzi unici e rari.

Anna Maria da Scafati scrive: “Mi sono sempre arrabbiata quando ho udito persone del centro-nord d’Italia che sottolineavano, ripetendo per lo più luoghi comuni, i difetti dei meridionali e in particolare la loro incapacità cronica di essere precisi, la loro evasività (leggi: superficialità). Purtroppo ho dovuto constatare di persona che certe accuse non sono semplici stereotipi, bensì giudizi fondatissimi. L’altro giorno alla stazione di Napoli della Circumvesuviana ho chiesto al bigliettaio a che ora avrei potuto prendere il prossimo treno per Scafati e mi sono sentito rispondere:

“Probabilmente… alle 18,15”. Sono rimasta esterrefatta. “Che significa probabilmente? ” – ho chiesto appena mi sono riavuta dal doloroso stupore. “Signurì, – mi ha risposto l’impiegato senza scomporsi – significa che ogni tanto sopprimono qualche treno…”. Peggio che andar di notte! “E quando si sa se sopprimono quello delle 18,15? “. “Signurì, voi guardate sul display, se il treno non compare, significa che l’hanno soppresso…”
Possibile che qui, a Napoli, le cose non cambino mai?

Risposta – Intanto bisogna distinguere le situazioni ordinarie da quelle di eccezionalità in cui si verificano casi di emergenza che, come sempre e come è comprensibile, si caratterizzano per la mancanza di regole e percorsi operativi precisi. L’episodio che lei racconta si riferisce credo proprio ad una di queste ultime. Tuttavia non si può negare che l’evasività sia un tratto caratteristico del modo di pensare e di comportarsi del napoletano, anzi inerisce alla sua “filosofia”. Il napoletano infatti non ama illudersi (troppe volte lo ha fatto e quasi sempre ha pagato lo scotto della delusione), tantomeno, specie quando il suo cuore sul quadrante umorale quotidiano segna altruismo e generosità, ama illudere gli altri. Nella fattispecie, un bigliettaio settentrionale alla sua domanda, avrebbe risposto seccamente e precisamente, secondo orario ufficiale, “Alle 18,15”.

Punto e basta, non ritenendo suo dovere aggiungere altro. Il napoletano, no. Qualcuno direbbe che non sa farsi i fatti suoi, ma non per la sua natura di impiccione, quanto per un naturale istinto a porgere un aiuto, a dare una mano, ad essere utile, a soccorrere chi gli sta vicino o di fronte e che si trova o potrebbe trovarsi in difficoltà. Il bigliettaio napoletano con quella parola probabilmente ha voluto suonare un campanello, mandarle un segnale, insomma avvertirla di quello che poteva accadere di spiacevole e raccomandarle di non farsi illusione per non soffrire poi per un’ eventuale delusione, anzi di prepararsi psicologicamente al peggio.
Come vede, non sempre l’evasività meridionale è un disvalore, in certi casi può addirittura tornare utile e risultare così positiva.

Marcello S. da Terzigno scrive – Siamo alle solite. Assistiamo impotenti all’invasione (è il caso di dire barbarica) della nostra lingua da parte di termini stranieri, quasi tutti inglesi. È un fenomeno che purtroppo si intensifica ogni giorno di più. Il guaio è che fino a ieri bastava munirsi di un buon vocabolario di italiano, adeguatamente aggiornato, per conoscere il significato di questi “barbarismi”, ma il numero delle parole immigrate è tanto e tale che i vari dizionari non ce la fanno più a tener loro dietro e a registrarle. Per fortuna che c’è internet e la benemerita Wikipedia che sopperisce…E ormai di internet si può disporre anche camminando per strada o viaggiando in treno…Con tutti gli iPhone e smartphone che sono in commercio.

Si può dire che si ha il mondo dello scibile… in pugno. Comunque, è un fastidio interrompere la lettura di un giornale per cercare la parola ostica che ti sbuca all’improvviso sotto gli occhi. L’altro giorno leggevo in treno “Il Sole 24 ore” (8/01/2012), nell’inserto domenicale Nòva, c’è la rubrica “Crossroads” di Luca De Biase…per tale termine non ho avuto difficoltà, so che significa per aver consultato tempo fa il dizionario…quindi ho cominciato a leggere: “In Italia, forse i garages costano troppo. Sicché il mito fondativo delle nuove aziende non è quello tipico della Silicon Valley ma si svolge in una pletora di luoghi. Cantine e appatamenti, incubatori e stabilimenti dsimessi…Ma anche in Italia, per i giovani che incontrano tante difficoltà per entrare nel mondo del lavoro, una strada sempre più vera sembra essere quella della creazione di start-up …” Start-up?

Che sarà mai? Avevo dimenticato a casa il mio gingillo elettronico e ho dovuto, divorato com’ero dalla curiosità, chiedere ad un giovanotto seduto al mio fianco, che smanettava beato il suo smart nuovo fiammante di controllarmi il significato dell’oggetto misterioso…Piuttosto seccante, non crede?”

Risposta – Sì, oltremodo seccante, anche perché il ragazzotto, sicuramente digital native, (ormai si chiamano così, no, quelli nati nell’era digitale?), avrà acconsentito alla sua richiesta ma avrà condito la sua prestazione generosa con un sorrisetto di beffarda commiserazione. Ma anche questo caratterizza il nostro modernissimo tempo. Per tornare alla questione principale, quello che rende insopportabile questo uso così spregiudicato e invasivo di termini stranieri, è la moda, cui indulgono certi giornalisti e scrittori, dell’ostentazione della parola straniera stessa, quasi che questa potesse dare lustro e valore ad uno scritto mediocre. A rendere più grave il vizietto è la noncuranza (mi auguro non voluta) degli scriventi per i loro eventuali lettori che possono anche essere non acculturati e addottorati come loro.

Eppure, fermo restando che la circolazione di certe parole è oggi e sarà in avvenire inarrestabile, vivendo noi volenti o nolenti in un mondo globalizzato, faccio notare che basterebbe davvero poco per rendere accettabile questo fenomeno di anglicizzazione della nostra lingua, anzi per farlo diventare un’occasione di arricchimento culturale e una ulteriore possibilità comunicativa. Ecco, al termine start-up, lo scrivente poteva aggiungere, traducendo, “…ossia di imprese nuove, imprese nascenti”. Signori giornalisti, vi costa fatica ricorrere alla solare (in senso metaforico) congiunzione “ossia” (meglio della troppo abusata e ormai dai più aborrita “cioè”) per illuminare e rendere conoscibili (fruibili) tante camere oscure?

Gennaro Z. da Pozzuoli scrive – A proposito delle parole che potrebbero caratterizzare il nostro tempo, di cui si parlava nell’articolo di Lingua in laboratorio (“Il Mediano” del 19/12/’11), vorrei indicare anche “sfiducia” e “fiducia”. La realtà politica, sociale e soprattutto economica ci spinge alla sfiducia più completa sul futuro che ci aspetta, specialmente noi giovani. Eppure sappiamo bene, e non perché ci è raccomandato da più parti fino alla noia, che se non teniamo accesa una fiammella, anche se esile e tremolante, di fiducia, siamo veramente perduti.

Risposta – Sfiducia e fiducia fanno parte, linguisticamente parlando, di una famiglia semantica straordinariamente viva nella nostra travagliatissima epoca. Proviamo ad elencare. Parole positive: fiducia, fiduciario, fiducioso, fidente, fede, fedele, fidare, fidarsi, affidarsi, fidato, affidabile etc. Parole negative: sfiducia, sfiduciare, sfiduciato, diffidare, diffidenza, infido, perfido, perfidia, inaffidabile etc. È vero, oggi la nostra società inclina a coniugare e declinare più le parole negative che le altre. Ma, non per essere o per invitare ad essere stupidamente e superficialmente ottimisti, bensì per consigliare un sano e produttivo realismo, si consideri che non mancano coloro che hanno scelto e quindi militano nel campo delle parole positive. E dunque, non ci resta che scendere anche noi nel campo giusto e operare di conseguenza. O è da rottamare il vecchio saggio: l’unione fa la forza?

Quanto a voi giovani, non vi scocci leggere l’ennesima esortazione, stavolta proveniente da una persona davvero eccezionale che ve la invia dal silenzio inquieto, preoccupato ma nobilmente attivo dei suoi novantuno anni compiuti: “Ma tu, giovane amico, puoi farcela ad affrontare le difficoltà di cui ti so, fin d’ora, realisticamente consapevole.. Se non ti spaventa l’impegno, se vorrai e saprai mobilitare e investire le tue risorse di intelligenza, di volontà, di coraggio, di forza morale, riuscirai a percorrere con soddisfazione la strada del futuro. Guarda avanti, perché non sfuggano alla tua attenzione sentieri nuovi, mai praticati; non aver paura di osare, devi sperimentare e sperimentarti.” (Carlo Azeglio Ciampi, “A un giovane italiano”, Rizzoli, 2012, pag.39).

LA RUBRICA

GLI INOPPORTUNI SEMPLICISMI CHE PRESIDIANO LA SCUOLA

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Sono sempre più lontani i tempi in cui gli insegnanti per i propri figli si sceglievano in base a preparazione e severità. Sono cambiate le famiglie e:le motivazioni. Di Ciro Raia

Qualche sera fa, un mio amico, un po’ avanti negli anni, di grande levatura culturale (sodale in gioventù di personalità come Rocco Scotellaro o Carlo Levi, tanto per dire), mi raccontava della punizione inflittagli, per sua colpa, nei primi giorni in cui aveva vestito la divisa grigioverde. Alla domanda, infatti, rivoltagli da un superiore, perché esplicitasse la funzione della sentinella, aveva provocatoriamente risposto che “serviva a non fare entrare la logica in caserma!”.

Io non so se a presidiare le nostre scuole ci siano o meno delle sentinelle; so invece, – e questo penso di saperlo per certo- che i percorsi d’apprendimento dei nostri alunni non vivano di necessarie semplificazioni ma siano connotati solo da un inopportuno semplicismo. Quasi di banalizzazione. Per cui lo sviluppo della logica è relegato in naftalina a totale vantaggio del trionfo del nozionismo o -prassi molto consueta- di una indefinita e indefinibile idea di partecipazione.

Ai tempi miei -ma sono tempi lontani- la corsa agli insegnanti migliori era regolata dal loro grado di preparazione e severità. Oggi, pure c’è la corsa a chiedere la classe con gli insegnanti migliori, che, però, sono, quasi sempre, quelli che assegnano pochi compiti, abbondano nelle ricerche (su internet), si prodigano nell’organizzazione di visite guidate in aziende agroturistiche (si mangia, si beve e, poi, si sta all’aria aperta) e in (cosiddette) gite di istruzione a Indiana Golf, a Mirabilandia o a Gardaland, con inevitabile passaggio serale in discoteca. Le motivazioni della scuola e delle famiglie sono che bisogna lasciare un buon ricordo dei giorni vissuti da studenti.

Vuoi mettere il mito della nascita del mondo con una giornata passata in un parco giochi di gonfiabili o la comprensione del ragionamento che sottende al teorema di Pitagora con un passaggio nella casa dei mostri o un salto nelle canoe dalle cascate posticce di un parco di 10.000 mq di spazi e divertimenti?

A volte mi capita, in attesa di qualche insegnante assente o ritardatario, di entrare in qualche classe. E che faccio, l’appello o guardo il silenzio? Guardo il diario di classe, mi informo dei compiti assegnati, leggo qualche quaderno (a caso), improvviso una lezione (con preferenza in storia o in italiano, visti i miei trascorsi di insegnante di lettere) o, non certo per valutare, chiedo una verifica di quanto è scritto nello spazio degli argomenti studiati. Che cosa difficile e faticosa! Ci sono numeri palindromi ma anche parole palindrome; anzi, frasi palindrome. Di che si parla? E la divisione in sillabe, gli accenti (Per colpa di un accento/ un tale di Santhià/ credeva di essere alla meta/ ed era appena a metà, G. Rodari), le doppie, la (calli)grafia, la ziqqurat, Muzio Scevola, la giornata della memoria, i 150 anni dell’unità d’Italia…

Però, ci deve essere il computer! Ecco la parola magica. Specie per gli alunni in difficoltà di apprendimento, è importantissimo l’uso del computer; perché il computer aiuta molto nell’apprendimento delle parole, nella correzione, nelle ricerche, nei ragionamenti. Eppure il computer non ha logica o, meglio, ha una propria logica. Il computer restituisce secondo le domande e i dati che immetti; non intuisce, certo, le risposte che vorresti ti desse. Tanti anni fa, quando acquistai il mio primo computer, cercavo di imparare da solo l’uso delle sue funzioni. Mi venne in aiuto il venditore dell’apparecchio informatico, che si offrì di darmi qualche lezione. Accettai; ma non faceva altro che parlarmi di microprocessori, di circuiti, di unità centrale di elaborazione, di hardware e software.

Lo ringraziai, non ero quello che cercavo. Avevo bisogno di imparare le cose fondamentali: accendere il Pc (parlo di un tempo antidiluviano), scrivere un testo, salvarlo, stamparlo; creare un archivio. Allora, il mio orbilioso maestro, un po’ offeso e un po’ deluso, mi disse:
-Lascia almeno che ti insegni il sistema di autocorrezione.
-Va bene!
-Scrivi una frase con degli errori.

Scrissi; tra gli errori che avrebbe dovuto segnalare il computer c’era la parola menno utilizzata al posto di meno; e, invece, non la segnalava. Ripetemmo l’esercizio una decina di volte; il mio orbilioso maestro sudava, si affannava ma niente, la parola menno era sempre lì, statuaria in una propria correttezza che ignoravamo entrambi: l’orbilioso maestro ed io, il professore di lettere!
Mi venne, allora, di andare a sfogliare il vocabolario. Vuoi vedere che esiste la parola menno! Era proprio così: (Devoto, Oli, Il Dizionario Della Lingua italiana, Le Monnier) menno, agg. lett. 1) Impotente (dal punto di vista sessuale); come s. m. eunuco; estens. Di uomo dai tratti femminei e glabro. 2) fig.(arc.) Privo, mancante [lat. volg. Minuus, estratto da minuere (diminuire)].

Il computer restituiva ciò che era nella propria conoscenza. E, noi due (ma più stupido io!), a credere che una macchina avesse potuto pensare con la nostra logica!
Paola Mastrocola, scrittrice di successo e docente di scuola superiore, racconta che un tempo era solita iniziare le sue lezioni, al primo anno di liceo, leggendo Virgilio con la metrica latina. Ora, invece, “faccio la mongolfiera dell’accoglienza. La differenza è tutta qui: Virgilio e la metrica latina rappresentavano un obiettivo, un traguardo, una meta. I ragazzi non capivano nulla di quello che veniva loro letto, ma capivano una cosa importante: che avevano davanti un obiettivo ambizioso. E che lo studio li avrebbe portati molto più in alto di quanto li possa mai portare una mongolfiera disegnata sulla lavagna”.

La difficoltà maggiore è quando si incontrano insegnanti che avrebbero voluto essere e fare tutt’altro nella vita: attore, cantante, regista, coreografo o altro. È il momento in cui gruppi di alunni loro affidati sono costretti a impegnarsi, per un intero anno scolastico, sulla messa in scena di spettacoli di fine anno teatralcanori (la cui resa artistica, ovviamente, è di livello infimo ma diventa esaltante per l’insegnante e emozionante per i familiari degli alunni, che, a loro volta, si divertono come in un parco di divertimenti).

Ma si incontrano anche – e meno male, va detto a voce alta!- tantissimi professori, che assegnano un valore altissimo, profondo -oserei dire quasi religioso- all’insegnamento e al conseguente apprendimento. Si mortificano, si incazzano, studiano e si inventano mille strategie per svellere l’apatia, il fancazzismo, la ritrosia a osare, a mettersi in gioco, a rischiare, a cambiare, a studiare da parte di chi è, ormai, convinto che tutto gli sia dovuto: la promozione (con un ottimo voto) come il posto di lavoro (con un ottimo stipendio).

-Preside, non so più che cosa fare. Lo prendo con le buone e non succede niente; lo minaccio e ugualmente non succede niente. Chiamo i genitori e non si fanno vedere; anzi, quella volta che son venuti poco ci è mancato che non istruissero un processo alla scuola, perché esige troppo dall’alunno, perché mette ansia, perché fa venire gli incubi notturni, perché non si concilia con gli orari della palestra, del catechismo, del calcetto, della lezione di musica, della lezione di cinese, del kinderheime, dell’oratorio, della settimana bianca…

Il problema si presenta difficile e, spesso, irrisolvibile, perché c’è sempre una giustificazione a tutto e per tutti: la pubertà, l’adolescenza, la barba ispida del professore, l’abbigliamento provocante della professoressa o della compagna di banco, la malattia della nonna, lo smarrimento del cane, l’aula eccessivamente fredda, l’aula eccessivamente calda, l’immancabile fumus persecutionis!
A volte, le giustificazioni esibite non so se sono più impensabili, irritanti o divertenti. Su internet c’è un sito (w.w.w.notadisciplinare.it), che raccoglie un’ampia antologia di giustificazioni scritte da genitori per i propri figli.
– Che devo dirti? Proviamo con un’altra convocazione alla famiglia…

Tanto già lo so che, se si presenteranno, troveranno mille scuse. Qualcuno, addirittura, ad anno scolastico iniziato, chiederà anche un cambio di sezione se non di scuola. Se, poi, non si presenteranno, magari mi scriveranno quattro righe. Non so perché, ma, negli ultimi tempi, le missive giustificative iniziano quasi tutte alla stessa maniera: “Gent. Sig. Preside, vengo con questa mia a dirvi…”.

LA RUBRICA  

QUANDO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI PRENDONO LA FACCIA DELLE ISTITUZIONI

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Durante la settimana appena trascorsa sono sorti molti dubbi e perplessità sulla faccia delle istituzioni, della politica.

Nel dibattito politico degli ultimi giorni sono sorti molti dubbi e perplessità sulla faccia delle istituzioni, della politica. Pochi giorni fa con 298 sì e 309 no, la Camera dei deputati ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia dell’ultimo governo Berlusconi ed ex-coordinatore regionale del Pdl in Campania. Il deputato di Casal di Principe è accusato dai pm campani di riciclaggio e corruzione con l’aggravante del metodo mafioso.

Questo ha smosso l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione, nei quali c’è stato chi ha ipotizzato che il silenzio dell’onorevole vale oro e per questo va protetto.
Ipotesi se non altro plausibile, se prendiamo in considerazione il caso Ciancimino, un politico mafioso, il quale spedì una cartolina postale a sé stesso elencando nel 1990 le 12 persone che, secondo lui, facevano parte di un “quarto livello”, questo livello delle istituzioni che lavorava e copriva Cosa Nostra.

Il termine “quarto livello” è quello che ha utilizzato Vito Ciancimino per descrivere questo elenco.
È curioso il fatto che Vito Ciancimino abbia menzionato queste persone nel 1990. La cartolina postale spedita a sé stesso, serviva proprio a certificare la data.
Quindi nel 1990 lui dice: “Queste persone fanno parte del livello che, non per interesse personale, ma per interesse superiore, copre Cosa Nostra”.

Per un quadro più completo prendiamo in considerazione il cosiddetto “terzo livello”. L’espressione che veniva impiegata in una relazione del 1982 presentata al Consiglio superiore della magistratura da Giovanni Falcone e Giuliano Turone, dal titolo “Tecniche di indagine in materia di mafia”, in cui si parlava di tre livelli dei reati di mafia:

• reati del primo livello sono i reati rientranti "in attività criminali direttamente produttive di movimenti di denaro" (estorsioni, contrabbando di tabacchi, traffico di droghe ecc.);
• reati del secondo livello sono quelli "che si collegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative lotte fra le cosche per il controllo dei campi di attività" (omicidi interni);
• reati del terzo livello sono i delitti "che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all’omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l’assetto di potere mafioso)" (Falcone 1994).

Alla luce di questo si può ipotizzare che le parole “il silenzio dell’onorevole vale oro e per questo va protetto”, può trasformarsi da una ipotesi veritiera ad una possibile verità.
Comportamento questo delle Camere che porta ancor di più ad una sfiducia sempre crescente verso la politica e le istituzioni da parte della società civile.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

IL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO HA UN NUOVO DIRETTORE

La prima intervista rilasciata dal Direttore dell”Ente Parco, Rino Esposito. Lo stato delle cose ma anche i suoi proponimenti per il futuro del nostro Parco.

È un giovedì pomeriggio di un mese di un gennaio mediterraneo, così almeno per il momento, anche se il gelo non manca attorno al Parco. Mai come ora, la distanza tra l’ente e le comunità che lo circondano era stata tanto ampia. Un duro lavoro spetta al nuovo Direttore. Abbiamo parlato anche di questo con lui, Rino Esposito (foto), per cercare di capire se esista una strada comune da seguire, per il bene del Parco e delle persone che lo abitano.

Direttore, innanzitutto qual è il suo excursus professionale, si presenti ai lettori.
«Io sono un ambientalista di vecchia data, nel senso che ho cominciato nel 1978 a fare il volontario nel WWF, poi nella LIPU per la quale, fino a un mese fa, ho ricoperto degli incarichi. Mi sono occupato di aree protette, della tutela degli animali, di bracconaggio, di vigilanza volontaria; quest’attività mi ha accompagnato fino ad oggi. La mia formazione è giuridica, sono abilitato alla professione di avvocato. Sono stato anche guardiaparco in una riserva regionale del Lazio, la Riserva Naturale di Monterano, vicino al lago di Bracciano, nel Viterbese, dove svolgevo i compiti di vigilanza … il guardiaparco, una figura un po’ romantica …».

… Perché qui non ce ne sono? Ne avremmo bisogno!
«Qui la figura di guardiaparco non è prevista …».

Nel Parco Nazionale d’Abruzzo c’è!
«Nei Parchi storici come quello d’Abruzzo e il Gran Paradiso sì, sono previsti, mentre per tutti gli altri parchi più recenti la vigilanza è affidata al Corpo Forestale dello Stato, al CTA il Coordinamento Territoriale per l’Ambiente».

Lì invece, nel Lazio è prevista tale figura …
«Sì. Nei Parchi Regionali campani invece, di guardiaparco non ce ne sono …».

Ci si affida solo al volontariato!
«… sì, in molte altre regioni si è legiferato in materia di vigilanza, anche se il guardiaparco non ha solo un ruolo di vigilanza ma anche di educazione ambientale, di guida, fa attività antincendio, i piccoli lavori di manutenzione, una figura poliedrica. Dopo, sono passato, sempre per la regione Lazio ad altre mansioni, di tipo giuridico-amministrativo. Il mio ultimo lavoro è stato presso la Polizia Provinciale di Napoli, per la tutela ambientale. Sono passato da un tipo attività sul campo a una di polizia tout court. E poi fare attività di polizia a Napoli non è come farla magari a L’Aquila, le problematiche sono diverse, spesso legate ai rifiuti, ho infatti fatto parte di un nucleo investigativo che svolgeva indagini con le tre Procure della Repubblica del circondario di Napoli, operando sostanzialmente in materia di rifiuti. Poi, sono passato al Parco …».

Da quando?
«Dal primo dicembre. Un coronamento di questa mia carriera, ma anche una grande responsabilità».

Cos’ha trovato il primo dicembre, qual è la situazione del Parco?
«Ho trovato innanzitutto un personale eccellente! Perché l’Ente Parco del Vesuvio ha 15 dipendenti, che svolgono il loro lavoro come se fosse una specie di missione! Per preparazione e passione, sentono di dare il loro servizio per il territorio e questa è una cosa che mi ha colpito molto. Poi ci sono i problemi, che sono tanti; l’Ente Parco è un ente pubblico non economico, con finanziamenti ridotti all’osso ma le incombenze e gli adempimenti sono tantissimi. Dal punto di vista organizzativo e amministrativo c’è da fare tutto un lavoro di regolarizzazione, di procedure, di metodologie, etc. e questo è un aspetto abbastanza gravoso.

Questo Parco è poi un qualcosa di particolare, ha un’elevata antropizzazione, non è un parco dove la naturalità l’avverti subito, è una zona dove la presenza dell’uomo si fa sentire in maniera prepotente, infatti uno dei nostri compiti più gravosi è proprio quello dell’antiabusivismo edilizio, con tutte quelle procedure previste dalla legge 394 del ’91; a partire dalle ordinanze di sospensione, di demolizione delle opere edilizie abusive, e ci portano via un sacco di tempo».

E il Piano del Parco?
«Il Piano del parco lo sto leggendo in questi giorni, è stato approvato nel 2010, e mi sembra sia un valido strumento. Purtroppo l’Ente Parco non ha ancora approvato il regolamento! Il Piano disciplina la zonizzazione mentre il regolamento disciplina più in dettaglio …».

Come mai il regolamento non è stato ancora approvato?
«Il consiglio direttivo lo deve approvare perché c’è stato nel frattempo una modifica del codice del paesaggio, il decreto legislativo 42 del 2004 che ha previsto che per gli aspetti paesaggistici c’è una prevalenza del Piano Paesaggistico sul Piano del Parco, quindi dobbiamo tarare il regolamento».

Il Piano Paesaggistico è regionale?
«Sì è regionale».

Quindi prevale il volere regionale su quello del Parco …
«Sugli aspetti paesaggistici».

E chi è che approva il regolamento?
«Il Consiglio Direttivo».

Ma se non erro è incompleto, mancano i cinque membri della comunità del Parco …
«Sì e in effetti è una situazione alquanto anomala, so che c’è stato un ricorso al TAR e questo ha sospeso le precedenti nomine e quindi abbiamo solo i membri delle altre rappresentanze, le Associazioni Ambientaliste, il Ministero dell’Ambiente, il Ministero delle Politiche Agricole, il Professor Luongo, il famoso vulcanologo …».

Spesso il Parco è visto come qualcosa di ostile, lontano, talvolta di inesistente! Come mai non si è riusciti a istaurare un legame con la comunità del Parco, i sindaci dei 13 comuni che la compongono e naturalmente tra i cittadini e l’Ente?
«Io non so per il pregresso cosa abbia impedito questa crescita, anche nella percezione collettiva, non so dire perché molte cose non siano state fatte ma posso dire che molto è stato fatto sull’aspetto della legalità, e proprio a causa dell’anomalia di questo Parco così antropizzato, nei primi anni c’è stata proprio un’attenzione verso le varie forme di illegalità e in questo senso, il Parco ha sicuramente rappresentato un baluardo. Forse anche per questo la gente si è allontanata sempre di più».

C’è un luogo comune, che mi lascia perplesso, ed è quello che il Parco abbia posto dei vincoli allo sviluppo locale. Mi chiedo se questi vincoli non ci fossero stati, dove sarebbero arrivati abusivismo edilizio e discariche, solo per dirne un paio delle nostre iatture!
«Il vincolo è necessario per tutelare un’area, l’area protetta nasce perché c’è l’esigenza di salvaguardare un territorio, è un aspetto che non dobbiamo mai dimenticare anche nella gestione dell’area protetta. È evidente che in un territorio di pregio, in un territorio importante dal punto di vista naturalistico etc. la presenza di vincoli è necessaria.

È chiaro che, a fronte dei vincoli, vanno attuate una serie di misure compensative, che tra l’altro sono già delineate nel percorso normativo; la legge 394 del ’91 già prevede una serie di attività che si possono fare per un certo tipo di sviluppo che sia compatibile. Tra l’altro la zonazione dell’area protetta sta proprio a indicare che ci sono varie aree, nella riserva integrale ci sono dei vincoli più stringenti, nella zona D, nella zona di promozione economica e sociale etc. delle attività le puoi fare. Quindi questo dei vincoli è un poco una favola no? Come quando dicevano che gli ambientalisti lanciavano dagli elicotteri le vipere nelle aree protette!».

Ah questa è bellissima! Sa che lo dicono ancora?
«Io voglio solo fare una riflessione, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, che è stato osteggiato per tanti anni, oggi richiama tanti di quei turisti e soprattutto tanti di quegli emigranti abruzzesi che sono rientrati nei loro paesi d’origine per mettere in piedi delle attività economiche compatibili con il territorio protetto. Ci deve essere anche la capacità sul posto, degli imprenditori, della politica di saper sfruttare queste occasioni».

Direttore, quali sono le sue aspirazioni per questo Parco?
«Vorrei che innanzitutto la natura fosse effettivamente protetta, e quindi occorre sicuramente una vigilanza, una sorveglianza continua da parte degli organi preposti e poi bisogna renderlo fruibile! Altrimenti la gente si scoccia e dice – ma questo parco che cosa mi ha portato? Qual è il vantaggio di stare dentro a un parco – Renderlo fruibile significa ripristinare i sentieri, rendere i sentieri percorribili, farli rientrare in pacchetti turistici, deve essere pubblicizzata! È questo un problema molto delicato e va affrontato quanto prima possibile».

Certo! Se ci vanno le persone non ci vanno i delinquenti a scaricare l’eternit!
«Lei ha centrato il problema, purtroppo noi siamo preda della delinquenza perché non occupiamo il territorio. Nel momento in cui le persone per bene si riapproprieranno del territorio con i loro presidi di legalità, solo allora potremo avere una riduzione dei reati ambientali. Spesso la gente ha anche paura di avvicinarsi ad alcune zone; una delle priorità è quindi quella di rendere più fruibile il Parco quindi, oltre alla senti eristica, anche centri visita …».

Un Parco più presente!
«Sì un Parco che offra dei servizi come ad esempio quelli per la didattica».

Attorno al Vulcano esiste una miriade di associazioni che spesso svolgono un lavoro encomiabile in ambito di tutela del territorio, non sarebbe opportuno istaurare un sodalizio con loro?
«A me interessa molto il rapporto con le associazioni, che giudico di vitale importanza, anche con Cittadini per il Parco ho avviato dei contatti, da parte mia sono disponibile in ogni momento».

RADIO ARGO. LE VOCI DELL’ORESTEA

Questa sera a Teatro Area Nord, poi dal 17 al 22 alla Galleria Toledo, in scena le voci dell”Orestea. Lunedì 16 gennaio ore 20.00 Peppino Mazzotta e Igor Esposito incontreranno il pubblico da Arteteca.

Un incontro aperitivo con il regista e attore Peppino Mazzotta per raccontare lo spettacolo scritto da Igor Esposito, lunedì 16 gennaio da Arteteca (Cortile Bellini, vico S.pietro a Majella,6 int.5.). Lo spettacolo sarà in scena ancora per questa sera alle ore 18.00 al Teatro Area Nord, poi dal 17 al 22 alla Galleria Toledo. Radio Argo è una riscrittura dell’unica trilogia superstite della tragedia greca: l’Orestea. Le voci dei personaggi mettono in scena l’inconciliabile scontro tra la bestemmia malata del potere e il disperato canto di redenzione di chi il potere allontana. Canto incarnato dall’anarchico gesto di Oreste che, dopo il terribile matricidio, rifiuta ogni consolazione “civile” e “politica”, scegliendo definitivamente la vita.

In scena solo una voce catturata da un microfono e lanciata nella notte vaga di ripetitore in ripetitore alla ricerca di orecchie che vogliano sentirla. Una voce come il fuoco impetuoso e affannato che rimbalzò da Troia fino ad Argo, su valli, colli e montagne, per annunciare il ritorno vittorioso della flotta Greca. Una voce nel cuore della notte, desolata, impotente, che tiene compagnia a chi non riesce a dormire. Una voce lontana, che sa farsi vicina e familiare, che dà voce alle nostre passioni. Le nostre distrazioni. I nostri inganni. Le nostre guerre. I nostri morti. Le nostre vendette. Le nostre sconfitte. L’eterna attualità dell’opera greca con i suoi intrecci, le sue passioni. È la voce che si fa carico della memoria; preoccupata che il ricordo si sbiadisca perché la memoria all’improvviso può scomparire, l’unico modo per trattenerla è cercare di rendere il ricordo sempre nuovo e autentico.

Lo spettacolo è incentrato sulle vicende degli Atridi precedenti e successive alla guerra più conosciuta e celebrata nella storia dell’umanità: la guerra mossa dagli Achei contro la città di Troia. Il sacrificio di Ifigenia da parte del padre Agamennone per consentire all’esercito di partire per la guerra. L’assassinio di Agamennone e della sua schiava Cassandra da parte della moglie Clitennestra e del suo amante Egisto; la vendetta di Oreste, unico figlio maschio di Agamennone, che si abbatte sulla mamma Clitennestra e su Egisto. Igor Esposito racconta la sua storia attraverso sei voci – Ifigenia, Egisto, Clitennestra, Agamennone, Cassandra, Oreste – che si rincorrono in un valzer di fantasmi per spiegarci l’arcano passato da cui veniamo e il presente in cui navighiamo.

E lo fa con un linguaggio forte, deciso, senza mezze misure quasi volesse prendere le distanze dalla cronaca contemporanea che ci insinua notte e giorno offrendoci ogni pruriginoso e inutile dettaglio di tragedie quotidiane che si consumano lontane. Così Peppino Mazzotta descrive lo spettacolo in cui Igor Esposito vuole farci dimenticare il linguaggio edulcorato, diluito e politicamente corretto di quelle cronache e torna ad un parlare franco senza censure né compromessi dettati dal calcolo o l’interesse. E così facendo ci fa sentire di nuovo il pericolo della realtà che ogni giorno attraversiamo, ce la fa assaporare fino in fondo in un processo di mascheramento continuo e inesorabile. Ci mette a disagio abituati come siamo alla distanza tra noi e le cose, tra noi e le persone.

Teatro Area Nord tel. 081 19571331 – 081 5851096
Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario, 34 80134 Napoli
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

NON SONO RISARCIBILI I DANNI C.D. BAGATTELLARI (ANCHE SE PROVOCANO ANSIE)

Il caso ha riguardato l”invio di tre solleciti di pagamento da parte della Rai radiotelevisione Italiana S.p.A. nei confronti di una signora che aveva già pagato il canone.

Il Caso
La signora denunciava al giudice di pace di Benevento la RAI Radiotelevisione Italiana spa deducendo che in data 21.10.2004 le era stato inviato da tale società sollecito di pagamento del canone televisivo; che tale sollecito era stato preceduto da altri due inviati il 29 aprile e il 3 maggio dello stesso anno ai quali era stato risposto compilando questionario – cartolina specificandosi che il suo nucleo familiare già provvedeva a pagare annualmente il canone il cui abbonamento era intestato ad uno dei componenti effettivi e conviventi della famiglia; che la ricezione continua di detti solleciti, nonostante le risposte inviate, le creava danni da disagio, discredito, ansia e stress.

Chiedeva, pertanto, la condanna della RAI, a titolo di risarcimento danni al pagamento della somma da contenersi entro l’importo di Euro 1.000,00.
Il giudice di pace dichiarava la RAI responsabile del danno esistenziale strettamente connesso alle ripetute e arbitrarie diffide di pagamento indirizzate all’abbonato e la condannava al pagamento in favore della predetta della somma di Euro 199,20 a titolo di risarcimento danni. Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione la RAI.

Motivi della decisione
La Suprema Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili, con Sentenza 19 agosto 2009, n. 18356 accoglie il ricorso della RAI ed afferma che la peculiarità del danno non patrimoniale viene individuata nella sua tipicità, avuto riguardo alla natura dell’art. 2059 c.c.,con la precisazione in quest’ultimo caso, che la rilevanza costituzionale deve riguardare l’interesse leso e non il pregiudizio conseguentemente sofferto e che la risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone, altresì, che la lesione sia grave (e cioè superi la soglia minima di tollerabilità, imposta dai doveri di solidarietà sociale) e che il danno non sia futile (vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi o sia addirittura meramente immaginario).

Ciò precisato, si osserva che, nella specie, non sussiste un’ingiustizia costituzionalmente qualificata, tantomeno si verte in un’ipotesi di danno patrimoniale, risultando, piuttosto, la ritenuta lesione della "quiete e tranquillità psichica" insuscettibile di essere monetizzata siccome inquadrabile in quegli sconvolgimenti della quotidianità "consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro tipo di insoddisfazione" (oggetto delle c.d. liti bagatellari) ritenuti non meritevoli di tutela risarcitoria (vedi la citata sentenza n. 12885/2009, nonchè Cass. Sez.3^ n. 8703/2009).

LA RUBRICA

SANT”ANASTASIA, LA VOCE DELLE MANI BIANCHE

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Il concerto è in programma domani 15 gennaio a S.M. La Nova. Sul palco un cori di ragazzi disabili che cantano con le mani

Si esibiscono domani 15 gennaio, alle ore 19,30 in parrocchia S.M. La Nova, dopo averlo già fatto ad Acerra e a Marigliano nel periodo natalizio, insieme ai gruppi già esistenti degli altri territori. È l’orchestra giovanile “Michele Novaro”, un esperimento ideato e realizzato dalla professoressa Maria Teresa Visone, insegnante di pianoforte, coordinatrice del Coro delle Mani Bianche e responsabile dell’Associazione “Michele Novaro” di Acerra. La peculiarità di questa orchestra è, oltre alla giovane età dei suoi componenti, il coro delle Mani Bianche. Un coro costituito da ragazzi diversamente abili che cantano con le mani. Con i loro guanti candidi sembrano uno stormo di gabbiani sul mare.

Cantano senza muovere la bocca, solo con le loro dieci dita. Al loro fianco c’è un altro coro: bambini e ragazzi, a dimostrazione del fatto che tutti hanno diritto a partecipare alla vita sociale. Mescolati gli uni con gli altri formano il coro Manos Blancas, “Mani Bianche”, creato nel 1999 in Venezuela da Naibeth Garcia. Le Manos Blancas, con i loro spettacoli hanno commosso musicisti, direttori d’orchestra e cantanti lirici di mezzo mondo, conquistando la stima e l’affetto di grandi nomi internazionali. L’Associazione ‘Pandha’ di S.Anastasia, l’Associazione ‘Michele Novaro’ di Acerra e l’Associazione ‘DI.VO.’ di Marigliano sperimentano in sinergia le medesime opportunità sui nostri territori.

«E’ un fatto bello poter valorizzare questo “evento al di là delle barriere”; è un messaggio importante che mandiamo a tutti, affinché si comprenda meglio che l’arte è un mezzo comunicativo eccezionale per far capire che bisogna essere uniti al di là delle diverse abilità – afferma l’assessore alle Politiche Sociali Ciro Castaldo – per poter riscoprire il positivo di ciascuna persona. Ben vengano, quindi, questo tipo di manifestazioni».
Fautrice del progetto nel territorio anastasiano – iniziato ad ottobre 2011, negli spazi del Centro Liguori in via S. Giuseppe, concessi dall’amministrazione- è la dott.ssa Eufrasia Calvanese, fondatrice dell’Associazione Pandha di Sant’Anastasia, da sempre impegnata nella promozione e realizzazione di progetti volti all’integrazione di ragazzi diversamente abili nella società comune.

«La realizzazione di tale progetto – spiega Eufrasia Calvanese – è stata resa possibile grazie alla sinergia con la prof.ssa Maria Teresa Visone, che ha oltretutto favorito la fusione della nostra componente orchestrale neonata con i gruppi preesistenti di Acerra e dell’Associazione DI.VO. di Marigliano; dal benevolo accoglimento da parte dell’amministrazione comunale e del Sindaco dott. Carmine Esposito, sottoforma di patrocinio morale ed economico; dalla cospicua adesione di ragazzi, impegnati nell’apprendimento teorico e pratico dell’uso di uno strumento e nell’inserimento nel coro, vocale e delle Mani Bianche; dal supporto di volontari, quali la prof.ssa Anna Scudieri e la dott.ssa Cettina Giliberti, psicologa-psicoterapeuta. Ha inoltre contribuito generosamente, in corso d’opera, attraverso la donazione di tre strumenti musicali per i bambini, l’organizzazione del Memorial in onore di Peppe Russo».

«Dare voce a chi non ha voce ed ascolto a chi non ne ha» è l’obiettivo condiviso ed incondizionato di questo esperimento. Celentano ha cantato "L’emozione non ha voce" –afferma Cettina Giliberti – il Coro delle Mani Bianche esprime attraverso le mani ciò che la musica suscita e il canto traduce in parole. Il tutto accompagnato da una giovanissima orchestra. E’ un modo per dare voce a tutti, un’opportunità per conoscere i diversi modi di esprimere e tradurre la musica, un’occasione per integrare le diverse abilità, finalizzata al confronto, allo scambio ed all’educazione all’empatia tra persone diverse. I ragazzi normodotati devono abituarsi a dividere il proprio spazio e la propria aria con chi non ha le loro stesse abilità; non devono temere di comunicare con loro, ma anzi motivarsi a ricercare mezzi e modi per capire ed essere compresi da chi si esprime in altro modo.

«Questo è un esempio esplicativo, a mio parere, – conclude Giliberti – di come le differenze possano costituire una risorsa piuttosto che un limite. Un aspetto che intendo sottolineare e che non trovo scontato è la presenza costante e molto attiva di molti genitori dei ragazzi, presenza che ha contribuito all’instaurarsi di un clima sereno, familiare e di condivisione tra operatori ed utenti». Un ringraziamento speciale va a Don Ciccio D’Ascoli per la disponibilità e l’ospitalità nella Parrocchia per l’esibizione di domenica dell’orchestra e del coro.
(Fonte foto: Ufficio Stampa)

BERLINO CAPITALE DEL CINEMA DAL 9 AL 19 FEBBRAIO

A pochi giorni dall”inizio del Festival Internazionale del Cinema, l”elenco di iniziative e di film conferma il fascino della Berlinale, capace di portare sotto i riflettori sia le grandi stelle sia proposte cinematografiche più nuove e sperimentali.

Dal 9 al 19 febbraio si terrà a Berlino l’edizione 2012 del Festival Internazionale del Cinema, attivo dal 1951. Tanti i cult degli ultimi anni premiati con l’Orso d’oro, da Magnolia (2000) a La sottile linea rossa (1999), in un palmares che conta i nomi di grandi come Bergman, Godard, Fassbinder, Pasolini, Forman, Polanski.

Negli ultimi anni, pur rimanendo uno dei più prestigiosi festival europei, la Berlinale sembra essersi dedicata alla scoperta di filmografie nuove o non troppo conosciute sui mercati occidentali, premiando opere di registi brasiliani, iraniani, turchi, bosniaci. L’interesse verso opere e registi meno celebri non ha comunque intaccato il fascino del Festival, che rimane non solo uno dei premi più ambiti ma anche uno dei palcoscenici più importanti per lanciare e promuovere film d’importanza mondiale. E anche la 62esima edizione si presenta con ottimi propositi. Per l’Italia sarà in concorso l’ultimo film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire.

L’opera è un interessante docufiction che segue le vicende di alcuni detenuti nel carcere di Rebibbia coinvolti nella messinscena di opere di Shakespeare. Il film uscirà nelle sale italiane il 2 marzo 2012. Un altro nome di richiamo in concorso è quello di Billy Bob Thornton con Jayne Masfield’s car, una faida tra famiglie nell’America degli anni Sessanta. Tanta Europa nelle altre opere in gara e, soprattutto, molti registi giovani o con poca esperienza alle spalle, a conferma ancora una volta di come la Berlinale sia diventata nel tempo (per scelta o per esigenze) meno mainstream nelle proposte ufficiali.

Tra i titoli da seguire con interesse si può segnalare il quinto film dell’ungherese Benedek Fliegauf (Just the wind), tra i registi più esperti in gara e già ampiamente conosciuto nel circuito dei festival internazionali più di nicchia (premiato a Locarno, Mar della Plata, Cottbus), ma che sembra aver perso una parte del credito riservatogli dopo la doppietta d’esordio Forest (2003) e Dealer (2004); il regista e sceneggiatore tedesco Hans Christian Schmid propone Was Bleibt, mentre tra i nomi meno famosi possiamo citare quelli del portoghese Miguel Gomes e del greco Spiros Stathoulopoulos. Molto interessanti anche le proposte fuori concorso. Spiccano, in particolare, le presentazioni degli ultimi film di Zhang Yimou (The flowers of war) e Stephen Daldry (Extremely loud and incredibly close, tratto dall’omonimo best seller di Jonathan Safran Foer).

E c’è curiosità per l’esordio alla regia di Angelina Jolie, con Nella terra del sangue e del miele; il film della superstar americana – sulla storia d’amore tra un serbo e una bosniaca ai tempi della guerra jugoslava – è già al centro delle polemiche a causa delle accuse di plagio da parte dello scrittore croato Knezevic. Come sempre, tante sono le iniziative che accompagnano le opere in gara e i titoli fuori concorso. “Perspektive Deutsches Kino” si propone di mettere in evidenza i film tedeschi di nuova generazione; “Generation” è un’iniziativa dedicata ai bambini e agli adolescenti, con film e tematiche relative al loro mondo, mentre “Panorama” getta un po’ di luce sul cinema indipendente. “Forum” si presenta come la sezione più avanguardista: film e documentari sperimentali, che mescolano il cinema con altre forme di espressione.

“Retrospective” riporta sotto i riflettori film e registi che hanno fatto la storia del cinema; quest’anno l’obiettivo è ripercorrere la storia di una leggendaria casa di produzione russo-tedesca, la Mezhrabpom-Rus, attiva dal 1922 al 1936 – con oltre 600 pellicole, 40 delle quali verranno proiettate a Berlino – prima dell’interruzione causata dai regimi di Hitler e Stalin. La sezione “Homage” verrà dedicata a Maryl Streep, con la consegna dell’Orso d’oro alla carriera. Il pubblico avrà l’occasione di rivedere sei film storici dell’attrice americana – da Kramer contro Kramer del 1979 a Radio America del 2006 – e di assistere alla proiezione dell’ultimo, attesissimo The Iron Lady, sulla figura di Margaret Thatcher.

Con la sua offerta ricca in tutti i settori, anche quest’anno la Berlinale si conferma uno dei festival più completi ed interessanti, in grado di attirare il grande pubblico e di incuriosire i più cinefili.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

NUOVA ATTENZIONE PER I MIGRANTI

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La nostra è una società multiculturale e multireligiosa. Eppure, ancora prevale la paura del “diverso”. Dobbiamo educarci alla “Convivialità delle differenze”. Di Don Aniello Tortora

Domenica prossima sarà celebrata dalla Chiesa italiana la tradizionale “Giornata nazionale per le Migrazioni”. Questa occasione ci dà l’opportunità di riflettere sul grande fenomeno di tanti nostri fratelli che lasciano, per povertà e mancanza di lavoro, le loro radici per venire nel nostro Paese.
In Italia noi cristiani siamo invitati a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici “differenti” per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe.

Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, costituite soprattutto da giovani, sono risorse importanti per la società, ormai plurireligiosa e multirazziale.

Le note della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni un luogo fondamentale di espressività. In questo senso le migrazioni sono – ricorda il Papa – “un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”, un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre comunità significa perdere persone importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con “nuove progettualità politiche, economiche e sociali”.

Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali – le categorie di migranti che Benedetto XVI ricorda nel Messaggio – sono tre luoghi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia, “evitando forme di discriminazione”, favorendo “il rispetto della dignità di ogni persona, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”. Occorre evitare il rischio – che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia italiana – che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti “di non riconoscersi più come parte della Chiesa” – dice il Papa.

Possiamo, tenendo presenti queste affermazioni, senz’altro testimoniare che il tema e l’esperienza della comunione ecclesiale come realtà articolata e plurale è la base per costruire il rispetto e la promozione di un universalismo differenziato anche nei rapporti con le culture e le tradizioni religiose presenti oggi sul nostro territorio. Il fenomeno della globalizzazione e della mobilità crescente mentre favorisce nuove (e fino a ieri insospettate) possibilità di scambio tra i popoli, alimenta pesanti conflittualità, dovute alla presenza di tradizioni e di costumi diversi, talora radicalmente alternativi.

L’odierna società multiculturale e multireligiosa stenta a trovare la strada di un confronto pacifico e arricchente; prevale la paura del «diverso», considerato come un potenziale attentatore della propria identità (soprattutto se debole) o, inversamente, l’atteggiamento della «sfida», nel caso in cui si vanti un’identità totalizzante, caratterizzata dalla tendenza a imporre la propria visione religiosa o ideologica agli altri.

Di fronte a questa situazione, in cui è forte la tentazione della chiusura, sono fondamentali atteggiamenti ispirati all’ascolto, all’accoglienza e alla ospitalità nei confronti dello «straniero», superando tanto il modello dell’assimilazione che nega la differenza, quanto quello della tolleranza che mantiene la distanza, e promuovendo una forma di integrazione, che si sforzi di trasformare la multiculturalità e la multireligiosità in interculturalità e in interreligiosità. Dobbiamo sempre più, in altri termini, educarci, come diceva don Tonino Bello, alla “convivialità delle differenze”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

L’ESIGENZA DI UN APPRENDIMENTO CHE DURI TUTTA LA VITA: “LIFELONG LEARNING”

I nostri adolescenti sono lo specchio del mondo che cambia, con i loro interessi troppo spesso fugaci. Da qui, l”esigenza di un apprendimento che duri tutta la vita. Di Annamaria Franzoni

L’esigenza di tenere nella giusta considerazione quanto il mondo del lavoro e delle professioni richiede, interconnessa a quella dell’innalzamento dei livelli medi di istruzione, ha trovato supporto e sostegno nelle norme emanate nell’ultimo lustro a partire dal D.M. 139 del 2007 che ha innalzato l’obbligo scolastico a 16 anni: gli allegati a tale decreto hanno infatti definito, integrando e modificando il Decreto legislativo n.59 del 2004, le competenze in uscita distinguendole, per maggiore chiarezza e attuazione, in assi culturali.

Ed a tale esigenza nazionale ed europea risponde il programma di apprendimento permanente “lifelong learning” , istituito nel 2007 dal Parlamento e dal Consiglio d’Europa e che si protrarrà fino al 2013. Sulla base delle valutazioni svolte in relazione ai Programmi precedentemente messi in campo a favore dei cittadini europei, Socrates e Leonardo, la Commissione Europea ha riformulato i piani in modo trasversale rivisitando i percorsi, ma, al tempo stesso dando maggiore attenzione ai risultati, oltreché ai processi.

In tale ambito sembra indispensabile il riferimento alla valorizzazione delle risorse umane e ai contributi che ci pervengono dalle scienze psicologiche e sociali che hanno evidenziato i bisogni fondamentali detenuti dall’individuo: infatti ciascun lavoratore, qualsiasi sia l’ambito nel quale esprima la propria professionalità, desidera un percorso di crescita che lo conduca a migliorare progressivamente da un punto di vista professionale, personale e sociale e lavora meglio quando si percepisce come persona “competente”.

In tal senso le richieste che l’Europa avanza nei confronti dell’istruzione e della formazione assumono caratteri plurali, ma sempre meglio definiti, basati sullo sviluppo di una conoscenza da acquisire attraverso un apprendimento permanente indispensabile per il capitale umano.
A partire dal 2004, a seguito della Direttiva ministeriale 267 del 2004 “Europa dell’istruzione” i sistemi educativi nazionali si sono sempre di più messi in gioco per rafforzare la consistenza organizzativa e metodologico/strumentale del sistema formativo nazionale in una dimensione di formazione permanente. L’ampio e diversificato cammino progettuale che si è svolto nell’ultimo settenario ha visto impegnati le nazioni europee in una rete di attività che sebbene non abbiano raggiunto gli obiettivi sperati hanno certamente avviato un significativo processo di crescita nella direzione auspicata da “Agenda Europa 2020”.

È tuttavia importante non perdere di vista il concetto che i Trattati della Comunità Europea, che si sono succeduti nel tempo, hanno escluso ogni competenza comunitaria sugli ordinamenti scolastici nazionali affidando il sistema scolastico dei vari livelli di istruzione alle sovranità nazionali.
La Comunità Europea pertanto ha agito e agisce esclusivamente in base al “principio di sussidiarietà”, di cui si è ampiamente discusso nell’ultimo Trattato di Lisbona proprio in riferimento al controllo di tale principio: infatti, si è precisato che l’U.E. interviene nei settori che non sono di esclusiva competenza solo quando la sua azione possa essere considerata, dopo una procedura attenta, più efficace di quella intrapresa a livello nazionale. I principali coautori della realizzazione di tale processo e portatori di aspettative sono gli studenti, espressione vivente del cambiamento che manifestano con i loro problemi, abilità e competenze, difficoltà e disagi, atteggiamenti.

Nella nostra lunga esperienza di scuola, nelle periferie disagiate come nel centro cittadino, ad ogni ciclo scolastico, ci troviamo in aula lo specchio del mondo che cambia ed è con esso che dobbiamo confrontarci per interloquire con l’idea di territorio, della nazione, dell’Europa, del mondo.
La risposta per la realizzazione di questo complesso obiettivo sta nel curricolo flessibile e personalizzato, all’interno del quale si incontrano istanze normative, pedagogiche,sociologiche e comunicati vedi grande respiro.

All’interno del curricolo, infatti, possono trovare una organica rielaborazione e attivazione tutte quelle esigenze che nascono da una scuola multietnica a seguito dei rivolgimenti migratori in atto e dalla maggiore solidarietà culturale tra i paesi del mondo che rende necessaria una rivisitazione di una visione troppo italo centrica della nostra scuola.
(Fonte foto: Rete Internet)