L’utero in affitto
La vicenda del ddl Cirinnà, all’ordine del giorno su tutti i mass-media, è arrivata al capolinea. La prossima settimana si voterà e, comunque vada, il nostro Paese avrà una legge.
Ma, in questi giorni di violenta discussione sulle unioni civili e il ddl Cirinnà, vi è un tema che, nonostante veli e cortine fumogene, sta emergendo come centrale. È la questione dell’utero in affitto, che riveste un’importanza immensa in ordine ai diritti umani e che coinvolge in maniera profonda i destini del nascituro, della madre a pagamento e dei committenti. Leggo sui giornali che ci sono siti su cui informarsi. Addirittura, come al supermercato, c’è un tariffario che va dai 25-30mila euro per i “più poveri” ai 100mila euro per i “più ricchi”. Se, poi, il “direttore commerciale” è anche buono, c’è addirittura lo sconto. Si può “prenotare” perfino il colore degli occhi. Raccapricciante. Roba da far rabbrividire anche i più scanzonati progressisti. Perché, poi, se sfruttare il corpo di una donna o la sua povertà (vero mercimonio) significa essere antesignani del modernismo, sinceramente, preferisco essere conservatore. Quando sono in discussione i valori fondamentali della vita non c’è né conservatorismo né progressismo. Non c’è né destra né sinistra (per dirla con Giorgio Gaber). C’è solo il buon senso e una sana razionalità che l’uomo di oggi sta perdendo in nome del dio-profitto-danaro. Per denaro si svende la propria dignità e i valori perenni dell’uomo vanno in discarica. Certo oggi tutto è in divenire. Mi sembra ovvio. Ma alcuni valori, anche se coniugati in modo diverso, devono essere perenni, anche col passare del tempo. E, nel nostro caso, non c’è chi non veda che, una volta varate le unioni civili omosessuali, un numero più o meno grande di queste si rivolgerà ai Paesi in cui la maternità surrogata è legale per “prenotare” un bambino. Poi si cercherà di aggirare, come del resto è già avvenuto, il divieto italiano di utero in affitto chiedendo la trascrizione del bambino come “proprio” figlio. Sinora diverse sentenze della magistratura hanno sorvolato sulla surrogazione di maternità, affidando il bambino alla coppia che lo ha commissionato. Una legge sulle unioni civili improntata a giustizia non può nascondersi dietro interessati silenzi, che finiscono per trasmettere l’idea che non ci si voglia realmente opporre all’utero in affitto. La legge dovrebbe includere rigorose misure per sanzionare la pubblicità a favore della maternità surrogata, l’intermediazione praticata da agenzie e cliniche, e i fruitori stessi della pratica. L’utero in affitto va considerato come un crimine contro la persona (della madre surrogata e del bambino prenotato) e un reato universale da perseguire ovunque, nel mondo. Bisogna, inoltre, dire che l’aspetto più appariscente, ma tutt’altro che unico, di questa pratica schiavistica è l’introduzione del mercato capitalistico nell’area delicatissima della generazione umana. Per quanto riguarda la Chiesa (anch’essa divisa e confusa su questa materia così complessa e nuova), sembra che alcuni componenti la gerarchia ecclesiastica siano d’accordo per le unioni civili (da non equiparare ad un matrimonio), ma assolutamente sono contro le pratiche dell’utero in affitto e/o della maternità surrogata. Il dibattito sarà lungo e difficile. Ma una cosa è certa (almeno per la nostra generazione): stiamo vivendo una vera rivoluzione copernicana dal punto di vista antropologico e sociologico. E ancora non sappiamo dove tutto questo ci porterà.
ANNUNCIARE DENUNCIARE RINUNCIARE
Un debito di gioco la pista più accreditata per l’assassinio di Tafuro e Liguori
Ma spunta l’ombra delle cosche criminali di Ponticelli: i due soci, titolari di un’agenzia di scommesse a Somma Vesuviana, sarebbero stati in procinto di aprire una seconda attività a Cercola
Un agguato, una trappola, un’esecuzione. Francesco Tafuro e Domenico Liguori, poco più che trentenni, gestivano insieme un centro scommesse in via San Sossio. Mercoledì sera sono andati via insieme quando erano appena passate le 21. Ciascuno con la propria automobile, in principio: Tafuro con la sua Fiat Punto, Liguori – che avrebbe festeggiato il suo trentaduesimo compleanno ieri – a bordo della sua Smart. I due soci ed amici sarebbero stati notati poco dopo a Piazzolla di Nola ma poi entrambi salgono a bordo della Punto di Tafuro, mentre l’auto di Liguori è stata ritrovata parcheggiata poco prima di Saviano, il luogo dove avevano forse un appuntamento rivelatosi fatale. Si fermano in una stradina isolata, in piena campagna, cieca, con poche case intorno. O forse passano di lì per altri motivi ed i killer li seguono, chissà. Certo è che l’auto degli assassini affianca la Punto e vengono esplosi ben 13 colpi di pistola. Domenico Liguori è colpito da otto proiettili, alla testa e al torace. Tafuro, al volante, cerca di sfuggire al fuoco lanciandosi fuori dall’auto ma non fa in tempo. Cinque colpi per lui, anche stavolta alla testa e al torace.
La mezzanotte è trascorsa da poco, è ormai già giovedì 11, il giorno del compleanno di Domenico Liguori, quando i carabinieri di Nola con il maggiore Capurso e i militari del nucleo investigativo di Castello di Cisterna guidati dal maggiore Michele D’Agosto, insieme al reparto scientifica, giungono sul luogo del delitto, avvisati da una telefonata anonima.
La scena è quella di un’esecuzione di camorra ma i militari si trovano di fronte i cadaveri di due giovani totalmente estranei agli ambienti della criminalità. Due trentenni praticamente sconosciuti alle forze dell’ordine. Tafuro è incensurato. Liguori ha a suo carico soltanto una contravvenzione legata ad una licenza non in regola quando, anni or sono, aveva iniziato a lavorare nel campo delle scommesse online. Gli investigatori lasciano aperte tutte le piste ma la più accreditata resta quella di un presunto – e grosso – debito di gioco che qualcuno avrebbe scelto di pagare a colpi di calibro 9.
Intanto si sta scavando nel passato e nel presente delle vittime, nella loro vita personale e lavorativa, si stanno ricostruendo le ultime ore degli imprenditori trentenni titolari di un frequentatissimo centro scommesse in via Sossio, a Somma Vesuviana, nelle vicinanze del Parco Fiordaliso, insediamento di case popolari.
Stando a indiscrezioni, Tafuro e Liguori stavano pensando di espandersi, di aprire un secondo centro scommesse a Cercola. Gli investigatori stanno quindi verificando se, per ipotesi, i due fossero stati avvicinati da esponenti dei clan di Ponticelli. C’è la camorra dietro l’assassino di due ragazzi «per bene», come tutti li definiscono? C’è una richiesta di pizzo non appagata? Oppure è vera quella che gli inquirenti considerano l’ipotesi più probabile: avevano chiesto a qualcuno di pagare un grosso debito e avevano forse un appuntamento con lui la stessa sera?
Frattanto sarà eseguita l’autopsia sui cadaveri dei giovani, così ha stabilito la Procura disponendo anche il sequestro del centro scommesse di via San Sossio, nella dichiarata speranza di trovare le tracce di uno o più debiti ancora da estinguere da parte di qualche scommettitore. Al vaglio degli investigatori anche i telefoni e i computer di Tafuro e Liguori.
Ezio Bosso e l’Italietta che si commuove
Compositore, musicista e direttore di orchestra, Ezio Bosso è famoso in tutto il mondo. Una vera eccellenza Made in Italy, applaudita nelle più importanti cattedrali della musica. Uno di quei tanti personaggi nostrani che dovremmo portare in palmo di mano e del quale invece, stranamente, finiamo per ignorare l’esistenza.
Eppure ieri, il Festival di Sanremo, la principale kermesse musicale italiana, l’ha presentato a tutti quanti noi attraverso un pregevole assolo di pianoforte.
Chi ha l’abitudine di leggermi sa bene quanto ami andare dritto all’obiettivo. Scrivo e racconto le vicende che osservo da un punto di vista personale, come è normale che sia, restando però fedele ad un principio di vita che sia scevro da ipocrisie e stucchevoli atteggiamenti.
Ezio Bosso ha scoperto di essere affetto da SLA da alcuni anni. La SLA è una schifosissima malattia che in tanti, purtroppo, hanno conosciuto da vicino vedendosi portare via amici, parenti o addirittura figli.
Bosso si è presentato sul palco sanremese in sedia a rotelle. Lo ha fatto con la dignità e l’eleganza di chi, seppur scoordinato nei movimenti e non agevolato da una giusta coordinazione del linguaggio, ha lasciato che il suo handicap rimanesse proprio lì dove è giusto che sia, nel pregiudizio altrui.
L’esibizione dell’incantevole musicista torinese ha fatto molto rumore, più di una batteria di pentole sbattute in terra. Per questo è giusto sottolineare, a quanti non lo sapessero già che, gran parte, se non tutto il merito del suo successo mondiale, non è di certo dovuto alla attuale condizione di disabilità. Alla cosiddetta ispirazione del dolore.
In pratica, Bosso, le sue migliori opere, esibizioni, le ha prodotte quando era fisicamente integro. Non intaccato dalla malattia.
Ho da sempre mal digerito l’immagine del disabile al quale attribuire a tutti i costi un dono ultraterreno. O peggio ancora che gli vadano sbattute le mani ogni due secondi per aver pronunciato soltanto la parola “fagiolo.” Come se un disabile, in qualche modo, dovesse costantemente giustificare con una qualsiasi capacità la sua presenza in vita.
Guardate, e questo posso giurarvelo, ci sono tanti e tanti disabili come me capaci pure di non saper fare un granché senza richiedere un applauso ad ogni starnuto. L’effetto meraviglia che ci portiamo dietro noi disabili ogni qual volta ci presentiamo in pubblico è una vera persecuzione. A volte, e lo scrivo con profonda sincerità, vorremmo soltanto essere ignorati. Muoverci nei corridoi di un centro commerciale senza suscitare stupore. Tenerci per mano con la nostra fidanzata senza incuriosire i passanti.
Quello lanciato da Bosso è stato indubbiamente un bel messaggio. Il classico “non mollare mai” perfino davanti alle avversità.
È innegabile, però, tanto per continuare ad essere malizioso, che essendosi ammalato in tarda età, quando ormai era già un compositore affermato e certamente ben pagato, Bosso ha potuto godere di qualche vantaggio in più, di qualche strumento in più, rispetto a tanti altri malati gravi che, purtroppo, devono elemosinare perfino una assistenza domiciliare. E tutto questo nella totale indifferenza.
In platea non ne trovavi uno che non applaudisse. A momenti si spellavano le mani. Una violinista si è addirittura commossa con tanto di lacrime a goccioloni. Peccato che nel quotidiano, nella vita senza luci e paillettes, ad un disabile nessuno offra lavoro, nessuno si sbatte più di tanto affinché gli sia consentito di accedere ad un locale pubblico o soltanto passeggiare per strada. E non vi racconto l’odissea che ti aspetta se provi a prendere un mezzo pubblico.
Suona altrettanto stonato, poi, volendo restare in ambito musicale, che in pochi si siano veramente indignati per le parole pronunciate dal vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri, che neanche una settimana fa ha dato dell’handicappato ad un giornalista nel tentativo di offenderlo. Che tristezza.
Allora mi sta bene la sensibilizzazione offerta dall’esibizione di Bosso, purché non sia fine a se stessa. A quel classico momento di commozione generale che fa ascolto ma non produce effetti a lungo termine.
Poi mi resta un ulteriore grosso interrogativo: se Bosso non avesse colpito per il suo handicap, per le sue limitazioni, in Italia, oggi, si parlerebbe ancora di lui o di quanto è stata apprezzata l’esibizione di Eros Ramazzotti? Passato oggettivamente in secondo piano.
Insomma, è legittimo chiedersi come mai, un artista dello spessore di Bosso, riconosciuto in ogni confine del pianeta terra, non fosse mai stato invitato prima? C’è voluto che si ammalasse? Che il tutto creasse maggior eco?
Lascio a voi ogni altro giudizio.
L’integrazione, il percorso verso l’abbattimento dei pregiudizi, si ottiene solo attraverso uno sguardo comune fatto di assoluta normalità. Va con forza edificata una società dove non è necessario apparire come super eroi per essere apprezzati. Considerati.
Certo, vanno sottolineati gli sforzi, la volontà di chi compie maggior sacrificio. Dobbiamo, però, ed è questa la vera missione, batterci tutti insieme affinché vengano garantiti pari diritti senza ottuse distinzioni.
Ho trovato importante, in questo senso, il messaggio che Sanremo ha offerto attraverso l’ospitata di Bosso. La Rai ci ha fatto sapere che l’Italia è composta anche da altri cittadini, disabili in quel caso, meritevoli di andare in diretta televisiva anche se non corrispondenti a canoni estetici per così dire perfetti. Questo sì.
Ma badate bene, ognuno di noi è capace, speciale, per ciò che vive. Per quello che rappresenta innanzitutto per se stesso.
Colui che si è esibito ieri sul palco dell’Ariston era solamente un essere umano nonché un eccelso artista. Ed è questo ciò che ho visto io in Bosso, al di là del suo handicap.
Pozzilli. Sclerosi multipla: lo squilibrio energetico nelle cellule nervose un possibile punto di partenza per nuove terapie
Il processo infiammatorio che causa la perdita di mielina altera anche il metabolismo delle cellule nervose, portando alla loro degenerazione.
Alla base della sclerosi multipla vi è una reazione autoimmune che, innescando un processo infiammatorio, porta alla perdita di mielina, la sostanza che riveste le fibre nervose e che facilita la trasmissione degli impulsi. Ma un ruolo importante nel determinare la gravità di questa patologia viene svolto anche da alterazioni del metabolismo energetico dei neuroni. Una ricerca dell’I.R.C.C.S. Neuromed, svolta in collaborazione con l’Università Tor Vergata, l’Università Politecnica delle Marche e l’I.R.C.C.S. Fondazione Santa Lucia, evidenzia questo processo, contribuendo a tracciare una strada innovativa verso terapie che possano limitare l’accumularsi progressivo di danni alle strutture nervose nel corso della malattia.
Lo studio ha messo a confronto 118 malati di sclerosi multipla recidivante-remittente con 157 persone non affette da quella patologia, ma che erano comunque state sottoposte a accertamenti neurologici per altri motivi. I ricercatori si sono concentrati, in particolare, sul metabolismo energetico, misurato attraverso la concentrazione di lattato (lo ione dell’acido lattico) nel liquido cerebrospinale. I risultati, pubblicati sulla rivista Journal of Neuroinflammation, mostrano come nei malati di sclerosi multipla i livelli di lattato siano sensibilmente più alti. Non solo: i livelli sono correlati allo stadio di gravità della malattia. Il quadro che ne emerge è quello di una alterazione a livello dei mitocondri, gli organelli cellulari responsabili appunto della produzione di energia.
“Il nostro studio – dice il professor Diego Centonze, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia I e dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’I.R.C.C.S. Neuromed– rafforza l’ipotesi che, nella sclerosi multipla, alla perdita di mielina causata dal processo infiammatorio si affianchi anche una disfunzione a carico dei mitocondri neuronali. Questa alterazione nel metabolismo energetico porterebbe alla morte cellulare, contribuendo in modo significativo alla gravità della patologia”.
La ricerca, caratterizzata dall’elevato numero di pazienti coinvolti, ha quindi due ripercussioni: da una parte candida il lattato come un possibile indicatore dello stadio di gravità della sclerosi multipla, quindi un valido aiuto per i medici che pianificano le strategie terapeutiche. Dall’altra mette in evidenza come nella sclerosi multipla coesistano due meccanismi. L’infiammazione autoimmune sarebbe il primo passo della patologia, ma a questa seguirebbe una disfunzione mitocondriale che, portando a una neurodegenerazione irreparabile, causerebbe un accumulo progressivo di danni al sistema nervoso.
“Le prospettive che si aprono – continua Centonze – sono molto interessanti. Le disfunzioni mitocondriali potrebbero rappresentare un valido punto di attacco per nuove terapie, capaci di limitare la progressione della disabilità nei pazienti”.
A Caserta, per “Le piazze del sapere”, Carmine Cimmino parla di Montalbàn e dell’ “ipocrisia” del baccalà in maschera
Nel ristorante “Il cortile” di Caserta, in un incontro con l’autore, organizzato dall’ associazione “Le piazze del sapere”, Michele Miccolo, Gianfranco Nappi e Amedeo Colella presentano il libro di Carmine Cimmino “ Note di storia del baccalà nella dieta vesuviana e napoletana”.
Una splendida serata, quella di martedì 9 febbraio. Per il luogo, il ristorante “Il cortile” di Caserta, la cui raffinata architettura già da sola detta al convito il ritmo dell’eleganza, e impone alla discussione culturale il segno della levità, di quella levità che è sempre garanzia di profondità. Per l’attenzione del pubblico, che ha partecipato all’incontro con manifesto interesse e ha sollecitato risposte: il suo invito è stato recepito e condiviso da Michele Miccolo, che dopo aver illustrato il ricco calendario di appuntamenti dell’ associazione “Le piazze del sapere”, ha ricordato ai relatori che la storia di una comunità si può raccontare anche, e forse soprattutto, attraverso la sua alimentazione.
Gianfranco Nappi, impegnato più che mai nella promozione dei valori culturali, economici e sociali della “dieta” e dell’agricoltura della Campania, ha condiviso il monito di Michele Miccolo, sottolineando il fatto che il libro di Cimmino fa parte di una collana, “oltre il giardino”, in cui sono stati pubblicati una straordinaria plaquette di Eduardo de Filippo, “ Si cucine cumme vogl’i’..”, la ristampa del geniale pamphlet di Emilio Sereni “ I napoletani da mangiafoglie a mangiamaccheroni”, e il saggio dello stesso Nappi “ Latte Nobile, Storie di terra di coraggio di futuro” ( I quattro volumi sono stati editi, in un elegantissimo formato, dalla Dante & Decartes). Il progetto di questo collana, dal Nappi ideato e curato, fa capire da solo quanto profondamente egli “senta” i valori culturali e sociali dell’economia agroalimentare campana. Gli brillavano gli occhi quando ha ricordato due “recite” di cui è stato coautore e che sono andate in scena all’ Expo di Milano: la preparazione di un gigantesco ragù, e la pubblica lettura dei versi in cui Eduardo demolisce il risotto alla milanese.
Amedeo Colella, noto scrittore di “napoletanità”, ha sciorinato tutti i moduli della sua tecnica oratoria, che è convincente e trascinante, perché sa illustrare e spiegare divertendo. Del resto, gli spazi prediletti sono quelli della napoletanità teatrale e allusiva, che fa la faccia seria e intanto strizza l’occhio, che prima dice, educatamente, “ con decenza parlando”, e poi assesta la battuta scollacciata, attingendo motti, aneddoti e doppi e tripli sensi dalla lingua napoletana in cui Napoli ha distillato l’essenza di una civiltà impareggiabile. Colella ha concluso il suo scoppiettante intervento ricordando che quando i napoletani volevano oltraggiare una donna paragonavano l’odore che saliva dalle sue parti intime al “fieto d’ ‘o baccalà”, e che a Napoli “baccalajuolo” è non solo chi è addetto alla lavorazione del baccalà, ma anche la persona rozza, sporca e volgare. A questo punto Carmine Cimmino ha raccolto il testimone e ha ricordato che Francesco D’ Ascoli nel 2003 scrisse una memorabile pagina su quell’oltraggiosa corrispondenza tra odori, e che nel gergo di certa camorra “baccalajuolo” è anche il killer professionista. Cimmino illustra le ragioni per cui il baccalà è entrato a far parte della cucina napoletana, e Somma è diventata la capitale vesuviana di quel “salame”: poi, rispondendo a una domanda che gli viene dal moderatore e dal pubblico, si dichiara persuaso che il prezzo “vile” della carne di bufalo e del maiale “nero” abbiano impedito, durante tutto l’Ottocento, la diffusione di stocco e baccalà nel territorio casertano.
Ma quasi tutto l’intervento dell’autore del libro è dedicato a una riflessione semiseria sull’ “ipocrisia” del baccalà. Il successo di stocco e baccalà è stato decretato nel Sud anche dagli ordini religiosi che hanno assegnato a queste “variazioni” del merluzzo il ruolo di cibo penitenziale. Nel libro “ Riflessioni di Robinson davanti a 120 baccalà” Manuel Vàzquez Montalbàn immagina che il vescovo Robinson sia condannato a purgarsi dall’eccessivo amore per il danaro e dalla blasfema passione per una bella donna vivendo da eremita su un’isola deserta e nutrendosi solo di baccalà. Eppure nelle sue ricette “immorali” Montalbàn ha indicato il baccalà come uno strumento di seduzione, come una chiave adatta ad aprire la porta dell’erotismo. In realtà, dice Cimmino, il baccalà è come il grigio in pittura, il grigio che accende, per contrasto, i colori caldi e fa in modo che siano scintillanti. Il “neutro” baccalà esibisce la sua maschera ipocrita – “ipocrita” in greco significa “attore” – di cibo penitenziale e “magro”: ma se poi si fa accompagnare dai broccoli neri, dalla menta e dal peperoncino e da altri “ingredienti” cari a Venere la sua “magrezza” è quella, maligna, del ruffiano. Perciò è giusto, conclude Cimmino, parlare di baccalà il giorno di Carnevale.
E saporosa, e profumata, è la “ruffianeria” del baccalà preparato dallo chef del ristorante “Il cortile”, un baccalà sommese, umilmente tenero, elegantemente riservato, che congiunge i sapori della sua scorta: pomodorini, capperi, olive nere, in un’ armonia solleticante, in una sensuale fragranza. Quando poi su questo baccalà si beve un coda di volpe sommese, il nobile “Fontana Cupa”, allora l’armonia si fa magica, e tutti i convitati “sentono” – è un fascinoso sentire – che le parole sono diventate sostanza: questa è autentica esperienza culturale.
Splendida serata: perché ancora una volta è stato dimostrato che il sapere è scambio e confronto di idee e di “ simpatia”, è una “piazza” in cui senza requie si intrecciano il dare e il ricevere, il domandare e il rispondere.
Somma Vesuviana, duplice omicidio a Saviano:indagini a ritmo serrato
Sottoposto a sequestro il centro scommesse di via San Sossio. I carabinieri indagano sulla vita dei due giovani trucidati stanotte da numerosi colpi di pistola a Saviano.Non si esclude nessuna pista.
Francesco Tafuro e Domenico Liguori. Due amici, due soci, due trentenni che su Facebook appaiono belli, spensierati, sorridenti, sportivi. Due giovani pieni di vita e di ambizioni, uniti da un sogno realizzato: gestire, insieme, una sala scommesse. Nessuno,però, avrebbe mai immaginato che in una fredda e piovosa notte di febbraio i due giovani amici trovassero ad attenderli un comune e atroce destino. I loro corpi, nella tarda serata di ieri,in una zona di campagna di Saviano sono stati trovati privi di vita, crivellati da numerosi colpi di pistola. Uccisi in modo spietato, puniti, ancora non si sa per cosa, così come si fa con i criminali più incalliti. Eppure Francesco era incensurato e Domenico, molto conosciuto a Somma, era noto alle forze dell’ordine per una semplice contravvenzione legata al gioco d’azzardo.
Dunque, stando alle prime verifiche fatte dagli investigatori, i due giovani non sarebbero legati alla criminalità organizzata. Sull’episodio indagano i Carabinieri di Nola ,quelli del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e i militari della locale stazione al comando del Maresciallo Raimondo Semprevivo.La pista più accreditata sarebbe quella di un grosso debito di cui i titolari della sala scommesse sarebbero stati creditori.
Ovviamente, il centro scommesse di via San Sossio gestito dalle due vittime è stato sottoposto a sequestro giudiziario. Intanto da stamattina per le vie della città non si parala d’altro mentre sulla piazza virtuale si moltiplicano i messaggi di cordoglio di tanti amici dei due sfortunati giovani.
Utero in affitto e diritti delle donne
Diritto all’autodeterminazione o mercificazione del corpo della donna? Una questione spinosa che attraversa i movimenti delle donne.
L’appello di SNOQ contro quella che il movimento stesso definisce, accogliendo senza dubbio il termine più comune, “maternità surrogata” e la lunga e argomentata risposta pubblica di Michela Murgia hanno squarciato il velo che copriva, evidentemente, l’incertezza e, forse, la mancanza di analisi collettiva su questi temi da parte dei movimenti delle donne. Snoq rompe il silenzio lo scorso dicembre e chiede di firmare un appello contro la pratica dell’utero in affitto, per ora vietata in Italia, vista come un assoggettamento del corpo della donna, non più al patriarcato, ma al mercato. Un passo indietro micidiale rispetto alle conquiste tanto faticosamente raggiunte a prezzo di dure lotte nell’ultima parte del secolo scorso. Si tratta, dice il documento, di una pratica che nega alla donna la libertà di scelta: “il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.”
Il documento ha raccolto centinaia di firme e tra le prime troviamo Dacia Maraini, Stefania Sandrelli, Claudia Gerini e tante altre donne e uomini notoriamente impegnati nel campo della difesa dei diritti di genere. Ad una prima lettura il documento sembra perfettamente coerente con tutti i principi di libertà, autodeterminazione, rispetto della donna e del bambino che si sono portati avanti per tanti anni e non c’è dubbio che l’idea di “commissionare” un figlio ad una donna che accetti di portare avanti una gravidanza per altri per poi separarsene alla nascita è come minimo disturbante. Cozza con il bagaglio di conoscenze e sentimenti sulla maternità, diciamo così, che ciascuno di noi, femminista o meno, si porta dietro da sempre. Abbiamo anche assistito a scene comiche, e dato l’argomento e la sede tristissime, che si sono svolte nel Senato della Repubblica, con senatori cha hanno parlato di mici che non si allontanano dalla gatta prima di sessanta giorni e cose del genere.
E tuttavia Michela Murgia si rifiuta di firmare e la prima motivazione che adduce nella sua risposta pubblicata su Repubblica è che non di maternità surrogata si tratta, ma di gravidanza per altri. E l’obiezione non è affatto una questione di lana caprina perché proprio la coscienza femminista ha portato il mondo alle soglie del duemila a considerare la maternità non più una necessità naturale da subire ad ogni latitudine, un destino inevitabile della donna che anzi, laddove tale destino non si compisse, restava un essere umano incompiuto e manchevole di senso, ma una scelta libera della donna. La maternità non si può più, proprio in virtù di quelle conquiste, confondere con la gravidanza. Tecnicamente quella che la Murgia chiama gravidanza per altri è semplicemente una gravidanza indesiderata che termina con un parto, quindi portata a termine, e non interrotta. La maternità frutto di libera scelta, infatti, non si riduce al portare avanti una gravidanza (la legge consente comunque alla madre di rinunciare dopo partorito restando anche anonima), ma nello scegliere di assumersi la responsabilità genitoriale del bambino partorito. Se la legge consente alla donna di interrompere la gravidanza indesiderata o di portarla a termine scegliendo, però, di non diventare madre, su quali basi dovrebbe vietare che la stessa scelta fosse compiuta dietro compenso? Perché si tratta di mercificazione del corpo della donna, è la risposta. Le donne disposte a questa pratica lo farebbero in maggioranza per bisogno. E’ vero, ma è anche vero che la legge annovera tra le motivazioni legittime per l’interruzione proprio le condizioni economiche difficili. Del resto chi si sentirebbe di negare che sulla scelta libera della maternità gravano come un macigno le condizioni economiche delle future madri? Non sono forse quelle a determinare in tanti casi le scelte? Nella realtà la libertà delle donne è sempre fortemente limitata e influenzata dalla situazione sociale ed economica e questo non è un mistero per nessuno.
Secondo la Murgia non fare una legge su questa questione spingerà nella zona d’ombra la pratica della gravidanza per altri, privando le donne di qualsiasi garanzia e protezione. I genitori committenti potranno decidere di non volere più il bambino perché non corrisponde alle aspettative, potranno rifiutarsi di pagare spese mediche non previste eccetera eccetera. Un punto mi sembra veramente importante nel discorso di Michela Murgia: bisognerebbe non solo legiferare per garantire alla gestante ogni tipo di protezione, ma anche lasciarle fino alla fine il diritto di cambiare idea e tenersi il bambino.
E tuttavia, anche se mi sento di condividere l’articolo di Michela Murgia, una riflessione che è presente nell’appello di SNOQ manca invece nella risposta della scrittrice. Ed è se avere un figlio con i nostri geni sia o no un diritto. Il problema riguarda coppie etero, omo e single. Qualunque essere umano può trovarsi nella vita nella situazione di desiderare ardentemente un figlio e non poterlo avere per problemi di salute o, in generale, che attengono alla biologia. E’ legittimo ricorrere a qualunque metodo pur di avere un bambino “proprio”? Nel mondo muoiono per mancanza di assistenza 16.000 bambini ogni giorno. C’è qualcosa che evidentemente non funziona. Il desiderio di un figlio “proprio” potrebbe in fin dei conti discendere dalla stessa cultura maschilista denunciata dai movimenti delle donne. E’ per assicurarsi una discendenza geneticamente determinata che è stato inventato il matrimonio, che l’infedeltà coniugale è diventata un tabù, che la famiglia, tutt’altro che naturale, si è formata nel corso dei secoli così come la conosciamo oggi. Nelle società matriarcali i bambini erano di tutti, tutta la comunità li allevava e li proteggeva e chi fosse il padre spesso non si sapeva. E’ così terribile diventare genitori di un bambino con la consapevolezza che il bambino appartiene a se stesso e a nessun altro? Che sono tutti figli nostri?
C’è un ultimo punto. Se avere un figlio biologicamente proprio non fosse un diritto non lo sarebbe per nessuno, etero e omo. Temo, invece, che dietro i tanti dubbi, pure legittimi, sulla gravidanza per altri sia forte la resistenza ad accettare il diritto degli omosessuali ad essere genitori. E questa mi sembra proprio un’aberrazione. La fecondazione artificiale funziona ed è accettata da anni per le coppie eterosessuali sterili. Le donne omosessuali, in fondo, non fanno altro che ricorrere ad una fecondazione artificiale eterologa, come fanno le mogli il cui marito è sterile e questa cosa viene più o meno accettata. Ma un omosessuale maschio, per fare la stessa cosa, ha bisogno di un “utero in affitto”, ed è probabilmente questo aspetto che provoca rifiuto in tanti benpensanti.
Io smetterei di chiederci ossessivamente se un omosessuale possa o meno essere un buon genitore (del resto per secoli, costretti dalle regole della società, gli omosessuali si sono sposati e hanno avuto figli). Se abbiamo veramente a cuore la vita dei bambini facciamo qualcosa per quelli che annegano ogni giorno nel mediterraneo e chiediamoci cosa possiamo fare per quei 16.000 bambini che ogni giorno chiudono gli occhi su questo pianeta.
QUESTIONI DI GENERE
http://ilmediano.com/category/questioni-di-genere/
Duplice omicidio a Saviano: due uomini di Somma Vesuviana freddati in via Olivella
Una telefonata anonima allerta i carabinieri che, giunti sul posto, hanno trovato due cadaveri a bordo di una Fiat Punto: Francesco Tafuro (32 anni) e Domenico Liguori (31).
«Correte in via Olivella, hanno sparato». Poche parole che, poco prima della mezzanotte di ieri, fanno accorrere subito sul posto i carabinieri. A bordo di una Fiat Punto i cadaveri di Francesco Tafuro e Domenico Liguori. Tafuro era incensurato, Liguori – residente a Somma Vesuviana – aveva a suo carico soltanto una denuncia a piede libero per reati legati al gioco d’azzardo. La scena del delitto ha fatto subito pensare ad una trappola, i due cadaveri erano in una zona periferica, isolata, nelle campagne nolane. Tra le prime ipotesi quella che Tafuro e Liguori siano stati attirati lì con un appuntamento, perché poi gli assassini potessero sorprenderli ed ucciderli con numerosi colpi d’arma da fuoco.
Certo è che i killer hanno sparato per uccidere: alla testa e all’addome. I corpi dei due sono stati rinvenuti uno sull’altro, come se volessero coprirsi a vicenda nel disperato tentativo di sfuggire al fuoco degli assassini che si sono poi allontanati, di certo con una o più auto, così come erano arrivati.
Fino a poche ore fa gli investigatori non escludevano alcuna ipotesi ma la pista privilegiata resta quella legata alla camorra, e i militari stanno passando al setaccio la vita di ciascuna delle vittime alla ricerca di un dettaglio che possa farli poi giungere al movente dell’omicidio e di conseguenza ai killer.
Non è ancora chiaro se i due, entrambi residenti a Somma Vesuviana, frequentassero abitualmente quelle zone, dai primi rilievi dei militari del centro investigazioni scientifiche dell’Arma è certo che Tafuro e Liguori non avessero con sé pistole e che siano stati colti di sorpresa.Nell’auto sono stati ritrovati dieci bossoli calibro 9 e numerose macchie di sangue. Fuori dalla Punto soltanto le tracce, le orme, degli assassini. Le due vittime non hanno forse nemmeno avuto il tempo di aprire le portiere.
Bando regionale per la formazione di cassintegrati ed ex cassintegrati: 14 milioni in campo
Formazione e politiche attive per i beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga
Pubblicato il catalogo dell’offerta formativa della Regione Campania rivolta ai beneficiari degli ammortizzatori sociali in deroga negli anni 2012-2014. L’obiettivo è di consentire ai lavoratori l’acquisizione delle competenze di base e specialistiche riconducibili ai profili professionali per i quali sussistono maggiori prospettive di lavoro nell’ambito del territorio regionale ed extraregionale e di potenziare l’efficacia del sistema della formazione professionale al fine di incrementare il livello di occupabilità. Si vuole consentire, inoltre, il reinserimento dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro o svantaggiati rispetto all’accesso attraverso la valorizzazione e l’innovazione delle competenze professionali già in possesso, attuando una riconversione in senso produttivo della spesa assistenziale sostenuta per i percettori di ammortizzatori sociali. “Così strutturato – osserva l’assessore alla Formazione, Chiara Marciani – il Catalogo dell’offerta formativa assicurerà ai lavoratori colpiti dalla crisi una più rapida fruizione degli interventi proposti dalla Regione favorendo, di conseguenza, la loro riqualificazione e il reinserimento nel mercato del lavoro.”
“Gli interventi – sottolinea l’assessore al lavoro Sonia Palmeri – saranno rapportati alla specifica condizione dei lavoratori che potranno concordare con gli operatori dei servizi per il lavoro i percorsi formativi ai quali accedere in base alle singole esigenze di riconversione professionale e di spendibilita’ occupazionale “. Possono accedere alla misura 1: i lavoratori sospesi in Cig, lavoratori espulsi percettori di indennità di mobilità in deroga o di trattamento equivalente; i lavoratori disoccupati che negli anni 2012, 2013 e 2014 erano percettori di ammortizzatori sociali in deroga . Le risorse finanziarie messe a disposizione ammontano complessivamente a 14 milioni di euro a valere sul Piano di Azione e Coesione III riprogrammazione dell’esercizio finanziario anno 2016. L’avviso è stato pubblicato sul Burc numero 8 dell’otto febbraio 2016 ed è scaricabile dal sito: http://burc.regione.campania.it/
(Fonte foto: rete internet)
Inchiesta Villa Betania, i vertici: “Estranei ai fatti”
Replica della fondazione evangelica.
Non si sono fatte attendere le reazioni alla pubblicazione del caso relativo alla paziente ammalata di cancro costretta a curarsi in uno studio medico privato e ai conseguenti avvisi di garanzia ai dirigenti, a un ex dirigente e a un ex primario della villa Betania di Ponticelli. “Nessuno dei dirigenti dell’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli è indagato per falso e concussione”, afferma intanto il presidente Luciano Cirica. ” La vicenda che vede coinvolto l’ex primario Rosario Zappalà – aggiunge Cirica – riguarda esclusivamente il comportamento di questo singolo medico, peraltro subito revocato dall’incarico”. Che aggiunge: ” già nel novembre del 2014 i vertici dell’ospedale, in seguito ad una loro indagine interna, avevano revocato le funzioni dirigenziali al medico per cui il dottor Zappalà non ha avuto più alcun rapporto con l’Ospedale in seguito all’interdizione allo svolgimento dell’attività professionale disposta dalla Magistratura, in attesa di chiarire la vicenda”. Il dirigente sottolinea poi che ” non c’è nessuna correlazione tra la vicenda stessa e l’assunzione della figlia del medico, la dottoressa Sara Zappalà, che lavora in ospedale già dal luglio 2011 così come non vera l’affermazione che l’ex presidente della fondazione, Sergio Nitti, giunto a fine mandato a dicembre 2015, sia stato sostituito a causa di questa vicenda “. “L’Ospedale Evangelico Villa Betania – conclude Cirica – classificato sin dal 1993 come ospedale generale di zona e punto di riferimento per il territorio, ha fatto della trasparenza e della sostenibilità, non solo economica, il suo punto di forza. Sin dal 2009, siamo tra le poche strutture ospedaliere italiane, che ogni anno pubblica con assoluta trasparenza il bilancio sociale in cui sono resi noti agli stakeholder tutti i conti dell’ospedale, gli investimenti, le donazioni ricevute dall’8×1000 e quelle delle Chiese evangeliche. Inoltre l’ospedale continua ad offrire assistenza sanitaria anche quando è stato raggiunto il budget regionale. Nonché garantisce attività di prevenzione e cura gratuite agli extracomunitari senza oneri per il SSN “.
(Fonte foto: Rete internet)

