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Il Coronavirus ha fermato tutti i riti e le tradizioni religiose e non solo. Annullata, ovviamente, anche la fiera del martedì in Albis

 L’antica fiera, che era il fiore all’occhiello della città, ha visto purtroppo ridurre drasticamente e progressivamente la sua attività nel corso degli anni. Insieme a quelle di Ottaviano, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Nola e Gragnano, era ancora censita nel 1974 tra le prime in Campania dalla Camera di Commercio di Napoli. 

I primi dati certi circa le fiere sommesi si riscontrano, già, nel XIII secolo – come riferisce la Dott.ssa Cinzia Feola –  quando Carlo II d’Angiò lo Zoppo, nel 1294, concesse ai Magnifici della città e ai Padri Domenicani la licenza di fare nundinæ ; questo privilegio fu  riconfermato, poi, l’8 marzo del 1300 dallo stesso Carlo II. Il luogo della fiera era il campo dopnico o donneco: quel vasto territorio che probabilmente era ubicato tra la Starza Regina e San Domenico; il termine dopnico nasceva dalle modificazioni dell’originario termine latino campus dominus. Arrivarono poi le concessioni degli aragonesi, in particolare di Giovanna III che, nel 1494 in concomitanza con l’edificazione della nuova Chiesa di Santa Maria del Pozzo e del convento adiacente, ridava nuovo impulso all’antica fiera con l’istituzione di una festa in onore della Vergine del Pozzo. L’afflusso di numerosi pellegrini alla festa incrementò anche la fiera esterna; l’ampio sagrato della chiesa di Santa Maria del Pozzo e lo spazio circostante diventarono, ogni anno, il centro di scambi e di affari. L’aspetto lucrativo mise in moto, però, un sistema di dazi e gabelle, che indusse la regina a chiedere a suo fratello la concessione del mastromercato. La richiesta fu accordata tra l’entusiasmo dalla popolazione. La fiera, che iniziava il martedì in albis, durava otto giorni. La figura del mastro mercato, che aveva giurisdizione civile e penale per l’intera durata della fiera, metteva da parte, addirittura, l’autorità regia. La carica era assunta da un cittadino sommese, liberamente eletto dall’Università di Somma, ed aveva giurisdizione anche nei Casali di Sant’Anastasia, Trocchia, Pollena e Massa di Somma. All’atto dell’elezione del mastro mercato, vi era uno speciale corteo con investitura. L’importanza di questa figura – continua Feola – si riversa anche nella sua divisa: Lunga giubba di color turchino e lungo panciotto di color scarlatto entrambi con galloni e bottoni dorati, calzoni corti di color turchino e calze bianche con scarpe a fibbie dorati, cappello a tre punte gallonato di oro, spada con impugnatura dorata, bastone ed anello.

Il mastro mercato assumeva, per la durata della fiera anche i compiti del Regio Governatore e sorvegliava sulle merci vendute durante la fiera e, al fine di evitare brogli, ne controllava prezzo, qualità, peso e misura.

Tra la fine del XVIII e il XIX secolo iniziò la decadenza della fiera, accentuata dalla crisi agraria del 1810 e dalla carestia del 1816, che colpirono quasi tutte le provincie del Regno. Nel 1808 fu spostata da Santa Maria del Pozzo al centro, in un luogo allora chiamato in parte Largo San Giorgio e in parte Largo del Duca, attualmente Piazza Vittorio Emanuele III. Tra i motivi dello spostamento della fiera ci fu, dapprima, l’aumento della popolazione nel centro abitato, e, poi,  le accresciute difficoltà di collegamento con Santa Maria del Pozzo, le cui antiche strade di accesso non erano più adeguate per la mancanza di manutenzione. Con il trascorrere degli anni, vari sono stati gli espedienti promozionali per ridare lustro e vanto alla fiera, che però vedeva ridursi progressivamente la sua attività. Spostata nuovamente  nella periferia di San Sossio, del tutto svuotata del suo antico contenuto commerciale, non resta che il solo aspetto festaiolo, volgare e incolore.