In giro l”umore non è buono. I politici sembrano cavalli impastoiati: di tanto in tanto nitriscono, ma niente di più. Ma forse è un bene che se ne stiano fermi e zitti. Di Giovanni Ariola
L’e-mail giunta dal prof. Piermario, che, come si ricorderà aveva chiesto in Istituto un periodo di aspettativa per recarsi in Libia a dare una mano ai suoi amici rivoluzionari di Bengasi, arreca molto piacere ai suoi colleghi che già da tempo sentivano la sua mancanza ed erano afflitti da una non confessata ma profonda nostalgia. Scrive che presto tornerà. Le cose in Libia non vanno come dovrebbero e come lui aveva sperato e secondo il progetto per il quale stava, anche con molti sacrifici, lavorando insieme con i vecchi e i nuovi amici a Bengasi.
In verità molto è stato fatto, ma in tanti settori si deve cominciare da zero, cambiare ad esempio di sana pianta l’ordinamento scolastico e poi le istituzioni, il sistema burocratico, le leggi che regolano la vita civile. Tutto è difficile perché mancano le risorse materiali e il fervore nuovo, anzi l’entusiasmo che si respirava subito dopo la vittoria per la libertà riconquistata, va piuttosto scemando. “Ho collaborato – scrive il prof. Piermario – con un mio amico docente di storia, che faceva parte del team di 300 esperti che ha lavorato per cambiare i testi scolastici. È stato una corsa contro il tempo per poter terminare l’opera per stampare i testi e farli trovare a scuola per gennaio, ossia all’inizio del nuovo anno scolastico in ritardo già di quattro mesi.
Purtroppo il nuovo Stato stenta a decollare, per giunta tira una brutta aria di separatismo, la Cirenaica ha proclamato perfino l’indipendenza da Tripoli e ha eletto un suo leader nella persona di Ahmed al-Zubair Senussi, pronipote di re Idris, cacciato nel 1969 dal colonnello Gheddafi; insomma si sta chiedendo da più parti di creare uno Stato federale composto delle tre regioni storiche (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) che avrebbero una certa autonomia politica ed economica. Ho saputo che un illustre professore di Legge all’Università degli Studi di Bengasi, Abdelkader Radura, sta appunto elaborando un progetto di Stato federale che si ispira al modello di ordinamento regionale vigente in Italia. Speriamo bene. La mia paura è che, spentasi la poesia della fiammata rivoluzionaria e subentrata la prosa del lavoro di ricostruzione, risorgano le mire e gli interessi dei numerosi clan e che le forze rivoluzionarie finiscano per disgregarsi tanto da giungere anche ad una più perniciosa guerra civile.
Alla fine ho deciso di tornare. Anche se, lo confesso, per le notizie che mi giungono dall’Italia e in particolare da Napoli… «mme fa paura ’e ce turna’» per dirla con le parole della nostra bellissima canzone “Munasterio ’e Santa Chiara”.
– Mi meraviglia – osserva il prof. Geremia (Fantasia) – questo stato d’animo del nostro amico, lui sempre così battagliero e deciso…
– Quanto diverse – concorda il prof. Carlo – queste parole da quelle che mi mandò da Bengasi qualche mese fa nel pieno della guerra sferrata dalle forze ribelli contro Gheddafi. Ce l’ho ancora qui in tasca…Sentite… mi trascrive un passo dal libro di Federico Rampini “Alla mia sinistra” (Sottotitolo: “Lettera aperta a tutti quelli che vogliono sognare insieme a me” – Ed. Mondadori, Milano,2011):
“Una cosa che mi è sempre piaciuta della sinistra, dei suoi grandi pensatori, da Marx a Gramsci, una ragione per cui mi ostino a definirmi di sinistra, è quell’idea ottimista della Storia.
La Storia siamo noi, nel senso che possiamo influire sul corso degli eventi. E riusciamo a farlo, se troviamo una «narrazione» comune che tenga insieme i bisogni e le aspirazioni non di una sola categoria, non di una sola nazione, ma dell’umanità intera. Essere di sinistra vuol dire inseguire un progetto che possa far bene all’Asia e all’Africa mentre fa bene a noi; perché un progetto simile deve esistere, altrimenti l’umanità è condannata a ripetere cicli di errori e di tragedie.” (p.79)
– Anche gli utopisti più incalliti – osserva il prof. Eligio – alla fine devono arrendersi di fronte alla cruda realtà…
– E la realtà che stiamo vivendo – ribatte il prof. Geremia – è davvero opprimente…
– Sapete – sorride il collega Carlo per interrompere sul nascere la prevedibile geremiade dei due proff – l’altro giorno mi è capitato di pensare che siamo diventati come il diavoletto di Cartesio. Con la pressione forte e incalzante (gli sportivi direbbero pressing) a cui siamo sottoposti soprattutto da parte della economia in crisi stiamo insaccando tanto di quell’umor nero che stiamo andando a fondo e rischiamo di rimanerci. Dovremmo deciderci ad espellere questa materia tossica in modo da risalire “a riveder le stelle”.
– Hai ragione – conviene il prof. Eligio – a volte un po’ mi vergogno di essere così pessimista…E dire che come cattolico dovrei avere più fiducia e pensare che dopo la ‘passione e morte’ c’è sempre una ‘resurrezione’…Ma come si fa a nutrire anche un filo di speranza con una situazione così tenebrosa…Siamo tutti come storditi dai provvedimenti drastici che il novello salvatore della patria (leggi: governo tecnico) sta adottando seraficamente e a spada tratta come si suol dire, ispirato e guidato dall’angelo nero della Necessità, mentre aumenta il numero di coloro che sono sull’orlo della disperazione (o ne sono già stati sopraffatti e sono perfino giunti ad atti estremi). Intanto i politici, sempre più inetti, stanno a guardare…
– Ormai i nostri politici – concorda rincarando la dose il prof. Geremia – mi fanno pensare a tanti cavalli impastoiati…nitriscono di tanto in tanto ma non possono muoversi più di tanto…quelli che si sono slegati spesso si muovono solo per gli interessi propri e del loro partito…
– Io penso – interviene il prof. Carlo alquanto divertito dalla calzante metafora del collega – che sia piuttosto un bene che stiano un po’ fermi e zitti; può darsi che riscoprano l’arte di pensare e, pensando sufficientemente, trovino la strada giusta per uscire da questo impasse.
Provvidenzialmente entra la dottoressa Raffaella che porta, con la sua grazia giovanile e il suo abbigliamento primaverile, una ventata d’aria fresca e un po’ di colore sui volti dei proff alquanto ingrigiti dalla inevitabile mummificazione causata sia dall’inverno sia dal clima fosco della nostra epoca.
– Sono arrivati – annuncia con un sorriso smagliante (chi non ama questo aggettivo perché è un francesismo e per giunta troppo abusato, può sostituirlo con brillante che fa pensare alla luce incantevole del berillo, lat.beryllu-m e quindi allo smeraldo e all’acquamarina) – due pacchi di libri, uno dalle Case Editrici per la biblioteca e un altro per voi da parte del prof. Piermario.
Dal pacco inviato dal Centro Distribuzione Editoriale vengono fuori alcune novità librarie ancora odorose di stampa.
– Questo l’ho sfogliato qualche giorno fa in libreria – dice il prof. Carlo prendendo tra le mani e mostrando la recente fatica di Sergio Rizzo e Giannantonio Stella “Così parlò il cavaliere” (BUR,Milano, 2011). I due autori hanno spulciato forse centinaia di giornali, riviste, trasmissioni televisive e siti web di questi diciassette anni di regime berlusconiano e hanno raccolto frasi, barzellette, gag, gaffe, brani di discorsi del cavaliere, riuscendo a darci attraverso il suo linguaggio un profilo abbastanza chiaro del suo stile di vita pubblica e privata. Mi sono divertito a leggere qua e là… Per esempio, procedendo a caso…sentite:
“Il ‘cucù’ – dichiarò Berlusconi nel giugno del 2009 a Sky Tg24 – non è un’invenzione mia, è un’invenzione di Putin. Una volta …ci dovevamo incontrare in un salone dove c’erano dei pilastri, io andavo da una parte…Lui si è nascosto dietro un pilastro e mi ha fatto proprio così: ‘Cucù!’. E io ho ripetuto questa cosa …quando la Merkel si stava avviando in direzione opposta a quella in cui stavo io”.
– Io invece ho comprato giorni fa – ribatte il prof. Eligio – questo “Ciliegie o ciliegie? – e altri 2406 dubbi della lingua italiana” di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota (Ed. Sperling & Kupfer, 2012) e l’ho scorso con piacere. Si tratta di un manualetto pratico, una sorta di vademecum per turisti stranieri o extracomunitari ma anche per gli italiani alfabetizzati che però sono di tanto in tanto dubbiosi sull’ortografia di singole parole o di intere frasi.
Dal pacco proveniente da Bengasi fuoriescono invece quattro libri:
– Robert Graves, “I Miti Greci”, Longanesi (XXIV Edizione), Milano, 2011.
– Miguel Gotor, “Il Memoriale della Repubblica – Gli scritti di Aldo moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, Einaudi, Torino, 2011.
– W. H. Auden, “Grazie, Nebbia”, Adelphi, Milano, 2011.
– Giovanni F. Bignami, “Cosa resta da scoprire” (“Un affascinante viaggio alla ricerca delle prossime scoperte che cambieranno il mondo” – Margherita Hack), Mondadori, Milano, 2011.
– C’è – riprende la gentile dottoressa – con i libri un biglietto…c’è scritto…”Ai miei colleghi ed amici Carlo, Eligio e Geremia e a un eventuale collega che non conosco. Unicuique suum (= regalo a ciascuno il suo sott. libro).Cari saluti. A presto. Piermario”.
E ciascuno dei tre proff. allunga la mano e prende il suo libro (quello che crede destinato a sé). Resta il libro del Bignami.
– E questo – dice il prof. Carlo porgendolo alla giovane – tocca a te, come è giusto, trattandosi di un viaggio meraviglioso nel futuro che noi forse non vedremo. Piermario è straordinario; anche non conoscendoti, senza neppure sapere della tua esistenza, ha scelto il libro adatto a te.
– Sono emozionata e lieta – dice la donna prendendo il libro –… ma c’è nel biglietto che ho appena letto un poscritto: “Se tra loro c’è vera fratellanza/ gli uomini non cantano all’unisono:/ cantano in armonia.” (W. H. Auden, “Grazie, nebbia”, p.47).
Buona Resurrezione a tutti!

