IL DIRITTO ALLA RABBIA

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La cronaca politica stuzzica e provoca la rubrica “La storia magra”. A 150 anni dall”ingresso di Garibaldi a Napoli, il centro sociale Laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie i nomi dei Savoia e di Garibaldi. Di Carmine Cimmino

E dunque, a 150 anni esatti dall’ingresso di Garibaldi in Napoli, il laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie, in nome dell’orgoglio napoletano, i nomi dei Savoia e di Garibaldi e li ha sostituti con i nomi dei briganti, e degli eroi del Sud, con i nomi limpidissimi di Peppino Impastato e di Pio La Torre. E per sottolineare la continuità dell’antimeridionalismo dei governi del Nord, gli autori della protesta hanno messo in mano alla statua di Garibaldi un vessillo della Lega (foto). L’immagine dell’eroe dei due mondi che regge la sventolante bandiera di Bossi, Borghezio e Calderoli è un documento epico della genialità con cui i napoletani, quando sono ispirati, sanno condurre la polemica: quali che siano le armi: le parole, i gesti, le immagini, le frecce dell’ironia, le spade del sarcasmo.

Significherà pure qualcosa il fatto che per almeno due secoli gli spadaccini di Napoli sono stati considerati, in Italia e in Europa, i maestri assoluti , nella teoria e nella prassi, della nobile arte della scherma, i campioni temibili del duello all’arma bianca.

I Savoia non mi sono stati mai simpatici. Poiché non so ballare, diciamo che non ho il fisico, invidio tutti (no, non proprio tutti) i ballerini piroettanti e perciò ho invidiato l’agilità di danseur del più giovane virgulto della fu casa reale: senza scandalizzarmi: chi nasce italiano nasce già vaccinato contro la meraviglia: figuriamoci chi nasce italiano e napoletano. I Savoia non mi sono simpatici perché sono nato pochi anni dopo la fine della guerra, e le prime storie che ho sentito raccontare erano storie recenti di tedeschi che, ritirandosi da Salerno verso Napoli, attraversavano i paesi vesuviani, appiccavano il fuoco alle case, massacravano, saccheggiavano.

Ricordo, è un ricordo vivo come tutti i ricordi di esperienze che orientano per sempre il modo di vedere il mondo, ricordo la dolcissima e saggia “maestra“ delle elementari metterci in fila, ogni giorno, e spalmare un po’ di formaggio fuso sulla fetta di pane che le nostre avide mani tendevano verso di lei.

Il formaggio lo attingeva da un giallo bidoncino su cui era scritto: dono dei bambini americani ai bambini italiani. E sentivo mio padre, uomo di poche parole, che aveva combattuto nei Balcani, e a cui il freddo delle montagne del Montenegro e l’impossibilità di procurarsi medicine avevano distrutto un polmone, lo sentivo parlare con rabbia di Vittorio Emanale III che durante la prima guerra mondiale non aveva impedito a Cadorna di mandare centinaia di migliaia di giovani italiani, in gran parte giovani del Sud, a farsi macellare dalle mitragliatrici austriache; che aveva abbandonato l’Italia a Mussolini; che aveva abbandonato Roma ai nazisti.

Suo nonno, Vittorio Emanuele II non si sarebbe comportato così. Il primo re d’Italia fu un uomo coraggioso: ma i suoi occhi e la sua mente, la sua parlata e i suoi gusti non andavano oltre Genova, tanto che si sentì estraneo a Firenze e a Roma, le sue capitali. E dunque, se dalle strade di Napoli scompare il nome dei Savoia, è cosa che non mi turba. Ma Garibaldi no. Garibaldi l’hanno rovinato la sua ingenuità politica e la malignità marpionesca di alcuni suoi fidi. Garibaldi disprezzava il danaro: già solo per questo merita di essere rispettato. Garibaldi ci consegnò ai Savoia, ma ci liberò da una dinastia, i cui ultimi re, dopo aver sperperato consapevolmente l’eredità luminosa di Carlo III, avviarono le genti del Sud verso quel pantano in cui ora ci troviamo. Solo Francesco II merita rispetto: perché sugli spalti di Gaeta assediata si comportò da re.

Mi fa piacere che Insurgencia abbia dato a Piazza Plebiscito il nome di Magna Grecia e alla Galleria Umberto il nome di Galleria del Mediterraneo. La Magna Grecia e il Mediterraneo sono le radici autentiche della civiltà del Sud, e Empedocle, Gorgia, gli allievi di Pitagora, Parmenide, Zenone, e i costruttori dei templi, e poi Telesio, Campanella, Giordano Bruno e G.B.Vico potrebbero ricordare, a noi meridionali prima di tutto, che il Sud ha dato all’Italia la sua cultura filosofica. Potrebbero: se li ascoltassimo. Ma quante lezioni, nei licei del Sud, si dedicano a Empedocle, a Parmenide, a Zenone, a Vico? Quanti alunni napoletani conoscono seriamente Ercolano, Pompei, e i tesori archeologici dei musei di Napoli e di Capua? La nostra identità culturale l’abbiamo smantellata noi, prima che ci pensassero gli altri.

Per rimettere in piedi la nostra dignità, non basta cancellare e scrivere nomi. La sostanza della rosa non sta nel nome della rosa. Dobbiamo venir fuori dall’ammorbante palude dell’ignoranza e della viltà, in cui siamo sprofondati. Ignoranza e viltà: non sapere cosa essere, non voler essere qualcosa. Per risorgere, dobbiamo prendere atto della realtà: le ragioni dell’economia, le trasformazioni vertiginose della civiltà industriale e gli effetti di disastrosi programmi di sviluppo hanno portato il Sud sull’orlo del precipizio: non abbiamo più fabbriche, non abbiamo agricoltura, non abbiamo strutture, non abbiamo più Università, e perfino il turismo stenta ad adeguarsi ai nuovi modelli e alle nuove tendenze.

Umberto Galimberti ha scritto di recente che la rabbia non è solo un vizio nefasto e capitale: esiste anche la
rabbia giusta, di cui parlò Aristotele e che i grandi medici antichi e perfino uno dei più grandi Padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo, indicarono come medicina preziosa contro gli eccessi della bile nera, e dunque contro la melanconia depressiva e le infezioni del sangue. La rabbia giusta è mossa, al momento giusto, da una causa giusta: perché sia veramente giusta e perché sia una medicina veramente efficace, la dobbiamo esercitare prima di tutto contro noi stessi.

Questa crisi la stanno pagando i povericristi: i precari del Sud, gli operai del Sud, i giovani del Sud, gli alunni delle scuole del Sud, i pensionati del Sud. Questa crisi è un grande affare solo per le cricche. La gente è costretta a pagare le medicine: si vuole dimostrare che la gente è la sola responsabile della catastrofe della Sanità campana? La vogliamo fare un’analisi della Sanità, della scuola, del sistema degli appalti, delle caste degli incarichi? vogliamo farla, questa analisi, con la rabbia giusta?

Se poi è stato deciso che il Sud muoia, ci si conceda almeno il diritto di morire in pace. Nel silenzio. Lo diciamo con la voce della rabbia giusta: risparmiateci le prediche. Se nemmeno questo è possibile, almeno non mandate davanti ai microfoni, a farci la predica, i capi e i sottocapi delle cricche dei clan e delle caste: ancora odorosi di balsami, ancora bronzei del sole dei Caraibi, non ancora sazi, nonostante le copiose e continue abbuffate. Dopo una vita dedicata a far la guerra contro il qualunquismo, temo di essere diventato un qualunquista. Ma poi vedo che la sostanza della realtà coincide con le apparenze. Sono le cose di Napoli ad essere impastate di qualunquismo. È questo il vero dramma.

LA RUBRICA LA STORIA MAGRA

ADOLESCENTI AL NASTRO DI PARTENZA

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Nel mentre si aprono le scuole e tanti adolescenti riprendono il camino, ci sono temi scottanti che ci impongono di riflettere. Bisogna saper leggere e riconoscere le richieste d”aiuto che i giovani ci inviano. Di Annamaria Franzoni

Il senso di solitudine, la sensazione di essere soli in mezzo alla folla, il desiderio di essere famosi, nell’attuale società dell’apparire, la difficoltà di sentir scorrere dentro di sé la linfa vitale, il non riuscire ad essere e la conseguente, prepotente, voglia di scomparire sono gli scottanti temi di riflessione ai quali ci spingono le parole che Sarah ha scritto sul proprio profilo di Facebook prima della sua misteriosa scomparsa.

La giovane quindicenne del piccolo centro di Avetrana, in provincia di Taranto, di cui purtroppo non si hanno notizie dallo scorso 26 agosto, ha infatti dichiarato di voler sparire nel nulla e di aver, a tal fine, programmato ogni cosa.

Nel corso di questa settimana tanti coetanei di Sarah stanno facendo il loro ingresso in aula per un altro “primo giorno di scuola” nelle grandi città, in provincia e nei paesini del nostro Paese, altri l’hanno già affrontato nei giorni scorsi, ma tutti, proprio tutti, con grande emozione: molti magari hanno fatto o faranno precedere questo ingresso con un pensiero di gioia, dolore, timore, ansia, rammarico, entusiasmo in chat, rendendo la rete depositaria di torrenti in piena che il facile “invio” non frena.

Anche Sarah avrà scritto d’impulso le parole su cui gli investigatori stanno riflettendo con grande attenzione, premendo magari molto in fretta sul tasto dell’invio e dando sfogo alla propria emozionalità e proprio in quelle frasi, ora, si ricerca la chiave per ritrovarla con il massimo impegno investigativo e operativo.
Il grido d’allarme lanciato da Sarah ci richiama, allora, ad un impegno immediato: ritengo, infatti, che nelle sue parole siano individuabili chiare “istruzioni per l’uso” su come leggere tra le righe dei comportamenti, delle parole dette e non dette, delle gestualità, palesi richieste d’aiuto che denotano il disagio e malessere di tanti giovani soli nella folla.

L’appello va quindi a tutti noi, al mondo degli adulti, genitori, docenti, educatori, allenatori e a quanti entrano in contatto con il complesso mondo adolescenziale, troppo spesso superficialmente descritto come “stagion lieta”, di creare “spazi di parola”, all’interno dei quali il giovane abbia la possibilità di esprimersi nella certezza di essere preso in considerazione, sia protagonista, possa tradurre la sua emozionalità in pensieri concreti, palesandoli agli altri e al contempo a se stesso, imparando così ad essere ascoltatore attivo di sé in una produttiva condizione di condivisione e cooperazione concreta in una realtà solo apparentemente puerocentrica.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

FARSATRAGEDIA D”ESTATE

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Torna la rubrica “Lingua in laboratorio”, del prof. Giovanni Ariola. Sotto la lente dei nostri protagonisti, il mediocre teatrino della politica.

Il modo migliore per scuotersi di dosso i sapori, i colori e anche i dolori dell’estate è buttarsi a capofitto nel lavoro, vincendo il senso di stanchezza e di frustrazione che invade sempre chi riflette e valuta il proprio operato e scopre che, a fronte di un impegno notevole, corrispondono risultati modesti.

Il prof. Carlo e il prof. Eligio sono al lavoro nell’Istituto già da una settimana, da quando il buon Luigi, il custode dell’Istituto, è rientrato dalle sue ferie sacrosante, ha riaperto i battenti e arieggiato le varie sale dell’edificio, permettendo alla squadra di pulizia di svolgere il suo compito. Luigi, “il querulo custode” come lo ha soprannominato il fantasioso prof. Geremia per il suo continuo lamentarsi di tutto e di tutti, aggiungendo alla icastica definizione, per vezzo di rima, “poco vede e poco ode”, va lagnandosi al presente con chiunque gli presti paziente orecchio, del fatto da lui verificato personalmente e sperimentato sulla sua pelle, che anche le acque di Chianciano non hanno più gli effetti benefici di un tempo, “dimostrazione che siamo vicini alla fine del mondo”.

I due docenti hanno stilato un elenco di libri di nuova pubblicazione di cui proporre l’acquisto al Consiglio di Amministrazione, sicuri che anche quest’anno sarà ‘tagliato’ per l’ormai endemica penuria dei fondi.
Hanno inoltre elaborato una bozza del programma di attività per il prossimo autunno, ridotto al minimo e in verità molto striminzito per gli stessi motivi di cui sopra.
Ora, seduti al tavolo della sala lettura della biblioteca ancora deserta, sfogliano i vari quotidiani.

– A volte – confida il prof. Eligio al collega e amico Carlo – ti prende lo sconforto e ti vien voglia di non aprirli più questi giornali. Sai bene che ogni giorno sono solito, come d’altronde tu, leggere il mio giornale e dare una scorsa ad altri quotidiani, prima di iniziare il lavoro quotidiano. Ti confesso che ho provato e provo tuttora un fastidio che sta diventando insopportabile per certi tormentoni, che continuano a deliziarci da questa estate, già di per sé burrascosa e catatonica, per i vari alterchi verbali, per il logorroico battibeccarsi tra persone e gruppi e fazioni e correnti di partiti avversi e perfino dello stesso partito: finiani contro berlusconiani, veltroniani contro dalemiani, dipietrini contro tutti, fiommiani (mi si passi questo brutto neologismo = affiliati e sostenitori della FIOM) contro Marchionne, i sostenitori di Vito Mancuso contro i suoi denigratori, ammiratori della cultura alta contro quelli della cultura bassa e perfino i soliti moralisti scandalizzati contro la cantautrice Gianna Nannini “per la sua gravidanza tardiva e anomala”.

– Il fatto che si abbiano idee e opinioni differenti – lo interrompe il prof. Carlo – e che le si sostengano in dibattiti pubblici e privati è, a mio avviso, decisamente positivo. Non è vero quello che credevano e dicevano i nostri vecchi che “Cu’ tanta galle a cantà nun fa ( o schiare) maje juorno” (‘con tanti galli a cantare eppure non sorge l’alba’). Il pluralismo delle idee e delle posizioni politiche, religiose , morali etc. è il sale della democrazia e il fondamento della libertà. È anche il motore del rinnovamento. È solo dal confronto dialettico delle diversità che può scaturire la possibilità, anche e soprattutto con una più ampia conoscenza della realtà, di un progetto di cambiamento in meglio della nostra società e della nostra vita…


– Quando il confronto – osserva il prof. Eligio – non diventa scontro feroce in difesa non del bene comune, ma degli interessi di parte o persino personali….come sta avvenendo oggi e lo dimostra il killeraggio mediatico in uso ormai frequente su alcuni quotidiani….
– Sì, – concorda il prof. Carlo – e si è dovuto inventare un neologismo in ‘itanglese’ (in “Grande Dizionario Italiano” di Aldo Gabrielli) (Al termine inglese killer è stato aggiunto il suffisso agentivo italiano –aggio sul modello di linciaggio, sciacallaggio e simili) per sottolineare un cambiamento di costume…

– A dire il vero, – soggiunge il prof. Eligio – di campagne mediatiche contro uomini politici ne abbiamo avute anche in passato. Ricorderai sicuramente la serie di accuse rivolte dall’Espresso, a partire dal 1975, all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone che portarono al suo impeachment (‘stato d’accusa’, ‘imputazione’) e alle successive dimissioni, accuse la cui fondatezza non fu mai provata.

– La differenza, rispetto a ieri, – precisa il collega – è che oggi, come hai sottolineato tu, la campagna accusatoria e diffamatoria viene costruita in modo puramente strumentale da giornalisti che operano non per amore della verità o per servire una causa ideale o ideologica bensì per difendere e proteggere gli interessi privati di una persona che è anche il loro datore di lavoro o, nel migliore dei casi, di un gruppo oligarchico (leggi: cricca, camarilla, casta) di cui lo stesso datore di lavoro è il capo (leggi: padrone). Si tratta di un vero e proprio piano per eliminare qualsiasi avversario che osi dissentire dalla volontà e dagli ordini del capo e decida di sfuggire ad un sistema di potere e di gestione della cosa pubblica decisamente privatistico e autoritario.

– Altra cosa che ho notato è la spudoratezza, l’arroganza e la sfrontatezza con le quali si conducono questi attacchi feroci, questo operare alla luce del giorno sotto gli occhi di tutti, facendo passare certe operazioni lapidatorie per politicamente e moralmente corrette….

– Mi fanno ricordare una delle “Tragedie in due battute” del simpaticissimo Achille Campanile, un autore ingiustamente considerato minore e quindi poco letto se non quasi del tutto dimenticato, di cui mi sto occupando e sul quale sto scrivendo un breve saggio. Lo scrittore romano ci presenta una compagnia di attori che sta rappresentando un “dramma passionale a forti tinte”. Alla fine dell’ultimo atto, il primo attore interrompe improvvisamente la recitazione:

“Primo attore – Fermi! Fermi!
Prima attrice – Che avviene, in nome del cielo?
Primo attore – Siamo arrivati alla fine del terzo atto, e abbiamo dimenticato di alzare il sipario!”

Al contrario certi personaggi politici di nostra conoscenza stanno recitando una vera farsatragedia disonorevole senza preoccuparsi minimamente di….chiudere il sipario. Sono infatti troppo sicuri che alla fine dello spettacolo, gli spettatori, nonostante tutto, li applaudiranno.

LA RUBRICA "LINGUA IN LABORATORIO"

IL NAPOLETANO, UNA LINGUA CHE “MANGIA” LE COSE

Sui piaceri del banchetto vi sono pagine significative che pescano nei secoli precedenti. E, sorpresa, non trattano solo di maccheroni e cotenna, ma anche di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile. Di Carmine CimminoCreata da un popolo perennemente affamato, la lingua napoletana “vede“ il mondo attraverso il cibo, dal cui lessico attinge immagini, metafore, modi di dire imbevuti di sentimenti buoni e di tenerezza spesso zuccherosa, si’ ‘nu babà, e anche, e forse soprattutto, epiteti ingiuriosi. Giambattista Basile ha codificato questa lingua vorace, che pare aggredire il mondo per trasformarlo in un interminabile banchetto democratico, in cui le pietanze più raffinate vanno in tavola in compagnia delle erbe che sfamano i poveri. In Nuovo Convivio, pubblicato venti anni fa, Massimo Montanari ha raccolto, da scrittori europei di quattro secoli, pagine significative sui piaceri del banchetto.

Tra gli altri, trovano posto nell’antologia il tedesco Mattia Giegher, che nel 1639 scrisse un Trattato delle piegature sull’arte di preparare tovaglie e salviette; il medico Costanzo Felici e l’aquilano Salvatore Massonio, che furono paladini, l’uno intorno al 1570, l’altro mezzo secolo dopo, delle virtù dell’insalata; Lorenzo Magalotti, che, nella seconda metà del Seicento, ricamò in versi l’elogio del candiero, cioè del sorbetto, “bevanda modernamente inventata”. Trova posto anche l’anonimo autore di un poemetto sui maccheroni stampato a Verona nel 1785, in cui Pulcinella, maschera non più napoletana, ma italica, inventa la famosa pasta maccheronica lavorandola a mano, mentre oggi, dice l’anonimo, la spreme il torchio, e in più di dodici forme diverse, e Puglia e Liguria si contendono il vanto di essere la patria di tanta squisitezza.

Come si vede, questi “padani“ sono secoli che brigano per portarci via tutto: e, se non ci svegliamo, ci porteranno via anche il nome. Forse è vero che spaghetti e maccheroni sono stati inventati in Sicilia, o in Puglia, o in Liguria: ma i napoletani ne hanno fatto il simbolo della loro identità, e aspettiamo da una vita che qualcuno ci spieghi perché e come si è formata questa totale corrispondenza tra la pasta e il carattere partenopeo. I cronisti della cucina napoletana sono un esercito, ma mi pare che nessuno abbia aggiunto qualcosa di originale alle storie raccontate dal marchese Cavalcanti, da Di Giacomo, da Croce, da Stefanile. Dopo gli storici, dopo tanti cronisti, e dopo tanti raccoglitori di ricette, serve un filosofo , uno che ci sveli i valori culturali (la psicologia del gusto, la meccanica sociale ) su cui poggia la storia della cucina napoletana.

Basile è presente nell’antologia di Montanari con la fiaba Le sette cotennuzze (Le sette cotenne di lardo): la cotenna di lardo è un cibo da “pezzenti“, che nel tempo, e nel mutare del gusto, diventa correttivo saporoso di alcune minestre. Ma più significativa della fiaba delle cotenne è la Lettera IV, il cui autore, secondo Mario Petrini, che ha curato l’edizione Laterza, non può essere che Basile. La lettera è, prima di tutto, un succulento repertorio di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile, alcuni dei quali rimandano esplicitamente alla cultura del mangiare. Gli uomini di poco valore sono pappalasagne, zucavroda, scampolo d’allesse, maccarone senza sale, maccarone sautame- ‘n canna (saltami in gola), scolavallane.

I primi due epiteti colpiscono la stupido attraverso la volgarità del gesto assoluto: egli pensa solo a ingoiare lasagne e a succhiare il brodo, meccanicamente, senza chiedersi da dove venga il cibo che sta divorando. È uno stupido sfaticato e parassita, uno che non affronta la realtà. In succhiabrodo c’è anche l’ingiuria oscena. L’allessa è la castagna bollita senza buccia: un cibo di poco conto, e dunque scampolo d’allesse è uno che non vale niente: l’epiteto potrebbe avere una connotazione oscena, perché allessa è anche l’organo sessuale femminile. In questo contesto, scampolo d’allessa è veramente un’ ingiuria oltraggiosa, di cui la traduzione in minchione rende solo, e vagamente, l’idea di fondo. Maccarone senza sale è uno che ci inganna con l’apparenza: a vederlo, sembra che valga qualcosa, ma alla prova dei fatti risulta un buono a nulla.

Maccarone – saltami in gola è uno che è facile prendere in giro: s’ammocca tutto, se gli dici che gli asini volano, ti crede. Scolavallane vale per gli uomini e per le donne. I vàllane sono le castagne sbucciate e bollite: vanno mangiate nel loro brodo, che non solo è squisito, ma è anche un tonico contro la fiacchezza. Dunque chi scola i vàllane è uno stupido, perché getta via il meglio.
Nella lettera anche le donne pigliano ‘o ccuttòne: vengono bastonate con una sequenza di 36 epiteti offensivi: e tra questi, votta schiattata, scummavruoccole, zandraglia.

Votta schiattata (botte crepata e sfasciata) è la donna deformata dal grasso, che si è ammassato sui fianchi e sul sedere, sull’intensità dello sguardo e sulla lucidità della mente. Scummavruoccole, “schiuma broccoli“, è la serva sciocca a cui viene affidato il lavoro più semplice, appunto quello di liberare dalla schiuma di cottura i broccoli. La “schiuma“ ispira epiteti ingiuriosi usati ancora oggi. Qualche anno, fa, su una spiaggia calabrese sentii una distinta signora napoletana affibbiare a una sua cognata, assente, l’epiteto di scumma ‘ e chiazzetta.

Usò l’espressione con l’aria di chi non si rende conto di quello che dice: lo dice perché l’ha sentito dire. La Chiazzetta era lo slargo che chiudeva via Sedile di Porto dalla parte interna, là dove ora si trova l’edificio della Posta Centrale: in quello slargo sostavano, da mattina a sera, molte prostitute “stradaiole“: così la polizia borbonica classificava le prostitute vecchie o poco attraenti, che scendevano in strada di primo mattino, alla ricerca di qualche cliente, tra i “cafoni“, soprattutto carrettieri e vatigali, facchini e “padulani“, che venivano dalla campagna. Era un mondo di miseria e di disperazione, che alcuni scrittori “minori“ dell’Ottocento hanno rappresentato con crudo realismo. Scumma ‘e chiazzetta è la donna che incarna, al livello più osceno, la degradazione fisica e morale, la schiuma, il fior fiore della prostituzione.

E veniamo a zandraglia (sandraglia). Francesco D’ Ascoli riteneva che il termine venisse dallo spagnolo andrajos, che indica i cenci: dunque, donna cenciosa. Ma è più probabile che l’epiteto, di violenta volgarità, derivi dal francese les èntrailles, le interiora degli animali macellati, che venivano vendute per qualche spicciolo a chi solo qualche spicciolo poteva spendere per riempirsi, in qualche modo, la pancia. L’analogia è chiara. L’ingiuria fu coniata dai soldati francesi di Carlo VIII, che, conquistata Napoli col gesso più che con la spada, videro, sbalorditi, che tale era la fame dei plebei che essi divoravano perfino le interiora degli animali.

A Napoli, ogni guerra ha la sua fame e il suo alimento estremo: nel 1495 les éntrailles, nel 1943 la polvere dei piselli. Nella Lettera IV è descritto anche un interessante menù da taverna: ma non c’è più spazio. Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI

AL SUD SI PUÃ’ VIVERE E ANCHE LAVORARE

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A Napoli prevale ancora un modo di fare notizia basato sull”en-
fatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà cittadina. È un circuito vizioso che va rotto modernizzando. Di Amato Lamberti

Le caratteristiche assunte dalla modernizzazione a Napoli sono il tema di un dibattito acceso dal quotidiano "Il Corriere del Mezzogiorno" attraverso un editoriale del direttore Marco De Marco che provocatoriamente si chiedeva se siamo condannati ad accontentarci di Napoli com’è, o non dobbiamo piuttosto pretendere un cambiamento che inverta una tendenza che sembra ormai essersi ossificata.

Tra i tanti interventi, tutti molto interessanti, su cui riflettere, mi ha molto colpito quello di Gianni Punzo, l’imprenditore sicuramente di maggiore successo della nostra regione, che, come imprenditore, fa un pubblico mea culpa affermando che lui, come gli altri, è stato troppo a guardare l’incapacità e l’inefficienza della politica mentre sarebbe stato necessario "partecipare con più forza al dibattito pubblico in tutta la sua ampiezza, perché non ci riguardano solo fiscalità e infrastrutture, ma la qualità complessiva della vita civile e democratica, a partire dalla scuola che ne assicura il futuro e dal recupero del contesto socio-urbanistico".

In pratica, gli imprenditori, considerata anche la loro capacità di orientamento delle decisioni politiche, devono occuparsi non solo di ciò che ha direttamente ricadute sulle attività aziendali, ma anche, se non soprattutto, delle condizioni di agibilità complessiva, civile e sociale del territorio, vale a dire di ciò che rende il territorio attrattivo dal punto di vista degli investimenti privati, in termini di impresa ma anche di turismo. Nella lettera al direttore del "Corriere del Mezzogiorno", Gianni Punzo raccontava di aver passato le vacanze a Cortina e di aver dovuto continuamente, per tutto il tempo della permanenza, spiegare agli amici imprenditori del Nord che al Sud non solo si può vivere ma si può anche fare impresa e che il vero problema non è la ferocia della criminalità ma l’inefficienza della politica e della pubblica amministrazione.

Chiunque si sia trovato a passare un periodo di tempo, anche breve, nel nord dell’Italia o in un paese dell’Europa continentale o mediterranea, ha potuto fare la stessa esperienza. La domanda più frequente è sempre quella relativa alla possibilità di vivere e lavorare al Sud. Un territorio che appare agli stranieri come controllato e percorso da orde fameliche di assassini ed estorsori che lo rendono invivibile e impercorribile. Chi, come noi, vive su questo territorio sa che non è così. Sa che si può andare con successo a scuola, che si possono intraprendere carriere importanti, che negli ospedali ci sono luminari che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi milanesi o veneti, che c’è una vita artistica e culturale viva, effervescente, ricca di creatività, che ci sono imprese capaci di stare sul mercato nazionale e internazionale.

Ma Napoli fa notizia solo per le gesta di una criminalità provinciale che viene ingigantita ad holding capace di muoversi dentro la globalizzazione mondiale. Non è così. L’esempio migliore è Scampia che viene definita come la piazza di spaccio di droga più grande d’Europa. Non è vero niente. A Milano si consuma cento volte la cocaina che viene consumata a Napoli, la portano colombiani e calabresi. Scampia non c’entra niente con Milano, con Torino, con Verona, dove passa la droga per la Germania e l’Austria. Per non parlare delle vere e grandi piazze europee, come Londra, Amsterdam, Amburgo. Ma la nostra stampa, come certa politica, è ammalata di "scarfoglismo",un neologismo da me coniato molti anni fa per indicare un modo di fare notizia fondato sulla spettacolarizzazione e sull’enfatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà napoletana.

Un modello nato alla fine dell’Ottocento a Napoli (chi non ricorda "Il ventre di Napoli" della Serao?) per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulle condizioni miserevoli della città e sulla necessità di forti interventi di riqualificazione. Poi è diventato moda, più che modo di parlare di Napoli, utilizzato dai media di tutto il mondo. Per rompere questo circuito vizioso che porta a parlare solo del negativo che pure c’è a Napoli, occorrerebbe uno sforzo collettivo, a partire di coloro che producono lavoro, innovazione e sviluppo, in campo produttivo come in campo culturale, per modificare il modo di fare informazione, come il modo di fare politica.

Non basta denunciare, come giustamente fa Macry che "la politica ha saputo tenere a bada una intera popolazione distribuendo elemosine ai ceti disagiati e privilegi alle élites", ma bisogna impegnarsi per realizzare quella modernizzazione della vita sociale ed economica che Napoli aspetta da troppo tempo e che significa anche tenere in ordine strade e marciapiedi, ridisegnare il waterfront, dare una destinazione a Bagnoli, mettere mano alla riqualificazione del centro antico di Napoli come di tutte le città della Campania, oltre a promuovere una moderna e civile qualità della vita dei cittadini e del sistema delle relazioni sociali.
(Fonte foto: oissela.it)

CITTÀ AL SETACCIO

ECCO PERCHÉ IL NORD HA POTUTO SACCHEGGIARE NAPOLI

I giornali napoletani raccontano la cronaca di una società che finge di muoversi, ma dicono le stesse cose di cento anni fa. Chi e quando è stato responsabile della svendita del Sud. Di Carmine Cimmino

Sul Corriere del Mezzogiorno del 5 settembre Paolo Macry ha esaminato le cause dell’ immobilismo a cui è condannata Napoli e della sua “modernità difettosa“, e Vincenzo Siniscalchi, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, ha detto che a Napoli troppi giudici hanno parenti stretti che fanno gli avvocati e che i magistrati che indagavano sul grande affare dei rifiuti vennero “lasciati soli“ . Due giorni prima, il Corriere del Mezzogiorno aveva pubblicato la lettera con cui i dipendenti dei Consorzi di bacino per la raccolta differenziata dei rifiuti di Napoli e Caserta, che non percepiscono lo stipendio da mesi, hanno chiesto aiuto alla camorra.

Mi pare che il titolo dell’articolo, Consorzi, i dipendenti chiedono aiuto alla camorra- Lettera ai clan per ottenere gli stipendi arretrati, non renda giustizia a un appello in cui si mescolano paradosso, disperazione, ironia, sarcasmo, e senso pieno della verità storica. Questa lettera, ispirata e scritta da lavoratori che operano quotidianamente negli spazi più neri della società napoletana e casertana, e sono protagonisti e spettatori, quotidianamente, di vicende e di storie assurde, e vedono, quotidianamente, quale vortice di danaro sporco si sprigioni dagli appalti della monnezza, dagli interventi di urgenza, dalla distribuzione “eccezionale“ di posti di lavoro, e dall’aumento fulmineo e vertiginoso degli stipendi di alcuni: questa lettera magistrale riassume, in mezza pagina , ciò che Paola Monzini spiega in un libro, Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia- La delinquenza organizzata nella storia di due città (1820- 1990).

Nel saggio, che è stato pubblicato nel 1999, e che contiene, a parer mio, l’analisi più profonda e più completa delle imprese della camorra napoletana negli anni 1970-1990, la Monzini dimostra che in alcune vicende cruciali: la politica della spesa pubblica, la ricostruzione successiva al terremoto dell’’80, i giganteschi investimenti per le strutture del Nolano e della Campania Felice – sì, veramente felice -, la camorra non è l’anti-Stato: è l’altra faccia dello Stato, che con i suoi apparati “l’accredita”. Con buona pace di chi si illude che la camorra napoletana possa essere combattuta e vinta chiamando alle armi la società civile. Ma alla camorra dedicheremo una serie di articoli, in cui diremo cose amare, nella speranza che qualcuno ci smentisca e ci dimostri che non abbiamo capito nulla.

I giornali napoletani raccontano la cronaca di un mondo che finge di muoversi, e invece sta fermo, di una società che avrebbe riempito di gioia Parmenide offrendogli la dimostrazione più probante della sua tesi che il movimento è un’illusione, si vede, ma non c’è: l’esatto contrario della nebbia nella Milano di Totò e Peppino con il colbacco: c’era, la nebbia, ma non si vedeva. I giornali napoletani di oggi dicono le stesse cose che dicevano, trenta, quaranta, e cento anni fa: cambia qualche contorno, cambiano gli arredi di tavola, ma le portate sono sempre le stesse, e alla stessa scuola appartengono tutti i cuochi.

Il Nord poté saccheggiare Napoli e ridurre il Sud a vivaio di manodopera a basso costo, di emigranti, di carne da macello per i cannoni e per le mitragliatrici, perché tra il 1861 e il 1874 la borghesia meridionale aveva firmato la resa incondizionata agli interessi delle èlites settentrionali in cambio dell’assicurazione che i governi dell’Italia unita avrebbero traghettato i “borbonici“ nel nuovo sistema attraverso la politica pacifica dell’ “amalgama“, avrebbero impedito il rinnovamento sociale, non avrebbero messo mano alla divisione delle terre, avrebbero legittimato la rapina del demanio pubblico. Questa è la verità, il resto è solo chiacchiera estiva.

Chiunque abbia una conoscenza appena appena seria della storia del brigantaggio post-unitario in Lucania, in Puglia, nel Sannio, nell’Irpinia, in Terra di Lavoro, e nelle terre tra Eboli e Lagonegro, sa che il fenomeno ebbe tre radici: la tendenza storica del brigantaggio meridionale a diventare più aggressivo nei momenti di crisi istituzionale; la rivolta di massa contro la coscrizione obbligatoria; la guerra contro i proprietari terrieri, che erano stati “borbonici“ e poi divennero tutti “piemontesi“. I liberali del Sud sostennero a spada tratta la repressione manu militari del brigantaggio, che si affannarono a descrivere, sui giornali e nel Parlamento, come espressione della reazione anti-unitaria, ispirata e sostenuta dai Borbone e dal Papa.

Sul finire del ’62 furono proprio i liberali meridionali a chiedere il pugno di ferro contro le opposizioni. E quando il Governo decise di chiudere tutti i giornali antigovernativi che si pubblicavano a Napoli, di schedare gli oppositori e di sottoporli a severi controlli di polizia, Silvio Spaventa, che era segretario generale agli Interni, non solo non protestò, ma sostenne apertamente il provvedimento, anche in nome della borghesia liberale, moderatamente liberale, che egli e i suoi consorti rappresentavano.

L’atto con cui il liberalismo meridionale si rese pubblicamente e direttamente responsabile della svendita del Sud fu il sostegno dato alla legge sull’ordine pubblico nelle province meridionali, che prese il nome dal relatore, Giuseppe Pica, abruzzese, e che venne promulgata dal Re il 15 agosto del ’63, cinquanta giorni dopo che Massari, leggendo alla Camera la relazione della commissione sul brigantaggio aveva timidamente, e con molti giri di parole, indicato nella povertà dei contadini una delle cause del fenomeno. La risposta del Governo fu solo militare: le bande armate – tre persone già costituivano una banda – sarebbero state giudicate dai tribunali di guerra; i briganti presi con le armi in pugno sarebbero stati fucilati; il governo si attribuiva il potere incontrollato di inviare a domicilio coatto “oziosi, vagabondi, persone sospette, secondo la designazione del codice penale, manutengoli e camorristi”.

La legge risultò indigesta perfino a un moderato come Francesco De Sanctis: "noi non siamo un governo libero, perché da condizioni anormali siamo tirati sul pendio delle leggi eccezionali, perché nell’esecuzione delle leggi trascorriamo volentieri all’arbitrio..". Quasi tutti i liberali meridionali votarono a favore della legge Pica. Alle amministrazioni locali, tornate saldamente in mano ai “galantuomini“ ex borbonici: avvocati, medici, sensali e soprattutto proprietari terrieri, fu affidato il compito di indicare i meritevoli di domicilio coatto. Le proposte venivano “scrutinate“ dalle Giunte provinciali: quasi sempre con scarsa diligenza, e spesso con una fretta che serviva a coprire intenzioni e interessi assai sporchi, come vedremo.

La legge Pica e le Giunte provinciali provocarono, nell’ordine sociale e nel sistema della legalità, inauditi sconquassi, ma, soprattutto, fiaccarono lo spirito dell’opposizione, la fiducia nelle istituzioni, la speranza del cambiamento: spirito, fiducia e speranza che già avevano, di per sé, radici assai deboli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RAGAZZI PROTAGONISTI FUORI E DENTRO LA SCUOLA

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Grazie all”Associazione Moby Dick, si va diffondendo la cultura cinemato-
grafica fra gli studenti. Tra gli obiettivi, amare il cinema e riflettere su temi stimolanti. Di Annamaria Franzoni

Da circa un ventennio seguo le attività che l’Associazione Moby Dick svolge, diffondendo la cultura cinematografica tra gli studenti della scuola media di I e II grado.
Si tratta di una sorta di Cineclub che, di anno in anno, propone, attraverso docenti sensibili alle attività espressive del Cinema, ad un consistente numero di adolescenti di Napoli e provincia, una rosa di quattro film, attentamente selezionati e finalizzati alla discussione e alla riflessione su un tema ogni volta differente, ma pur sempre stimolante.

Il primo obiettivo che il progetto Moby Dick si è proposto, fin dall’inizio della propria storia, è quello che “l’amore per il Cinema si possa imparare al Cinema”, luogo deputato al godimento dell’opera cinematografica, nonché la possibilità di riflessione e confronto su tematiche significative, in una cornice aggregante e che consenta ai giovani spettatori di conoscere meglio se stessi, scoprire nuovi interessi, assumere consapevolezza delle proprie capacità e provare grandi emozioni.
L’attività tuttavia non si esaurisce nella visione dei film di volta in volta proposti, bensì può proseguire in aula, con circle time di riflessione e commento, schede critiche, questionari ed itinerari di riflessione che il comitato organizzativo dell’Associazione, composto da Rita Esposito, Lucia Caratti ed Emiliano Armenio , propone ai docenti come supporto didattico.

In riferimento allo scorso anno, ad integrare la proposta intitolata “Il mondo che vorrei” sono state organizzate anteprime, incontri con registi e personaggi di interesse culturale e sociale, attori e produttori: mi piace, in tal proposito, ricordare l’incontro, svoltosi nel mese di marzo presso il Cinema Modernissimo, con il regista del film Fortapasc, Dino Risi, con il Dott. Paolo Siani, fratello di Giancarlo e Presidente della Fondazione Pol.i.s., Enrico Tedeschi, Segretario della Fondazione e Geppino Fiorenza, referente regionale di Libera per la Campania.

In quella circostanza le vibrazioni positive che si avvertivano nella sala del Cinema Modernissimo hanno raggiunto livelli altissimi mentre si affrontava il delicato tema della Legalità e della Cittadinanza Attiva alla presenza di una variegata platea di adolescenti provenienti da realtà socio-ambientali e culturali diverse.
La rassegna di quest’anno si i titola “Fa’ la cosa giusta” (come il famoso film di Spike Lee) e propone quattro film , “Invictus”, “Prince of Persia” “Il Concerto”,. “Welcome”, il cui personaggio principale, giunto ad un bivio della sua vita, dovrà compiere una scelta esistenziale tra bene e male, tra egoismo ed altruismo, tra amore e odio, coraggio e viltà.

La mia programmazione e quella di tanti altri miei colleghi, anche quest’anno, si arricchirà del contributo della proposta dell’Associazione Moby Dick offrendo ai ragazzi di essere non soltanto fruitori, ma protagonisti dentro e fuori la scuola, di quel processo di arricchimento che, come alcuni la definiscono, la “settima arte” ben riesce a dare.
(Nella foto, l’Albero delle emozioni, nato dopo la visione di un film)

<i>” A CANTINA</i> VESUVIANA

La storia della cucina napoletana ha orientato la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani. E così, accanto al lacrima, vi fu la riscoperta del fiano e del falanghina. Di Carmine CimminoLa cucina di Amalfi e Sorrento, trionfo di mare, conquistò definitivamente Napoli a metà dell’Ottocento: fu una vittoria schiacciante sulla cucina puteolana, a cui fu riconosciuto l’onore delle armi, soprattutto per i suoi “primi“, che coniugavano pasta e sughi di pesce. L’avanzata dei piatti della costiera amalfitana fu mirabilmente sostenuta dai cuochi di Torre Annunziata e di Torre del Greco. Da qui, dopo la seconda guerra mondiale, partì la conquista del Vesuviano, “luogo“ di cantine e di osterie: vi dominava ancora la cucina della carne e dell’orto, che resistette con onore alle “invenzioni“ dei cuochi della Casina Rossa, ma alla fine dovette cedere.

La storia della così detta cucina napoletana è la storia di questa duplice, lenta, conquista, che, tra l’altro, orientò la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani e, pur confermando il primato del lacrima, avviò la riscoperta del fiano e del falanghina. Alla base di tutto questo c’era una profonda rivoluzione della fisiologia del gusto, che coinvolgeva tutti i sensi e, dunque, la percezione non solo dei sapori, ma anche degli odori, dei colori e delle forme. Non voglio fare polemica, perché sono uomo di pace cittadino di una “città di pace“, ma non posso non osservare che nessuno degli scrittori “culinari“ di Napoli, che sono un esercito, ha trattato questo tema. L’ anno della svolta fu il 1843.

In quell’anno furono autorizzati ad aprire “la calata a mare“, perché i loro ospiti potessero fare i bagni, i più importanti locandieri di Sorrento: Gaetano Sperindeo, proprietario della locanda “Villa Pisani“, Raffaele Attardi, del Cocumella, e il padrone dell’ Albergo delle Sirene. L’anno successivo il permesso fu dato anche per le case che tenevano in Sorrento il principe di Santaseverina, il principe di Strongoli, il conte di Terranova, gli inglesi Alexander Goode e Pituan, proprietario di Villa Losa, la signora Lindheimer, il signor Lagrange, proprietario di Villa De Angelis. Analogo permesso ebbe padre Giuseppe da Sant’ Eramo, guardiano del monastero dei Minori Osservanti di S.Francesco in Sorrento, “perché possa quella famiglia fare i bagni“.
I “turisti“, sempre più numerosi di “stagione“ in “stagione“, gustavano i piatti dei cuochi “sorrentini“ (erano quasi tutti di Ravello e di Furore) e ne cantavano le lodi per l’ Europa intera.

Nel 1840 Carlo Augusto Mayer visitò Madonna dell’ Arco il lunedì d’albis e si sedette in mezzo ai “fujenti“ nella cantina con pergolato che si trovava proprio di fronte al santuario e che circa venti anni prima Franz Vervloet aveva disegnato, a filo di ferro, e cioè senza staccare la matita dal foglio, in una splendida carta. Mayer descrisse la folla dei devoti che presi da una implacabile frenesia ballavano senza sosta la tarantella, mentre nell’enorme cucina “gli spiedi si voltavano lietamente e i pesci si crogiolavano nella padella“. Sulla terrazza, all’ombra della pergola, le ragazze del paese servirono allo straniero un piatto di maccheroni e ne ricevettero, dono strano e gradito, tranci di tonno.

In “Ninfa plebea“, l’ultimo romanzo di Domenico Rea, Miluzza, ‘Ntuono e il nonno vanno in pellegrinaggio al Santuario di Madonna dell’ Arco, attraversando in barroccio la vasta campagna coltivata “pomodori, insalate, cappucce e scarola, con gli alberi già carichi di albicocche, ciliegie, nespole, pesche e i primi fiordifichi e papaveri e ginestre buttati a manipoli“. Dopo aver venerato la miracolosa immagine della Madonna, i tre vanno a consumare il pranzo “votivo“ in una cantina prossima al santuario: pane biscottato di granone, “i recipienti pronti per bagnarlo“, “sperlunghe di provolone piccante“, salame napoletano col pepe, finocchi in pinzimonio, il carciofo mammarella, “la madre di tutti i carciofi“. I clienti bevono boccali spumeggianti non di vino vesuviano, ma di vino rosso di Gragnano e innaffiano il “tuocco“ finale con “una decina di bottiglie di Solopaca“.

La cantina è quella d’ “ ‘o zuoppo“. Nella scelta del nome l’immaginazione di Rea non si è accesa. Anche in una poesia di Ferdinando Russo c’è “ ‘a cantina d’ ‘o zuoppo “: ‘na cantina / mmiezo ‘e Pparule, arreto ‘e cretajuole, / addò se ntrattenevano, ‘a matina, / chille ca vanno a faticà ‘e rriggiole.

Nel 1853 Gregorovius scalò una prima volta il Vesuvio fino alla chiesa di San Salvatore e vi comprò un’ottima colazione e una bottiglia di lacrima dal parroco di Resina, don Michele, che aveva giurisdizione sul “lucrativo luogo“. Pochi giorni dopo Gregorovius salì sul vulcano lungo la lava del ’50, tra i “singolari villaggi“ di Boscoreale e Boscotrecase, in cui lo storico dice di non aver trovato “un bel viso“, avendo la popolazione “l’aria selvaggia, timida e povera“, e di aver chiesto invano della frutta: infine, fu costretto a saziare la fame con le carrube rubate a un cavallo. Gregorovius andò poi a Nola, per la festa di San Paolino. In una taverna vide gli avventori consumare festosamente gigantesche porzioni di pasta e di abbacchio e bere copiosamente vino, non da bicchieri di vetro, “come nell’Italia settentrionale e centrale“, ma da anfore.

L’anfora scosse la sua immaginazione: nell’assopimento, che l’afa e il vino favorivano, lo vinsero le “fantasie“ della storia di Nola, Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia e Tiberio. E mentre saliva al Monastero di Sant’Angelo, Gregorovius vedeva ormai il mondo attraverso le memorie del mondo antico: in questa luce gli apparve , circondata dalle sue belle nipoti, una “matrona“ di circa 80 anni, “d’una bellezza classica“, alta e robusta, avvolta “in una veste lunga dalle abbondanti pieghe, in seta color cremisi con un largo orlo di broccato d’oro, la vita alta, alla maniera greca“. Una Madre mediterranea.

Di assai diverso metallo fu lo stupore con cui, proprio in quei giorni, un “capourbano“ di Torre Annunziata descrisse le pantagrueliche porzioni di pasta al ragù e di arrosto di “negro”, il nero maiale casertano, che erano state consumate nella taverna di Vincenzo Sale, a spese del Comune di Torre, da 6 preti di Potenza, accusati di sedizione, e dai 3 soldati che li accompagnavano alle carceri di Napoli. Al centro del rozzo tavolo c’erano due sole zuppiere: una colma di pasta, l’altra di arrosto. E sediziosi e carcerieri mangiavano fraternamente nello stesso piatto.

Anche sotto i Borbone, le cantine e le taverne diventavano spesso teatro di libertà e di uguaglianza. Ma per la storia della civiltà del cibo, queste due zuppiere “comuni“ , da cui prendono pasta e carne i soldati e i preti due volte sediziosi (verso Cristo e verso il re), sono molto più importanti degli alimenti che esse contengono.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI 

COME É TRISTE L’HAPPY HOUR!

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Nei bar, nei locali e perfino nei musei impazza l”epoca degli aperitivi e dei cocktail. Gli esperti dell”alimentazione denunciano, però, gravi rischi. Le false promesse dell”alcol e della pubblicità.

Non c”è cosa più triste dell”happy hour. Di questo sono sicuri nutrizionisti, sociologi e studiosi del costume. La nuova moda, avviata dai Pub inglesi per catturare l”attenzione delle persone che escono dal lavoro, sta contagiando gran parte dei bar italiani. Neanche gli alberghi ed i ristoranti si sottraggono a questo nuovo “rito”. Dovunque si propongono nelle ore serali aperitivi a base di energy drink, prosecco, frutta, pizzette, polpettine, cruditè, liquori e pasticci vari. La proposta cresce, si moltiplica e acquista giorno dopo giorno nuovi contenuti. La risposta dei giovani è entusiasta. Con pochi euro si ha la possibilità di partecipare ad un rito serale collettivo, santificato dalle note del “Liga”, dove l”imperativo del divertimento è un obbligo grazie all”alcol che scorre ai fiumi.

Molti nutrizionisti mettono, però, in guardia contro i pericoli dell”happy hour che rischia di sconvolgere uno dei capisaldi della dieta mediterranea: la suddivisione dell”apporto calorico giornaliero in colazione, pranzo e cena. Nelle “ore felici” dei giovani, indotti dalla moda anglosassone, in agguato c”è l”insidia dell”alcol che assunto a stomaco vuoto è più difficile da assimilare e mette sotto sforzo il fegato. Neanche a parlare poi delle calorie contenute in cibi e bevande considerati leggeri. Le patatine, i pistacchi, i salatini, i crakers e i cocktail, hanno un contenuto calorico superiore a quello di un”intera cena. Per questi motivi gli esperti consigliano di arrivare agli aperitivi dell”happy hour a stomaco pieno, magari dopo aver fatto merenda e di non sommare l”apporto calorico a quello della cena. Insomma il disordine alimentare è a pieno regime.

L”assurdo gastronomico che diventa legge. Bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi? Molti giovani, sfrattati dai centri commerciali sacrificati sempre di più alle esigenze del dio consumo, non vogliono subire battute d”arresto. Considerano l”happy hour una conquista. Un nuovo spazio di socialità in cui prosecco ed energy drink, che contengono sostanze eccitanti di valore superiore a dieci tazzine di caffè, aiutano la discussione. Fanno volare alto la parola. Promettono uno sballo leggero al calare della sera. Senza neanche tanti rimorsi di coscienza. Basta eludere gli etilometri, diventati sempre più invadenti. Le aziende commerciali naturalmente approfittano della situazione. È stato calcolato che l”anno scorso in Campania sono state importate bottiglie di “bollicine”, consumate non solo a Natale ma anche nell”happy hour, per un valore superiore ai 60 milioni di euro. Un fatturato enorme se si considera in raffronto alla situazione di crisi dell”enologia locale.

Un”iniziativa intelligente, atta a cavalcare la tendenza, è stata assunta, però, dalle sovrintendenze dei Musei napoletani che hanno accresciuto notevolmente il numero di presenze, aggiungendo al costo del biglietto anche il gadget di un happy hour. Tutte le iniziative che portano gente nei musei sono lodevoli e degne di attenzione, però è certamente avvilente, nella patria di Luca Giordano, Salvator Rosa, Giacinto Gigante, dei Giustiniani maestri ceramisti, ecc., verificare che occorre un piatto di patatine e un drink per fare qualche presenza in più. Pensiamo al successo che potrebbero fare la pizza e i soutè cozze e vongole. A Roma, invece, i bar stanno usando l”happy hour per “rottamare” cibi che rischiano di andare fuori stagione, costruendo veri e propri outlet della gastronomia viandante. Insomma l”evoluzione è all”ordine del giorno e non si contano le deviazioni.

Chi gira per gli happy hour, però, ha notato che la felicità in questi locali è un optional. Prevale la logica delle comitive. Considerazioni urlate ad alta voce. Sguardi bassi. Lenti e monotoni movimenti delle dita che pescano nel fondo delle vaschette. Tanta solitudine. A pensarci bene l”happy hour è una moda alimentare non dettata da una necessità. I fidanzati, per scambiarsi sguardi d”amore, hanno inventato le cene a lume di candela. Gli uomini d”affari fanno colazioni di lavoro per cementare rapporti e scambi commerciali. Le società organizzate, basate sul nucleo della famiglia, hanno costruito la sacralità del pranzo e delle cene che diventano banchetti condivisi con amici e parenti nelle occasioni importanti della vita.

Anche il fast food evade una necessità. In qualche modo interpreta una esigenza e offre risposte non evasive. L”happy hour è invece una pura invenzione commerciale. Una performance alimentare che cerca di assicurarsi improbabili contenuti, contando solo sull”evocazione delle parole.

LA RUBRICA

L’ORGANIZZAZIONE. ECCO QUELLO CHE MANCA IN CAMPANIA

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La nostra regione è l”unico posto al mondo in cui enormi potenzialità si trovano raccolte in uno spazio nel quale l”intera civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Manca una organizzazione industriale del turismo. Di Amato Lamberti

Siamo in un periodo di grande crisi a livello di regione Campania. Si parla solo di risanamento dei conti della Regione e degli Enti Locali. Forse bisognerebbe anche parlare di rilancio dell”economia e dell”occupazione prima che la situazione diventi di non ritorno, con le fabbriche che chiudono e i giovani costretti ad emigrare per costruirsi una possibilità di futuro. Nei giorni scorsi, con il suo stile sempre un poco provocatorio, il sociologo Domenico De Masi, sul Corriere del Mezzogiorno, ha rilanciato il tema dello sviluppo del Mezzogiorno, e della regione Campania, affermando che “un sistema è malato non quando è privo di risorse ma quando non riesce a metabolizzare le risorse che ha”.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, la sua opinione è che l”unica possibilità è “il circuito virtuoso fra turismo e cultura”. La sfida con la Cina e i paesi asiatici sul piano della produzione di beni materiali si può infatti considerare già persa, perchè non saremo mai, o almeno per lungo tempo, capaci di competere con paesi nei quali il costo del lavoro è troppo più basso anche dei nostri standard minimi. Non sono però perse altre sfide, sulle quali oggi godiamo di un notevole vantaggio: “la produzione di contenuti che le tecnologie possono veicolare; la produzione di estetica con cui nobilitare i prodotti e i servizi; la produzione di qualità della vita attraverso nuovi modelli di benessere.”

Per la Campania, De Masi mette a confronto Pomigliano, dove si è tentato con l”industria di promuovere lo sviluppo, e Giffoni dove con il Filmfestival si è realizzata la promozione post-industriale di un territorio. Nel primo caso siamo ormai in situazione di crisi, nel secondo, una comunità rurale ha fatto il salto nella post-modernità. Una tesi, e una provocazione, interessante su cui riflettere per la costruzione di un progetto di sviluppo della regione Campania, liberato dagli stereotipi della industrializzazione. In effetti, Napoli, la sua provincia e l”intera regione hanno enormi potenzialità ambientali, monumentali, archeologiche e culturali non ancora pienamente utilizzate e valorizzate.

Basta fare un elenco di queste potenzialità per rendersi conto della ricchezza che si potrebbe mettere a frutto: Capri, Ischia, Procida, Sorrento e la sua costiera, Amalfi e la sua costiera, Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia, Nola, Paestum, Cuma, Baia, l”intera area flegrea, il Vesuvio, la città di Napoli, la città di Pozzuoli, i paesi dell”area vesuviana, tanto per citare solo le eccellenze.

Se a tutto questo si aggiunge la risorsa termale, quella monumentale, quella culturale, quella artigianale, non c”è posto al mondo dove tante potenzialità siano raccolte in uno spazio nel quale l”intera storia delle civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Basterebbe solo mettere tutto in rete, come si dice oggi, collegando e riqualificando, per creare un distretto turistico-culturale-ambientale-storico-archeologico-termale che non avrebbe rivali nel Mediterraneo e nel mondo. La Campania già accoglie milioni di visitatori e turisti ogni anno nei diversi comparti della sua offerta turistica ma poichè essi sono tra loro slegati o poco collegati non si sfruttano le enormi potenzialità che sarebbero in grado di esprimere. Basti pensare al termalismo e alle possibilità di raccordo con i giacimenti archeologici, monumentali e culturali che potrebbero estendersi per tutto l”anno e non limitarsi alla stagione estiva.

Il fatturato del termalismo in Veneto è dieci volte superiore a quello della Campania, nonostante un clima meno favorevole e offerte turistiche notevolmente inferiori. Il fatturato turistico della riviera romagnola è enormemente superiore a quello della provincia di Napoli pur in assenza di attrattori turistici come quelli che Napoli è in grado di offrire con i suoi musei, i suoi monumenti, le sue aree archeologiche, le sue bellezze ambientali. Quello che a noi manca è una organizzazione industriale del turismo. Su questo terreno si dovrebbe misurare la capacità dei nostri politici di promuovere sviluppo.
(Foto: Castello di Baia. Fonte Internet)

CITTÁ AL SETACCIO