Anche la Porta chiusa del Santuario di Madonna dell’Arco è un “messaggio”: ci invita a riflettere e a rinnovarci

Per la prima volta in 568 anni la Porta del Santuario è rimasta chiusa: non c’è stata eruzione, non c’è stata epidemia, non c’è stata guerra in cui quella Porta non sia rimasta aperta. Le riflessioni di Paolo Giordano e di Antonio Scurati. La riflessione di don Antonio Mazzi ci induce a dire che quella Porta chiusa è un luminoso messaggio: si aprirà realmente solo per chi saprà diventare una persona “nuova e vera”.   Cosa accadrà dopo, nessuno lo sa con certezza. Secondo Paolo Giordano, quando avrà inizio la ricostruzione, “sarà il momento delle pacche sulle spalle tra la classe dirigente, mentre noi, distratti, avremo solo voglia di scrollarci di dosso tutto.”(CdS, 21 marzo). E invece fin da ora dobbiamo “riflettere su ciò che non vorremmo tornasse uguale”. Lorenzo Marone (la Repubblica, 22 marzo) pensa che oggi abbiamo compreso quanto valga la libertà vera, quella interiore, quella che ci libera dai pregiudizi, nostri e degli altri, e rende ampio il nostro sguardo, e ci dà fiducia nel futuro. Non dovremo dimenticare mai che in questi terribili giorni c’è chi può chiudersi in una casa ampia, con terrazzo e giardino, e “c’è chi la quarantena la vive in due stanze umide dove a stento arriva una vrenzola di sole nella controra”. E usando la parola “vrenzola” Lorenzo Marone ha reso splendidamente l’idea. Antonio Scurati si augura che i “potenti” (CdS,10 aprile) sappiano trovare le parole adeguate per rendere accettabile una realtà terribile e cita “la portata epocale” della preghiera di Papa Francesco nella “scenografia” di “immane potenza” della piazza del Vaticano deserta. Nella stessa pagina don Antonio Mazzi scrive: “Ieri eravamo mezzi uomini e mezze macchine produttive, dotate di tecnologie sempre più raffinate, ma con l’unico scopo di produrre. Il domani sarà vero se da macchine torneremo creature, figli del mondo, col sorriso, con la parola sempre appena nata dentro, contenti del necessario per vivere, ma soprattutto vogliosi di stare insieme.”. Ci sono parole che cambieranno significato, e ci sono immagini che nessuno dimenticherà, che conserveranno dentro di noi il segno di questi giorni angosciosi, e saranno come il capo del filo che svolge il groviglio dei pensieri e dei ricordi. Nessun Vesuviano potrà dimenticare il Lunedì dell’Angelo a Madonna dell’Arco, senza i pellegrini, senza i canti e i movimenti e l’entusiasmo dei “fujenti”, e tutti ricorderemo la Porta chiusa del Santuario, chiusa per la prima volta in 568 anni. Quella Porta è rimasta aperta durante la peste del 1656, quando da Napoli e dai Comuni vesuviani migliaia di pellegrini entrarono nella chiesa implorando la protezione della Vergine e ottenendo dai Domenicani gocce preziose dell’ olio delle lampade che ardevano davanti alla cappella della Madonna e che li avrebbero salvati dal morbo e dalla morte. Quella Porta era rimasta aperta durante l’eruzione del 1631, quando i fulmini scatenati dal Vesuvio entrarono nella chiesa attraverso le ampie finestre, girarono intorno alla cappella con l’immagine della Vergine e uscirono da dove erano entrati risparmiando la folla dei fedeli che invocavano la protezione della Madre di Cristo. Non c’è stata eruzione del Vesuvio, non c’è stata epidemia, non c’è stata guerra in cui quella Porta non sia rimasta aperta. Oggi è chiusa, ma anche così ci comunica un messaggio. Quella Porta chiusa ci dice, per via di simbolo e con la forza chiara della fede, che si aprirà solo per chi, in questa spaventosa e incredibile tragedia, è diventato una persona “nuova”, una persona vera, capace di guardare all’indietro e di ammettere, come suggerisce Don Mazzi, che prima del virus non c’erano né amore, né famiglia, né rispetto degli altri, né solidarietà. Quella Porta si aprirà realmente, nel segno dell’ abbraccio divino, solo per chi già ora sa che “il panico si placherà il giorno in cui il NOI ” sarà più importante dell’ “IO”, più importante “del profitto” e del denaro.

Sant’Anastasia/Concorsopoli, l’ex segretario Lombardi «scagiona» la giunta Abete: «Era una cosa a tre, nessuno degli assessori sapeva».

Dinanzi ai pm, negli interrogatori, Lombardi è un fiume in piena e racconta tutto facendo nomi e cognomi dei concorrenti paganti e di chi nella vicenda dei concorsi truccati era coinvolto a pieno titolo: tra i secondi un funzionario che ricopre tuttora un ruolo chiave nella pianta organica del Comune di Sant’Anastasia.   Il sindaco, il suo «figlioccio» poi divenuto consigliere, il segretario: Abete, Iorio, Lombardi e, in un secondo momento, l’imprenditore dell’agenzia selezioni e concorsi Alessandro Montuori. Nessun altro, tranne i concorrenti paganti, sapeva del «trucco» sui concorsi. Né gli assessori (parliamo della prima giunta Abete, quella che approva l’indizione dei concorsi), né la funzionaria responsabile. Tutti, lo dice sempre Lombardi, condividevano però il fine «politico», vale a dire aumentare la possibilità di successo alle elezioni imminenti grazie al potere attrattivo dei concorsi pubblici e al contempo rimediare ad una carenza di personale divenuta ormai pesante. Alcuni di loro, lo confessa sempre l’ex segretario Lombardi ai pm, avevano anche segnalato qualcuno ma non erano a conoscenza del mercimonio. Non sapevano cioè, e nemmeno potevano sospettarlo perché si fidavano del sindaco e di lui stesso, che in questa vicenda ci fosse stato passaggio di denaro. Una condivisione del fine politico e di conseguenza del ritorno elettorale, null’altro. Quando Lombardi arriva a Sant’Anastasia dopo aver lasciato San Giuseppe Vesuviano per contrasti insanabili con il sindaco Vincenzo Catapano, Lello Abete lo sceglie tra altri candidati e gli fa fare una «audizione» con tutta la giunta. Una volta divenuto segretario, era più o meno il periodo dopo l’estate 2018, si inizia a parlare dei concorsi. Lombardi conosceva già Iorio che non era ancora consigliere, si erano presentati in un bar dove entrambi erano soliti fare colazione, il bistrot Zì Rosa, poco lontano dalla casa di Iorio. I due poi stringono di più i rapporti quando Abete – stando sempre al racconto che Lombardi fa ai pm Pisciotta e Vitagliano – cala sul tavolo la carta dei concorsi. Lui stabilisce ciò che vuole fare ma affida la parte «tecnica» al segretario e quella di reclutamento a Pasquale Iorio. Dei dettagli, compresa la parte economica e il ricavato per loro stessi ne parlano poi in riunioni a tre a casa del primo cittadino. Lombardi quantifica in tre dette riunioni- tutte a casa del sindaco, dice – e sottolinea che Abete aveva necessità di far cassa non per mettersi i soldi in tasca e usarli per sé, bensì per pagare la campagna elettorale. Una campagna elettorale che almeno fino ad un mese prima del voto – la primavera 2019 e a tratti anche più avanti – non pensava di vincere senza ballottaggio. I tre, a questo punto, avevano bisogno di qualcuno che mettesse in opera quanto avevano deciso anche perché alcuni dei concorrenti (le liste di coloro che dovevano vincere e degli altri che dovevano risultare idonei variavano costantemente a seconda degli accordi politici), confessa Lombardi ai giudici, erano vere e proprie «capre». Ed è Lombardi a chiamare Montuori. I due si erano conosciuti a San Giuseppe Vesuviano e avevano già in ballo altre collaborazioni come quella del comune di Piancastagnaio, in provincia di Siena. Qui sorge un problemino perché a Sant’Anastasia Montuori ci era già stato per un altro concorso, la selezione per vigili urbani. In quel frangente – come poi l’imprenditore stesso ha confessato – il sindaco Abete non era per nulla contento di come stessero andando le cose e aveva provato a registrare una conversazione con Montuori per tentare di incastrarlo. Si era però evidentemente confidato con qualcuno che non se ne restò a guardare e decise di avvisare Montuori, facendo saltare il piano di Abete. Il secondo incontro è più, come dire, «rilassato» perché c’è Lombardi a garantire al sindaco il buon esito che di fatto, per loro, è diventato alla fine un incubo. La ripartizione del denaro, secondo quanto raccontato ai pm, sarebbe stata «un terzo, un terzo e un terzo» tra segretario, sindaco e futuro consigliere aspirante vicesindaco poi deluso dalle scelte di Abete che a Iorio preferì il più votato Mariano Caserta. Ancora, ci sono le trattative personali del segretario: tra coloro che Lombardi ha nominato ai pm, parliamo di chi ha consegnato direttamente nelle sue mani il denaro occorrente per aggiudicarsi le prove concorsuali, c’è una donna di San Giuseppe che arriva al segretario per intercessione del marito con il quale aveva già avuto contatti nel comune vesuviano (dodicimila euro); un padre che gli consegna, per favorire la figlia, trentamila euro; altri due genitori che pagano il futuro lavoro dei figlioli rispettivamente diecimila e dodicimila euro e altri ancora. Tra le confessioni di Lombardi, confermate dagli altri due indagati che hanno deciso di collaborare, ossia Iorio e Montuori, c’è il coinvolgimento di un funzionario attualmente in carica al Comune di Sant’Anastasia e che alcune volte si era prestato persino, in compagnia del segretario, a sostituire materialmente gli elaborati dei concorsi, mettendo a disposizione, in più occasioni, anche il suo studio professionale nel comune di residenza, a pochi chilometri da Sant’Anastasia.  

Concorsopoli, i Comuni dell’inchiesta: Cercola/Somma Vesuviana

Sono molti, in Campania e fuori, i comuni che a vario titolo compaiono nell’inchiesta Concorsopoli che ha portato, il 6 dicembre scorso, all’arresto del sindaco di Sant’Anastasia, del segretario comunale, di un consigliere e dell’imprenditore che gestiva le prove concorsuali. A Cercola, stando alle risposte degli indagati (Egizio Lombardi, ex segretario, Alessandro Montuori, imprenditore, Pasquale Iorio, consigliere comunale), il concorso per il ruolo di comandante della polizia locale fu truccato su espressa richiesta di un assessore, così come gli altri. A Somma Vesuviana non vi è stato invece alcun concorso, ancorché truccato, ma in compenso due personaggi della politica locale, entrambi tuttora con ruoli delicati e di responsabilità, sono citati nel corso delle «confessioni» e nei racconti di Lombardi, Montuori e Iorio. Le dichiarazioni rese da Lombardi e Montuori ai pm Luca Pisciotta e Antonella Vitagliano concordano: per le procedure di Cercola, il titolare dell’agenzia Selezioni e Concorsi chiamò Lombardi a ricoprire il ruolo di componente nella commissione d’esame. «Me lo chiese lui – ha raccontato Lombardi ai pm – l’accordo era che mi avrebbe riconosciuto un supplemento economico. La gestione del concorso doveva essere la solita, avremmo dovuto agevolare talune persone e mi chiese di fornirgli copia delle tracce d’esame. Ritengo che anche gli altri componenti della commissione esaminatrice, come me, abbiano consegnato a Montuori le tracce da loro redatte». Tra i candidati c’era una giovane donna di 28 anni. Lombardi la conosceva perché la ragazza svolgeva la pratica forense proprio al Comune di Sant’Anastasia ma fu Montuori a dirgli che gli era stata segnalata direttamente. Per la precisione da un assessore del Comune di Cercola. La donna, nei ricordi di Lombardi, va a trovarlo spesso nel suo ufficio al Comune per «chiedere consigli sugli studi da affrontare per le prove concorsuali». Aggiunge poi, il segretario, che ebbe anche modo di anticiparle gli argomenti delle prove scritte. Le tracce però le consegnò a Montuori e sarebbe stato lui a trasferirle alla concorrente. Così anche per le domande degli orali. Lombardi racconta poi, nel corso degli interrogatori, di non sapere se l’agevolazione concessa fosse frutto di un mercimonio ma di sicuro erano entrambi a conoscenza che la stessa era «indicata» dalla politica. Montuori, dal canto suo, conferma ogni cosa e racconta che tra i concorsi truccati a Cercola c’era anche quello di istruttore direttivo di vigilanza, categoria D. Sostiene poi di essere stato avvicinato da un assessore il quale gli chiese di agevolare alcuni soggetti. Tra questi c’era la ventottenne che sarebbe stata anche segnalata da un noto imprenditore di Sant’Anastasia. La donna fece pure da speaker a taluni comizi di Lello Abete in campagna elettorale, come quello di apertura, in piazza Cattaneo a Sant’Anastasia.  Ma gli indagati negano ci fosse un collegamento, un presunto scambio di favori, per esempio, tra due comuni o due sindaci. In questa storia, sia pure senza concorsi, c’entra Somma Vesuviana che compare sia nelle dichiarazioni rese da Montuori che nelle confessioni di Lombardi. L’assessore che avrebbe segnalato a Montuori le «preferenze» seguendo le quali l’imprenditore alterò i concorsi, lui lo conosceva già. Glielo aveva presentato un politico attualmente in carica a Somma e che con l’omologo di Cercola condivide le insegne politiche. «Mi chiese di aderire alle richieste del suo amico, promettendomi che se avessi agevolato quella candidata mi avrebbe favorito nei concorsi che la Regione doveva organizzare».  Ed è la stessa persona che altre volte compare nelle dichiarazioni rese da Montuori giacché gli avrebbe presentato altre persone, sempre per raccomandazioni ma inerenti, quella volta, il Comune di Lettere. E c’è ancora Somma Vesuviana, nelle confessioni di Lombardi. Stavolta per dei soldi consegnati direttamente nelle sue mani da un tecnico anastasiano che ad oggi ricopre un incarico di responsabilità nell’amministrazione della città limitrofa. Il segretario ha raccontato nei particolari come gli siano stati anticipati cinquemila euro su una somma totale di trentamila per assicurarsi vittoria e idoneità in uno dei concorsi di Sant’Anastasia. Denaro perso, giacché al momento degli arresti avvenuti il 6 dicembre per mano della Guardia di Finanza, quel particolare concorso non si era ancora concluso. E difficilmente lo sarà mai.    

Concorsopoli, i Comuni: Pimonte nella bufera

L’inchiesta Concorsopoli, deflagrata a Sant’Anastasia, coinvolge molto da vicino anche Pimonte, piccolo comune dei Monti Lattari che aveva lo stesso segretario generale della cittadina vesuviana: Egizio Lombardi. Le dichiarazioni di Lombardi e di Alessandro Montuori ai pm Pisciotta e Vitagliano non lasciano molto all’immaginazione: a Pimonte tutti i vincitori dei posti a bando, come pure gli idonei, sarebbero stati indicati – sostengono gli indagati – dallo stesso sindaco. Il concorso per istruttore tecnico comunale lo ha vinto, in quel dei Monti Lattari, il nipote del primo cittadino Michele Palummo. Nel corso degli interrogatori è venuto fuori quanto già si sospettava e che del resto il senatore Antonio Iannone, ben prima degli arresti, aveva messo nero su bianco in un’interrogazione parlamentare: alcuni candidati di Pimonte sarebbero stati esaminati a Sant’Anastasia e viceversa. Un cittadino di Pimonte, nipote tra l’altro dell’attuale vicesindaco Gennaro Somma, sarebbe approdato anche a Cercola, in una commissione esaminatrice e senza ricorso ad avviso pubblico. Lo stesso nipote del vicesindaco ha partecipato anche ai concorsi locali del piccolo comune esaminato da…Lombardi. Le indiscrezioni sugli interrogatori stanno causando a Pimonte una vera bufera, tant’è che il Partito Democratico è sul piede di guerra e pretende che dall’amministrazione di Palummo arrivino spiegazioni dettagliate. Il sindaco però ha affidato ad una scarna nota la sua replica parlando di «fango», inneggiando al garantismo e confidando nei giudici, unici deputati a dare sentenze. In un’aula di tribunale, naturalmente.

Focolaio nell’ospedale di Pozzuoli, Ciarambino M5S:”Colpa di cattiva gestione sanitaria, non dei comportamenti dei cittadini”

Interrogazione della capogruppo regionale: “Misure da sceriffo inutili se si consente promiscuità tra pazienti contagiati e non e i sanitari lavorano senza dpi adeguati”

“E’ ora di smetterla di riversare sui cittadini la responsabilità di un nuovo incremento dei contagi, con annunci di provvedimenti ancora più restrittivi che hanno il sapore di una minaccia. Non possiamo immaginare di uscire da quest’emergenza esclusivamente con le misure da sceriffo e perpetui richiami al senso di responsabilità, se non cominciamo a mettere in campo risposte altrettanto responsabili alle criticità di un sistema sanitario regionale che fa acqua da tutte le parti. Se restare a casa ha consentito in Campania di evitare picchi di contagio ingestibili, è ora arrivato il tempo di mettere a punto un’adeguata strategia sanitaria che finora è mancata e che il presidente della Regione, nonché assessore alla sanità e fino a ieri commissario alla sanità, inizi ad assumersi le sue responsabilità, smettendola di dare la colpa ai cittadini. Se registriamo casi di ospedali lazzaretto non è certo per comportamenti civici non in linea con le prescrizioni. Il caso emblematico di Pozzuoli è solo l’ultimo di un lungo elenco che comprende Cardarelli, Monaldi, San Leonardo di Castellammare e i presidi di Avellino e Ariano Irpino. In ospedali come quello di Pozzuoli i percorsi per i pazienti Covid non solo non sono separati, ma viene consentito l’accesso a sospetti casi di Covid senza un filtro pretriage, con alto rischio di venire a contatto con altri pazienti e un’elevata probabilità di infettare personale sanitario che opera spesso a mani nude o con dispositivi di sicurezza non adeguati”. Lo denuncia la capogruppo regionale M5S e responsabile nazionale sanità Valeria Ciarambino, che ha presentato un’interrogazione sulla situazione preoccupante nell’area flegrea a seguito del contagio di sanitari e degenti nell’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli.

“Appare chiaro che il piano di implementazione dell’offerta ospedaliera dell’Asl Napoli 2 Nord risulta inadeguato e imprudente – denuncia Ciarambino nel suo atto – per non aver contemplato la concentrazione in Covid hospital dei pazienti contagiati, o comunque per non aver previsto reparti Covid dedicati. Così come è evidente che l’origine di un’eventuale diffusione del contagio in quell’area sarà probabilmente da collegare al focolaio dell’ospedale Santa Maria delle Grazie, dunque imputabile a una malandata gestione a livello sanitario e non certo a presunti cattivi comportamenti dei cittadini”.

Covid 19, Codici Campania: “Risparmiatori tartassati anche nell’emergenza”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dall’Associazione Codici Campania. Tre casi, tre storie che dimostrano il trattamento riservato ai consumatori, bersagliati da richieste di pagamento, spesso paradossali, che non tengono minimamente conto del periodo particolare e delicato dovuto all’emergenza Coronavirus, in un momento storico in cui la prudenza consiglierebbe di evitare richieste di pagamenti quantomeno incaute. Arrivano dalla Campania, dove l’associazione Codici è impegnata per fornire tutela e assistenza. La prima vicenda vede protagonista il titolare di un negozio di ottica dell’area Vesuviana. “Il commerciante – spiega l’avvocato Giuseppe Ambrosio, Segretario di Codici Campania – è stato costretto a chiudere momentaneamente l’attività in seguito alle disposizioni per il Coronavirus. Quindi nessuna entrata e, per il momento, nemmeno aiuti dallo Stato”. Di fronte ad una situazione del genere ci si aspetterebbe una tregua per scadenze e pagamenti. Ed invece, dopo mesi di silenzio, il professionista che segue il commerciante si vede contattato per la richiesta di saldare un debito di anni addietro da Banca Ifis. “Una richiesta direi intempestiva, se pensiamo che riguarda una pendenza vecchissima, ed anche inopportuna: l’improvvida ‘telefonista’ di Banca Ifis, di fronte alle mie rimostranze per la loro squallida insensibilità, si è permessa di obiettarmi che ci sono gli aiuti di Stato: come se gli aiuti, se e quando arriveranno, non servissero a sopravvivere”, commenta l’avvocato. Il secondo caso, invece, si è verificato a Napoli. Una libera professionista ha chiesto a Banca Ubi la sospensione del pagamento delle rate del mutuo, perché non sta lavorando per via della situazione contingente. Presenta la domanda, la banca risponde e richiede altri moduli, poi nel frattempo un altro ufficio le contesta il mancato pagamento della rata di marzo. “La mano destra non sa quello che fa la sinistra – dice l’avvocato Giuseppe Ambrosio – per ora forse siamo riusciti ad arginare le richieste, ma per la sospensione siamo alla terza richiesta di moduli, voglio sperare sia sufficiente. Beato chi crede agli annunci televisivi e che sia tutto semplice come sembra agli sprovveduti”. Quando non vengono negati, i soldi arrivano in ritardo. È quanto successo ad un negoziante. Siamo a San Giuseppe Vesuviano e questa volta l’istituto di credito protagonista è Bper Banca. “Il negoziante – dichiara il Segretario di Codici Campania – ha subito un pignoramento a causa dell’iniziativa di un fornitore. Il contenzioso, però, si è risolto ed a gennaio il creditore alla banca ha comunicato la rinuncia al pignoramento. Ma Bper non ha subito reso disponibili le somme del cliente e, dopo aver bloccato i soldi per due mesi, soltanto ora, dopo aver ricevuta la notifica del nostro atto di citazione, ha dato l’ok per l’accesso ai suoi risparmi”. In questo caso l’associazione ha segnalato l’illegittimo comportamento di Bper all’organo di vigilanza di Banca d’Italia. Storie che dimostrano gli ostacoli posti di fronte ai consumatori anche in questo momento così difficile. Codici ha attivato un servizio speciale di assistenza proprio per affrontare problematiche legate all’emergenza Coronavirus. È possibile chiedere aiuto scrivendo a segreteria.sportello@codici.org. Tra le tematiche trattate dall’associazione ci sono: problemi con rimborsi o cancellazioni di voli, crociere e gite scolastiche; sanzioni per divieto di uscire di casa (se si ha una causa di giustificazione, l’ammenda non deve essere pagata e va impugnata per evitare che diventi definitiva); aumenti ingiustificati sulle bollette di acqua, luce e gas; rincari su bollette telefoniche o abbonamenti a giornali e riviste online dopo aver attivato promozioni speciali; disagi con telefono o internet a causa delle reti intasate; problemi con acquisti online (per esempio con i tempi di consegna); rispetto delle scadenze fiscali; rimborso delle rette di asili nido e mense scolastiche; corretta applicazione delle agevolazioni del Governo; rimborsi degli abbonamenti a palestre, piscine, centri sportivi e culturali; problemi con la richiesta di recesso e rimborso di abbonamenti a pay tv dopo la cancellazione di eventi inseriti nei pacchetti promossi; termini progetti finanziamenti agevolati; riduzione del fatturato; problemi con il pagamento degli affitti; provvidenze per lavoratori.

L’antica fiera del Martedì in Albis a Somma Vesuviana

Il Coronavirus ha fermato tutti i riti e le tradizioni religiose e non solo. Annullata, ovviamente, anche la fiera del martedì in Albis  L’antica fiera, che era il fiore all’occhiello della città, ha visto purtroppo ridurre drasticamente e progressivamente la sua attività nel corso degli anni. Insieme a quelle di Ottaviano, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Nola e Gragnano, era ancora censita nel 1974 tra le prime in Campania dalla Camera di Commercio di Napoli.  I primi dati certi circa le fiere sommesi si riscontrano, già, nel XIII secolo – come riferisce la Dott.ssa Cinzia Feola –  quando Carlo II d’Angiò lo Zoppo, nel 1294, concesse ai Magnifici della città e ai Padri Domenicani la licenza di fare nundinæ ; questo privilegio fu  riconfermato, poi, l’8 marzo del 1300 dallo stesso Carlo II. Il luogo della fiera era il campo dopnico o donneco: quel vasto territorio che probabilmente era ubicato tra la Starza Regina e San Domenico; il termine dopnico nasceva dalle modificazioni dell’originario termine latino campus dominus. Arrivarono poi le concessioni degli aragonesi, in particolare di Giovanna III che, nel 1494 in concomitanza con l’edificazione della nuova Chiesa di Santa Maria del Pozzo e del convento adiacente, ridava nuovo impulso all’antica fiera con l’istituzione di una festa in onore della Vergine del Pozzo. L’afflusso di numerosi pellegrini alla festa incrementò anche la fiera esterna; l’ampio sagrato della chiesa di Santa Maria del Pozzo e lo spazio circostante diventarono, ogni anno, il centro di scambi e di affari. L’aspetto lucrativo mise in moto, però, un sistema di dazi e gabelle, che indusse la regina a chiedere a suo fratello la concessione del mastromercato. La richiesta fu accordata tra l’entusiasmo dalla popolazione. La fiera, che iniziava il martedì in albis, durava otto giorni. La figura del mastro mercato, che aveva giurisdizione civile e penale per l’intera durata della fiera, metteva da parte, addirittura, l’autorità regia. La carica era assunta da un cittadino sommese, liberamente eletto dall’Università di Somma, ed aveva giurisdizione anche nei Casali di Sant’Anastasia, Trocchia, Pollena e Massa di Somma. All’atto dell’elezione del mastro mercato, vi era uno speciale corteo con investitura. L’importanza di questa figura – continua Feola – si riversa anche nella sua divisa: Lunga giubba di color turchino e lungo panciotto di color scarlatto entrambi con galloni e bottoni dorati, calzoni corti di color turchino e calze bianche con scarpe a fibbie dorati, cappello a tre punte gallonato di oro, spada con impugnatura dorata, bastone ed anello. Il mastro mercato assumeva, per la durata della fiera anche i compiti del Regio Governatore e sorvegliava sulle merci vendute durante la fiera e, al fine di evitare brogli, ne controllava prezzo, qualità, peso e misura. Tra la fine del XVIII e il XIX secolo iniziò la decadenza della fiera, accentuata dalla crisi agraria del 1810 e dalla carestia del 1816, che colpirono quasi tutte le provincie del Regno. Nel 1808 fu spostata da Santa Maria del Pozzo al centro, in un luogo allora chiamato in parte Largo San Giorgio e in parte Largo del Duca, attualmente Piazza Vittorio Emanuele III. Tra i motivi dello spostamento della fiera ci fu, dapprima, l’aumento della popolazione nel centro abitato, e, poi,  le accresciute difficoltà di collegamento con Santa Maria del Pozzo, le cui antiche strade di accesso non erano più adeguate per la mancanza di manutenzione. Con il trascorrere degli anni, vari sono stati gli espedienti promozionali per ridare lustro e vanto alla fiera, che però vedeva ridursi progressivamente la sua attività. Spostata nuovamente  nella periferia di San Sossio, del tutto svuotata del suo antico contenuto commerciale, non resta che il solo aspetto festaiolo, volgare e incolore.

Madonna dell’arco, quattro operatori guariti nella residenza anziani: tamponi negativi

 Sono undici i decessi da Coronavirus nella residenza sanitaria per anziani di Madonna dell’Arco da metà marzo, ma oramai da due settimane la situazione sembra essersi normalizzata. Un intenso lavoro, con nuovo personale che si è aggiunto agli operatori già in servizio, ha portato i primi risultati soprattutto sull’umore dei pazienti e anche sulla salute di tutti loro. Quattro dei sei operatori contagiati che erano rimasti in struttura sono risultati negativi a due tamponi di seguito e proprio ieri, nel giorno del Lunedì in Albis, il più importante per la Madonna dell’Arco, il responsabile per l’emergenza Covid 19 per le residenze sanitarie anziani dell’Asl Na 3 Sud, il dottore Antonio Coppola, ha emesso ordinanza di fine quarantena per loro. I quattro potranno finalmente rivedere i propri familiari e lasciare la dependance isolata dove sono stati fin dal primo tampone, quello positivo. Sono guariti ma si sono detti pronti, da oggi stesso, a ricominciare i turni di lavoro all’interno della residenza domenicana per anziani, ad assistere i «nonni» il cui animo è di certo migliorato negli ultimi venti giorni. La settimana scorsa è anche tornato, per gli ospiti anziani, l’animatore. Cantano insieme, registrano videomessaggi da mandare ai familiari, li ammoniscono a non uscire di casa, a stare attenti, sorridono e scherzano, in attesa della guarigione che consentirà anche a loro di rivedere figli, nipoti, pronipoti. Intanto guardano la tv, si fanno leggere gli articoli in cui si parla della residenza, sanno bene di essere divenuti simbolo di speranza e sperano di essersi lasciati alle spalle la paura. Il direttore generale dell’Asl Na 3 Sud, Gennaro Sosto, il direttore sanitario Gaetano D’Onofrio e quello amministrativo, Giuseppe Esposito, si sono detti soddisfatti per i risultati raggiunti e per le guarigioni, fiduciosi, inoltre, di un ulteriore miglioramento della situazione – apparsa grave fin dall’inizio – a medio termine. Così, anche il priore del Santuario di Madonna dell’Arco, nonché rappresentante legale della residenza anziani, padre Alessio  Romano, che mostra contento un video nel quale si vede un’operatrice guarita che può finalmente salutare suo figlio. «Una gioia enorme – spiega il priore che da venti giorni vive isolato in convento con i confratelli, tutti risultati negativi ai test – che si deve anche all’impegno e allo spirito di abnegazione di ciascun collaboratore della residenza anziani di Madonna dell’Arco, ora speriamo che anche i tamponi degli altri operatori e man mano di tutti i nonni che assistiamo ci diano presto conforto». C’è ancora attenzione massima al di là del cancello della ex casa di riposo domenicana, una delle «opere» del Santuario Mariano dove ad oggi possono entrare solo medici ed operatori. E i protocolli sono rigorosissimi.  

Madonna dell’Arco, padre Alessio si inginocchia per tutti i fujenti

Padre Alessio Romano in preghiera sulle porte del Santuario alle 3 del mattino di ieri, Lunedì in Albis 2020
Alle tre del mattino di ieri, presidiate da un cordone imponente di forze dell’ordine, le porte del Santuario si sono spalancate, mandando in diretta streaming sui social un’immagine che rimarrà, potente, nella storia del pellegrinaggio di Madonna dell’Arco dove, da più di cinque secoli, arrivano il giorno del Lunedì in Albis in circa cinquecentomila tra fujenti, devoti, curiosi. L’immagine è quella del priore salentino del Santuario Mariano, padre Alessio Maria Romano, vestito con la tonaca bianca dei Domenicani, inginocchiato sul marmo – da solo –  a rappresentare le migliaia di «battenti» che non hanno potuto, stavolta, percorrere la navata per prostrarsi dinanzi all’icona della Mamma dell’Arco. Ai lati del tempio solo i confratelli mentre il priore, dopo il raccoglimento in preghiera, ha percorso la navata centrale per offrire alla Madonna quattro simboli: una fascia azzurra, rossa e bianca, i colori dei fujenti, un cuore d’argento a rappresentare l’amore di tutto il popolo dei battenti che ieri era comunque lì, su quell’altare, un cero mandato in dono dall’associazione Casamiranda della squadra di Sant’Anastasia e dei fiori per la Vergine. Oltre centomila le persone collegate in streaming per assistere a quello che i domenicani hanno chiamato «il pellegrinaggio dell’anima». Così, ai tempi del Coronavirus e con la cittadella Mariana blindata dalle forze dell’ordine, si è svolto il Lunedì in Albis a Madonna dell’arco, il 569esimo pellegrinaggio dal primo miracolo della Vergine che è datato 6 aprile 1450. La cittadella Mariana è zona rossa, interdetta anche agli stessi anastasiani, per effetto di un’ordinanza del governatore De Luca emanata proprio per impedire a pochi irriducibili, ad onta del rischio di contagio per sé stessi e per altri, di provare a raggiungere il Santuario che, comunque, dopo l’apertura simbolica delle porte bronzee alle tre del mattino, è stato nuovamente serrato. Le associazioni dei fujenti hanno esposto, in tutta Napoli e provincia, gli stendardi che normalmente sarebbero stati issati sulle bandiere e «mostrati» alla Madonna, ai loro balconi, alle finestre, dinanzi alle loro associazioni, in un imponente flash –mob a distanza. Ma nonostante gli avvertimenti, nonostante la paura, il rischio, i presidi, qualcuno ci ha provato. Ieri si era diffusa la notizia, dopo un post in un gruppo collegato alla Madonna dell’Arco, che trenta fujenti erano stati avvistati in cammino dalla zona di Ponticelli. Comunque sia andata, al Santuario non ci sono mai arrivati e nemmeno i posti di blocco che da sabato, con uno spiegamento di uomini e mezzi che non ha precedenti, «abbracciano» Madonna dell’Arco, ne hanno avuto notizia. Hanno tentato comunque il pellegrinaggio, come confermato da loro stesse in alcuni commenti social, tre giovani donne. Avrebbero voluto raggiungere la chiesa ma sono state fermate e multate dai carabinieri a Pollena Trocchia, un chilometro soltanto dalla loro meta agognata. L’associazione dei fujenti della quale fanno parte, pur volendo mantenere il massimo riserbo sulla vicenda senza rendere noti né i loro nomi né la «bandiera», ha tenuto a comunicare di essersi dissociata dal loro comportamento. Se fosse stato uno dei tanti lunedì dell’Angelo degli ultimi cinque secoli, ieri sera le porte del Santuario si sarebbero chiuse intorno alle due del mattino. Ieri invece, l’ultima celebrazione in diretta dalla chiesa è iniziata alle 22, l’ora in cui padre Alessio Romano ha chiesto a tutti i residenti di Madonna dell’arco di affacciarsi da balconi e finestre per recitare insieme il Rosario e ascoltare la Supplica, manifestando la propria vicinanza alle migliaia e migliaia di pellegrini che, come promesso, sono rimasti a casa.      

Napoli: grande successo a Pasqua per il contest gastronomico anti-Covid 19

Giudice di gara Antonio Ferrieri che ha premiato Francesco Di Maro: Veronica Maya, Rossella Giaquinto, Valentina Capuano e Mary Coppola

Strepitoso successo nel giorno di Pasqua per il primo contest gastronomico ai tempi del Corona Virus.  Tanti gli artisti e non solo che  hanno partecipato alla nona  sfida di intrattenimento, visto la restrizione in casa  per l’emergenza Covid 19.
Ad ideare l’evento Angelo Iannelli  conosciuto come l’interprete della maschera  di Pulcinella. Ha pensato bene di stimolare le persone a casa  e  tenere impegnate   intere  famiglie a Pasqua dove  in questa domenica i partecipanti  hanno preparato piatti tradizionali di Pasqua e dolci . Una  emozionante kermesse, dove non è mancata inventiva, passione e originalità di ogni concorrente.
Sul profilo Facebook dell’artista sono state inviate tantissime foto delle specialità di Pasqua: Pastiere, casatielli, tortani   ma anche primi piatti alcune corredate da video – presentazione.
Tanti i partecipanti  che hanno preso parte al contest gastronomico  con le loro ricette: La conduttrice e attrice Veronica Maya , l’attore Nunzio Ceglie,i giornalisti: Francesca Cicatelli, Valentina Capuano ,l’imprenditrice Rossella Giaquinto, la modella Giulia Accardo  e ancora :Pasquale Ragosta, Sandro Ferrara, Pasquale Imma Angelini, Luigi Italo Dangelo, Silva Marzullo,  Michele Conte, Giovanni Di Mattia, Mary Coppola ed Elena Giordano .  Giudice è stato il noto Imprenditore  Antonio Ferrieri del noto brand “Cuori di Sfogliatelle ,  che ha apprezzato tutte le specialità  preparate dai partecipanti, apprezzando l’impegno e la creatività di ognuno, decretando poi come  vincitore assoluto   il giovanissimo aspirante chef Francesco Di Maro con le specialità:  Pastiera e Tortano , Ferrieri  ha affermato:  Non è semplice fare la pastiera , ma il giovane Di Maro ha presentato una vera specialità  ,   ben cotta , alta e degna rappresentate della città  di Napoli.  A  voluto  premiare ancora la conduttrice TV  e attrice Valentina Maya che ha coinvolto i suoi piccoli  bambini nella preparazione della pastiera napoletana e ancora Rossella Giaquinto  , Valentina Capuano e Mary Coppola con le loro specialità il tortano napoletano “In cucina con Pulcinella continua e  vi aspetta  la prossima sfida sempre più emozionante ” – ha dichiarato lo stesso Iannelli seguitissimo sui social – con un post scritto di ringraziamento per tutti coloro che hanno preso parte a questa bella iniziativa.
Il contest lanciato su Facebook dal  popolare Pulcinella è diventato ormai un evento imperdibile  e  contagioso per tanti partecipanti   occasione di lavoro .