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La figlia di un oste irlandese diventata lady, scrittrice, invidiata protagonista dei più importanti “salotti” europei, capace di suscitare l’ammirazione di Byron. La relazione con il “dandy”Alfred d’Orsay.  I tre anni trascorsi a Napoli, tra il 1823 e il 1826: il Regno era governato da Luigi de’Medici Le molte pagine dedicate ai “luoghi” del Grand Tour e tutte segnate dal fascino della città, che Margaret sentì profondamente. Il  ritratto della Lady, opera di Thomas Lawrence.

 

Quanto intenso sia stato lo splendore della donna che conquistò anche Byron, lo dimostra ampiamente il ritratto che Thomas Lawrence le fece nel 1822. Margaret Power nacque nel 1789 in un paese dell’Irlanda meridionale: suo padre gestiva una piccola taverna. Dopo il fallimento del primo matrimonio, ella sposò, nel 1818, John Gardiner, conte di Blessington, ricco e vedovo, capace di tollerare la relazione che la moglie ebbe con un dandy francese, Alfred d’Orsay, l’uomo della sua vita. Margaret, diventata Marguerite dopo il matrimonio con il conte, morì a Parigi nel 1849, in una povertà quasi totale, avendo dato tutto ciò che possedeva ad Alfred perseguitato dai creditori. Lady Blessington, il marito e il d’Orsay arrivarono a Napoli il 16 luglio 1823, alla testa di un corteo di carrozze in cui avevano preso posto la figlia di primo letto del conte, dame di compagnia, cocchieri, maggiordomi, camerieri: la carovana era già stata a Parigi e i francesi l’avevano chiamata “il circo Blessington”.  Il terzetto prese alloggio all’hotel “Gran Bretagna” a Chiaia, e successivamente si spostò prima nella villa dei principi Belvedere al Vomero e poi nella Villa Gallo a Capodimonte. Nel porto era ormeggiato il panfilo “Bolivar”, costruito nell’arsenale di Genova per Byron, che lo cedette al conte. Marguerite restò a Napoli tre anni, strinse amicizia con i non pochi inglesi che vivevano in città, frequentò i salotti, in particolare quello di Francesco Ricciardi, conte di Camaldoli, dove si tenevano raffinate “serate” di musica e di poesia: e a una di queste “serate” partecipò anche Giacomo Leopardi. Marguerite visitò tutti i luoghi “incantati” previsti dalle guide del Grand Tour:  la sera le piaceva attraversare in carrozza le vie di Napoli, e aprirsi a quelle suggestioni sensoriali e a quelle osservazioni “pittoresche” che poi descrisse nei suoi libri, soprattutto in “Idler in Italy”, “L’ozioso in Italia”.

Nelle sue “Memorie” trovano spazio “ le gelaterie e le più modeste bancarelle, con le loro vistose decorazioni, circondate da impazienti compratori di sorbetti e di limonate”, e “ i venditori di acqua gelata”: a Napoli, la sera, c’è solo festa, mentre a Londra, alla stessa ora, uomini e donne si affollano in gran numero intorno agli spacci di gin, “luoghi del vizio”, e cercano “ nell’ubriachezza la fuga dalle preoccupazioni”. A Napoli la Blessington partecipa a una festa a mare offerta, nell’estate del 1824, da Maria Luisa d’Austria, la vedova di Napoleone: pare alla dama inglese che anche il paesaggio partecipi all’evento: “il calmo seno della bella baia, che rifletteva il cielo illuminato da innumerevoli stelle”; la città tutta, un vero e proprio “ anfiteatro che si innalza sul mare”;  al centro, il castello di Sant’Elmo e il Vesuvio,  “un gigante dormiente, in minaccioso riposo”; a sinistra,  il Vomero cinto dai vigneti con i palazzi e le ville che svettano sui boschetti.”. Poi arriva il corteo di Maria Luisa, su un battello dorato, illuminato da lampade, simile a  “una grande conchiglia, che scivolava su un mare di zaffiro”: sul battello c’erano molti musicanti, in splendide uniformi, e “ogni colpo dei remi batteva il tempo della musica e sollevava dall’acqua una luce d’argento”. Si divertì molto, Lady Hamilton, nel vedere “con quanta comicità i “lazzaroni” si prendono in giro: quando raccontano un fatto fanno sempre l’imitazione dei protagonisti: pochi attori potrebbero far meglio”. Ad Amalfi la lady e il seguito visitarono, prima di tutto, una fabbrica di maccheroni, videro che notevole era la pulizia del luogo e riconobbero che erano infondate le voci sui modi poco igienici con cui – si raccontava a Parigi e a Londra – veniva fabbricata la pasta: “ già solo il nome dei maccheroni agisce sui sentimenti dei napoletani come un talismano magico”. E poi le canzoni, i balli, la tarantella, le barcarole la cui dolcezza avrebbe indotto all’applauso “anche  Rossini”: sarebbe il solito repertorio di “cartoline da Napoli”, di luoghi comuni, se non si avvertisse nelle parole della lady la sincerità delle emozioni.

La splendida signora inglese ammirò la bellezza delle donne napoletane. Le signore della nobiltà, una decina delle quali sono “veramente belle”, “hanno modi disinvolti, pieni di grazia e di spontaneità: in essi non c’è civetteria. Con gli estranei sono “molto più riservate delle signore francesi e inglesi, e non per un’affettata pudicizia, ma per una naturale riservatezza. Per loro stringere la mano agli uomini, anche se sono amici, è un’offesa al decoro”. Lady Blessington scrisse uno splendido elogio delle donne di Gragnano: “Le loro chiome e le semplici vesti che mettono in risalto, quanto basta, le forme del corpo inducono a credere che esse siano state le modelle delle ninfe agresti che vediamo nei quadri degli antichi pittori.”. Le donne di Ischia le parvero “molto più belle” delle popolane di Napoli: forse era merito delle acque minerali e dei fanghi dell’isola che “sono considerati molto utili nella cura dei dolori reumatici e delle malattie della pelle”.