Da ieri sera picchetto davanti all’ingresso del termovalorizzatore di Acerra.
Saranno circa un centinaio: stanno bloccando i tir che portano i rifiuti nell’inceneritore di Acerra. Lottano per tutti i 1300 addetti, senza salario da 40 mesi, del Consorzio di Bacino di Napoli e Caserta, l’ente regionale di smaltimento dei rifiuti in liquidazione dai tempi della giunta Caldoro. Alcuni di loro pur di bloccare i camion si sono piazzati sotto i motori di quei giganti colmi d’immondizia. Una protesta disperata, in stile kamikaze. Una protesta di gente che piange e urla contemporaneamente davanti ai poliziotti anti sommossa schierati sul piazzale dell’ingresso del termovalorizzatore. Una ribellione che ha sullo sfondo la scena di un addetto Cub appollaiato da ore sulla ciminiera dell’impianto brucia rifiuti, nel freddo e nel vento dei 70 metri di altezza di quella torre. Tutto questo mentre gli addetti Cub del sito di stoccaggio di Marigliano decidevano di trascorrere l’ennesima notte gelida sulla cima della collina di rifiuti della discarica di Boscofangone. Hanno deciso di farla finita gli addetti del Consorzio Unico. Lavorano da anni ma non sono più pagati. Altri non lavorano più e sono stati buttati completamente fuori dalla Regione. Che non ne vuole sapere di loro. Almeno stando ai fatti del momento. La giunta regionale intanto ha dato il via alle gare da centinaia di milioni per la rimozione delle ecoballe. ” Ma non vogliono impiegarci: De Luca e il suo vicepresidente, Bonavitacola, dovrebbero vergognarsi di questa scelta scellerata “. Nel frattempo i camion di rifiuti che riforniscono il forno dell’inceneritore restano bloccati. L’impianto può resistere all’assedio per alcuni giorni. Si teme una carica della polizia.
In una nota stampa, il deputato Pd Massimiliano Manfredi sottolinea come il Governo abbia mantenuto l’impegno preso nei confronti delle scuole vandalizzate e che avevano subito furti di strutture informatiche sul territorio vesuviano e nolano. In queste ore il Miur sta erogando risorse ad hoc agli istituti scolastici. La segretaria Pd di Sant’Anastasia, Grazia Tatarella: «Sono soddisfatta, il nostro è stato un lavoro di squadra».
L’anno scorso, il sottosegretario Davide Faraone, in occasione della visita alla scuola Elsa Morante di Sant’Anastasia che proprio in quei giorni, e per l’ennesima volta (l’ultimo furto è recentissimo) aveva subito il furto di computer e lavagne elettroniche, prese l’impegno di mettere in campo tutte le iniziative del caso. Ieri la buona nuova: il riparto delle apposite risorse per le scuole con istanza ammessa e un finanziamento di circa 180 mila euro per iniziative di ripristino. «Purtroppo – dice il deputato Pd – il caso dell’istituto comprensivo Morante di Sant’Anastasia non è stato isolato. Ringraziamento alle forze dell’ordine che in alcuni casi hanno arrestato gli autori e recuperato la refurtiva. Gli istituti che avevano fatto domanda sono stati finanziati dal ministero e sono ben sei tra i quali a Sant’Anastasia l’istituto comprensivo Elsa Morante, il quarto istituto comprensivo di via Rosanea, gli istituti di Marigliano “Don Milani Aliperti”, l’Istituto comprensivo Pacinotti e l’istituto superiore Marigliano/Saviano, l’istituto liceale Albertini di Nola, solo per citarne alcuni». «La buona scuola – ha concluso Manfredi – non è solo slogan, ma si traduce in atti concreti con un occhio attento a Napoli e al Mezzogiorno. Il lavoro da fare è ancora lungo ma siamo sulla buona strada».
In una nota diversa da quella di Manfredi, il Pd di Sant’Anastasia esprime altrettanta soddisfazione per i fondi che andranno alle scuole guidate rispettivamente dalle dirigenti Maddalena De Masi e Angela De Falco. «Sono stati finalmente accreditati alle scuole- dice la segretaria Grazia Tatarella- i fondi che permetteranno di ripristinare quei luoghi in cui i ragazzi svolgeranno attività informatiche e musicali: si tratta di 10.000 euro per il Quarto Istituto di via Rosanea e di € 29.870 per l’Istituto Elsa Morante di Via Romani. La vicinanza del governo ci ha permesso di intervenire e supportare concretamente con fondi ministeriali queste scuole vandalizzate e dalle quali erano state sottratte attrezzature che servivano alle attività dei nostri ragazzi. Voglio ringraziare, in primis, l’amico Massimiliano Manfredi, deputato, sempre attivo e presente per le necessità del nostro paese e l’On. Faraone, resosi subito disponibile. Il nostro è stato un buon lavoro di squadra che ha visto impegnati coloro che da sempre militano nel Pd e hanno a cuore le sorti del paese».
Una «rivendicazione» politica naturale ma, una volta ricomprate le attrezzature, gli eventuali ladri chi li fermerà? A che punto è l’installazione di impianti antifurto e antintrusione negli edifici scolastici comunali previsti dalla delibera di indirizzo della giunta comunale numero 45, datata 12 febbraio 2015? In quell’atto si scriveva, nero su bianco, che gli edifici scolastici cittadini sono continuamente oggetto di atti vandalici e furti reiterati ad opera di ignoti e si parlava di “evidenti danni economici, funzionali e di «immagine»” per…l’amministrazione. Si premetteva che, quando possibile, era stato assicurato il servizio di vigilanza e di radio allarme con agenzie private di vigilanza e si riteneva necessario installare impianti antifurto e antintrusione negli edifici scolastici comunali: via Sodani, via Umberto I, via Castiello (Santa Caterina), via De Gasperi (Boschetto), via Boccaccio, via Verdi, vico Portali, via Regina Margherita. Per una spesa presunta di 20mila euro. Sono stati installati?
Il gestore idrico nella conferenza stampa tenutasi ieri ad Ercolano: centomila analisi dell’acqua ed oltre quattrocentomila interventi in un anno.
Oltre 1100 interventi al giorno per un totale di 400mila interventi in un anno, 220mila telefonate al call center, 100mila analisi di qualità dell’acqua, 35mila sostituzioni di contatori: sono questi alcuni dei numeri della gestione GORI nel 2015. Un anno che ha visto lo sviluppo di nuovi processi organizzativi e tecnologici per migliorare la qualità del servizio e intensificare il rapporto con gli utenti attraverso l’implementazione di nuovi canali di comunicazione.
«Il “Work Force Management” ha rivoluzionato modalità e tempi con cui operiamo sul territorio di nostra competenza – dichiara l’Amministratore Delegato, Claudio Cosentino – perché combina la velocità delle comunicazioni via tablet con l’efficienza del monoperatore e del “magazzino viaggiante”. La centrale dispatching di Castellammare di Stabia, per cui lavorano 33 tecnici, coordina oltre 240 operai addetti alle reti, agli impianti e alla lettura dei contatori. La centrale operativa di Scafati, attiva ventiquattro ore su ventiquattro, si occupa invece di monitorare 305 impianti idrici e 139 impianti fognari, tutti automatizzati, anche grazie al sistema integrato di cartografia digitale che “mappa” oltre 6000 km di rete idrica e fognaria e 28mila manufatti». Alla certificazione di qualità del Laboratorio acque di GORI, nel 2015 si è poi aggiunto il prestigioso riconoscimento della certificazione della gestione della sicurezza, un elemento fondamentale per chi opera quotidianamente in strada e sui cantieri.
«I controlli di qualità, che fanno della nostra acqua una delle più controllate d’Italia, sono a disposizione di tutti scaricando i certificati dal sito web o dalla App GORI, disponibile per Android e IoS – ha proseguito Cosentino -. Proprio la App in questi ultimi mesi si è affermata come uno strumento insostituibile per gli utenti non solo per rendere più veloce e trasparente il rapporto commerciale, grazie alla comunicazione dell’autolettura con foto georefenziata del misuratore e alla possibilità di scaricare le fatture in formato pdf, ma anche e soprattutto per la segnalazione guasti con foto georeferenziata. Una vera e propria rivoluzione tecnologica che sta comportando un abbattimento nei tempi di intervento per perdite idriche e fognarie. A pochi mesi dal lancio, l’App è stata installata già su circa 5000 dispositivi mobili dei nostri utenti».
Bilancio positivo anche per le quindici «Case dell’Acqua» realizzate da GORI con le Amministrazioni locali (Anacapri, Brusciano, Camposano, Cimitile, Mariglianella, Pomigliano d’Arco, San Paolo Belsito, Sant’Anastasia, Cercola, San Gennaro Vesuviano, Saviano, Scisciano e Torre del Greco) che erogano, a pochi centesimi al litro, acqua liscia e frizzante proveniente dalla rete pubblica gestita da GORI.
«C’è stato un risparmio di oltre mezzo milione di bottiglie di plastica per un totale di 851mila litri erogati. Una riduzione di ben 22 tonnellate di plastica a vantaggio dell’ambiente, che si traduce anche in un risparmio economico a favore della collettività – aggiunge il Presidente, Amedeo Laboccetta -. Grazie alle “Case dell’Acqua” GORI, sulle nostre strade hanno circolato, per il trasporto della plastica, 38 tir in meno. Il che significa anche una mancata produzione di 120 tonnellate di anidride carbonica».
Prosegue, invece, anche nel 2016 l’iniziativa «Generazione Acqua, Sprechi Zero», per sensibilizzare gli alunni delle scuole primarie all’uso consapevole della risorsa idrica attraverso il WATERGame GORI, quiz a premi online dedicato al mondo della scuola, attraverso il quale i bambini, supportati dai docenti, potranno gareggiare rispondendo a domande inerenti il ciclo dell’acqua, il risparmio della stessa e l’attenzione per l’ambiente.
«Nel 2015 sono stati coinvolti 3500 studenti – ha sottolineato ancora Laboccetta – per complessive 84 giornate di studio e di visite agli impianti. Altri incontri e altri progetti sono in cantiere anche per i mesi a venire perché l’azienda crede fermamente nel valore educativo della collaborazione con le istituzioni territoriali».
Segretario dell’associazione politica «Fare Futuro per Sant’Anastasia», giornalista pubblicista, laureando in Lettere Moderne con una tesi su Machiavelli, ha in programma iniziative pro acqua pubblica, contro la Gori.
L’associazione «Fare Futuro» è nata ufficialmente agli inizi di dicembre 2015, è presieduta da Antonio Marino ma il segretario è Luigi Corcione, 26 anni, mai una tessera di partito ed una sola esperienza da candidato alle amministrative, con Fratelli d’Italia a Somma Vesuviana in sostegno dell’attuale primo cittadino, Pasquale Piccolo. Fare Futuro è dunque, per Corcione, il debutto politico nella sua città, Sant’Anastasia. Ed è stato lui, inaugurando la sede di via D’Auria a dicembre scorso, a tracciare le linee sulle quali intende muoversi l’associazione, vicina peraltro alle posizioni dell’amministrazione comunale in carica a guida del sindaco Lello Abete. Battaglia per la riapertura dei condoni edilizi del 2003, no alla cementificazione selvaggia del territorio, riconversione delle risorse naturali, sviluppo del terzo settore e del comparto turistico ricettivo nonché di quello agroalimentare, recupero di un vecchio progetto che riguarda la catalogazione delle masserie anastasiane, tutela delle eccellenze del territorio e una vera e propria dichiarazione di guerra alla Gori. Essendo un’associazione politica, Fare Futuro non ha mancato, ovviamente, di entrare a gamba tesa nelle vicende cittadine: con un manifesto, per esempio, in cui si chiedono le dimissioni del presidente del consiglio comunale Mario Gifuni. Nell’intervista che segue, Luigi Corcione racconta il suo percorso di studi, il lavoro che ha mantenuto per quattro anni fianco a fianco con i padri domenicani di Madonna dell’Arco, l’esperienza da pubblicista con quotidiani e testate online, le sue inclinazioni politiche e le speranze per il futuro nel quale si vede proiettato nella veste di docente di letteratura, dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne e la specialistica in Filologia.
Luigi, se ti chiedessi di descriverti con uno o più aggettivi?
«Sensibile, sentimentale, un po’ lunatico. Ho tutte le caratteristiche del mio segno zodiacale, il Cancro, anche se non credo nell’oroscopo».
La tua famiglia?
«Sono il primo di tre figli. Ciro ha appena tre anni meno di me anche se nessuno lo direbbe, tutti pensano che sia lui il più “vecchio”, poi c’è Francesco, il più piccolo. Mia madre Maria è una sarta, papà – Vincenzo – si è occupato di contabilità in passato, è un ragioniere. Ora lavora, da almeno otto anni, al Supermercato Piccolo».
Com’è crescere con un via vai di signore in casa? Immagino che con il lavoro di mamma, tra abiti da sposa e da cerimonia, ne abbia viste tante.
«Sì, sono cresciuto ascoltando signore che si lamentavano per qualche chilo di troppo, magari. Da qualche anno sto molto meno in casa, ma l’atmosfera era sicuramente piacevole. Ricordo donne che volevano anche due o tre misure al giorno, altre contentissime che arrivavano con un modello di mamma pretendendo di averlo uguale. Oggi il settore dell’artigianato è anch’esso profondamente colpito dalla crisi, mamma però ha sempre lavorato e ancora oggi è così, spesso con il sostegno di sua sorella Carmela. Lavorano insieme, si aiutano, in particolare per gli abiti da sposa che richiedono più impegno e tempo. Credo avessero in mente, tempo fa, di aprire una sartoria. Non so se questo progetto c’è ancora».
Hai sempre abitato nel quartiere Capodivilla?
«Sì, nel parco Santa Rita. Un’isola felice, un mondo chiuso, un po’ quartiere a sé. Nel rione la socializzazione è sempre stata particolare, i ragazzi giocavano in strada. Noi preferivamo altri giochi, sapevamo usare Internet e il computer quando i nostri coetanei non li conoscevano nemmeno, agli albori del boom del web».
Il rione Capodivilla, lo dice il nome stesso, è l’inizio della città. Un insediamento importante, direi storico. Ma noto anche per vicende meno piacevoli, considerato per qualche anno la roccaforte della camorra. Come hai vissuto quel periodo?
«Quando si scatenò la guerra di camorra io ero già al liceo, da piccolo invece non percepivo quella realtà. Si viveva tranquilli. Poi, crescendo, capisci che quella era considerato dalla cronaca una sorte di roccaforte, appunto. Si aprono gli occhi, si capiscono altre cose, altre dinamiche delle quali da bambini non ci si rende conto».
Credi che quelle vicende abbiano frenato lo sviluppo del quartiere?
«La camorra, in ogni sua forma, tende sempre a limitare le risorse di un luogo. Ma Capodivilla può ancora donare tanto alla collettività, ci sono tante persone per bene che possono dare contributi fattivi a tutti gli strati della vita attiva, dalla politica all’associazionismo, dal commercio all’imprenditoria. Nonostante quella macchia».
È anche sede di tradizioni antiche…
«Sì, dal ricamo ai prodotti tipici. Ci sono molti contadini che si occupano di produrre la Catalanesca che però pare, purtroppo, non essere più quella di una volta. Anche chi coltiva le albicocche non sembra passarsela bene. Diciamo che Capodivilla è un centro nevralgico di Sant’Anastasia, come Sant’Antonio del resto, ed essendo un borgo antico dà l’impressione di essere un po’ indietro rispetto al resto del paese. Non è certo colpa dei residenti ma di chi, negli anni, avrebbe potuto e dovuto far qualcosa».
Sant’Anastasia ha avuto per dieci anni un sindaco che abitava in quel quartiere…
«È come se non avesse giovato. Dal punto di vista urbanistico è rimasto com’era, al di là del rifacimento di un manto stradale o di aggiustamenti necessari. Ma è accaduto così in ogni insediamento storico cittadino, non so dire se sia un bene o no».
Cos’è che vorresti veder cambiare dal punto di vista urbanistico, sociale, magari anche estetico?
«Capodivilla è un quartiere particolare, ogni volta che si cerca o si pensa di realizzare qualcosa si devono fare i conti con una certa resistenza, come se si avesse paura del cambiamento, dei mutamenti, fosse anche un senso unico di circolazione ossia la cosa più semplice – direi stupida – che possa esserci per quanto concerne il riassetto urbano di un rione. Sarà anche una forma di ribellione sociale, ritengo. Per me andrebbe rivitalizzato, non solo dal punto di vista viario ma attraverso il piano urbanistico comunale, con innovazioni, incentivi commerciali, investimenti. Vorrei vedere quel rione al centro di politiche che mirino al rilancio dei borghi antichi. Mi viene in mente, a pochi passi da noi, il borgo Casamale che, nonostante le difficoltà, rappresenta comunque per Somma Vesuviana il centro nevralgico di tradizioni popolari».
Quando facevo cenno alle tradizioni popolari, pensavo anche alla chiesetta e ai festeggiamenti della Madonna del Carmelo. Cosa rappresentano per te?
«La festa coincide con il mio compleanno, sono nato il 18 luglio, dunque è sempre stata festa anche per me. In quei giorni accade che tutte le paure, i pensieri negativi scompaiano, che tutti i contrasti sorti all’interno del quartiere e tra gli stessi abitanti si appianino. È festa, appunto, per ogni abitante di Capodivilla».
Da bambino, se ti chiedevano cosa avresti voluto fare nella vita cosa rispondevi?
«Sognavo di scrivere, a chi mi chiedeva cosa volessi fare ho sempre risposto così. Ero attratto dal mondo del giornalismo e ogni sera, nonostante la mia giovane età e nonostante i coetanei non comprendessero, restavo inchiodato alla tv per guardare “Il Fatto” di Enzo Biagi. Amavo anche Gianfranco Funari, è una figura che mi ha affascinato dal punto di vista comunicativo. Iniziavo a comprendere la mia passione. Oggi più che altro è un’impresa, un mondo difficilissimo quello del giornalismo».
Soprattutto a Napoli…
«Sì, forse si dovrebbe andare via. Ma al di là del giornalismo mi ha sempre attratto anche l’insegnamento. Sono due professioni accomunate dal fatto che rappresentano una missione sociale, dal comunicare ciò che accade con una personalizzazione delle analisi».
Il giornalismo come «missione sociale» non ti sembra una visione un po’ utopica oggi?
«Un po’, sì. Se fai cronaca ed entri nella quotidianità capisci che non è così. Infatti oggi leggo molto meno i quotidiani rispetto a qualche tempo fa, non riesco a trovare una testata che mi “rapisca” come ha fatto Il Foglio nei suoi primi anni. Mi piace molto Sergio Rizzo del Corriere della Sera e anche il primo Giuliano Ferrara, con la sua maniera di fare giornalismo e riflessione politica».
I tuoi studi prima dell’Università?
«Il Liceo Classico a Somma Vesuviana, mi sono diplomato nel 2009 con una tesina sul “dubbio”. Poi mi sono iscritto a Scienze Politiche finché ho capito che non era quello il mio mondo».
Scegliesti quella facoltà perché ritenevi fosse propedeutica al mondo del giornalismo?
«Sì, invece la trovai una sorta di Giurisprudenza “in miniatura”. Così mi iscrissi a Lettere Moderne, oggi mi mancano solo tre esami al traguardo e ad ottobre prossimo dovrei laurearmi con una tesi su Niccolò Machiavelli, uno dei miei autori preferiti».
Perché Machiavelli?
«Perché ha superato le barriere spazio-temporali. Intellettuale, scrittore, politico, ha varie sfaccettature. In alcuni suoi scritti politici ci sono idee senza tempo. Ancora oggi se si legge «Il Principe» è possibile attagliare certi passi all’attualità. Sembra che parli di Matteo Renzi o di Barack Obama più che di Lorenzo il Magnifico vissuto secoli fa».
«Il Principe» è l’opera che preferisci?
«È anche la più nota, ma potrei dire che è così. Per chi si approccia alla politica o alla sua critica è quasi una Bibbia o un Vangelo».
Hai 26 anni, ci hai messo un po’ per il traguardo universitario.
«Sì, anche perché – purtroppo o per fortuna – in questi ultimi anni ho lavorato».
Purtroppo o per fortuna?
«Alla luce dei fatti, purtroppo. Ho lavorato per quattro anni al Santuario di Madonna dell’Arco, occupandomi della Biblioteca e del Centro Studi Arco. Per i primi due anni ho catalogato tutto il patrimonio librario, la mia parabola lavorativa si è conclusa a novembre scorso quando è stato deciso di ridimensionare il personale. Sette licenziati, tra questi ci sono anch’io, il più giovane. Oggi la Biblioteca del Santuario è aperta solo una volta alla settimana, il periodico “La Madonna dell’Arco” avrà una sola uscita annuale».
Le motivazioni dei licenziamenti?
«Purtroppo l’attuale rettore, padre Alessio Romano, ha ereditato una situazione difficilissima, credo che il bilancio sia ancora in rosso».
Non si poteva far altro per risanarlo, prima di decidere per i licenziamenti?
«Prima forse sì, ma lui è arrivato qui quando la situazione era già delicatissima e tragica».
Eppure i Domenicani hanno sempre avuto fama di essere più che benestanti.
«Il Lunedì in Albis non è più fonte di guadagno come ancora si poteva dire una decina di anni or sono. Il patrimonio immobiliare si è assottigliato negli anni, qualcosa è stato venduto per coprire stipendi e spese di fornitori. Le Opere rendono poco: la casa di riposo si mantiene ancora autonoma perché negli ultimi anni si è fatta una convenzione con la Regione, la chiusura del Liceo è stato il primo vero segnale della decadenza; l’ex orfanatrofio è affittato ad una scuola di formazione, l’albergo che chiuse tempo fa in maniera brusca è stato riaperto, per fortuna, affidandolo ovviamente a privati. Credo che i Domenicani non siano sempre stati all’altezza di gestire un patrimonio così grande».
Cosa ti ha lasciato quell’esperienza lavorativa?
«Mi ha sicuramente arricchito dal punto di vista professionale e umano, lavorare in una biblioteca è un po’ il sogno di tutti coloro che amano i libri come me, che vivono per leggere e scrivere. Certo, mi ha un po’ distratto dalla rincorsa verso la laurea, la meta finale di ogni studente universitario. Però è stato bello avere a che fare con miriadi di libri, con ragazzi che venivano a studiare, con ricercatori universitari e laureandi in cerca di testi per tesi sulla religiosità popolare».
I libri che hai amato di più in quel periodo?
«Il patrimonio librario della biblioteca è vastissimo, al di là del fondo Emilio Merone che comprende soprattutto testi di giurisprudenza o in latino. Negli anni è cresciuto con la morte di vari frati che hanno lasciato i loro libri al convento e che costituiscono un’offerta variegata a seconda delle passioni o degli studi di ciascuno. Quanto a me, ho apprezzato molti testi risalenti alla seconda guerra mondiale, edizioni rarissime che vertono sul rapporto tra teologia e politica, tra Chiesa e Stato. E poi ci sono i Corali dei quali si è parlato moltissimo e che dopo centinaia di anni sono ritornati a casa, in Santuario, grazie a fortunose coincidenze: lavoravo lì quando l’allora rettore, padre Gerardo, li acquistò all’asta da Christie’s. Quella particolare esperienza rappresentò un ulteriore arricchimento personale, fu formativa grazie a contatti di quel periodo con Londra e New York».
Dunque ora stai solo studiando…
«Sono in disoccupazione. Studio per gli ultimi esami e preparo la tesi. Dopodiché mi iscriverò subito alla specialistica, continuando gli studi in Filologia. Una materia che mi ha sempre attirato. Alla fine, ritengo, propenderò per l’insegnamento».
Hai rinunciato al giornalismo?
«Non è il mondo che mi aspettavo, ma del resto sono stato appena una matricola. Ho iniziato a collaborare con Il Roma, un anno e pochi mesi. Un breve periodo con ilmediano.it e, infine, ho terminato il periodo necessario per conseguire il tesserino da pubblicista con la testata online Il Mediterraneo diretta da Mary Liguori. Ora sto partecipando ai corsi di formazione, come ben sai è obbligatorio».
Questi anni di collaborazione con varie testate cosa ti hanno insegnato?
«Molto, moltissimo. Con Il Roma il rapporto di collaborazione era quotidiano, mi occupavo di cronaca, ho seguito campagne elettorali a Somma Vesuviana, la politica in queste zone, anche a Sant’Anastasia. Ma poi ho perso l’entusiasmo, lo stimolo ad un lavoro vero e proprio poco o nulla retribuito. È stato un mio errore mollare, quando non sei nessuno devi insistere, lavorare bene per ottenere – forse – quel che cerchi. Ma poi ho conosciuto Mary Liguori, lei mi ha dato molto spazio, mi occupavo di cronaca e di quel che mi piaceva, l’analisi politica. Ora sono fermo, devo laurearmi e non è più il caso – per correttezza e questioni attinenti alla deontologia – che mi occupi di politica a Sant’Anastasia dove sono impegnato attivamente proprio in un’associazione politica».
Se dovessi prendere a modello un giornalista, sceglieresti ancora Giuliano Ferrara?
«Alla direzione del Foglio gli è succeduto Claudio Cerasa, ma è comunque meno impattante dal punto di vista comunicativo, molto meno televisivo. Però non ho più modelli, non ce n’è uno che mi piaccia in tutte le sfaccettature, in tutte le uscite. Il giornalismo d’inchiesta lo fanno in pochissimi, la Gabanelli tiene ancora abbastanza ma lascia il tempo che trova perché spesso sembra costruita. Rosaria Capacchione mi piaceva ma poi ha scelto altre strade».
Ha scelto la politica. Ecco, per te la politica è stata una passione fin da piccolo?
«Sì, anche se soprattutto a livello locale ho per lo più evitato, fino ad oggi, di partecipare al dibattito politico perché non mi si affibbiasse un’etichetta. Da qualche tempo ho invece scelto di prendere parte attiva alla vita del paese».
La prima campagna elettorale in cui ti sei impegnato?
«Nel 2010, il candidato sindaco era Carmine Esposito. Mi impegnai in sostegno di mio zio, l’attuale sindaco Lello Abete, che era candidato al consiglio comunale nella lista Arcobaleno e fu poi riconfermato alla presidenza dell’assise per la seconda volta in pochi anni. Dopo quella fase attiva mi interessai più che altro della cronaca cittadina, anche della politica, da corrispondente».
Cosa ricordi di quella campagna elettorale?
«Più che altro ero impegnato nella personale campagna elettorale di mio zio Lello, lo accompagnavo. Ma fu di sicuro travolgente, quel periodo cambiò proprio il modo di fare campagna elettorale: la coalizione di Esposito rappresentava una sorta di cartello inedito, la voglia di rottura con il passato, la necessità di ripartire. C’era, in tutti gli schieramenti, una sorta di personalizzazione del leader politico, si votava la persona più che l’idea. Forse a livello locale è sempre stato così ma nel 2010 lo fu ancora di più. Fu una campagna elettorale focosa, sanguigna».
Così forte da influenzare, come è accaduto, anche la campagna elettorale successiva, no?
«Di sicuro da tracciare la linea per il futuro politico di Sant’Anastasia, anche se poi ci sono state evoluzioni: la politica è in cammino, non si ferma su certe posizioni. Quella fu un’amministrazione in cui predominava il leader, la figura carismatica del sindaco. Gli assessori e i consiglieri comunali sembravano non avere identità».
Dunque un periodo negativo?
«Non so dirlo. Negativo se lo si contestualizza storicamente rispetto al futuro. Perché, alla fine, quando cade un leader e non ha costruito una sorta di autonomia politica per chi resta…».
Ma tu ti impegnasti in quella campagna elettorale in sostegno di Lello Abete solo perché sei suo nipote o lo avresti sostenuto comunque?
«Lo avrei appoggiato in ogni caso. Lui credeva fortemente nel progetto, nel rinnovamento politico di Sant’Anastasia, per me è un punto di riferimento. Il nostro rapporto era fortissimo, oggi ci vediamo meno perché i suoi impegni tolgono tempo ai legami familiari, le nostre chiacchierate politiche, i confronti che ci tenevano impegnati diverse ore, mi mancano. Però devo dire che basta anche un solo sguardo per capire cosa pensa o cosa vuole comunicarmi».
Cos’è che comunica?
«Oggi si trova di fronte alla semina di quella che è la sua impronta politica. L’anno venturo se ne vedranno i frutti. Rispetto a chi lo ha preceduto, lui ha saputo creare una sorta di democrazia. Gli assessori hanno più libertà di azione, i consiglieri possono esprimere le loro posizioni».
Vista la situazione e tenendo presente l’ultimo consiglio comunale, non sarà troppa?
«Non so se sia troppa, so che lui ha tracciato la rotta. I frutti di un cambiamento politico non si vedono in pochi mesi, c’è bisogno di tempo».
A dire il vero sono passati due anni, non pochi mesi.
«Ma sta ad ogni assessore o consigliere fare tesoro dell’impronta politica che il capo di un’amministrazione riesce a dare. Lui è stato intuitivo e forse, sì, rispetto ad una realtà come Sant’Anastasia fin troppo democratico. Ha però il grande merito di aver dato a ciascuno ampio margine di azione, espressione e libertà».
Ritieni che se si fosse candidato alla carica di sindaco in altre circostanze ora sarebbe comunque a Palazzo Siano? Non essendoci più la squadra originale credi che ci sia ancora quella continuità che ha sbandierato in ogni sua uscita pubblica in campagna elettorale, vincendo?
«Il suo seguito elettorale lo ha sempre avuto, la continuità si esprime attraverso le idee non tramite le persone. Un’idea può essere portata avanti in maniera diversa, da persone con carattere diverso».
Allora parliamo di idee. La battaglia sulla zona rossa e i condoni che fine ha fatto? L’idea di un paese messo a sistema e a regime ogni singolo giorno? Un certo modo di lavorare, comunicando costantemente i risultati?
«A livello di condoni è innegabile una sorta di presa di coscienza, ma non ritengo che la situazione rispetto a quelli dell’85 e del ’94 si avvii verso la risoluzione solo perché qualche sindaco ha alzato la voce. Idee e battaglie saranno portate avanti, sarà favorito il dibattito che incentivi il riconoscimento anche per quelli del 2003. Il nucleo fondante di chi oggi amministra è mettere attenzione tutti i giorni, quanto al resto, va senza dubbio riconosciuto grande merito a chi prima si occupava di comunicazione e propaganda».
Stai parlando dell’ex capostaff Ciro Pavone?
«Si».
Vediamo se ho compreso il tuo pensiero: tu credi che le idee siano le stesse di prima ma portate avanti in maniera più democratica?
«È innegabile che istintivamente si possa pensare che prima c’era più dinamismo, ma si deve anche comprendere che il contesto è diverso, che sono passati tre anni, che molte cose- a cominciare dalla redazione del bilancio- sono differenti».
Perché non ti sei candidato a Sant’Anastasia, nel 2014? Hai preferito Somma Vesuviana e un’esperienza in sostegno di Pasquale Piccolo- che pure ha vinto- nella lista di Fratelli d’Italia.
«Non mi sentivo pronto per Sant’Anastasia, non mi sembrava corretto- senza aver fatto prima altre esperienze- diventare magari il candidato di mio zio. Poi, anche senza aver mai avuto tessere di partito, mi sentivo molto vicino al progetto politico di Fratelli d’Italia, lo guardavo con molto entusiasmo, anche se oggi non posso dire lo stesso: era nato con altre ambizioni, oggi c’è una sorta di autoreferenzialità, si è un po’arenato. Sono e resto, comunque, di Destra».
Quanti voti riuscisti a racimolare a Somma Vesuviana?
«Sessantatré».
Non sufficienti, naturalmente, per entrare in consiglio comunale. Conosci però bene il sindaco di Somma, Pasquale Piccolo. Che amministratore è?
«Ha dovuto fare i conti con una situazione difficile, con diversi baluardi della politica sommese. Raggiungere l’equilibrio è alquanto complicato».
Infatti ci sta ancora provando. Anche Lello Abete sta ancora cercando un equilibrio a Sant’Anastasia? Proprio in occasione del debutto della tua associazione, Fare Futuro, il suo intervento fu incentrato, tra l’altro, sull’apertura a tutte le forze politiche in consiglio comunale.
«Al momento non c’è alcun accordo con l’opposizione, la situazione politica generale potrebbe trarre in inganno da questo punto di vista ma la linea è la condivisione su alcuni punti importanti per la città e che ciascuno, in consiglio comunale, è libero di votare».
Questo è solo buon senso, dovrebbe accadere in ogni assise, dovrebbe essere il normale atteggiamento di ciascun consigliere comunale, che sia di maggioranza o di opposizione, purché faccia il suo dovere nei confronti della comunità. Io ho sentito invece il sindaco dire altro: aprire il confronto con le diverse forze politiche non ha alcuna attinenza con, per esempio, appellarsi al senso di responsabilità dei consiglieri, al naturale dovere di ogni eletto. Pur se è ovviamente legittimo.
«Di certo non è un voler ribaltare le cose, è capitato anche in passato. Il problema attuale di Abete non sono i numeri, credo che lui stesse cercando il dibattito- naturale e opportuno- con le opposizioni, non una coalizione diversa».
L’amministrazione Abete può essere considerata, ad oggi, di centrodestra?
«Quando ci si presenta con liste civiche gli innesti e le diverse personalità sono più facili. Tendenzialmente direi che vira a destra o meglio al centrodestra».
Cosa hai pensato quando, l’estate scorsa, il sindaco ha scelto di azzerare la giunta?
«È stata più che altro una revisione, anche se non conosco bene i motivi che hanno portato a quella decisione: Armando Di Perna, pur riconfermato e dunque non messo alla porta, ha scelto di dimettersi. Gli altri assessori non riconfermati non ritengo avessero fino ad allora dato contributi politici degni di nota o di lode, al di là della preparazione di Giancarlo Graziani. Non rammento nulla di epico, dunque credo ci siano stati validi motivi».
Hai citato l’unico assessore non anastasiano presente nella ex giunta Abete e ancora prima in quella dell’ex sindaco Esposito: Giancarlo Graziani, titolare all’epoca dell’urbanistica. Oggi gli assessori «esterni» sono due: Stefano Prisco che ha raccolto l’eredita di quella delega e Antonio Squillante al bilancio. Da anastasiano quale sei, un tuo commento?
«Non ritengo sia un’offesa ai professionisti anastasiani, ci sono scelte che vanno al di là della residenza o del paese di origine. L’assessore Prisco è molto più fattivo rispetto al suo predecessore, ha una maniera differente di approcciare le problematiche, è più risolutivo. Sono qualità che implicano un miglioramento dell’azione amministrativa. Squillante lo conosco meno ma è stato evidentemente scelto per le sue abilità nel redigere bilanci e per le competenze professionali nel settore».
Sarà sicuramente competente, ma per trovare professionisti validi bisognava pescare in quel di Salerno?
«Non mi occupo di economia, dunque non sono all’altezza di giudicare. In un momento così delicato per le casse comunali occorreva evidentemente un professionista all’altezza».
Dunque stai dicendo che le casse comunali sono in difficoltà?
«Sto dicendo, semplicemente, che è cambiato il modo di spendere, che i Comuni devono oggi fare i conti con l’armonizzazione contabile, che ormai si può spendere soltanto dopo che hai incassato. Ecco perché le difficoltà di ciascuna amministrazione, come dicevo, vanno storicamente contestualizzate».
Girando per il paese, ascoltando le persone, qual è la tua percezione rispetto all’impronta che l’attuale amministrazione ha dato al suo governo?
«L’impronta c’è ed è visibile, le difficoltà sono quotidiane. Chi oggi si trova ad amministrare, con il macigno della spending review, affronta continui problemi. I risultati si vedono, come per quel che concerne l’aumento della percentuale di raccolta differenziata. Un’amministrazione che lavora per apportare modifiche sostanziali ha bisogno di tempo e collaborazione da parte dei cittadini».
Cosa pensi del continuo, duro, dibattito tra ex alleati, della tensione sempre alta? Credi sia in atto una faida familiare, come dice qualcuno, o che il problema sia essenzialmente politico?
«I problemi familiari restano nelle famiglie e non credo abbiano influito più di tanto sulla situazione politica anastasiana. Alla base c’è un problema politico, il gelo è iniziato già il giorno dopo le elezioni, il resto è leggenda. Forse sarò all’oscuro di altre e diverse dinamiche, magari si credeva e prospettava altro».
Cosa vuoi dire?
«Che magari, non appena questa amministrazione si è insediata, non le si è dato tempo per agire in autonomia. Poi ciascuno ha le sue ragioni e non sto qui a sindacare, non è cosa che spetti a me».
Sei il segretario di «Fare Futuro per Sant’Anastasia», associazione nata ai primi di novembre e che ha avuto il suo debutto ai primi del mese successivo, l’anno scorso. Come è nato questo progetto?
«Dalla volontà di un gruppo di ragazzi, oggi ci sono circa trenta iscritti. L’associazione nasce principalmente per creare un movimento politico che guardi al futuro di Sant’Anastasia, di qui il nome».
Compreso qualche amministratore?
«No, nessuno. Essendo ovviamente vicini all’amministrazione dal punto di vista politico è naturale ci sia collaborazione, confronto, affinità».
Alla conferenza stampa di presentazione di Fare Futuro, ossia nel momento in cui il proscenio doveva essere tutto vostro per raccontarne finalità e progetti, non ti ha infastidito il fatto che il sindaco Abete abbia colto l’occasione per lanciare messaggi politici a componenti della sua maggioranza o ad avversari già ex alleati?
«No, in realtà nella scaletta era previsto un suo saluto ed era nell’aria che dicesse quel che poi ha detto. Siamo un’associazione politica e l’intervento era attinente, ha voluto esprimere in quel momento le sue reazioni, legittime, ad uno scenario in evoluzione. D’altronde, due mesi dopo quell’evento, per una sorta di coincidenza politica, anche la nostra associazione si è espressa nei confronti del personaggio sul quale il sindaco argomentò nell’occasione: l’attuale presidente del consiglio comunale, (ndr, Mario Gifuni) del quale abbiamo chiesto le dimissioni».
Con un manifesto durissimo, anche.
«Sì, perché riteniamo che il suo modo di approcciarsi alla politica crei scompiglio, alla maggioranza e per i cittadini. Il non capire da che parte stia una persona, soprattutto se ha una carica importante, dà adito ad un chiacchiericcio motivato rinfocolato da sue dichiarazioni ed interviste. Sono circolate voci diverse in merito ad una sua presunta intenzione di passare sui banchi di opposizione, non so se sia vero ma “verba volant, scripta manent”. Noi andiamo avanti, siamo convinti che quando un’associazione politica muove domande, il dovere di un politico sia rispondere. Finora non l’ha fatto».
I temi che intendete affrontare come associazione, quelli cui date priorità?
«Dai condoni alla Zona Rossa, alla riqualificazione delle antiche masserie, passando per la salvaguardia e la tutela del nostro patrimonio agroalimentare che è davvero a pezzi. Poi la lotta contro quel carrozzone politico che è la Gori, metteremo in campo una raccolta firme con gazebo presenti nelle piazze anastasiane per dare seguito al referendum pro acqua pubblica datato ormai tre anni fa. Lo faremo insieme ad un’altra associazione, Ortocrazia, e al consigliere comunale Alfonso di Fraia. Politicamente siamo una forza nuova, l’unico nostro obiettivo è dare un contributo. Se dovessimo capire che avrà fatto il suo corso o non sarà stato recepito, ne trarremo le conclusioni. È un progetto che porta via tempo, risorse, energie, ma la politica è passione, dunque non mi pesa più di tanto».
Cosa vorresti tu per il futuro di Sant’Anastasia, programmi e belle intenzioni a parte?
«Parlavamo di una sorta di faida. In gergo questa parola è usata, nelle cronache, per le lotte di camorra. È un termine brutto da associare alla politica. Dunque spero non soltanto che non lo si utilizzi più, ma anche che ci sia una distensione nei rapporti politici e personali. Non un calo di tensione, perché anche da toni crudi e forti nei dibattiti il paese può trarre giovamento, solo una distensione. Al di là di tutto, gli attori in campo sono legati da un’unica passione: la politica. La stessa politica che dovrebbe mettere da parte i sentimenti di rivalsa, che poi ci sia il dibattito è da considerarsi fonte di arricchimento».
Questo è quel che ti auguri per il dibattito politico, ma per la città cosa auspichi? Cos’è che non ti piace quando cammini per le strade di Sant’Anastasia e che, potendo, vorresti cambiare?
«Non so se l’amministrazione c’entri molto ma, idea e percezione mia, vedo molte automobili e poca condivisione sociale. Non c’è un’agorà, un centro di idee, di sviluppo commerciale o imprenditoriale, solo un continuo fuggire. Vorrei che la mia città divenisse, utopicamente, una sorta di isola felice da questo punto di vista. Nei paesi, spesso, è più semplice realizzare grandi cose, più facile che in una metropoli».
Il difetto degli anastasiani?
«Egoisti, permalosi, presuntuosi. Godono delle sconfitte altrui per poi potersi mostrare solidali. In caso di vittoria, la solidarietà viene meno».
In futuro, hai intenzione di candidarti?
«Sì, credo di sì. È una scelta che va di pari passo con l’impegno politico, una cosa quasi scontata, una sorta di compimento di un percorso. Ma sono scelte che vanno fatte al momento».
So che segui spesso le sedute di consiglio comunale. L’opposizione? Un tuo commento.
«L’opposizione è variopinta, non è unita, non c’è coesione, ognuno sembra andare per conto suo. Noto molto personalismo».
A tuo parere, in questi due anni, il sindaco Abete cos’ha sbagliato?
«Credo debba parlare di più, curare la comunicazione, nessuno può farlo meglio di lui. Dovrebbe spiegare le azioni, i provvedimenti, perché ha idee e voglia di fare. Io lo conosco bene e so che si è annullato totalmente per il paese, che sta seminando. Poi, che sia grano o frumento, i tempi di raccolta variano».
Salvo temporali…
«Il raccolto va curato e difeso dalle intemperie».
Parliamo di te, stai per tagliare un importante traguardo come quello della laurea. Ma la vita personale, sentimentale?
«Sono fidanzato con Rosa da cinque anni, lei si sta laureando in Giurisprudenza, ed è un punto di riferimento, se non l’unico della mia vita. Da quando l’ho incontrata è cambiato un po’ tutto».
Dove vi siete incontrati?
«Ad una festa di Halloween alla quale alcuni amici mi convinsero a partecipare proprio all’ultimo momento. Lei era vestita più con uno stile da carnevale veneziano, io non ero travestito per nulla. Da quel momento ci siamo visti tutti i giorni, è così da cinque anni».
Dunque, dopo la laurea, il matrimonio?
«È una mia priorità».
Ti rimane tempo per altre passioni? La lettura, per esempio…
«Sto leggendo un libro di Richard Stengel, il “Manuale del Leccaculo- teoria storia di un’arte sottile”. Una guida, una sorta di racconto della piaggeria. L’autore, che mi piace molto ed è un esperto di politica che ha lavorato anche alla Casa Bianca, dimostra che l’adulazione è un comportamento che sopravvive fin dalla preistoria, illustrando episodi documentati. Leggo molto e amo i classici, da Machiavelli, soggetto della mia tesi, ai poeti del Dolce Stil Novo, da Cavalcanti a Petrarca».
Molto romantico, quindi…
«Sì, anche se non sembra».
La cosa più romantica che hai fatto per Rosa?
«Una serata a sorpresa organizzata per il nostro anniversario, a Meta di Sorrento. Con i dettagli curati nei minimi particolari».
La musica?
«Sono un po’ pesante da questo punto di vista. Amo i cantautori italiani, preferisco la musica di Fabrizio De Andrè, Niccolò Fabi, Samuele Bersani. E poi sono un “sorcino”, fan di Renato Zero. E ovviamente di mio fratello, Ciro Corcione».
Il cinema, invece?
«Il giallo italiano anni ’70. I primi thriller di Dario Argento prima che si desse all’horror puro, il primo Pupi Avati. Di recente ho rivisto “La casa dalle finestre che ridono” alla cui sceneggiatura collaborò anche Maurizio Costanzo. Forse è il vecchio che mi attrae, il vintage, la forza di espressione di quel periodo, le ambientazioni. Oggi di film fatti così bene non ne vedo più, Avati e Argento continuano a lavorare, ma quel che ci hanno regalato prima era davvero altra cosa».
Hai asserito di sentirti uomo «di destra». Perché?
«Credo che l’inclinazione mi arrivi un po’ da mio nonno Ciro, già balilla e fanatico di Almirante. Da lì mi sono appassionato alla figura del segretario del Msi e il mio primo voto alle politiche fu per la Destra di Storace. Però, quel che non condivido con la destra di oggi è il suo legame forte con le tradizioni a tutti i costi, con la famiglia vista in un certo modo, con la fede. Io sono un ateo e spesso non mi ci ritrovo».
Certo che lavorare quattro anni in un convento domenicano, da ateo…
«Ecco, forse lì lo sono diventato di più. Quando sei immerso quotidianamente in una determinata realtà ne comprendi i limiti, le frivolezze, le facciate. La verità è che non riesco a capire l’utilità di un intermediario clericale per chi ha fede. Credo anzi che la fede si esprima prima di ogni altra cosa nel quotidiano, nei rapporti sociali: il messaggio di Dio e di Gesù è questo, per me».
Non comprendo, sei ateo o credi nel messaggio di Dio?
«Era solo una supposizione, un’idea. Non credo in Dio, non ne ho mai avuto l’esigenza. Non ho mai nemmeno avuto un segnale, un sentore, della fede. Non l’ho palpata neppure idealmente».
Quali valori dovrebbe dunque avere, per te, una destra moderna?
«Per esempio io sono contrario all’immigrazione clandestina, riporterei subito in vigore la Bossi- Fini. Ho un’idea di nazionalismo ben precisa, sono liberale dal punto di vista economico e auspicherei che una destra moderna guardasse la religione con meno attaccamento: è questo che la rende un po’ bigotta. Invece, per me, la destra è la più alta forma di riformismo che esista in politica».
Perciò immagino tu sia d’accordo con una legge che regolamenti le unioni civili e magari anche le adozioni per gli omosessuali?
«Le unioni civili sì, le adozioni per le coppie omosessuali no. Non sono di certo su posizioni clericali ma non ritengo sia, scientificamente, la strada formativa e culturale giusta per un bambino. Potrei sbagliarmi, magari due genitori entrambi maschi o femmine potrebbero essere bravi, è vero che ci sono famiglie “naturali” che buttano i figli nei cassonetti, ma non si deve generalizzare. Sbaglierò, ma è il mio pensiero».
C’è un politico nazionale che ritieni possa oggi rappresentarti?
«Non mi rivedo in alcuno. L’unica della quale potrei condividere almeno un po’ le idee è Giorgia Meloni ma spesso è troppo intrisa di populismo, non va fino in fondo. Se però oggi dovessi votare- esercitare dunque quello che allo stesso momento è un diritto come un dovere, credo che sceglierei di votare per lei».
Hai avuto modo, per tue letture o per racconti altrui, di conoscere un po’ la storia politica di Sant’Anastasia?
«Sì, ho letto i libri di Cosimo Scippa e ascoltato molti racconti».
Alla luce di quanto hai letto e ascoltato, credi ci siano uno o più politici che hanno dato molto alla città?
«Da quanto letto e ascoltato, credo che il compianto sindaco Mario De Simone abbia goduto di molta popolarità e che in tanti lo rimpiangano. Ho sentito parlare bene anche di Antonio Manno».
Non intendevo unicamente politici poi divenuti sindaci ma, magari, anche qualcuno che abbia contribuito e ancora lo faccia, alla vita e alla crescita della città.
«Sono legatissimo, abbiamo un rapporto personale e di reciproca stima, al dottore Luigi De Simone. Ecco, credo che lui abbia dato il suo contributo alla politica come alla cultura di Sant’Anastasia, portando avanti tradizioni ed un sua personale, inimitabile, maniera di intendere e veicolare la cultura. Nonostante i capelli bianchi, ritengo possa ancora dare moltissimo alla nostra città come ha fatto finora».
Ecco, a parte le iniziative molto partecipate di De Simone, non ritengo che la cultura in una realtà come Sant’Anastasia possa limitarsi a queste ultime, seppure di qualità. In questo paese si fa cultura?
«No, effettivamente c’è sempre una sorta di personalizzazione, un “primadonnismo” dilagante, un “chi mi ama, mi segua”. La cultura dovrebbe essere squadra».
E cosa potrebbe, o dovrebbe, fare un’amministrazione comunale in merito?
«Al momento mi pare si sia insediata una consulta per la cultura, credo ne faccia parte anche lo stesso De Simone, ma non so quali iniziative si intenda mettere in campo. Ritengo sia fondamentale ripartire dalla nostra storia, non solo dal culto della Madonna dell’Arco ma anche da tante altre realtà che ruotano intorno al tessuto del nostro paese».
Il culto della Madonna dell’Arco cos’è per te?
«Folklore. Avendo lavorato in Santuario anche nel giorno clou, il lunedì in Albis, per me è stato traumatico. Quel giorno non ha un inizio e non ha una fine».
Se toccasse a te, magari da futuro amministratore, cambiare qualcosa nell’organizzazione di quel giorno particolare fuori dal Santuario?
«Sarei molto cattivo, immagino. Soprattutto molto deciso. Non consentirei mai più carri, toselli, suoni molesti, permessi per bancarelle. Tenderei a regolamentare ogni cosa: in una forma di democrazia bisogna anche rispettare chi vuole vivere la sua quotidianità, a prescindere dalla festa che per molti residenti è un incubo. Sarei certamente osteggiato, ma le mie idee in merito sono queste».
Di recente hai presentato, con il collega Francesco De Rosa titolare delle edizioni Neomedia Italia, un libro che hai curato insieme a Danilo Iervolino, «La vita è adesso».
«Sì, la storia di un’adozione. Una bellissima esperienza perché Danilo ha tenuto una sorta di diario ed io ho scritto che ho fondamentalmente apprezzato non solo la spontaneità, non solo l’adozione, ma la volontà di testimoniarla, chiudendo con un invito a chi guarda all’adozione con timore, magari scoraggiato da quel che non conosce, da quel cui andrebbe incontro. Adottare un bambino è essere genitore due volte».
Vorresti farlo? Hai intenzione in futuro di perseguire quest’esperienza?
«È un’idea che mi piacerebbe molto».
Quale luogo di Sant’Anastasia ancora ti emoziona?
«Sono legatissimo al mio quartiere, Capodivilla. Amo, soprattutto all’alba o nelle sere d’estate, guardare la città dall’alto, il panorama, i campanili».
Vorrai vivere qui anche in futuro?
«Spero di sì, lo desidero. Ma se dovessi cambiare idea lo farei totalmente. Sceglierei una metropoli, sono attratto da Milano, per esempio, dal rapporto che i milanesi hanno con la loro città, dal modello».
Una metropoli. Perché Milano e non Napoli?
«Perché con Napoli ho un rapporto di amore- odio. Non riesco a godermi la città, al di là delle bellezze storiche o architettoniche non riesco mai a cogliere fino in fondo il buono di Napoli».
Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
«Potrei definirli democratici, ci hanno insegnato a comprendere le cose importanti senza rigidità, pur impartendoci un’ottima educazione nei primi anni di vita. Con il senno di poi, capisco che ci abbiano lasciato autonomamente scegliere la strada giusta, quella migliore, quella che volevamo. Ciascuno di noi figli non dovrà perciò vivere con il rimorso di non aver perseguito le proprie passioni, di non aver fatto quel che sognavamo».
Hai viaggiato molto finora?
«Abbastanza, ho visitato molte città italiane, diverse capitali europee come Madrid e Parigi».
Dove ti sei trovato meglio?
«A Lecce, mi affascina quella città barocca, l’aria che si respira, come ci si vive. Non sembra nemmeno di stare al Sud».
Quali luoghi ti piacerebbe invece visitare?
«La California, San Francisco in particolare. L’ho vissuta nei film di Alfred Hitchcock, nei suoi capolavori della cinematografia».
Ti piacciono anche le donne di Hitchcock? Bionde, sottili, raffinate.
«Sì, il mio modello di donna è proprio quello».
Altre mete, magari per un viaggio di nozze?
«Il Giappone».
Da ateo quale sei, ti sposerai comunque in chiesa?
«Mi adeguerò alle volontà della mia futura moglie».
Sempre da ateo quale sei, c’è qualcosa che consideri comunque un peccato?
«Tutto è lecito, finché sta fare bene noi stessi e non fa del male ad altri».
Un obiettivo che vuoi raggiungere assolutamente nella vita?
«Essere padre, poter raccontare qualcosa di bello ai miei figli. Sono curioso di vedermi all’opera in questa veste, di affrontare la sfida accompagnando mio figlio verso un mondo che cambia ogni giorno. Insegnargli quel che è giusto lui faccia per diventare una persona che possa farsi spazio in questa società di persone che corrono e si distraggono».
L’amicizia è importante per te?
«È un valore fondamentale, supera le barriere spazio temporali. Ho la fortuna di avere diversi amici, di essere a loro legato da un rapporto di reciproca stima, anche se non condividiamo molto tempo insieme. Tutti, e ne sono contento, hanno su di me la stessa idea circa la mia personalità, al di là di divisioni e ideologie».
Il denaro è importante?
«Purtroppo lo è, il motore di parecchie cose».
Cosa saresti disposto a fare per denaro?
«Ciò che è lecito: costruire basi solide per il mio futuro senza sopraffare altri».
Cosa invece, per denaro, non faresti mai?
«Comprarmi il favore di qualcuno o convincerlo a pensarla come me».
Hai studiato le opere e la vita di Machiavelli, hai citato anche altri autori della letteratura italiana che erano, ai loro tempi, legati indissolubilmente alla politica. Per te, cos’è la morale in politica? Cosa può e cosa non può fare un politico per potersi dire fedele ad un’etica?
«In una società che cambia, che si apre a nuovi scenari e orizzonti sociali, muta inevitabilmente anche il concetto di etica e di moralità. Un tempo i politici dovevano, prima ancora di scendere in campo, dare l’impressione di essere buoni mariti, ottimi padri, con una famiglia felice alle spalle. Oggi con la moralità bisogna fare i conti dopo, quando si amministra, dimostrando buon senso, trasparenza, un agire improntato su crismi di legalità. Per me, è un parere del tutto personale, la morale si esprime soprattutto nelle cose che non si vedono, nel rapporto quotidiano con gli altri, senza platealità. Davanti ai riflettori siamo tutti moralisti, la cosa più bella è far le cose giuste quando sai che nessuno ti guarda».
Cosa ti fa ridere, nella vita? Cosa ti diverte?
«A parte Lino Banfi e la commedia sexy all’italiana, rido per la spontaneità dei bambini. Sono molto più comici dei comici di professione di Zelig che, alla fine, non mi hanno mai fatto ridere. Rido anche per i film di Totò, che guardo magari alle tre di notte su emittenti locali. O rido all’improvviso e senza un perché, nonostante il mio carattere chiuso e introverso, per cose che a qualcun altro non sembrerebbero divertenti».
Scegli un proverbio che ti rappresenti?
«Ce n’è uno che mio nonno ripeteva spesso e volentieri: “Nun perdere ‘a minestra pe n’acino ‘e sale”. Mi rappresenta perché spesso facciamo di tutto per raggiungere un obiettivo e poi scivoliamo sulla classica buccia di banana. Ecco, io mi perdo spesso nel finale».
Per finire, se dovessi dare un consiglio al sindaco Abete, cosa gli diresti? Magari lo hai già fatto…
«Gli direi di non sfiduciarsi mai, di non lasciarsi prendere dalla stanchezza che potrebbe fargli credere di non star compiendo scelte giuste. Invece credo che lui abbia intrapreso la strada migliore, quella dell’innovazione politica. Magari non gli porterà il consenso subito, forse lo farà sentire un po’ solo in alcuni momenti, ma deve proseguire sulla sua strada. Infine, gli direi di comunicare di più, con l’elettorato e con i suoi stessi uomini».
UN CAFFE’ CON
http://ilmediano.com/category/un-caffe-con/
Tra i nuovi ingressi d’è quello di un giovane assunto grazie a una dura vertenza legale.
Alla presenza di uno dei dirigenti Fiom di Napoli e della Campania, Maurizio Mascoli, si è tenuta questa mattina presso la Cgil di Pomigliano una riunione del Comitato degli Iscritti della Fiom Avio General Electric di Pomigliano, il grande stabilimento produttore di componenti per motori aeronautici. Durante la discussione, oltre al rilancio del tesseramento, è stata disposta la sostituzione nel Comitato di tre componenti uscenti pensionati con altrettanti giovani operai poco più che trentenni, Fabio Greco, Pasquale Montanino e Raffaele Esposito. Esposito è uno dei tre operai precari riassunti da Avio a tempo indeterminato a seguito della battaglia legale, che ebbe eco mediatica, condotta dall’ avvocato Pino Marziale nel 2014. Il Comitato degli iscritti, secondo lo statuto della Cgil,
è uno strumento di democrazia interna. In particolare è un organo elettivo, rappresenta una sede di elaborazione, discussione e verifica delle proposte e delle scelte della CGIL ai diversi livelli di categoria e confederali, decide posizioni, proposte, iniziative della CGIL sulle materie di competenza, sviluppa la propria iniziativa in coerenza con i deliberati congressuali e degli organismi dirigenti confederali e di categoria. Il Comitato degli iscritti è la struttura di base nei luoghi di lavoro della CGIL sia confederale, sia categoriale.
“Ceimonia” U. Eco l’avrebbe spiegato, nella “Cacopedia”, come “ammonimento della Cei”, dei vescovi italiani irritati per la “cerimonia” laica. Cristo ha mai riso ? E la rosa deve chiamarsi per forza rosa? Napoli protagonista del romanzo “ Il cimitero di Praga”.
“Da una sola parola lui tirava fuori due storie, tre ricordi e quattro riflessioni” (B.Pivot)
L’aveva previsto: “dopo la mia morte gli sciocchi “normali” di internet si vendicheranno abbinando al mio nome una parola che odio, “erudito” e pubblicando, per commemorarmi, la scheda della Treccani ”virtuale” o quella del risvolto di copertina di qualche mio libro”. Aveva previsto anche che gli sciocchi più pericolosi, gli estremisti della fede, avrebbero condannato la sua decisione di andarsene via con una cerimonia laica e che la sua morte avrebbe consentito di far passerella, una passerella lunga e vistosa, a quei politici che non avevano trovato il tempo per nominarlo senatore a vita. Egli ha anche previsto, ne sono certo, che martedì 23 il Televideo avrebbe annunciato i suoi funerali scrivendo “ceimonia “ “laica” invece che “cerimonia”: un errore psicanalitico che egli, nella “Cacopedia”, avrebbe spiegato come “Cei-monia”, e cioé “ammonimento” della Cei, dei vescovi della Conferenza episcopale italiana, irritati contro uno scrittore che, dopo aver conquistato la fama mondiale con storie di monaci, preti e santi, poi decide di andarsene come un miscredente qualsiasi. Mettetevi nei loro panni.
Ho tutti i libri di U.Eco, ma li ho letti solo tre volte ciascuno: dunque, è come se non li avessi letto. Sto rileggendo per la quarta volta “Il nome della rosa”, e mi sono fermato al titolo: non so rispondere alla domanda capitale: la rosa si chiama rosa perché “deve” chiamarsi rosa, per forza, o potrebbe chiamarsi anche in un altro modo ?. E non so nemmeno rispondere all’altra domanda capitale: ma Cristo rideva? E se sì, rideva apertamente, o solo dentro di Sé ? Ha sempre riso, o Si è concesso una risata solo quando era ragazzo? E di che tono e di che calibro era la Sua risata, visto che gli studiosi hanno contato non meno di venti modi di ridere? Ovviamente, se non sai rispondere a queste due domande, è inutile leggere il romanzo: non si coglierebbe nessuno dei molti suoi sensi.
Molti dei napoletani di internet hanno pubblicato una riflessione di Eco sul ruolo della città di Napoli: è sfuggito agli intellettuali napoletani e vesuviani – è sfuggito, o non hanno voluto esibire la loro cultura – che il protagonista del romanzo “Il cimitero di Praga” spiega le vicende dei Mille, di Garibaldi e di Napoli conquistata come un complotto della massoneria: è una spiegazione che “tira”, come si sa, la più adatta a scatenare una tempesta di “mi piace”. Perciò tornerò su questo tema: anzi dedicherò a Umberto Eco più di un articolo, a partire da un suo “pezzo” che mi fu chiaro alla prima lettura, perché non richiedeva troppa cultura. Il “pezzo” ,“ Come non usare il telefonino cellulare”, fu pubblicato nel “Secondo Diario Minimo”: lo scrittore vi traccia la “fenomenologia” di coloro che in pubblico portano il telefonino incollato all’orecchio, senza un attimo di pausa. C’è poi il “pezzo fantastico” sul sindaco che va dal sarto, indossa la giacca nuova fatta su misura, e subito si pubblica su “fb”, pavoneggiandosi, e un attimo dopo gli piove addosso uno scroscio di “bello” e “bellissimo”. Ma forse mi confondo: il pezzo è di U. Eco, o è di Karl Kraus?
Umberto Eco odiava la parola “erudito”, perché l’erudizione si misura a chili e a quintali. E’ una questione di quantità, non di qualità. Lui, invece, tesseva,collegava e connetteva in interminabili trame i fatti, le cose, i pensieri, i sentimenti, i quadri, le statue, le “strisce”, le parole: tutto ciò che i suoi sensi e il suo intelletto percepivano, tutto ciò che avevano percepito gli altri, lasciandone testimonianza e memoria nei libri. Egli partì da Borges e dalla Biblioteca di Babele, dall’immagine eroica del “Lettore, nuovo don Chisciotte, mobile, avventuroso, instancabilmente inventivo, alchemicamente combinatorio”. Questo disse nella lezione magistrale che tenne il 22 maggio del ’97 all’Università di Castilla – la Mancha, che lo aveva laureato ad honorem. E raccontò che “Diario minimo”, pubblicato nel 1963, egli avrebbe voluto intitolarlo “Piccola Borges –ia”: un omaggio a Borges e, nello stesso tempo, a Vittorini, autore della raccolta di racconti “Piccola Borghesia”.
“Borges- ia”: un genio che pensa a un titolo così non può non aver previsto che qualcuno avrebbe scritto “ Cei-monia”, invece di “cerimonia.” Per le ragioni del rigore filologico ho controllato il Televideo alle 13.00: l’errore era stato corretto. La notizia dei funerali laici di U.Eco sta in terza fila: sotto la terrificante rivelazione che gli americani controllavano i telefoni dell’on. Berlusconi, quando era Presidente del Consiglio, e sotto la strepitosa battuta del sig. Renzi, il quale ha dichiarato, impassibile, che gli americani, prima di far partire un drone armato dalla base di Sigonella per la Libia, dovranno chiedere il permesso al governo italiano.
I funerali di U.Eco si tengono proprio in una giornata da “Cacopedia”.
Controlli a tappeto dei carabinieri nei territori di Ercolano, Pomigliano e Marigliano. Diverse persone finite in manette per rapina, spaccio e stalking.
I militari della compagnia Castello di Cisterna durante un servizio effettuato per contrastare l’illegalità diffusa hanno tratto in arresto 2 persone e ne hanno denunciate 9 in stato di libertà.
A finire in manette Giovanni rea, 26enne di Marigliano, raggiunto da ordine di carcerazione emesso dal tribunale di Napoli in forza del quale sconterà un anno e mezzo di reclusione.
Arrestato invece per furto aggravato, Nunzio De Falco, 27enne di Pomigliano D’Arco.
Denunciati invece 9 cittadini trovato in possesso di marjuana e hashish, oltre che di un revolver con matricola abrasa e un giubbotto antiproiettile.
A Pomigliano invece i milirari hanno arrestato un 38enne di Acerra, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Nola su richiesta della locale procura.
Il provvedimento restrittivo concorda con risultanze investigative dell’arma: l’uomo perseguitava con reiterate condotte vessatorie e violente la ex convivente 32enne di Pomigliano. La cosa andava avanti da dicembre 2015.
l’arrestato è stato sottoposto ai domiciliari, come disposto dall’ag.
Ancora ad Ercolano, i carabinieri hanno arrestato per maltrattamenti in famiglia un 53enne del luogo.
L’uomo, sotto l’effetto di stupefacenti, aveva messo sottosopra la casa per poi minacciare la moglie 40enne contro la quale ha poi continuato con il lancio di piatti e bicchieri.
Su richiesta di aiuto della povera donna i militari sono intervenuti d’urgenza sul posto bloccando il violento che si trovava ancora in casa.
Non era il primo episodio, come è emerso durante il racconto della 40enne in sede di denuncia.
L’arrestato, dopo le formalità di rito, è stato tradotto in carcere a Poggioreale.
Altri arresti per detenzione di stupefacenti a Boscoreale, dove i carabinieri dell’aliquota radiomobile di Torre Annunziata hanno perquisito l’abitazione di un 29enne rinvenendo 100 grammi di hashish.
Erano nella cameretta del figlioletto, nascosti tra i pannolini…
Salvatore Tufano, detentore della droga, è stato tratto in arresto e ora si trova in attesa di rito direttissimo.
Nel sublime scenario del Museo del Sottosuolo di Napoli, sabato 27 febbraio dalle ore 19.00, la società di eventi live e discografici Mauna Loa presenta: Una Notte tra Arte e Musica, data unica per uno spettacolo che vede la fusione dell’arte con la musica nelle viscere incantate di Napoli.
Un tornado di diversi generi musicali, dove gruppi emergenti presenteranno l’uscita dei loro prossimi album.
Uno showcase ricco di emozioni all’insegna della buona musica dove l’arte e la storia non saranno le sole protagoniste. Ad aprire lo spettacolo saranno i FlamentangoProject, un ensemble di musicisti, fortemente voluto dal direttore artistico e chitarrista Lucio Pozone, al cui invito hanno aderito artisti di altissimo livello provenienti non solo da varie regioni del mondo, ma anche da diverse esperienze artistiche.
La magia dei FlamentangoProject ha calcato palcoscenici prestigiosi, riscuotendo ovunque ampi consensi:
il desiderio dell’ensemble è quello di far ascoltare sia le musiche di autori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia, sia le proprie composizioni, coinvolgendo emozionalmente il pubblico.
La serata proseguirà a ritmo di rock con il gruppo Metamorfosi: una band, formata da Sarah D’Arienzo, voce intensa e potentissima, Tyron D’Arienzo alle chitarre e Gianluca Manfredonia alla batteria e vibrafono. I tre giovani artisti presenteranno, il loro nuovo disco Chrysalis, una sfida che segna anche un cambio di rotta della band. Sarà un nuovo ep in lingua inglese, realizzato con il desiderio e la volontà di abbattere le frontiere ed allargare i propri orizzonti, attraverso un sound maturo, articolato e contaminato.
Sponsor ufficiale della serata l’Enoteca Telaro di Formia, una delle più note case vinicole italiane, costituita nel 1987 e fortemente voluta dai fratelli Telaro, che fin dall’inizio hanno creduto nel loro prodotto biologico e naturale.
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La pressione fiscale in Italia è alta e superiore a quella di tanti altri Paesi europei, ragione per cui sui cittadini italiani le tasse pesano come un macigno, influenzando non poco i bilanci familiari.
Nel nostro Paese, infatti, vengono applicate tasse di tutti i tipi tra cui alcune risultano veramente curiose. Giusto per avere un’idea della molteplicità di imposte che gravano sulle tasche degli italiani citiamo quella sui permessi per poter raccogliere i funghi. Colpiti quindi anche gli inguaribili appassionati della natura e della buona cucina. Ma ce ne sono anche altre di stravaganti, tra cui la tassa che bisogna pagare ogni anno per la bollatura e la numerazione dei registri contabili e dei libri.
Le tasse versate ogni anno nelle casse dello Stato rappresentano dunque un vero tesoro. Detto questo, però, va anche sottolineato che il sistema fiscale di un Paese serve a garantire alcuni dei servizi essenziali utili a una buona convivenza civile: sanità e scuola a esempio sono servizi che molto difficilmente potrebbero essere garantiti da uno Stato senza l’applicazione dei dovuti tributi. Resta comunque altissimo il numero di tasse pagate dai contribuenti tra imposte, accise, addizionali, etc.
Alla luce di queste premesse risulta alquanto difficile persino stilare una classifica delle più indigeste. Irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) ed Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) sono certamente tra quelle che gravano di più sulle tasche dei cittadini italiani. Molto poco gradite anche la Tari, la tassa sui rifiuti, e le accise, le imposte che i contribuenti sono costretti a pagare sui consumi degli alcolici e dei prodotti energetici come, ad esempio, la benzina.
Pesano molto sulle imprese, invece, l’Irap (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) e l’Ires (Imposta sul Reddito delle Società). Tasse alte e molto odiate da tutti coloro che fanno impresa e responsabili, per molti economisti, del mancato rilancio dell’economia italiana.
Le prospettive per il 2016, inoltre, non sono buone. Previsti aumenti delle tariffe per i servizi idrici e per la raccolta dei rifiuti, in aumento anche le spese per treni, aerei e mezzi pubblici. In compenso, da segnalare tra le buone notizie l’abolizione della Tasi sulle abitazioni principali non di lusso e la riduzione del canone Rai, sceso da euro 113,5 a euro 100. Infine, se le previsioni sulle quotazioni del petrolio saranno rispettate, come tutti si augurano, quest’anno dovrebbero calare le accise sulla benzina e di conseguenza fare il pieno costerà un po’ meno. Una buona notizia, quest’ultima, a patto non solo che le previsioni verranno rispettate ma anche che il Governo non introduca altre tasse sui carburanti. Dubbio lecito, perché le tasse in Italia preoccupano tutti i cittadini e spesso aumentano anche in maniera considerevole. Aumenti che, purtroppo, non coincidono sempre con un miglioramento dei servizi, diversi dei quali ancora molto insoddisfacenti. Insomma, la musica è sempre la stessa: le tasse sono alte e troppe.
Un dono speciale da parte di Carmine Aliperta a Francesco Tafuro e Domenico Liguori, i due ragazzi uccisi per un presunto debito di gioco a Saviano.
Erano dei bei ragazzi, bravi e dal cuore gentile, ma soprattutto amavano la propria squadra, il Napoli. Dei giovani che mangiavano pane e sport, grandi tifosi azzurri!
Francesco e Domenico hanno finalmente ricevuto il regalo che forse avevano sognato da sempre. Un dono a cui ha pensato il loro caro amico, Carmine Aliperta, che ha chiesto e ottenuto dai campioni partenopei un pensiero e la firma sulle magliette a loro dedicate.
Nell’album “Sempre con noi. Fiero di essere vostro amico”, ben visibile sui FB, dove sono inserite le foto scattate ieri allo stadio San P
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