Anche la Porta chiusa del Santuario di Madonna dell’Arco è un “messaggio”: ci invita a riflettere e a rinnovarci

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Per la prima volta in 568 anni la Porta del Santuario è rimasta chiusa: non c’è stata eruzione, non c’è stata epidemia, non c’è stata guerra in cui quella Porta non sia rimasta aperta. Le riflessioni di Paolo Giordano e di Antonio Scurati. La riflessione di don Antonio Mazzi ci induce a dire che quella Porta chiusa è un luminoso messaggio: si aprirà realmente solo per chi saprà diventare una persona “nuova e vera”.

 

Cosa accadrà dopo, nessuno lo sa con certezza. Secondo Paolo Giordano, quando avrà inizio la ricostruzione, “sarà il momento delle pacche sulle spalle tra la classe dirigente, mentre noi, distratti, avremo solo voglia di scrollarci di dosso tutto.”(CdS, 21 marzo). E invece fin da ora dobbiamo “riflettere su ciò che non vorremmo tornasse uguale”. Lorenzo Marone (la Repubblica, 22 marzo) pensa che oggi abbiamo compreso quanto valga la libertà vera, quella interiore, quella che ci libera dai pregiudizi, nostri e degli altri, e rende ampio il nostro sguardo, e ci dà fiducia nel futuro. Non dovremo dimenticare mai che in questi terribili giorni c’è chi può chiudersi in una casa ampia, con terrazzo e giardino, e “c’è chi la quarantena la vive in due stanze umide dove a stento arriva una vrenzola di sole nella controra”. E usando la parola “vrenzola” Lorenzo Marone ha reso splendidamente l’idea. Antonio Scurati si augura che i “potenti” (CdS,10 aprile) sappiano trovare le parole adeguate per rendere accettabile una realtà terribile e cita “la portata epocale” della preghiera di Papa Francesco nella “scenografia” di “immane potenza” della piazza del Vaticano deserta. Nella stessa pagina don Antonio Mazzi scrive: “Ieri eravamo mezzi uomini e mezze macchine produttive, dotate di tecnologie sempre più raffinate, ma con l’unico scopo di produrre. Il domani sarà vero se da macchine torneremo creature, figli del mondo, col sorriso, con la parola sempre appena nata dentro, contenti del necessario per vivere, ma soprattutto vogliosi di stare insieme.”.

Ci sono parole che cambieranno significato, e ci sono immagini che nessuno dimenticherà, che conserveranno dentro di noi il segno di questi giorni angosciosi, e saranno come il capo del filo che svolge il groviglio dei pensieri e dei ricordi. Nessun Vesuviano potrà dimenticare il Lunedì dell’Angelo a Madonna dell’Arco, senza i pellegrini, senza i canti e i movimenti e l’entusiasmo dei “fujenti”, e tutti ricorderemo la Porta chiusa del Santuario, chiusa per la prima volta in 568 anni. Quella Porta è rimasta aperta durante la peste del 1656, quando da Napoli e dai Comuni vesuviani migliaia di pellegrini entrarono nella chiesa implorando la protezione della Vergine e ottenendo dai Domenicani gocce preziose dell’ olio delle lampade che ardevano davanti alla cappella della Madonna e che li avrebbero salvati dal morbo e dalla morte. Quella Porta era rimasta aperta durante l’eruzione del 1631, quando i fulmini scatenati dal Vesuvio entrarono nella chiesa attraverso le ampie finestre, girarono intorno alla cappella con l’immagine della Vergine e uscirono da dove erano entrati risparmiando la folla dei fedeli che invocavano la protezione della Madre di Cristo. Non c’è stata eruzione del Vesuvio, non c’è stata epidemia, non c’è stata guerra in cui quella Porta non sia rimasta aperta.

Oggi è chiusa, ma anche così ci comunica un messaggio. Quella Porta chiusa ci dice, per via di simbolo e con la forza chiara della fede, che si aprirà solo per chi, in questa spaventosa e incredibile tragedia, è diventato una persona “nuova”, una persona vera, capace di guardare all’indietro e di ammettere, come suggerisce Don Mazzi, che prima del virus non c’erano né amore, né famiglia, né rispetto degli altri, né solidarietà. Quella Porta si aprirà realmente, nel segno dell’ abbraccio divino, solo per chi già ora sa che “il panico si placherà il giorno in cui il NOI ” sarà più importante dell’ “IO”, più importante “del profitto” e del denaro.