Somma Vesuviana, coronavirus, altri tre contagi in città

  Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dal Comune di Somma Vesuviana. Di Sarno: “Sesto, settimo ed ottavo caso di Coronavirus a Somma Vesuviana. Credo che si debbano chiudere i confini dei paesi. Siamo in una fase cruciale dell’epidemia. Chiedo a tutti di rispettare le norme. Uscire di casa solo per comprovate esigenze. La spesa? Se possibile una volta ogni 15 giorni. Non affolliamo i supermercati”. “Siamo al sesto, settimo ed ottavo caso di Coronavirus a Somma Vesuviana, paesino del vesuviano in Campania. Chiedo a tutti i cittadini di rispettare le norme. La spesa? Una volta ogni 15 giorni se fosse possibile”. Lo ha annunciato il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Stare tutti  a casa ed uscire solo per comprovate esigenze. “Ricordo che le comprovate esigenze sono di natura lavorativa per quelle attività che possono restare aperte in base ai decreti o per esigenze sanitarie. Non affolliamo i supermercati e non affolliamo le farmacie. Per quanto riguarda il ritiro della spesa – ha proseguito Di Sarno – è disponibile anche il servizio di Croce Rossa Italiana. Numero di tel della Croce Rossa è il seguente: 3312 339074. Ho invocato la presenza dell’Esercito sul nostro territorio. Le Forze dell’Ordine e la Polizia Municipale stanno facendo un lavoro meraviglioso ma il territorio è esteso.  Dico semplicemente che nessuno e soprattutto io, vuole descrivere qualcuno come untore. Più restringiamo i movimenti e prima ne usciremo.    C’è un focolaio, questo focolaio è in quel territorio e così come è stato fatto altrove da altri sindaci, ho invocato la chiusura dei confini, al fine di avere un maggiore controllo e dunque la presenza dell’Esercito.   Quanto è accaduto a Madonna Dell’Arco è un fatto grave, ora stiamo entrando in una fase cruciale e per questo motivo ritengo che sia necessario garantire ancora maggiore controllo di rispetto dei decreti e delle norme. Non si tratta di impedire alla gente di andare a lavorare, per quelle attività che ricordo eventualmente possano rimanere aperte in base ai decreti, ma si tratta di poter garantire maggiori controlli sul territorio. Un territorio che comprendendo i comuni limitrofi è abitato da piu’ di 100.000 persone. No a polemiche perché andrebbero solo contro la popolazione. Si a proposte concrete, costruttive necessarie al rispetto dell’intera comunità.  Dobbiamo essere cittadini uniti, gente nella gente ed essere non gruppo ma squadra. Noi dobbiamo vincere questa sfida quanto prima e dobbiamo farlo garantendo una buona qualità della vita e la vita stessa il piu’ possibile. Tardare la vittoria sul virus significa aumentare i rischi per tutti. Tardare la vittoria sul virus significa ammazzare quasi definitivamente l’economia delle famiglie e del territorio. Ringrazio la popolazione sommese. La stragrande maggioranza di voi sta rispettando le restrizioni con immenso sacrificio. Però continuo a vedere troppi spostamenti, dobbiamo aiutare le Forze dell’Ordine e la Polizia Municipale e per questo chiedo l’intervento dell’Esercito. Ringrazio la minoranza e la maggioranza, tutto il Consiglio Comunale di Somma Vesuviana per i consigli davvero utili all’intera città di Somma Vesuviana. Consigli che cercherò di tradurre in atti concreti per la popolazione”.

Somma Vesuviana, l’associazione Amici del Buon Vivere aderisce all’iniziativa “Ricordati di un Amico”

Riceviamo e pubblichiamo una nota stampa dall’Associazione “Amici del Buon Vivere” L’associazione “Amici del buon vivere” aderisce all’iniziativa promossa da don Nicola De Sena, parroco di San Michele Arcangelo di Somma Vesuviana, “Ricordati di un Amico”. «La nostra associazione – sostiene il presidente, dottor Raffaele Esposito – ha nel suo Dna l’obiettivo di realizzare o di supportare le iniziative di solidarietà sociale, soprattutto a vantaggio dei nostri concittadini che si trovano ad affrontare le conseguenze non semplici derivanti dall’emergenza in atto. Risulta naturale per noi, dunque, sostenere lo splendido progetto di don Nicola, in un momento così complesso per tutto il Paese». L’invito è quello di aggiungere ai propri acquisti alimentari qualche prodotto in più da destinare alle famiglie più deboli e in difficoltà di Somma Vesuviana.

L’incanto  di Napoli raccontato da una delle donne più affascinanti d’Europa, Lady Margaret Blessington

La figlia di un oste irlandese diventata lady, scrittrice, invidiata protagonista dei più importanti “salotti” europei, capace di suscitare l’ammirazione di Byron. La relazione con il “dandy”Alfred d’Orsay.  I tre anni trascorsi a Napoli, tra il 1823 e il 1826: il Regno era governato da Luigi de’Medici Le molte pagine dedicate ai “luoghi” del Grand Tour e tutte segnate dal fascino della città, che Margaret sentì profondamente. Il  ritratto della Lady, opera di Thomas Lawrence.   Quanto intenso sia stato lo splendore della donna che conquistò anche Byron, lo dimostra ampiamente il ritratto che Thomas Lawrence le fece nel 1822. Margaret Power nacque nel 1789 in un paese dell’Irlanda meridionale: suo padre gestiva una piccola taverna. Dopo il fallimento del primo matrimonio, ella sposò, nel 1818, John Gardiner, conte di Blessington, ricco e vedovo, capace di tollerare la relazione che la moglie ebbe con un dandy francese, Alfred d’Orsay, l’uomo della sua vita. Margaret, diventata Marguerite dopo il matrimonio con il conte, morì a Parigi nel 1849, in una povertà quasi totale, avendo dato tutto ciò che possedeva ad Alfred perseguitato dai creditori. Lady Blessington, il marito e il d’Orsay arrivarono a Napoli il 16 luglio 1823, alla testa di un corteo di carrozze in cui avevano preso posto la figlia di primo letto del conte, dame di compagnia, cocchieri, maggiordomi, camerieri: la carovana era già stata a Parigi e i francesi l’avevano chiamata “il circo Blessington”.  Il terzetto prese alloggio all’hotel “Gran Bretagna” a Chiaia, e successivamente si spostò prima nella villa dei principi Belvedere al Vomero e poi nella Villa Gallo a Capodimonte. Nel porto era ormeggiato il panfilo “Bolivar”, costruito nell’arsenale di Genova per Byron, che lo cedette al conte. Marguerite restò a Napoli tre anni, strinse amicizia con i non pochi inglesi che vivevano in città, frequentò i salotti, in particolare quello di Francesco Ricciardi, conte di Camaldoli, dove si tenevano raffinate “serate” di musica e di poesia: e a una di queste “serate” partecipò anche Giacomo Leopardi. Marguerite visitò tutti i luoghi “incantati” previsti dalle guide del Grand Tour:  la sera le piaceva attraversare in carrozza le vie di Napoli, e aprirsi a quelle suggestioni sensoriali e a quelle osservazioni “pittoresche” che poi descrisse nei suoi libri, soprattutto in “Idler in Italy”, “L’ozioso in Italia”. Nelle sue “Memorie” trovano spazio “ le gelaterie e le più modeste bancarelle, con le loro vistose decorazioni, circondate da impazienti compratori di sorbetti e di limonate”, e “ i venditori di acqua gelata”: a Napoli, la sera, c’è solo festa, mentre a Londra, alla stessa ora, uomini e donne si affollano in gran numero intorno agli spacci di gin, “luoghi del vizio”, e cercano “ nell’ubriachezza la fuga dalle preoccupazioni”. A Napoli la Blessington partecipa a una festa a mare offerta, nell’estate del 1824, da Maria Luisa d’Austria, la vedova di Napoleone: pare alla dama inglese che anche il paesaggio partecipi all’evento: “il calmo seno della bella baia, che rifletteva il cielo illuminato da innumerevoli stelle”; la città tutta, un vero e proprio “ anfiteatro che si innalza sul mare”;  al centro, il castello di Sant’Elmo e il Vesuvio,  “un gigante dormiente, in minaccioso riposo”; a sinistra,  il Vomero cinto dai vigneti con i palazzi e le ville che svettano sui boschetti.”. Poi arriva il corteo di Maria Luisa, su un battello dorato, illuminato da lampade, simile a  “una grande conchiglia, che scivolava su un mare di zaffiro”: sul battello c’erano molti musicanti, in splendide uniformi, e “ogni colpo dei remi batteva il tempo della musica e sollevava dall’acqua una luce d’argento”. Si divertì molto, Lady Hamilton, nel vedere “con quanta comicità i “lazzaroni” si prendono in giro: quando raccontano un fatto fanno sempre l’imitazione dei protagonisti: pochi attori potrebbero far meglio”. Ad Amalfi la lady e il seguito visitarono, prima di tutto, una fabbrica di maccheroni, videro che notevole era la pulizia del luogo e riconobbero che erano infondate le voci sui modi poco igienici con cui – si raccontava a Parigi e a Londra – veniva fabbricata la pasta: “ già solo il nome dei maccheroni agisce sui sentimenti dei napoletani come un talismano magico”. E poi le canzoni, i balli, la tarantella, le barcarole la cui dolcezza avrebbe indotto all’applauso “anche  Rossini”: sarebbe il solito repertorio di “cartoline da Napoli”, di luoghi comuni, se non si avvertisse nelle parole della lady la sincerità delle emozioni. La splendida signora inglese ammirò la bellezza delle donne napoletane. Le signore della nobiltà, una decina delle quali sono “veramente belle”, “hanno modi disinvolti, pieni di grazia e di spontaneità: in essi non c’è civetteria. Con gli estranei sono “molto più riservate delle signore francesi e inglesi, e non per un’affettata pudicizia, ma per una naturale riservatezza. Per loro stringere la mano agli uomini, anche se sono amici, è un’offesa al decoro”. Lady Blessington scrisse uno splendido elogio delle donne di Gragnano: “Le loro chiome e le semplici vesti che mettono in risalto, quanto basta, le forme del corpo inducono a credere che esse siano state le modelle delle ninfe agresti che vediamo nei quadri degli antichi pittori.”. Le donne di Ischia le parvero “molto più belle” delle popolane di Napoli: forse era merito delle acque minerali e dei fanghi dell’isola che “sono considerati molto utili nella cura dei dolori reumatici e delle malattie della pelle”.

Le associazioni YaBasta! e Nova Koinè insieme per lo sportello per i diritti dei migranti

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Una bella iniziativa sinergica a metà strada tra Marigliano e Scisciano, dove al momento è attivo lo sportello per i diritti dei migranti. Tuttavia, date le difficoltà logistiche innescate dall’emergenza COVID-19, le associazioni YaBasta! Restiamo Umani e Nova Koinè hanno attivato anche un servizio telefonico al quale gli immigrati che ne hanno bisogno possono rivolgersi per districarsi in questa fase delicata. “SOS telefono per migranti”, questo il nome dell’iniziativa telematica promossa dai volontari: una helpline per chiedere informazioni sull’emergenza Coronavirus in Italia,  attiva tutti i giorni dalle 10 alle 22 al numero 3791724040. Lo sportello offre assistenza gratuita alle attività di supporto legale, sanitario e psicologico e l’annuncio del nuovo servizio è disponibile in diversi idiomi: dal francese all’arabo, dall’inglese al polacco, dal romeno all’ucraino. I migranti possono contattare il numero di telefono per informazioni sul COVID-19 e su come siano organizzati i vari uffici a cui si rivolgono ogni giorno centinaia di persone di origine straniera in questo periodo di emergenza. “Abbiamo deciso che il servizio sarà attivo anche dopo questo periodo di urgenza e siamo riusciti a organizzarci in tal senso – afferma il presidente dell’associazione Nova Koinè, Francesco Evangelista – perché riteniamo sia fondamentale in questo momento semplificare l’accesso allo sportello inteso come luogo fisico, comunque operativo a Scisciano ma difficilmente raggiungibile a causa delle restrizioni. Rispondo personalmente al telefono e provvedo a raccogliere le richieste che pervengono, per poi inoltrarle ai vari professionisti che dialogano e collaborano con noi: due avvocati per le pratiche legali, due persone in contatto con i distretti sanitari, di cui una farmacista, e infine una psicologa grazie alla quale possiamo attivare una rete di assistenza per i casi che fanno registrare una particolare fragilità emotiva. Riteniamo che questo servizio offerto abbia un’elevata utilità in quanto è rivolto a tutti gli immigrati che hanno qualche difficoltà a gestire le situazioni più disparate: dalle informazioni su igiene e distanziamento sociale a quelle sul permesso di soggiorno, la cui scadenza per fortuna è stata prolungata fino a 15 giugno (per quelli in scadenza entro il 31 marzo, ndr). Andrà davvero tutto bene se riusciremo a tutelare e proteggere tutte e tutti senza lasciare indietro nessuno: questo il monito e nel contempo l’auspicio dei volontari impegnati a gestire lo sportello, da oggi anche al telefono.

Madonna dell’Arco, ieri un altro decesso alla casa anziani e un degente trasferito a Nola

Vincenzo De Luca
 Un altro decesso, ieri pomeriggio, alla residenza sanitaria anziani di Madonna dell’Arco. Le vittime salgono ad otto. Ancora, sempre ieri, un degente ultraottantenne è stato trasferito all’ospedale di Nola in gravi condizioni. Sono 52 le persone risultate positive al coronavirus attualmente in isolamento fiduciario all’interno della struttura, un numero confermato anche dal governatore Vincenzo De Luca. E intanto arriva il dottore Antonio Coppola ad affiancare il direttore sanitario Pasquale Boemio. A fornire i pasti per tutti sarà la ditta Rica di Somma Vesuviana.  Quattordici giorni il tempo stabilito durante il quale tutti gli ospiti, degenti, parasanitari, ausiliari non potranno aver alcun contatto con l’esterno, ad eccezione del personale sanitario strettamente indispensabile. I pasti arriveranno dall’esterno, rispettando protocolli ben precisi, e a fornirli sarà la Rica srl, ditta di Somma Vesuviana, città il cui sindaco l’altro giorno invocava l’esercito ai confini con Sant’Anastasia, seguito a ruota dal deputato Gianfranco di Sarno (M5S), per scongiurare pericoli da contagio. Una ditta della sua città, invece, ha accettato di servire i pasti alla residenza sanitaria, così come tanti cittadini sommesi continuano a lavorare nelle aziende, nei caseifici, nei supermercati a Sant’Anastasia. Disposizione rigorose, inoltre, per lo smaltimento dei rifiuti, nell’ordinanza firmata dal viceprefetto Stefania Rodà, commissario straordinario alla guida del comune di Sant’Anastasia. Tra le cautele adottate rientrano anche la riorganizzazione interna degli spazi con la collocazione degli ospiti a distanza di sicurezza, l’accurata igienizzazione degli ambienti, il monitoraggio della temperatura per tutti gli ospiti e un rapporto dettagliato da inoltrare ogni dodici ore con indicazione delle misure intraprese. Nel frattempo il rappresentante legale della residenza, il priore padre Alessio Romano, rettore del Santuario di Madonna dell’Arco, ha provveduto ad assumere nuovo personale giacché anche tutti coloro risultati negativi al tampone dovranno osservare un periodo di isolamento fiduciario nelle proprie case. Un’impresa quasi titanica, come ha constatato ieri il direttore sanitario Pasquale Boemio il quale, dopo aver convenuto un contratto con tre operatori, 40 ore settimanali per sei mesi, ha dovuto chiedere aiuto all’Asl perché dopo poche ore di lavoro i neo assunti hanno deciso di dare forfait. La soluzione si è trovata in poche ore, affiancando alla direzione sanitaria il dottor Antonio Coppola. Sarà lui a coordinare la situazione di emergenza, contando inoltre sulla disponibilità di personale già pronto ad assumere l’incarico di responsabilità: quello di normalizzare una situazione con 52 contagi ed assicurare le migliori cure a tutti gli ospiti. La notizia del numero elevato dei contagi, tanto alto da poter essere considerato un focolaio, ha destato preoccupazione, paura, polemiche, anche nei confronti dei vertici della residenza sanitaria. Ed è comprensibile, soprattutto da parte delle famiglie delle persone decedute e di quelle tuttora ricoverate. I familiari di una delle vittime avevano già richiesto giorni fa l’esame autoptico, altri starebbero valutando l’ipotesi di rivolgersi ad un legale. Altri ancora hanno intasato l’altro ieri i centralini della residenza, ma anche quelli della polizia locale e dei carabinieri perché non riuscivano a mettersi in contatto con il personale né potevano chiedere notizie dei propri cari. «Mi spiace moltissimo – dice padre Alessio Romano – so che ci sono state difficoltà di comunicazione, ieri è già andata meglio ma purtroppo abbiamo al momento una sola persona che può occuparsene, tutti gli altri rimasti dell’esiguo numero di operatori sono e devono essere destinati alla cura dei degenti». Ha chiesto anche, il priore, di valutare l’ipotesi di trasferire in ospedali o cliniche private gli ammalati. «Purtroppo – continua – non ci sono disponibilità, dunque la cosa più sensata che ora si possa fare e garantire loro le migliori cure e la massima assistenza, secondo protocollo, attendendo che tutto passi.  Credo che questo sia il tempo di darsi da fare, il momento di aiutare, di stare vicino agli operatori che accettano di compiere fino in fondo il loro mestiere. Non è tempo di critiche, di caccia alle streghe. Se alla fine di tutto ciò si accerteranno responsabilità, i colpevoli avranno modo di pagare dinanzi alla giustizia umana e a quella divina. Ora non è il tempo». Dice poi grazie, il rettore domenicano, all’Asl, al presidente De Luca con il quale è in costante contatto, al viceprefetto Rodà e alle forze dell’ordine. «Tutti loro si stanno prodigando in mille modi, ma finché per quest’incubo non ci saranno cure dobbiamo solo sperare, lavorare sodo e affidarci alla Madonna». La situazione a Madonna dell’Arco è critica, gravissima. Ma sono stati ricostruiti tutti i contatti delle persone positive e l’Asl ha provveduto a mettere in quarantena le famiglie. Ancora però arriva dai social la nota «negativa» che in questo caso non è una buona notizia: la caccia alle streghe in atto per conoscere il nome di un medico risultato positivo al Covid -19 dopo il test effettuato sui tamponi prelevati alla Rsa, occasione in cui ai 102 test di personale della residenza e della comunità domenicana, si aggiunsero altri cinque sanitari, i medici di base dei pazienti ricoverati.

Coronavirus, la silenziosa strage nelle residenze anziani, intervista al prof Marco Trabucchi

Professor Marco Trabucchi
Il professore Marco Trabucchi, bresciano nato a Verona, docente di psicofarmacologia all’Università romana di Tor Vergata, è presidente dell’associazione italiana di psicogeriatria. Autore di oltre ottocento lavori su riviste scientifiche e di saggi scientifici, ha fatto parte della commissione per la ricerca scientifica del ministero della Sanità. Suo è il saggio «RSA, Strategie e tattiche per il Governo» nelle cui pagine si discute del lavoro nelle residenze per anziani, l’immagine di un mondo «alla continua ricerca di migliorare se stesso e la capacità di aiutare chi è più fragile».   Professore, il contagio da coronavirus sta mietendo vittime nelle residenze sanitarie per anziani in tutta Italia, l’ultimo focolaio a Sant’Anastasia, in provincia di Napoli. Ci si è pensato troppo tardi? «Purtroppo sì, ora ci troviamo dinanzi ad una realtà drammatica che attraversa l’intera penisola. Duecentocinquantamila anziani a rischio». Eppure si è detto fin dall’inizio che i più esposti erano gli anziani. «Verissimo, e a loro occorreva prestare attenzione maggiore, dieci volte di più. Sono purtroppo dieci volte di meno. Le attenzioni sono state polarizzate sugli ospedali, in molti casi carenti di attrezzature e strumentazioni, i “vecchi” sono stati lasciati all’esterno del sistema, con il risultato che le residenze anziani, nei casi finora noti ma suppongo anche altrove, finiscono per diventare lazzaretti». Cosa si poteva fare di più? O meglio, cosa non si è fatto? «Laddove ci sono focolai, ma direi anche soltanto un caso, non è pensabile che i dipendenti tornino a casa dalle famiglie. Si doveva pensarci per tempo e provvedere a mettere loro a disposizione strutture alberghiere, non consentirgli di rientrare nelle proprie abitazioni. Un sacrificio drammatico, ma necessario per tutelare mogli, mariti, bambini». Nel caso di Sant’Anastasia, prima che i degenti cominciassero a morire – sette decessi in due settimane, ieri l’ottavo – e prima che il caso scoppiasse in tutta la sua drammaticità, era stato chiesto un tampone per l’unica ricoverata che presentava sintomi. Poi è stato fatto, dopo sette giorni, ma il risultato non ha potuto conoscerlo nemmeno lei, è morta prima. «Non è pensabile che ci si metta sette giorni per un tampone, gli screening vanno fatti subito e la risposta deve arrivare al massimo entro quattro ore. Questa è la dimostrazione di un sistema marcio, non in grado di reagire, la prova che piccoli burocrati ricoprono indegnamente, in quanto servi della politica, ruoli di responsabilità nelle aziende sanitarie. La diffusione del coronavirus è subdola, gli operatori che lavorano accanto a soggetti a rischio dovevano indossare scafandri, piuttosto che guanti e mascherine. Sarà un disastro. Focolai in questi contesti non è possibile contenerli, sono bombe quasi impossibili da disinnescare. I positivi vanno isolati subito, va controllato il personale ma tutto ciò che non è stato fatto dimostra la concezione, la visione, che in questo Paese si ha delle residenze anziani». E adesso? «Adesso sarebbe bene che finalmente si facesse quel che si doveva all’inizio. Uno screening in tutte le residenze sanitarie per anziani, in tutta Italia. Tamponi a tutti. A prescindere da richieste e da sintomi. In caso contrario, ci si prepari a guardare, impotenti, tanti lazzaretti. Coloro che hanno potere decisionale avevano messi per rendersi conto, invece, che quelle case sono luoghi di cura, come gli ospedali. Anzi, lo sono di più perché accolgono, per dirla con Papa Francesco, quelli che ci hanno dato la vita e hanno fatto la nostra storia». Secondo lei, l’Italia, rispetto ad altre nazioni, come sta affrontando l’emergenza? «Meglio, rispetto al negazionismo iniziale di Trump e Johnson. Si paga il regionalismo della sanità, in fondo. La differenza di approccio che diventa poi uno scaricabarile. De Luca, in Campania, mi pare ci stia mettendo la faccia». Se potesse dare un consiglio al premier Giuseppe Conte? «Gli direi di pensare immediatamente alla “bomba” residenze sanitarie. Ma anche di andare avanti, di non curarsi delle critiche, tutti sono capaci di parlare, pochi di governare».            

Coronavirus, anche il CIS di Nola si mobilita per dare risposte concrete alla crisi

Arrivano buone notizie dal CIS, la città degli affari del territorio nolano. Il polo distributivo, chiuso al pubblico fino al 3 aprile, come da decreto nazionale, sta mettendo in campo diverse iniziative, seppur slegate e non ancora organiche, per offrire un contributo nell’attuale emergenza Coronavirus. Oltre trecento aziende per un totale di circa quattromila addetti e un giro d’affari stimato intorno ai quattro miliardi e mezzo di euro, eppure in questo frangente sono operative soltanto le aziende la cui attività è consentita dal DPCM del 22 marzo scorso. Il primo a essersi mosso in una direzione solidale è Carillo Home, che dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni ha iniziato la produzione di mascherine, in parte dunque riconvertendo la propria filiera. Infatti, come riportato anche sul sito dell’azienda, “il crescente bisogno di dispositivi di protezione individuali, attualmente introvabili, ha spinto la Angelo Carillo & C. a convertire la prima linea di produzione da lenzuola a mascherine di tipo chirurgico in ‘tessuto non tessuto’ (100% polipropilene)”. Carillo, che si fregia di una pluriennale esperienza nella lavorazione dei tessuti, ha annunciato di voler sostenere la lotta al contagio da COVID-19 con la produzione di mascherine e ne destinerà una parte agli enti e alle strutture che ne hanno bisogno. La produzione è partita con diecimila pezzi al giorno, ma si prevede di arrivare presto anche alle trentamila unità. Mercoledì 25 marzo, come raccontato anche sui social dal primo cittadino di Camposano, Francesco Barbato, è stato distribuito il primo lotto da cinquantamila mascherine. L’azienda campana ha inoltre deciso di donare quattromila pezzi ai comuni dell’area vesuviana, oltre ai duemila 2000 già donati al Comune di Cantù (CO), affinché vengano utilizzati per il personale addetto ai servizi di pubblica utilità. La cosa importante da sapere è che per ogni kit acquistato si contribuirà ad aumentare il numero di mascherine donate. Dal CIS confermano che anche altre aziende del settore tessile hanno ipotizzato una conversione della loro produzione. È presumibile che siano in arrivo ulteriori comunicazioni in tal senso direttamente dalle aziende interessate, ancora in attesa dei permessi. Inoltre, come ha spiegato Daniele Trosino, responsabile ufficio stampa e relazioni esterne dell’Interporto Campano, “all’interno del CIS esistono alcuni distributori che già in precedenza avevano le mascherine tra i loro articoli e che probabilmente (se la normativa consente loro di restare aperti ) continueranno la vendita all’ingrosso, anche in relazione alle loro scorte disponibili”. Nessuna richiesta è pervenuta, invece, per gli spazi del polo commerciale che qualcuno potrebbe immaginare di interesse regionale in questa fase di emergenza, ipotizzando magari il possibile utilizzo di capannoni per nuovi distretti sanitari straordinari e trasformando in questo modo il CIS in un vero e proprio hub per il territorio. Tuttavia il direttore del Centro Ingrosso e Sviluppo Campania, Ferdinando Grimaldi, dalle pagine de Il Denaro ha lanciato nei giorni scorsi una articolata proposta per salvare l’economia, indirizzata a tutte le categorie imprenditoriali, commerciali, industriali e professionali, agricole, artigianali, di servizi e cura della persona. Sei punti che contemplano, tra le altre cose, la sospensione di ogni versamento concernente Iva, ritenute fiscali, contributi previdenziali ed assistenziali (Inps, Inail) la cui scadenza era prevista con decorrenza dal 16 marzo 2020, il riconoscimento di un credito d’imposta nella misura del 50% del costo mensile del personale dipendente, per la durata di 18 mesi decorrenti dalla data di ripresa dell’attività commerciale e contributi una tantum per nuclei familiari e pensionati.

Quando i Di Sarno invocano l’esercito…

L’altra sera il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, invocava l’esercito per chiudere i confini tra Somma Vesuviana e Sant’Anastasia, anche se la competenza del da farsi oltre confine non rientra nelle sue prerogative. Poche ore dopo un altro Di Sarno, in questo caso l’onorevole Gianfranco, deputato del collegio che comprende anche Sant’Anastasia e dunque qualche prerogativa ce l’ha, faceva lo stesso. Ne parleremo ancora ma nel frattempo, riceviamo e pubblichiamo la nota stampa di Di Sarno (il deputato, Gianfranco). Oggi pomeriggio (ieri, ndr) il deputato di Somma Vesuviana Gianfranco Di Sarno, sulla scorta di una forte preoccupazione pervenuta dalla comunità di Sant’Anastasia, purtroppo suffragata dai 50 casi di coronavirus accertati a Madonna Dell’Arco, per l’ormai nota presenza di un focolaio autonomo, ha chiesto al Commissario Prefettizio, nella persona della dottoressa Stefania Rodà, di attivare un servizio di informazione alla cittadinanza per ulteriori aggiornamenti sull’evoluzione del contagio. Ha sollecitato altresì, la presenza di un presidio militare, al fine di chiudere i confini del comune di S. Anastasia con i paesi limitrofi. Senza tralasciare un urgente disinfezione di tutto il territorio.

L’Ente Parco Vesuvio devolve l’incasso delle visite guidate alle strutture sanitarie della Regione Campania

 Riceviamo e pubblichiamo una nota stampa dal Parco Nazionale del Vesuvio Visto il momento di emergenza e grande difficoltà che sta vivendo la nostra comunità, l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio ha ritenuto giusto dare un segnale di vicinanza istituzionale alle strutture sanitarie della Regione Campania, il cui personale con coraggio e spirito di abnegazione si sta prodigando per la cura dei cittadini colpiti dal virus COVID19. Con Delibera Presidenziale n° 5 del 24 marzo 2020 si è stabilito di devolvere l’incasso della vendita dei biglietti per le visite guidate al Gran Cono del Vesuvio, relativo al periodo dal 23 al 29 febbraio 2020, pari ad euro 44.194,41 per acquisti di apparecchiature e dispositivi medicali utili al potenziamento delle strutture sanitarie regionali. Nelle prossime ore gli uffici dell’Ente provvederanno al trasferimento della somma sul conto corrente predisposto dalla Regione Campania per la raccolta fondi. Con la speranza che tale crisi veda la sua fine nel minor tempo possibile si coglie l’occasione per esprimere massima solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti dalla malattia, ed a quanti quotidianamente lavorano per fermarla.

Somma Vesuviana – Sant’Anastasia, l’esercito non basta…vogliamo il fossato con i coccodrilli

Quel che segue non è un articolo, non è super partes, non è cronaca. Quel che segue è un editoriale che segue ad una nota stampa con la quale il sindaco di Somma Vesuviana invoca armate per proteggere i suoi confini dal contagio. Potevamo citare Manzoni, Camus, Boccaccio, accontentatevi di noi.  Un tempo il territorio di Sant’Anastasia era pertinenza di Somma Vesuviana. Se non erro, ad un certo punto – era il 1809 – il Casale di Sant’Anastasia ottenne l’autonomia. Tra i due popoli, vi risparmio i proverbi che ben farebbero intendere, non c’è mai stata nel corso dei secoli una viva simpatia, mai corso buon sangue tra i cugini sommesi e quelli anastasiani.  Ma da qui a tornare ai tempi della Repubblica Partenopea ce ne corre. Ora direte, come mai questo editoriale, a che pro si fa cenno ad eventi storici in questo delicato momento in cui la pandemia da Coronavirus, questo nemico letale quanto invisibile, monopolizza la nostra vita, il nostro quotidiano, ipotecando pure il nostro futuro? Presto detto, ieri sera il sindaco di Somma Vesuviana, Di Sarno, ha vestito il ruolo di Salvatore chiedendo di chiudere tutti i confini con Sant’Anastasia e militarizzarli. Posto che già c’è il diktat di non uscire dai propri comuni se non per comprovate necessità, posto che a Sant’Anastasia un commissario prefettizio c’è checché ci si lamenti per la scarsa propensione alla comunicazione (ma non ci serve Goebbels, al momento), posto che ci stanno pensando l’azienda sanitaria locale e il presidente De Luca, mi chiedo: signor sindaco Di Sarno, ma lei come fa a sapere che il contagio a Sant’Anastasia non l’hanno portato cittadini di altri paesi? Il Covid – 19, mi creda e se no si informi, non chiede la carta d’identità o il certificato di residenza. Qui ci sono 50 casi, è vero. I positivi sono al momento tutti isolati in una sola struttura, con protocolli precisi approvati dall’Asl e un’ordinanza del Viceprefetto. Le famiglie dei dipendenti, quelli risultati positivi, sono state messe in quarantena, i negativi sono tornati a casa propria. Esattamente, l’esercito – che pure apprezzeremmo per altre cose – cosa dovrebbe fare ai confini? Impedire ai suoi cittadini di venire a Sant’Anastasia e viceversa? Anche a quelli che qui ci lavorano, in supermercati e caseifici? Non andare in altri comuni se non per necessità si dovrebbe fare già per effetto di altra ordinanza. Inoltre, esimio sindaco, lei ha per caso contezza dello stato di salute dei suoi 40mila abitanti? Ha fatto il tampone a tutti? Riesce a convincerli a restare a casetta propria solo con la forza del pensiero o ci prova via Skype? E a coloro che escono senza motivo, sono state fatte multe? Ritiene di esser certo che nessun cittadino di Somma Vesuviana, asintomatico o meno, abbia in questi ultimi giorni varcato i confini? La verità, Sindaco, è che lei ha subodorato che ci saranno, forse, misure più stringenti per Sant’Anastasia – (del resto qualcuno le ha già chieste prima di lei), e ha pensato magari di anticipare la proposta, entrando a gamba tesa in una questione nella quale non ha competenza. Una questione, quella del contagio nelle residenze sanitarie per anziani, che sta interessando tutta Italia. Si informi. Questo è il momento della solidarietà, non di altro. Però le assicuro che a Sant’Anastasia non si sono adombrati molto. So di una raccolta firme per indire un sondaggio (i referendum sono sorpassati) con la seguente domanda: Per la separazione da Somma Vesuviana, preferite una muraglia di sei metri (che la muraglia con il coronavirus made in Cina fa pure pendant) o un fossato con i coccodrilli?