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COSA PIOVE DAL CIELO?

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“Un cuento chino” è la storia bizzarra di un uomo solitario, la cui vita viene stravolta dall”incontro casuale con un ragazzo cinese.

Roberto è un uomo solitario e scorbutico. Nel suo negozio di ferramenta passa le giornate a servire controvoglia i clienti e a spazientirsi per le truffe dei fornitori; poi torna a casa, ritaglia articoli di giornali con notizie assurde, si prende cura del mobiletto-santuario con la foto della madre morta e spegne la luce per dormire nell’istante preciso in cui l’orologio segna le 23.00. Il rituale si ripete inesorabile, tutti i giorni. Finché, quasi dal nulla, un cinese che non conosce una parola di spagnolo viene buttato fuori da un taxi in corsa davanti ai suoi occhi e gli cambia la routine.

Il burbero Roberto, tra un improperio e l’altro, decide di aiutare lo sventurato nella ricerca dello zio. Con lo svolgersi della storia viene chiarita l’origine della tragicomica sequenza che apre il film (una mucca piove dall’alto su una barca, uccidendo una giovane cinese e lasciando di sasso il ragazzo che le stava chiedendo di sposarlo).

Il cuore del film sta nel ruolo del caso, degli eventi assurdi ed imprevedibili nel condizionare la vita degli uomini. La collezione di notizie strampalate di Roberto parte proprio dalla sua storia, da una lontana foto che lo immortalava, soldato, durante la guerra delle Malvinas e che aveva provocato la morte del padre. Questo diario di follie sembra cozzare tremendamente con la vita monotona di Roberto, ma in realtà è proprio quel primo evento lontano, casuale e drammatico, ad averlo trasformato nella persona che è. Un’altra bizzarria, un cinese sbucato dal nulla, segna una nuova svolta. Perché – questa pare la conclusione del regista – il caso, imprevedibile quanto si vuole, pone sempre l’uomo nella condizione di scegliere cosa fare degli eventi che gli piombano (letteralmente) addosso.

Borensztein costruisce una favoletta ironica velata appena da un tocco di malinconia e riflessione. Il film è occupato in larga parte dai divertenti battibecchi tra Roberto e il suo ospite cinese. Il livello di scrittura non è tra i più sofisticati; le gag si giocano sull’incomunicabilità e su poco altro. In mancanza di una sceneggiatura brillante, l’ironia si basa soprattutto sulle situazioni e sul loro ripetersi. Le colazioni mute tra i due personaggi sono uno spasso, grazie alla faccia straordinaria dei due interpreti (in particolare Darín, conosciuto dal grande pubblico per il film premiato agli Oscar Il segreto dei suoi occhi) e così tutte le altre “scenette” in cui si articola l’opera. I primi 20 minuti, in particolare, sono un piccolo gioiello per come tratteggiano tra il comico e il malinconico la figura di un uomo solo attraverso piccole trovate.

Ma in presenza di un plot non troppo sottile o articolato, il film si trascina lentamente col passare dei minuti. L’ironia è a tinta unica e, dopo un po’, i limiti nella caratterizzazione dei personaggi e nello sviluppo della storia emergono. La risoluzione della trama arriva quando allo spettatore quasi non importa più, perché poco è stato fatto durante il film per rendere più interessante il racconto.
Così rimangono soprattutto alcune trovate divertenti, una buona rappresentazione iniziale della solitudine e poco altro. L’ambizione del film di raccontare con tocco leggero in che modo il caso cambi la monotonia di una vita rimane legata ad un paio di immagini efficaci.

Un cuento chino è uno strano ibrido, troppo monotono e lineare per essere un racconto grottesco, troppo superficiale e prevedibile per sondare le profondità di un personaggio malinconico. Restano alcune buone idee, sospese nella leggerezza di un sorriso amaro. Ma senza una struttura narrativa forte e una rappresentazione più originale si dissolvono senza lasciare traccia.

Voto: 6/10
Regia: Sebastián Borensztein, con Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana
Titolo originale: Un cuento chino
Durata: 95 minuti
Uscita nelle sale: 23 marzo 2012  

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