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Compositore, musicista e direttore di orchestra, Ezio Bosso è famoso in tutto il mondo. Una vera eccellenza Made in Italy, applaudita nelle più importanti cattedrali della musica. Uno di quei tanti personaggi nostrani che dovremmo portare in palmo di mano e del quale invece, stranamente, finiamo per ignorare l’esistenza.

Eppure ieri, il Festival di Sanremo, la principale kermesse musicale italiana, l’ha presentato a tutti quanti noi attraverso un pregevole assolo di pianoforte.

Chi ha l’abitudine di leggermi sa bene quanto ami andare dritto all’obiettivo. Scrivo e racconto le vicende che osservo da un punto di vista personale, come è normale che sia, restando però fedele ad un principio di vita che sia scevro da ipocrisie e stucchevoli atteggiamenti.

Ezio Bosso ha scoperto di essere affetto da SLA da alcuni anni. La SLA è una schifosissima malattia che in tanti, purtroppo, hanno conosciuto da vicino vedendosi portare via amici, parenti o addirittura figli.

Bosso si è presentato sul palco sanremese in sedia a rotelle. Lo ha fatto con la dignità e l’eleganza di chi, seppur scoordinato nei movimenti e non agevolato da una giusta coordinazione del linguaggio, ha lasciato che il suo handicap rimanesse proprio lì dove è giusto che sia, nel pregiudizio altrui.

L’esibizione dell’incantevole musicista torinese ha fatto molto rumore, più di una batteria di pentole sbattute in terra. Per questo è giusto sottolineare, a quanti non lo sapessero già che, gran parte, se non tutto il merito del suo successo mondiale, non è di certo dovuto alla attuale condizione di disabilità. Alla cosiddetta ispirazione del dolore.

In pratica, Bosso, le sue migliori opere, esibizioni, le ha prodotte quando era fisicamente integro. Non intaccato dalla malattia.

Ho da sempre mal digerito l’immagine del disabile al quale attribuire a tutti i costi un dono ultraterreno. O peggio ancora che gli vadano sbattute le mani ogni due secondi per aver pronunciato soltanto la parola “fagiolo.” Come se un disabile, in qualche modo, dovesse costantemente giustificare con una qualsiasi capacità la sua presenza in vita.

Guardate, e questo posso giurarvelo, ci sono tanti e tanti disabili come me capaci pure di non saper fare un granché senza richiedere un applauso ad ogni starnuto. L’effetto meraviglia che ci portiamo dietro noi disabili ogni qual volta ci presentiamo in pubblico è una vera persecuzione. A volte, e lo scrivo con profonda sincerità, vorremmo soltanto essere ignorati. Muoverci nei corridoi di un centro commerciale senza suscitare stupore. Tenerci per mano con la nostra fidanzata senza incuriosire i passanti.

Quello lanciato da Bosso è stato indubbiamente un bel messaggio. Il classico “non mollare mai” perfino davanti alle avversità.

È innegabile, però, tanto per continuare ad essere malizioso, che essendosi ammalato in tarda età, quando ormai era già un compositore affermato e certamente ben pagato, Bosso ha potuto godere di qualche vantaggio in più, di qualche strumento in più, rispetto a tanti altri malati gravi che, purtroppo, devono elemosinare perfino una assistenza domiciliare. E tutto questo nella totale indifferenza.

In platea non ne trovavi uno che non applaudisse. A momenti si spellavano le mani. Una violinista si è addirittura commossa con tanto di lacrime a goccioloni. Peccato che nel quotidiano, nella vita senza luci e paillettes, ad un disabile nessuno offra lavoro, nessuno si sbatte più di tanto affinché gli sia consentito di accedere ad un locale pubblico o soltanto passeggiare per strada. E non vi racconto l’odissea che ti aspetta se provi a prendere un mezzo pubblico.

Suona altrettanto stonato, poi, volendo restare in ambito musicale, che in pochi si siano veramente indignati per le parole pronunciate dal vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri, che neanche una settimana fa ha dato dell’handicappato ad un giornalista nel tentativo di offenderlo. Che tristezza.

Allora mi sta bene la sensibilizzazione offerta dall’esibizione di Bosso, purché non sia fine a se stessa. A quel classico momento di commozione generale che fa ascolto ma non produce effetti a lungo termine.

Poi mi resta un ulteriore grosso interrogativo: se Bosso non avesse colpito per il suo handicap, per le sue limitazioni, in Italia, oggi, si parlerebbe ancora di lui o di quanto è stata apprezzata l’esibizione di Eros Ramazzotti? Passato oggettivamente in secondo piano.

Insomma, è legittimo chiedersi come mai, un artista dello spessore di Bosso, riconosciuto in ogni confine del pianeta terra, non fosse mai stato invitato prima? C’è voluto che si ammalasse? Che il tutto creasse maggior eco?

Lascio a voi ogni altro giudizio.

L’integrazione, il percorso verso l’abbattimento dei pregiudizi, si ottiene solo attraverso uno sguardo comune fatto di assoluta normalità. Va con forza edificata una società dove non è necessario apparire come super eroi per essere apprezzati. Considerati.

Certo, vanno sottolineati gli sforzi, la volontà di chi compie maggior sacrificio. Dobbiamo, però, ed è questa la vera missione, batterci tutti insieme affinché vengano garantiti pari diritti senza ottuse distinzioni.

Ho trovato importante, in questo senso, il messaggio che Sanremo ha offerto attraverso l’ospitata di Bosso. La Rai ci ha fatto sapere che l’Italia è composta anche da altri cittadini, disabili in quel caso, meritevoli di andare in diretta televisiva anche se non corrispondenti a canoni estetici per così dire perfetti. Questo sì.

Ma badate bene, ognuno di noi è capace, speciale, per ciò che vive. Per quello che rappresenta innanzitutto per se stesso.

Colui che si è esibito ieri sul palco dell’Ariston era solamente un essere umano nonché un eccelso artista. Ed è questo ciò che ho visto io in Bosso, al di là del suo handicap.