Napoli, auto di rapinatori travolge l’auto della polizia.Morto un agente di 37 anni

Un poliziotto di 37 anni è morto, la scorsa notte a Napoli, perché travolto, a bordo di un’auto di servizio, da una vettura che procedeva contromano in calata Capodichino. Il collega che era con lui ha riportato solo lievi ferite. La pattuglia del Commissariato Secondigliano era stata allertata per un tentato furto alla filiale della Credit Agricole in via Abate Minichini. I rapinatori stavano fuggendo percorrendo calata Capodichino in senso vietato di marcia quando hanno travolto l’auto della polizia. Nell’impatto l’agente, napoletano, ha perso la vita mentre il collega è stato medicato sul posto dai sanitari del 118. Arrestati i due rapinatori che risiedono nel campo rom di Giugliano in Campania. (FONTE FOTO: ANSA.IT)

Torna il sereno nella RSA a Sant’Anastasia, Il dottor Antonio Coppola: “C’è stato l’intervento della Madonna dell’Arco”

Riceviamo e pubblichiamo “Adottare in una casa di cura per anziani il protocollo utilizzato negli ospedali è stato un azzardo ma è andata bene. Mi ha confortato e supportato il prof. Franco Faella, noto infettivologo del Cotugno, richiamato in servizio dalla quiescenza, suggerendomi il protocollo farmacologico (l’antimalarico Plaquenil) più adatto per quella situazione. Sono certo, tuttavia, che è avvenuto un miracolo ad opera della Madonna dell’Arco. La residenza era un focolaio con molti infetti, posti in ospedale non c’erano, zero possibilità di avere assistenza e conforto dai familiari, era una situazione veramente tragica. Poi in poco tempo l’allarme è rientrato, gli anziani stanno tutti benissimo, gli operatori anche, i tamponi risultano negativi, solo tre casi di positività. Ripeto, c’è stato l’intervento della Madonna dell’Arco”. E’ il convinto pensiero del dott. Antonio Coppola, nominato dall’ASL quale Commissario Straordinario, che ha preso in mano una casa di cura investita da una tempesta, che ha mietuto vittime, per traghettarla verso il sereno. Un breve e chiaro messaggio di Alessandra P., figlia di una delle anziane residenti, postato sotto la foto della propria mamma Giuseppina C.no, dice tutto: “Il sorriso di mia madre (ma soprattutto le condizioni fisiche…sembra ringiovanita di 10anni) è la mia più grande vittoria. Che diventa sconfitta se penso a chi non ce l’ha fatta”. La miracolosa Mamma dell’Arco, famosa nel mondo per le Grazie elargite a tanti che lo hanno testimoniato nel passato con i numerosissimi quadretti ex voto ed i doni alla Vergine esposti nell’apposito Museo tenuto dai Padri Domenicani, ha “guardato col Suo amore” la residenza degli anziani e, se di miracolo è azzardato parlare, sicuramente la Fede, oltre la chiara competenza, ha illuminato e guidato il dott. Antonio Coppola e tutti gli operatori nelle battaglie giornaliere contro il nuovo virus, fino a quella che si annuncia una vittoria definitiva. Alla Rsa di Madonna dell’Arco il peggio sembra essere passato, tutti gli operatori (oss e infermieri) si sono negativizzati e  tutti sono di nuovo a lavoro nella struttura, così come hanno fortemente voluto; 35 ospiti su 38 si sono negativizzati, tutti stanno in buone condizioni generali e così si può considerare quasi del tutto spento uno dei focolai di infezione più grandi dell’ASL NA3 Sud, grazie alla prontezza e alla determinazione del Commissario Straordinario Stefania Rodà e della Direzione Strategica Aziendale, che alla prima richiesta di aiuto immediatamente affiancò la Rsa supportandola costantemente. “Ringrazio il dott. Antonio Coppola per l’egregio lavoro che ha svolto e sta svolgendo a tutela della salvaguardia della salute degli anziani ospiti della casa di cura di Madonna dell’Arco. Con lui – dice il vice Prefetto Stefania Rodà – siamo sempre rimasti in contatto ed ogni giorno ho ricevuto da parte sua aggiornamenti puntuali”.

Nola, inseguimento nel centro cittadino, arrestato un 23enne per resistenza a pubblico ufficiale

Inseguimento nel centro cittadino anche contromano.  I Carabinieri arrestano 23enne Non aveva mai conseguito la patente e quando i carabinieri gli hanno imposto l’alt ha accelerato ed è fuggito. I militari, quelli delle stazioni di Nola e Carbonara di Nola, si sono lanciati nell’inseguimento del fuggitivo partendo dal centralissimo Corso Tommaso Vitale e tallonandolo per molti chilometri anche nelle strade che l’uomo aveva imboccato contromano. Simulando la resa A.I., 23enne di Saviano già noto alle forze dell’ordine, ha interrotto la marcia per poi ripartire a tutta velocità. Bloccato lungo Via Buonarroti, il giovane è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale  e sottoposto ai domiciliari in attesa di giudizio.

Nola, L’iniziativa dello chef Buonincontri del “Bertie’s Bistrot”: 200 vaucher pizza ai meno fortunati

Riceviamo e pubblichiamo
Una gustosa pizza, appena sfornata, sulle tavole dei meno fortunati. Rigorosamente in modalità “delivery”. Succede a Nola. L’iniziativa porta la firma del giovane chef originario di Marigliano, Valentino Buonincontri, titolare del noto ristorante “Bertie’s Bistrot” di via dei Mille a Nola. Duecento i “buoni” messi a disposizione che, a partire dalla prossima settimana, andranno nelle case delle famiglie in difficoltà.
Le prime consegne saranno effettuate in contemporanea alla riapertura del ristorante, a seguito dell’ordinanza regionale del presidente Vincenzo de Luca.
“Non chiamatelo gesto di generosità – spiega Valentino – È un dovere morale nei confronti di quanti non riescono a mettere un piatto caldo a tavola. Questa emergenza ci ha messo in ginocchio e la ripartenza sarà dura per tutti ma non per questo dobbiamo privarci anche del coraggio. In questi due mesi – continua – tanti sono stati gli attestati di stima e di vicinanza dei clienti diventati nel corso degli anni parte integrante della famiglia del Bertie’s Bistrot. Il mio pensiero va a loro ma anche a quanti in questo momento non possono gioire della riapertura di pub, bar e pizzerie perché impossibilitati a fare anche un semplice ordine. Non è giusto. Arriveranno tempi migliori per tutti. Io intanto riparto dalla città di Nola mettendomi a disposizione di chi ha bisogno. Chiederò aiuto alla Diocesi ed alla Caritas per l’individuazione dei nuclei familiari. Andrà tutto bene”.

Prestiti garantiti dallo Stato ed erogati dalle Banche: l’han fatta facile, ma così non è!

Riceviamo e pubblichiamo il punto di vista di Nello Tuorto Jossa  su prestiti garantiti e banche… Nello Tuorto Jossa (*) Quello che sta accadendo in questi ultimi giorni, successivi alla pubblicazione del Decreto Legge 8 aprile 2020 n°23 recante “Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese”, è davvero paradossale. Sembra chiaro a tutti che ci troviamo a dover affrontare una crisi, di cui per molti versi non abbiamo colto ancora completamente la portata e vi è la necessità di attivare tutti gli strumenti idonei e necessari per evitare un disastroso collasso economico e sociale. Il D.Lgs. n°23/2020 nel tentativo di dare delle risposte, impegnando risorse importanti a potenziare il Fondo centrale di garanzia, ha affidato il ruolo di intermediazione alle banche, generando però in tal modo una totale confusione nella vastissima platea delle microimprese (mi riferisco a quelle con meno di 10 dipendenti e con fatturato inferiore a 2 milioni di euro, cioè il 95% delle imprese iscritte alle Camera di Commercio d’Italia), le quali ritenevano di poter usufruire in tempi brevi delle risorse promesse (prestito fino a € 25.000,00 garantito al 100% dallo Stato). La settimana scorsa però, l’edizione online de “Il Sole 24 Ore” pubblicava un articolo con il quale il “mondo delle imprese” lanciava un allarme rosso, evidenziando che per ricevere effettivamente quella “sperata liquidità” sarebbero trascorsi almeno 3 mesi. Risulta a questo punto evidente l’inefficacia di un Decreto Legge con il quale il Governo non ha fatto altro che “passare la palla” alle banche, parte integrante di un meccanismo – il Sistema finanziario o Eurosistema – che dopo l’adozione delle varie stringenti regole: Basilea 1, 2, 3… è tra i più rigidi, pesanti e complicati al mondo, capace cioè di produrre un tasso di “esclusione finanziaria” – i cd non bancabili – che nel nostro paese ha toccato il 20% della popolazione attiva (10 milioni di persone). Il Decreto ha fatto emergere, pertanto, i tanti limiti e le forti contraddizioni del nostro “Sistema finanziario” che non possono essere certamente nascosti da un semplice innalzamento del livello della garanzia concessa dallo Stato; perché poi gli Istituti di credito, per erogare materialmente il prestito, benché sia garantito al 100%, debbono comunque effettuare un’istruttoria completa e ponderata sulle “capacità di restituzione” dell’importo da concedere e quindi deliberare circa il “merito creditizio” del richiedente, così come è dettato loro dalle norme della vigilanza (Banca d’Italia), le cui regole sono rimaste invariate. Insomma si sta generando un caos enorme tra le aspettative deluse di centinaia di migliaia di soggetti imprese e/o lavoratori autonomi potenziali destinatari del prestito e l’imbuto decisionale rappresentato dagli istituti di credito, chiamati ad intermediare tali ingenti risorse da erogare. A questo punto potranno ottenere la concessione dei prestiti – secondo la valutazione discrezionale delle banche – solo quelle attività che risulteranno “sane” ante crisi Covid19. Mentre quei tantissimi soggetti economici che erano considerati dagli istituti bancari già in difficoltà prima dello tzunami virologico, pur potendo godere della garanzia statale del 100%, non saranno ammessi al finanziamento e saranno esclusi dal beneficio, col rischio reale che possano rivolgersi alle altre “forme di credito illegale” che è bene ricordare, sono sempre collegate alle organizzazioni criminali. Nel Decreto “liquidità”, se si fosse voluto veramente assicurare maggiore efficacia al provvedimento e tempi brevi all’erogazione, andava prevista una deroga alle norme troppo stringenti che disciplinano le procedure creditizie, imposte alle banche sia dal Testo Unico bancario che dalla vigilanza della Banca d’Italia. Così purtroppo non è stato! Bisogna porsi, poi, un’altra domanda: nonostante le tante “esclusioni” che saranno perpetuate dalle banche, le risorse stanziate saranno sufficienti per tutti? In realtà, soprattutto per i prestiti da 25 mila euro, qualora tutti dovessero inoltrare la domanda, parliamo di una platea potenziale di 4 milioni e mezzo di soggetti, mentre allo stato attuale la disponibilità del Fondo centrale può soddisfare soltanto 200 mila imprese e/o lavoratori autonomi. Perciò se il Governo non prevede ulteriori stanziamenti, rispetto agli 1,7 miliardi di euro iniziali, in tanti rimarranno a bocca asciutta! Infine non è giusto parlare – com’è stato fatto da alcuni – di prestiti totalmente gratuiti concessi ad un tasso dello 0% da restituirsi con il versamento di 72 rate mensili, perché al momento, pur rimanendo in realtà un enigma la quantificazione del tasso, è facile calcolarlo attraverso l’interpretazione della norma, dove il tasso di riferimento dovrebbe aggirarsi intorno all’1,2%, che scaturisce dalla somma del tasso fissato dalla Legge – pari allo 0,2% – con il tasso di rendimento dei titoli di Stato che viene rilevato mensilmente e che ad aprile era pari all’ 1,034%. Dunque non si tratterà di finanziamenti a tasso 0%, cosa che sarebbe potuta avvenire soltanto con una ulteriore copertura statale capace di sostenere il citato onere finanziario. (*) Presidente di Finetica Onlus Associazione iscritta nell’apposito elenco delle Organizzazioni antiracket e antiusura istituito presso la Prefettura di Napoli ai sensi del Decreto del Ministero dell’Interno 30 novembre 2015 n° 223; nonché iscritta nell’elenco speciale degli Enti gestori del Fondo di prevenzione dell’usura tenuto presso il Ministro dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro – ai sensi dall’Articolo 15 della Legge n° 108/1996; avente quale scopo principale quello di: prestare assistenza e accompagnamento per l’accesso al credito legale a persone e microimprese familiari in condizioni di vulnerabilità socio economiche, escluse dal Sistema finanziario legale e pertanto a rischio di cadere vittime dell’usura criminale.

Casalnuovo, il Covid a via Napoli preoccupa: un altro positivo. C’è anche un terapista domiciliare

  Mentre Casalnuovo, 50mila abitanti alla porta nordest di Napoli, ancora non si è ripresa dal colpo dell’ultima tragedia, la morte per Covid19 di un piccolo imprenditore di 68 anni, il quarto deceduto in città a causa del virus, non si spegne la polemica sul focolaio di contagiati acceso in via Napoli, la strada in cui l’imprenditore defunto abitava con la sua famiglia. Anche suo figlio ha contratto il temibile virus. Ma per fortuna è tornato a casa, in via Napoli appunto, dopo essere stato anche lui ricoverato in ospedale. Non ha potuto dare l’estremo saluto al papà a causa dei divieti imposti a tutti dal contagio. Resta però alta la tensione. C’è stata gente che attraverso i social ha accusato sostanzialmente l’amministrazione comunale di non aver saputo gestire adeguatamente la diffusione del contagio in via Napoli. I dubbi sono puntati su una macelleria che si trova in quella strada. C’è chi sostiene che la famiglia del piccolo imprenditore morto frequentasse la macelleria, negozio il cui titolare ha già fatto registrare diversi casi di contagio in famiglia: i due suoceri (la suocera è morta di Covid19 proprio di recente), la moglie, un figlio e un commesso del suo esercizio commerciale. Rimasta contagiata anche tutta la famiglia di una domestica, la collaboratrice dei suoceri del commerciante di carni, il marito e i tre i figli, che vivono con lei in casa. Il terzo figlio è risultato positivo al tampone appena ieri sera.  Corre voce inoltre di un’altra collaboratrice domestica della famiglia del macellaio e del suo bambino, che risiedono ad Afragola. Sarebbero anche loro contagiati. Entrambi, mamma e figlio. Ma in questo caso non ci sono conferme. Poi c’è la questione della famiglia dell’imprenditore deceduto l’altro ieri. L’uomo abitava con moglie e figli, uno dei quali è rimasto appunto contagiato, sopra la macelleria. Il Comune però esclude in questo caso collegamenti con i contagi relativi alla famiglia del commerciante di carni.  “L’ultimo defunto non è collegato al caso della macelleria – fa sapere l’ufficio stampa del sindaco di Casalnuovo, Massimo Pelliccia – la persona poi deceduta non sapeva con esattezza come avesse contratto il virus. Ma era un imprenditore con parecchi contatti fuori Casalnuovo”. Dal Comune inoltre si precisa che “loro (lo scomparso e la sua famiglia ndr) non hanno detto di aver avuto contatti con la macelleria” e che “il palazzo in cui abitano non è lo stesso di quello in cui abitano i suoceri del macellaio”. Non è lo stesso palazzo, certo. A ogni modo l’edificio è attiguo a quello dei suoceri del macellaio, che peraltro abita loro accanto.  Ma il punto non è questo. C’è fame di verità e trasparenza da queste parti. Soprattutto di controlli stringenti e di conseguenti interventi mirati e tempestivi da parte di tutte le autorità preposte. Bisogna stare attenti. Insieme con il figlio della domestica che lavorava presso la famiglia del macellaio ieri è risultato contagiato un fisioterapista che faceva terapie a domicilio proprio a Casalnuovo.  Questo caso però è legato al focolaio scoppiato nella clinica Santa Maria del Pozzo di Somma Vesuviana. La paura del contagio resta quindi altissima. Non esiste ancora un vaccino né cure che garantiscano con certezza di avere salva la vita in caso di contrazione del virus. L’unica difesa resta la prevenzione. Ma questa è delegata anche al senso di responsabilità di ogni cittadino, che al minino sospetto di essere rimasto contagiato dovrebbe mettere in atto tutta una serie di accorgimenti in grado di garantire almeno la tutela della salute del prossimo. I cittadini della zona non si sentono tranquillizzati dalle rassicurazioni dopo un video apparso sulla pagina ufficiale Facebook della macelleria, video in cui si escludeva qualsiasi ipotesi di contagio. Solo qualche giorno dopo il filmato è stato eliminato dai social e sono venuti fuori i contagi. Che ora qui ammontano a 27.

Santa Maria del Pozzo, l’ad: “Accuse infondate alla nostra struttura, pronti a dimostrarlo”

L’amministratore delegato della Casa di Cura “Santa Maria del Pozzo” di Somma Vesuviana, avvocato Sergio Terracciano, interviene sui recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto la struttura. Di seguito la lettera alle testate giornalistiche, con preghiera di pubblicazione:

“La Casa di Cura Santa Maria del Pozzo respinge completamente le false insinuazioni e le errate informazioni relative alle condizioni di salute dei nostri degenti, poi ricoverati presso il centro covid di Boscotrecase.

Si precisa che la struttura è tra le pochissime, in Regione Campania, ad essere dotata di specialità medica, vulnologica e chirurgica dedicata esclusivamente al trattamento delle lesioni da decubito, con le quali purtroppo molti nostri pazienti arrivano già dalle precedenti degenze ospedaliere, spesso rianimazioni e terapie intensive, e quindi in condizioni di enorme gravità clinica. Le prove relative alle condizioni cliniche gravi, comprensive di gravi lesioni da decubito già presenti prima del ricovero presso la struttura, sono ufficialmente e legalmente presenti nelle documentazioni in nostro possesso e sono a disposizione di chiunque, tra giornalisti e operatori della comunicazione, le voglia consultare, ovviamente nel massimo rispetto delle regole sulla privacy. Inoltre, le gravissime calunnie relative al lavoro dei nostri operatori sanitari, relative ad un presunto “abbandono e scarsa igiene dei pazienti” sono completamente infondate, in quanto la clinica ha ben 420 dipendenti, dei quali circa  il 90% è esclusivamente dedicato alla assistenza quotidiana e qualificata dei nostri pazienti. Di tali nostri operatori sanitari siamo davvero molto orgogliosi: si tratta di professionisti  molto competenti, grazie anche ai continui corsi di formazione periodicamente da essi effettuati, ma soprattutto  dotati di una grande umanità, che ripongono sempre nel loro modo di lavorare. Aggiungiamo, infine, che la clinica viene assiduamente controllata nel suo operato dai funzionari competenti della nostra Asl. Attendiamo quindi che tutte le competenti autorità, sanitarie e giudiziarie, svolgano le indagini che ritengono più opportune, riservandoci, nel mentre, di tutelare la nostra immagine di grande serietà e grande professionalità, ufficialmente riconosciute dalle istituzioni sanitarie di tutta la regione. Ciò sarà fatto in ogni sede competente e con ogni possibile azione, compresa quella risarcitoria del danno”.

Festa di compleanno nel condominio: la municipale di Pomigliano multa mamme e nonni

Sanzionato nel rione della ricostruzione anche un gruppo di 7 persone che volevano prendersi gioco dei caschi bianchi. Identificati pure 4 minori negli assembramenti illegali      Si parla di riaperture e per tanta gente che solitamente vive senza pensare sembra che ormai il tempo del Coronavirus sia più che superato, alle spalle definitivamente. Così venerdi pomeriggio un’intera famiglia, mamma, nonni, amici e parenti vari, ha pensato bene di appropriarsi indebitamente del giardino di un condominio popolare nel centro di Pomigliano per fare una festa di compleanno a una bambina. A ogni modo la polizia municipale è intervenuta per tempo ed ha sventato la festicciola comminando pure una serie di multe a quattro componenti della famiglia in questione, mamma, nonni e un amico, un giovane pregiudicato. Nella stessa giornata i caschi bianchi hanno circondato e sanzionato 7 tra giovani e meno giovani che nella 219 si prendevano gioco di loro assembrandosi a piacimento e insultandoli non appena li scorgevano. Sono anche stati identificati 4 minori. Nessuno aveva le mascherine. A questo proposito il sindaco di Pomigliano, Raffaele Russo, ha annunciato che da domani saranno distribuite circa 24mila mascherine donate da anonimi benefattori.    

Somma Vesuviana, il presidente dell’associazione “Tutela dei Riti del Monte Somma”:”Disponibili ad ogni adesione”

Riceviamo e pubblichiamo la replica del presidente  dell'”Associazione “Tutela dei Riti del Monte Somma” alla precisazione del gruppo “Zi Riccardo e le Donne della Tammorra”
Gentile Direttore,
dopo aver dato lettura alla precisazione del gruppo “Zi Riccardo e le Donne della Tammorra”, le chiediamo la possibilità di poter replicare, con poche righe,  tramite il Suo giornale, a quanto è stato scritto, ritenendo la questione di interesse generale. E con la preghiera di darne pubblicazione.
Per sua natura un’associazione, è un Ente privato, senza finalità di lucro, che utilizza le proprie risorse  per scopi Religiosi, Culturali, Sportivi ed altro. La volontà di un’associazione è quella di offrire modalità di utilizzo del tempo libero, a valori sociali e all’impegno etico. Nel caso specifico delle Paranze di Somma Vesuviana, con la costituzione dell’ “Associazione Tutela dei Riti del Monte Somma”, vi è la volontà di sensibilizzazione verso i Riti religiosi ed al rispetto dell’ambiente in cui si svolgono le Feste della Montagna. E non solo in quel periodo.
Il sottoscritto, che proviene da una lunga esperienza nel mondo associativo, ha ben chiaro che in DEMOCRAZIA tutti hanno il diritto di associarsi,  avendo una idea comune, perseguendo degli obiettivi e per poter costruire, in questo caso, un progetto valido di tutela. Sono queste le motivazioni che hanno indotto le Paranze allo stare insieme, dandosi uno strumento che è quello di uno Statuto associativo con tanto di Regolamento.  E senza nessuna presunzione di stare sul piedistallo per coordinare e primeggiare sulle feste della montagna.
E dopo anni e anni di discussioni, incontri andati a vuoto e liti, l’auspicio era che questo avvenisse con serenità.
Cioè che chiunque avesse un interesse sincero intorno alle sorti della montagna e dei suoi riti, quindi le Paranze, ma anche gruppi o altri soggetti, potessero finalmente trovare un intesa e perseguire un’idea ed un progetto comuni, leggendoli semplicemente per quello che sono, e sotto un unico cartello.
Oggi tutti siamo consapevoli, ed in parte corresponsabili, dello stato in cui versa il Monte Somma, lo scempio del Ciglio con la costruzione di una baraccopoli, un sentiero non curato,  il totale abbandono della zona adiacente al Santuario di Castello, e tanto altro.
C’è davvero tanto da fare. E per questo ci sconcerta sinceramente il dissenso scomposto con cui il relatore accoglie una iniziativa come questa, che non ha altri scopi se non quelli fin qui enunciati, e verso i quali il buon senso e l’onestà intellettuale suggerirebbero un accoglimento caloroso e privo di pregiudizi. Utilizzando peraltro modalità e toni che a nostro avviso sono del tutto fuori luogo. Se infatti il diritto di critica è democratico e doveroso, é anche vero che esso va manifestato nelle sedi opportune e con mezzi appropriati, come maturità umana e istituzionale suggerirebbero. Caro direttore, ovviamente il ruolo dell’informazione è fondamentale, ma il ricorso alla diffusione massmediale delle proprie idee deve essere fatta quando non si sono avute risposte dall’interlocutore col quale ci si dovrebbe rapportare, e non quando questi non viene neppure coinvolto. Peraltro adducendo assurti, affermazioni e congetture, che vanno dal pretestuoso al non veritiero.
L’art. 18 della Costituzione sancisce il diritto ad associarsi, e l’ente Comune ha l’obbligo di riconoscere ogni forma associativa. Per cui il sindaco non sponsorizza alcunché. In quanto rappresentante istituzionale, egli non può che prendere atto della costituzione di un gruppo che, per inciso, offre finalmente all’amministrazione un interlocutore unico e massivo, col quale potersi interfacciare, e che può risolvere così l’annosa questione della difficoltà amministrativa nel dover gestire le richieste di innumerati gruppi, comitive e Paranze. Probabilmente l’organizzazione o gruppo interlocutore (non ne conosciamo la forma associativa), al pari di tutti gli altri, è iscritto all’albo delle associazioni del Comune di Somma Vesuviana, e nessuno si è mai sognato di fare un’uscita pubblica al proposito. Non si intuisce perché questa nascente associazione non possa avere la libertà di svolgere le attività previste dal proprio statuto.
Il comunicato sull’annullamento delle festività, emanato insieme al Comune, è stato un atto dovuto, perché, in quanto costituiti, rappresentiamo già una vasta ed eterogenea parte di persone. Ma questo non significa che il Comune sia nostro portavoce. Semplicemente l’Ente ne ha preso atto, attraverso il sindaco, per le motivazioni di cui sopra. Né l’Associazione si fa portavoce di nessuno. Essa non è nata e  non vuole sostituirsi ad altre organizzazioni o enti, ma vuole solo dare il proprio contributo e svolgere le attività previste. Un’altra voce che si aggiunge a tante altre.
E cogliamo a questo punto l’occasione per respingere con fermezza qualsiasi ipotesi di inquinamento politico (pervenutoci da altri canali), in quanto agli Enti come E.P.N.V, Comune, Regione, Città Metropolitana, associazioni ambientaliste e culturali riconosciute, pubbliche e private, è stata data possibilità di ingresso rilasciando una tessera in onore, dimostrando con questo una reale assunzione di responsabilità e maturità d’intenti.
Va da se che tutte le altre organizzazioni, associazioni, Enti, gruppi musicali, comitive, famiglie, cittadini ed ogni forma di aggregazione devono  continuare il proprio lavoro, di ricerca e  di  promozione  delle tradizioni popolari e culturali, con  la tranquillità e la  dedizione di sempre.
È scopo istituzionale infatti, ma anche nostro personale avviso, che tutti debbano continuare a programmare eventi, manifestazioni, festeggiamenti, sagre,  manifestazioni pirotecniche e tutto quello che è stato sempre fatto.  Ognuno con le proprie peculiarità, con  le proprie risorse e con le proprie differenze. Riteniamo che proprio questo rappresenti la ricchezza di una società civile e democratica.
Egregio Direttore crediamo non sia utile dilungarsi ulteriormente, poiché riteniamo di aver esposto le essenziali precisazioni, e la ringraziamo con affetto, a nome delle Paranze, per la Sua comprensione.
Ribadiamo,  il sottoscritto con i responsabili delle Paranze,  la nostra continua disponibilità  ad incontrare tutti gli amici che ne faranno richiesta. Naturalmente ad emergenza sanitaria finita.
Vi salutiamo Cordialmente ed a presto vederci
Il Presidente
G. Iovino

Chi li chiama “crocché”, chi “panzarotti”: un fatto è certo: sono nati dal genio di tre grandi Maestri della cucina

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Nel 1833 Carème pubblicò la ricetta, che contribuì a rendere definitivo l’ingresso della patata sulla “tavola” dei Francesi. Revel paragonò l’arte di Carème a quella dei grandi pittori. Già prima di lui Vincenzo Corrado aveva messo a punto la ricetta delle “patate in supprese”, una specie di “panzarottini”. Nel 1852 ci fu la consacrazione con Ippolito Cavalcanti, e i “panzarotti” entrarono nella storia della cucina napoletana.   Kg 1 di patate a pasta gialla,3 uova, 40 gr di parmigiano, 40 gr di pecorino, 200 gr di mozzarella, 2 albumi, prezzemolo, sale, pepe, pangrattato, olio di semi. Per una buona riuscita del piatto la scelta delle patate è fondamentale: vanno scelte quelle a pasta gialla perché più “farinose”, altrimenti i crocché rischiano di aprirsi durante la cottura. Lavate le patate e cuocetele in una pentola con abbondante acqua per 20/30 minuti. Sgocciolate la mozzarella, tagliatela a dadini e mettetela in frigo. Scolate le patate, pelatele e passatele nello schiaccia-patate raccogliendo la purea in una ciotola capiente. Aggiungete alla purea le uova, il parmigiano, il pecorino, il sale, il pepe e il prezzemolo tritato. Impastate bene e amalgamate il tutto formando un impasto sodo. Inumidite le mani, prendete una cucchiaiata di impasto e ponetevi al centro qualche dadino di mozzarella. Richiudete l’impasto formando dei cilindretti che andrete a disporre su un piatto da portata. Passate i crocché di patate prima nell’albume e poi nel pangrattato, e riponeteli in frigo per un’ora. Scaldare l’olio in un’ ampia padella e friggete i crocché di patate finché la “panatura” non sarà convenientemente dorata. Sollevate i crocché con una schiumarola e adagiateli su un piatto con carta assorbente. Servite i crocché di patate caldi. (la ricetta segue in sostanza quella pubblicata dal sito “napoli today”). In realtà, il nome tecnico è crocché. Però si racconta che Peppino De Filippo, ospite a pranzo di amici milanesi, quando la padrona di casa gli domandò se gli piacevano i crocché, prima li osservò nel piatto di portata, poi ne prese uno, lo assaggiò con raccoglimento, infine, rivolto alla signora, emise la sentenza: “Sono perfetti, e perciò chiamateli con il loro vero nome, panzarotti”. In realtà, se la parola “panzarotto”, versione napoletana dell’italico “panzerotto”, che in verità suona un po’ ridicolo, con quel rattrappimento della “e”–  dà l’idea di un cilindro imperfetto – , se dunque “panzarotto” ha a che vedere con la “panza”, come dicono i dizionari, allora il nome si adatta molto meglio al “calzone”, alla curvatura della sua pancia. Dicono gli studiosi che il creatore del crocché di patate fu il divino Antoine Carème, il cuoco di Talleyrand, il Leonardo da Vinci della pasticceria, l’inventore del cappello a cilindro degli chef: dice qualcuno che il cappello già lo usava un suo collega, lui lo adottò, lo modificò e ne fece il simbolo dei principi della cucina. Carème avrebbe dettato la ricetta delle sue “croquettes” alla figlia nel 1833, poco prima di morire. Egli suggeriva di trattare le patate passate al setaccio con zucchero, uova, noce moscata grattugiata, di farne palline simili, nella forma e nella misura, a “un uovo di piviere”, e di “rotolare” queste palline“ su una mollica di pane alla quale avrete aggiunto un po’ di parmigiano grattugiato.”  L’uovo di piviere ha la forma di uno “strummolo”:rotolando lentamente sulla mollica di pane si allunga ancora di più e diventa simile a un bastoncino, a una “croquette”. Carème poteva mettere insieme zucchero, formaggi e noce moscata, perché, come scrisse J. F. Revel, egli introdusse nella cucina “quello che in pittura si chiama valore” e fu il primo a spiegare “che i sapori e gli odori devono essere giudicati non in assoluto, ma nei loro reciproci rapporti.”. I suoi “crocché” contribuirono a rendere definitivo l’ingresso della patata  sulla“tavola” dei francesi. Ma nel 1783 Vincenzo Corrado aveva già pubblicato nel libro “Del cibo pitagorico” la ricetta delle patate “in supprese”, a forma di “supressata”- ogni porzione lunga “un mezzo dito”- e aveva suggerito di mettere insieme grasso di vitello, “pochi pezzi di provatura, spezie, gialli d’uova, pane e parmigiano grattato”. A metà dell’Ottocento Ippolito Cavalcanti inserì nel suo libro “Cucina teorico- pratica” la ricetta dei “panzerotti alla mozzarella”, in cui entravano, con la mozzarella triturata, anche farina, uova, provola grattugiata, un pizzico di pepe. Il Duca gourmet consigliava di “attaccare bene gli orli della pasta” prima di tagliarla con “lo sperone” in tanti “panzerotti”, che poi bisognava “adattare nel piatto proprio con salvietta al disotto”. Cavalcanti pubblicò anche la ricetta dei “panzerotti di magro”, in cui i formaggi e le uova erano sostituiti con “scarola ben trita soffritta, alici salate, capperini, mezze olive e pochi pignoli”. I “panzarotti” entrarono definitivamente nella storia della cucina napoletana e nel “cuoppo”, e diedero il nome a una nuova figura di venditore ambulante, il “panzarottaro”,che speriamo di rivedere e di “sentire” al più presto lungo le nostre strade. (FONTE FOTO:RETE INTERNET)